[Storia delle Cese n.204]
di Roberto e Osvaldo Cipollone
La questione della carenza d’acqua potabile nel nostro paese è stata storicamente dibattuta ed affrontata con diverse soluzioni che non sempre si sono rivelate efficaci, stando anche alle giustificate proteste che hanno caratterizzato alcuni periodi relativamente recenti. Scriveva Muzio Febonio nella sua “Historia Marsorum” del 1678, parlando proprio del villaggio di Cese: «Prima della caduta dell’impero romano, non essendo la località lontana da un tratto della via Valeria, ed essendo le selve dense di frutti e di animali selvatici, i signori vi costruivano residenze di caccia, al fine di ristorarvi anche gli animi, nei periodi in cui potevano prendersi riposo. Per rendere più accoglienti queste residenze attraverso un taglio del monte, tra Corcumello e Capistrello, presso Grottelle, scavarono un canale attraverso il quale potesse passare l’acqua del Liri, sia da Risondoli, su un ponte, sia da più lontana sorgente, per rifornire la località di acqua di cui vi era penuria». Già i Romani, dunque, avevano approcciato la questione adottando una soluzione – quella della costruzione del canale Aurunzo – tutt’altro che semplice. Il Lolli specificava che le acque raccolte dal Liri andavano ad alimentare il nostro paese “con diversi rami di fontanili”: «Ne’ campi palentini al lato opposto al condotto del Salviano ve n’è un altro degli antichi romani alto meno di palmi 9 e largo meno di palmi 5, parte inciso e parte fabrefatto senza spiracoli e senza conicoli. Raccoglie parte del Liri nel territorio di Castellafiume, passa sotto il monte Arezzo e sotto il piano palentino, e va a terminare con diversi rami di fontanili alla comune di Cese». Tra i documenti contabili dei principi Colonna si trova traccia della costruzione del fontanile palentino tra il 1662 e il 1665, con riferimento alle “Attestazioni di pagamento di adovi dovuti dall’Università al Principe Colonna: […] Costruzione fontanile nel Piano di Palentino”[1]. Successivi lavori allo stesso fontanile sono attestati agli inizi del 1700, nell’“Erariato della Valle di Roveto 1702 al 1713”, ove si ritrova una “misura e stima dei lavori fatti nelle mole ed osteria di Capistrello, fontanili nel Piano di Palentino, valca e mola della Civitella…”. Pochi anni prima, nel 1685, Onofrio Lorenzo Colonna aveva fatto restaurare il canale dell’Aurunzo per irrigare le terre dei piani palentini, che rientravano nel suo feudo. L’opera di ripulitura e riattivazione del canale, sebbene portata a termine con successo, si sarebbe però rivelata precaria e provvisoria.
In seguito, nel XIX e nel XX secolo, i lavori di manutenzione e restauro del “fontanile di Cese” si sono affiancati all’adeguamento della fornitura d’acqua attraverso pozzi interni al paese, condotte e serbatoi acquedottistici. Le deliberazioni comunali documentano lavori al fontanile locale, ad esempio, negli anni 1830 (7 luglio “Deliberazione per lo ristauro del Fontanile e Cimiterio di Cese”), 1834 (11 maggio, “Lavori al fontanile di Cese”), 1841 (15 agosto, “Accomodi del fontanile e fonte all’Aia del riunito Comune di Cese”), 1849 (7 settembre, “Accomodi del Fontanile di Cese”), 1851 (2 agosto, “Nota di spesa per gli accomodi eseguiti nel Fontanile del Riunito Comune di Cese”), 1872 (29 maggio, “Accomodi al Fontanile e due Pozzi Comunali nella frazione Cese”) e 1876 (16 novembre, “Costruzione di un nuovo pozzo ed accomodi al fontanile nella frazione Cese”). Progetti ed opere relativi all’acquedotto sono invece riferiti già al ‘900, in primis con le “Trattative con Casa Torlonia per l’acqua di Riosonno e consegna dell’acquedotto” (1911) e l’esecuzione dei lavori dell’acquedotto “sorgenti Riosonno – Galleria del Salviano”, affidati in appalto alla Ditta Lorenzetti Romolo (1925). Risalgono poi al 1937 la “Liquidazione spesa per riparazione acquedotto frazione Cese” e la “Liquidazione credito residuale dell’ Impresa Micangeli Cav. Elia per i lavori di completamento dell’acquedotto”. Nel 1939 si liquidavano ancora spese “per riparazione acquedotto Frazione Cese” e nel 1941 per “Pagamento acconto all’Ing. Orlandi sugli onorari per progetto, direzione e liquidazione lavori acquedotto consorziale di Riosonno”. La realizzazione dell’attuale serbatoio acquedottistico di Cese trova invece origine nel 1960, quando la Cassa per il Mezzogiorno ha dato esecuzione al progetto presentato dal Comune di Avezzano per un importo pari a 46 milioni di lire. Durante la fase dei lavori finalizzati a dotare la nostra frazione del serbatoio idrico, a metà anni ’60, è stato anche necessario rimuovere i ruderi della secolare chiesetta dedicata a San Rocco (poi ricostruita a fine anni ’80), a ridosso della quale era stata installata la cisterna.
