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Mario Pomilio e Cese, la guerra, la famiglia

[Storia delle Cese n.203]
di Roberto Cipollone

Mario Pomilio è stato uno scrittore, saggista e giornalista giustamente collocato “ai vertici della letteratura italiana della seconda metà del Novecento”, in virtù dei non comuni meriti letterari e degli importanti riconoscimenti ricevuti, primi fra tutti il Premio Campiello per “La compromissione” nel 1965 e il Premio Strega per “Il Natale del 1833” nel 1983. Pur essendo nato ad Orsogna, in provincia di Chieti, Pomilio è un avezzanese a tutti gli effetti e nel capoluogo della Marsica è oggi ricordato con un busto bronzeo collocato nel largo a lui dedicato e con l’intitolazione della scuola elementare del plesso “Corradini Pomilio” che porta appunto il suo nome. Come scriveva il giornalista Filippo Fabrizi su “Il Velino” del 31 gennaio 2010, «Mario Pomilio, scrittore, era nato a Orsogna, in provincia di Chieti, il 14 gennaio 1921, ma la Marsica lo considera un suo figlio e non solo perché sua madre, Emma Di Lorenzo, era di Magliano dei Marsi. Mario Pomilio frequentò le elementari ad Avezzano, poi le scuole medie, infine il Liceo Torlonia (che Pomilio ricordava come scuola di coscienza civile, da cui «uscimmo con mente critica»). Dopo aver studiato presso la Normale di Pisa, compì il servizio militare a L’Aquila per tornare ad Avezzano e poi “sfollato” a Cese. Conseguì la laurea nel ‘45…». Questo apparentemente piccolo dettaglio, questo sfuggente riferimento alla sua presenza a Cese durante la Seconda Guerra Mondiale ha in realtà un significato e un valore che vanno oltre i limitati confini del nostro paese e meritano certamente un approfondimento, inficiato dalla labilità delle fonti ma di grande rilievo ed interesse.

Si sa per certo che i genitori di Mario Pomilio, Tommaso ed Emma, si stabilirono a Cese con la famiglia (che comprendeva anche i figli minori Tina ed Ernesto) per diversi mesi tra l’ottobre del 1943 e il giugno del 1944. Secondo quanto riferito dalla nipote Paola, figlia di Ernesto, la datazione esatta risulta difficile, ma sembra che, in seguito all’inizio dell’occupazione tedesca dopo l’otto settembre, la famiglia si sia dapprima trasferita a Capistrello, presso una sorella minore di Emma, e sia poi giunta a Cese, luogo considerato più sicuro rispetto al pericolo di bombardamenti e ugualmente praticabile come soluzione per la presenza di un’altra sorella di Emma, Rosa (“Rosina”), che qui aveva sposato Francesco Cosimati (“don Francischino”). Il termine “sfollati”, universalmente utilizzato con accezione neutra per indicare coloro che erano costretti ad abbandonare le città bombardate o evacuate durante il conflitto mondiale, in questo caso si rivela dunque meno congruo, se si considera che la famiglia Pomilio-Di Lorenzo aveva a Cese uno stretto riferimento familiare. Anche la presenza di Rosa (Rosaria) Di Lorenzo nel nostro paese merita un breve excursus, poiché la stessa risulta legata alla missione pastorale di don Mario Di Lorenzo, a sua volta legata al sempre (tristemente) presente terremoto del 13 gennaio 1915. Don Mario era infatti giunto qui da Magliano per sostituire in qualità di parroco don Antonio De Angelis, morto nel crollo dell’antica chiesa di Santa Maria proprio durante la celebrazione della messa mattutina. A qualche mese di distanza, dunque, era stato nominato parroco don Mario Di Lorenzo, che si era evidentemente trasferito a Cese accompagnato dalla sorella Rosa in qualità di aiutante/perpetua. La vicenda umana del sacerdote si sarebbe purtroppo conclusa presto a causa della terribile influenza “spagnola” che ne avrebbe causato la morte nel 1918, ma “Rosina” sarebbe rimasta stabilmente in paese proprio in virtù dell’unione con il citato “don Francischino” Cosimati. Nel momento in cui la famiglia Pomilio-Di Lorenzo si trovò costretta a lasciare Avezzano, scelse dunque con plausibile naturalezza di stabilirsi temporaneamente a Cese, dove la sorella di Emma viveva ormai da anni con il marito ed i figli Anna (nata nel 1918), Laura (1920), e Filippo (1926). Anche la nota scrittrice Emma Pomilio, prima figlia di Ernesto e moglie di Umberto Ciciarelli, conferma la presenza della famiglia d’origine a Cese, presso la casa della zia Rosina, nel periodo della guerra, circostanziando la nota con la testimonianza di un’altra zia di parte materna, Delfina, anche lei ospitata in paese (nei pressi dell’abitazione della levatrice) nei mesi di occupazione tedesca.