Anche successivamente alla realizzazione dell’opera, la popolazione di Cese ha avuto motivo di organizzare manifestazioni di protesta pubblica a causa dello scarso approvvigionamento, delle continue rotture delle tubature e di alcune manovre inopportune che hanno acuito i disagi legati anche ai periodi di siccità, alle inefficienze ed alle superficialità tecniche. I Cesensi sono stati così costretti a far sentire la propria voce con contestazioni e proteste, portate a volte direttamente in municipio, altre lungo le strade di Avezzano, o ancora in occasione della presenza delle autorità pubbliche a Cese o nei paesi vicini. Per un periodo ben definito, agli inizi degli anni ’70, in particolare, serpeggiava tra studenti e giovani del posto una certa forza critica volta ad evidenziare alcuni problemi, non solo politici. Capitava così che all’alba i cesensi trovassero lungo le strade del paese una serie di volantini di contestazione, o che i giovani inviassero le proprie proteste e richieste direttamente a politici ed autorità responsabili, denunciando disagi e questioni irrisolte. In alcuni articoli dei primi anni ’70, in particolare, si trova traccia di una specifica protesta legata al malfunzionamento dell’acquedotto, accompagnata dall’analisi dell’estensore dell’articolo, un anonimo “Caesensis”, il quale concludeva amaramente che “l’acqua non arriva perché non ce la mandano”.
Dal quotidiano “Il Tempo” del 3/7/1971
Riempite di scritte le strade del paese Cese 2 luglio 1971Quale risultato si aspettassero dalla loro brillante trovata gli ignoti “verniciatori” che, di notte, coraggiosamente hanno riempito la strada che attraversa Cese con scritte come: “Vogliamo l’acqua!” – “Siamo stufi!” – “Riparate l’acquedotto!” et similia, proprio non si riesce ad indovinare. Si ha l’impressione che le scritte, così ben (orizzontalmente) disposte, fossero dirette alle… nuvole che, dall’alto potevano leggerle agevolmente, ma a parte il fatto che è poco probabile che le nuvole sappiano leggere, non si vede come esse, poverine, avrebbero potuto accogliere le strazianti richieste. Si sa che la loro acqua, prima di giungere ai rubinetti di Cese, deve necessariamente percorrere una certa tubatura che, durante l’estate, trova bloccata. (!) Eh no, ignoti contestatori, non ci siamo!