Sulla presenza a Cese di Mario e del fratello Ernesto negli stessi mesi non si hanno tracce documentate; tuttavia, le testimonianze orali e alcuni riferimenti dettagliati fanno pensare ad una loro assidua frequentazione del paese, per quanto frammentaria e forzatamente limitata. Da ricostruzioni successive, sembra infatti che subito dopo l’armistizio Mario Pomilio fosse entrato in contatto con i primi gruppi partigiani locali, ma che non fosse riuscito a proseguire l’attività di resistenza perché costretto ad allontanarsi dopo alcuni arresti ed un episodio che lo vide suo malgrado protagonista. Riporta al riguardo Paola Pomilio: «Mia nonna Emma raccontava che zio Mario era stato preso dai tedeschi e buttato su un camion per essere portato in un campo di concentramento o in un campo di lavoro, come succedeva a molti anche qui. Raccontava anche che fortunatamente era riuscito a buttarsi giù dal camion e che nei mesi successivi era stato costretto a rifugiarsi, assieme a mio padre Ernesto, sull’altopiano della Renga. Quando, anni dopo, mio padre rivide in tv le immagini dell’altopiano all’interno di un film, ci rivelò che era lì che si era nascosto con il fratello per diversi mesi. Dormivano sotto le tende dei pastori e avevano solo latte di pecora, formaggio e nient’altro; poi, quando la situazione tornò tranquilla, poterono riscendere». Alla “Regna”, d’altra parte, in quel periodo erano rifugiate tantissime persone sia di Cese che del circondario, come raccontato da molti giovani che si erano trasferiti sull’altopiano soprattutto per preservare i propri animali dalle razzie dei tedeschi. In relazione all’adesione alle prime formazioni partigiane, esiste un breve passo scritto dallo stesso Mario Pomilio e contenuto ne “La generazione degli anni difficili”, in cui si legge: «In quel periodo, partecipai a qualche riunione del Cln della Marsica e feci parte d’un gruppo partigiano in formazione. Ma quattro o cinque di noi furono arrestati per colpa d’una spia (tra essi, Bruno Corbi, poi deputato comunista) e il gruppo in pratica restò inefficiente». Anni dopo, lo stesso Pomilio avrebbe raccontato in una splendida novella anche quella “tregua del Natale 1943” sostanziatasi nella chiesa di Cese e riferita da diversi testimoni del tempo. «Due dei soldati inglesi capitati a Cese stavano a casa di zia Rosina», riferisce Paola. «Uno, in particolare, si chiamava John. La notte di Natale si ritrovarono in chiesa con i tedeschi, si guardarono negli occhi e si riconobbero… d’altra parte i tratti somatici erano ben distinguibili… tuttavia si lasciarono in pace, in una sorta di tacito patto di Natale».