Non è con le scritte o con gli altrettanto anonimi foglietti ciclostilati che si può sperare di ottenere qual- che cosa dai Signori del Palazzo Comunale di Avezzano! La protesta è, senza dubbio, lecita e necessaria, ma va fatta in ben altro modo (sempre lecito, logicamente). E non si capisce, poi, perché chi la fa deve nascondersi, dal momento che si tratta di chiedere il rispetto di un sacrosanto diritto. Un diritto che si continua a calpestare con caparbia ostinazione. Oramai, da alcuni anni, durante l’estate, a Cese l’acqua non arriva e la colpa, si ripete con nauseante monotonia da chi è responsabile della situazione, è dell’acquedotto che non funziona a dovere. Le balle che hanno inventato per diffamare questo povero acquedotto sono veramente tanto numerose quanto balorde. Nessuno, difatti, riesce a capire perché le tubature che conducono bene l’acqua fino a giugno, all’improvviso si rifiutano di funzionare e ricominciano a fare il loro dovere a settembre, senza che nessuno le abbia toccate. Le spiegazioni di tale fenomeno, uscite dall’ufficio tecnico del Comune, sono ben strane. A volte, è stato detto che l’attacco alla condotta principale che porta l’acqua a Cese è fatto in modo che, quando l’acqua ha una forte pressione, passa… senza accorgersi che deve, in parte, deviare per Cese e tira via. Adesso ci si dice precisamente il contrario, e cioè che l’acqua, ora che la pressione è bassa, non si infila nel tubo per Cese…. perché non ce la fa e tira via. All’obiezione che alla fine della primavera la pressione dell’acqua è al massimo perché in questa epoca sorgenti la erogano a pieno regime e, quindi, la scusa della bassa pressione è ridicola, i responsabili dell’ufficio tecnico non sanno più cosa rispondere. Nessuno spiega ad ogni modo perché, se veramente la colpa di tutto fosse di questo attacco, in tanti anni non si è provveduto a sistemarlo, trattandosi oltre tutto di spendere solo poche migliaia di lire. Ma è evidente che l’attacco non c’entra: l’acqua non arriva perché non ce la mandano.
Che questa sia la spiegazione del disservizio emerge da una semplice constatazione, che è questa: l’acqua, come abbiamo accennato sopra, giunge in sufficiente quantità fino alla fine della primavera (poi non arriva più, o arriva qualche volta, in quantità minima) e torna a defluire senza che nessuno faccia la minima riparazione o la minima variazione all’acquedotto solo a settembre. I soliti su lodati tecnici, allora, visto che la storiella della bassa e alta pressione non funziona, ne trovano un’altra altrettanto… logica. Ci raccontano, così, che all’inizio dell’estate, nella conduttura principale si introduce aria che impedisce all’acqua di giungere a Cese. Perché quell’aria si infili nella tubatura solo e sempre a giugno e perché, ad ogni modo, impedisca all’acqua solo di prendere la via di Cese è un altro mistero. E non si spiegherebbe, poi, anche se così fosse, perché l’acqua in certi giorni non viene affatto ed in certi altri, invece, viene anche se in piccola quantità: ma che dispettosa quell’aria che va ad infilarsi nell’acquedotto di Avezzano solo quando fa comodo agli avezzanesi! Purtroppo, cambiano sindaci, cambiano i commissari, cambiano i capi degli uffici più o meno tecnici, ma ciò che non cambia mai è questa situazione. Eppure i responsabili dovrebbero sapere che si tratta di un servizio pubblico di prima necessità, e per un paese di circa 1200 abitanti (con altrettanti capi di bestiame) rappresenta oltre tutto un comportamento criminoso, che ha portato la popolazione all’esasperazione e che va punito come prevede la legge. Quando è stato realizzato l’acquedotto di Avezzano è stato stabilito che a Cese spettava un certo quantitativo di acqua: ora quest’acqua viene sottratta alla disponibilità di chi vi ha diritto, con azione arbitraria ed inammissibile. Perché, se si volesse ancora sostenere che l’acqua in paese non arriva per i difetti dell’acquedotto, la situazione non per questo cambierebbe: il non aver provveduto durante molti anni ad una semplice riparazione equivale, è evidente, all’aver volontariamente impedito che l’acqua arrivasse in paese.