Non sembrano esistere, almeno allo stato attuale delle conoscenze, riferimenti espliciti a Cese tra gli scritti dell’autore avezzanese. Ne “La generazione degli anni difficili”, tuttavia, compare un racconto in prima persona nel quale Pomilio descrive la centralità della chiesa “nel paese in cui era sfollato” e che riconduce in maniera quasi immediata alla realtà di Cese. Si legge nel saggio: «Dopo l’8 settembre tornai ad Avezzano. Le truppe tedesche vi s’erano già insediate e in breve l’intera Marsica ebbe l’aspetto d’una zona di retrovia. Cominciarono i bombardamenti e ben presto dovemmo sfollare e per otto mesi fummo solo preoccupati di sopravvivere: alla fame, alle bombe, alle rappresaglie tedesche. Era una specie di Medioevo, quale mi figuro che fosse all’epoca delle invasioni. Mancava l’ombra di un’autorità o d’un diritto che non fosse quello degli occupanti. La paura, il sospetto distruggevano la dignità. Pure rare volte ho sentito l’uomo altrettanto capace di bontà e ho avvertito altrettanto bene che certe vecchie e consunte parole cristiane, la carità, l’amore del prossimo, potevano avere un significato pratico. Non erano valori politici, e neppure valori storicizzabili: erano qualcosa che vedevo resistere invincibile nel fondo degli animi, in mezzo alla crudeltà, all’odio, alle distruzioni e alle morti, e che ci permetteva, in mezzo agli incubi in cui vivevamo, di provar pietà anche per gli altri. Conobbi allora il nostro popolo in ciò ch’esso ha di irriducibilmente umano, al di là della sua mancanza di coscienza politica e di quanti altri difetti gli si possono rimproverare. Ricordo le contadine che di notte andavano con la cesta in capo a portar da mangiare ai prigionieri indiani e negri fuggiti dal campo di concentramento di Avezzano e nascosti nelle campagne. Ricordo le famiglie che rischiavano la vita per accoglierli in casa. E ricordo la pietà che quelle stesse persone sapevano mostrare pel soldato tedesco ferito reduce da Cassino. E ricordo anche quel che significava, nel paese in cui ero sfollato, la chiesa: la chiesa in cui tutti si accoglievano, come suppongo succedesse nel Medioevo, per attingervi conforto». Una descrizione lucida e profondamente umana del clima del tempo, ma anche della dimensione cristiana che permeava la coscienza e lo spirito della gente marsicana e che a Cese aveva particolare significanza.

Altri segnali e altre tracce contribuiscono a circostanziare le vicende cesensi di quei mesi e il loro incrocio con la storia di Mario Pomilio e della sua famiglia. Un aneddoto racconta ad esempio di un piccolo incidente in bicicletta di ritorno da Cappelle, dove Mario ed Ernesto erano andati a prendere l’acqua, con la rottura dei fiaschi e i conseguenti rimproveri dei genitori. Nelle memorie familiari (incluse quelle dei figli di Mario Pomilio e Dora Caiola, Annalisa e Tommaso) sono inoltre rimasti i periodi trascorsi a Cese anche negli anni successivi alla guerra, quando – soprattutto d’estate – si andava a trovare la zia Rosina e si tornava con la mente a quei mesi del ‘43/’44 ricordati in ogni caso quasi con serenità. Ricorda ancora oggi la nostra Antonietta Cosimati (per tutti la “signora Antonietta”), cugina dei fratelli Pomilio per via del marito Filippo Cosimati: «A Cese sono venuti sempre, soprattutto d’estate, anche molto dopo la guerra. Venivano tutti, assieme a zio Tommasino e a zia Emma; Filippo ed Ernesto, in particolare, stavano sempre insieme. Anche Mario, certo, insieme andavano anche a pescare al fiume; ma lui girava un po’ di più, a volte tornava anche nel paese d’origine del padre». Ai mesi di “sfollamento” a Cese potrebbe risalire anche il primo incontro di Ernesto e Mario Pomilio con don Vittorio Braccioni, il quale, come noto, è stato parroco nel nostro paese fino al 1946. Con Ernesto, diventato professore d’arte e poi preside più giovane d’Italia, don Vittorio intrattenne una vera e propria amicizia negli anni in cui il sacerdote era parroco ad Albe, ma anche con Mario ci furono scambi epistolari e relativi attestati di stima. Facile ipotizzare che la loro conoscenza fosse nata proprio a Cese, in quei mesi convulsi eppure fruttuosi.

Al di là delle ipotesi e delle tracce, che eppure convergono verso un quadro abbastanza chiaro in termini di relazioni e di presenza, c’è da chiedersi se l’esperienza drammatica e complessa di quei mesi di guerra, e in particolare quella parte vissuta anche a Cese, abbia lasciato segno nella poetica e nel pensiero dello scrittore Mario Pomilio. Si tratta di un interrogativo aperto, ma alcuni segni evidenti emergono soprattutto in riferimento alla radice cristiana di tutta la sua opera e a quella fede “interrogante e mai appagata” che lo ha contraddistinto, nonché al suo “ininterrotto riflettere sull’umano” a cui ci piace pensare che anche Cese, nel suo piccolo, abbia contribuito.

Cenni biografici
POMILIO, Mario – Nacque a Orsogna (Chieti) il 14 gennaio 1921, da Tommaso, maestro elementare, antifascista di forte credo socialista, originario di Archi, e da Emma Di Lorenzo, aquilana, cattolica osservante: le due radici su cui crebbero studio, ricerca e impegno del futuro intellettuale (come osservò lo stesso Pomilio nell’autobiografico La generazione degli anni difficili, Bari 1962). All’età di cinque anni, insieme con i genitori e i fratelli Ernesto e Tina nati dopo di lui, si trasferì a Lanciano e di lì ad Avezzano. Qui fra il 1936 e il 1939 compì gli studi liceali con professori notoriamente antifascisti, quali Ferdinando Amiconi, Mario Gambarin, Emilio Felli e Giulio Butticci, fondatore del Partito d’azione nella Marsica, che contribuirono alla sua formazione profondamente democratica. L’estate la trascorreva invece ad Archi nella casa paterna. Appartenuta a un antenato sacerdote, essa ospitava una biblioteca piena di libri antichi, incunaboli e testi sacri, da cui molti anni dopo trasse ispirazione per l’ambientazione del suo libro più famoso, Il quinto evangelio. Nel 1939 entrò per concorso al collegio universitario della Scuola Normale Superiore di Pisa e, presso la facoltà di lettere, trovò nuovi maestri – destinati a lasciar traccia – in Luigi Russo, Guido Calogero, Delio Cantimori, Giovanni Macchia, che lo confermarono nella scelta antifascista e laica e ne completarono la preparazione filologica. Risalgono a quegli anni i primi due saggi critici: Il mondo morale di Svevo e Letture di Pirandello, pubblicati in Lettere d’oggi, diretta da Macchia e Giambattista Vicari (IV (1942), rispett. nn. 2-3, febbraio-marzo, pp. 34-39, e nn. 7-8, luglio-agosto, pp. 1-14). Richiamato alle armi, partì soldato di fanteria per l’Aquila, da cui tornò ad Avezzano l’8 settembre 1943. L’esercito allo sbando, la città assediata dai tedeschi: la famiglia Pomilio se ne allontanò e Mario divenne clandestino. Si laureò alfine nel 1945, discutendo con Macchia una tesi su Pirandello narratore (da cui il saggio La formazione critico-estetica di Pirandello, Napoli 1966). Da quello stesso anno iniziò la carriera di insegnante di liceo ed entrò nel Partito d’azione (1946-48), per confluire poi nei socialisti di Lucio Lombardo Radice. Nel 1949 si trasferì a Napoli ricoprendo la cattedra di italiano nel liceo Vincenzo Cuoco. 

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<Articolo originale elaborato sulla base delle testimonianze raccolte>


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