Forse è veramente giunto il momento di far cessare questo inammissibile arbitrio.Caesensis
In un secondo articolo del 1971, il tema veniva nuovamente citato con riferimento ad un piccolo incidente di cui era stato protagonista, proprio a Cese, l’ex commissario governativo del comune di Avezzano, al quale – a quanto pare – il nostro paese era (più o meno misteriosamente) inviso. Oltre alla cortesia delle persone che lo avevano accolto nella circostanza, in quel caso l’amministratore portò con sé anche la notizia che appena andato via lui dal Comune, l’ufficio tecnico aveva fatto in modo che a Cese tornasse l’acqua…
Dal quotidiano “Il Tempo”, del 18/8/1971
Visita postuma a Cese del Commissario Governativo Cese, 17 agostoMa che scherzi va a combinare il destino! Quello di cui ha fatto vittima il signore di cui appresso è veramente divertente. Sentite. Appena venuto a reggere il Comune di Avezzano, gli fu detto che del comune stesso faceva parte anche Cese, e che gli amministratori che lo avevano preceduto nel Palazzo che era venuto ad occupare, non si erano certo logorate le meningi per cercare di togliere e risolvere i problemi del paese. Sdegnato per tanta incredibile indifferenza, assicurò che avrebbe riparato tutti i torti subiti dai cesensi fino a quel momento e promise questo e quello. Promise anche, reiteratamente, che sarebbe venuto nel paese per rendersi conto di persona della situazione generale e dei problemi urgenti in particolare, assicurando d’aver compreso subito che la questione più grave era quella dell’acqua. Passavano i giorni, però, passavano i mesi e le promesse rimanevano solo tali, tanto che ad un certo punto apparve chiaro che egli aveva stabilito che gli abitanti di Cese non erano degni di nessuna attenzione, forse anche perché in tal senso consigliato da un tizio, impiegato comunale, nemico acerrimo della frazione a titolo personale. Una volta costui ebbe a dire che se Cese voleva fare a braccio di ferro con l’amministrazione comunale, voleva, cioè, insistere nel chiedere la soluzione dei problemi più gravi, l’amministrazione, coraggiosamente, era pronta ad accettare la sfida; era cioè ben decisa a respingere ogni richiesta. E così, l’acqua veniva solo quando… pioveva, la questione della nettezza urbana finiva … nell’immondizia, l’illuminazione pubblica, per la quale erano già stati stanziati alcuni milioni, finiva … a moccoli, e Cese, per il signor commissario, veniva cancellata dalla carta geografica, o, per essere modesti, dalla carta topografica. Si ricordava egli, però, di questi abitanti… bastardi del comune, in sede di relazione circa il suo operato al nuovo consiglio eletto, quando riteneva, molto finemente, di dover citare Cese per far dello spirito di lega, non eccessivamente apprezzabile, sul nome dei suoi abitanti. Ed arriva così alla fine della sua reggenza, senza degnarsi di venire in paese, anche perché aveva stabilito che la frazione non esisteva. Ed invece Cese esiste ed egli ci è venuto e ci si è dovuto fermare anche, ma non certo per ammirare le opere che non ha realizzato.
Stiamo parlando, è evidente, dell’ex commissario governativo del comune di Avezzano. È andata così. Sabato scorso egli doveva recarsi dall’Aquila nella Valle Roveto e qualche spiritello maligno, in vena di scherzi, gli consigliò di passare per Cese. Qui, in pieno abitato, la macchina sulla quale viaggiava investì il bambino Marcello Cosimati di Ciriaco, in villeggiatura a Cese. Nulla di grave, ma il commissario dovette scendere dalla macchina in attesa dell’arrivo della polizia stradale e fu costretto, quindi, a far conoscenza degli aborriti cesensi! Costoro, da persone civili, non pensarono minimamente a prendersi una qualsiasi, sia pur scherzosa, rivincita e si limitarono a commentare l’accaduto con sovrano distacco. Anzi, perché non dovesse attendere la polizia sulla strada, il commissario fu invitato in una casa vicina, dove logicamente fu accolto con tutta cortesia. Il proprietario, fra un discorsetto e l’altro, gli fece sapere che, appena andato via dal comune, l’ufficio tecnico aveva fatto in modo che a Cese tornasse l’acqua, anche se non in abbondanza, ma almeno in quantità sufficiente.Caesensis
[1] Archivio di Stato dell’Aquila, Colonna di Roma, Ducato di Tagliacozzo (1625-1863) Inventario G. Lippi – M. Zonfa
<Articolo originale basato sulle fonti d’archivio riportate, con informazioni e citazioni tratte da O. Cipollone, “Le Cese – immagini di ieri” (1990) e “Angeli co’ jji quajji” (1997)>

