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Partigiani delle Cese

[Storia delle Cese n.198]
di Roberto Cipollone

La storia della Resistenza abruzzese è soprattutto una storia individuale e comunitaria di umanità e di protezione, ma allo stesso tempo è anche storia di resistenza “partigiana”, fatta di lotte, strenua difesa e atti di eroismo. Tra i tanti episodi di rilievo nazionale si può citare la “Rivolta di Lanciano”, l’insurrezione popolare contro l’occupazione nazista che portò a due giorni di combattimenti tra il 5 ed il 6 ottobre 1943[1]. Oppure la battaglia di Bosco Martese, il primo scontro combattuto in campo aperto tra partigiani e tedeschi avvenuto in località Ceppo di Rocca Santa Maria, in provincia di Teramo[2]. Non si può poi dimenticare l’operato della Brigata Maiella, fenomeno unico nella storia della Resistenza italiana ed europea, che dopo lunga attività fu incorporata nel riorganizzato esercito italiano e proseguì la lotta agli occupanti nazisti lungo la dorsale appenninica. Nel complesso, i numeri ufficiali parlano di 48 bande partigiane operanti in Abruzzo, con circa 6.500 componenti e un contributo di 246 caduti sul campo.

Nel territorio marsicano, il movimento partigiano acquisì consistenza «sia per la più matura consapevolezza dei dirigenti politici e militari sia per la più favorevole vicinanza ai centri romani dell’antifascismo»[3]. In generale, le bande partigiane della Marsica sorsero spontaneamente, non ebbero collegamenti sistematici tra di loro e soffrirono di forti carenze in termini di mezzi, armi e munizioni. La loro composizione fu in generale molto eterogenea, vista la presenza di antifascisti di diversa estrazione, renitenti alla leva, ex-prigionieri alleati, militari sbandati, semplici cittadini. La banda dei “Patrioti Marsicani” (o semplicemente “Banda Marsica” o “Banda marsicana”) aveva inizialmente circa un centinaio di componenti e agì in un’area piuttosto vasta, tra Avezzano, Carsoli, Collelongo e Pescasseroli. Nel tempo vi confluirono anche alcuni gruppi di minore consistenza come la banda “Ombrone”. Al termine del conflitto, l’intero gruppo – che arrivò a 863 componenti, inclusi gli affiliati[4] – contò 9 caduti, 5 fucilati e 12 feriti[5].

Per quanto riguarda Cese, non si è mai avuta contezza di gruppi partigiani con base in paese né dell’adesione di persone del luogo a vere e proprie bande strutturate. L’attività antinazista si limitava qui a piccoli sabotaggi e sottrazioni di materiale, in gran parte poi ricomposte per evitare paventate rappresaglie e irrigidimenti dei controlli. Da alcune testimonianze esterne di grande rilievo, tuttavia, si è recentemente ricostruito un quadro più complesso, validato da testimonianze documentali che confermano la partecipazione di diversi cesensi alla lotta antinazista. La prima testimonianza è relativa al racconto del militare palermitano Antonio Ricciardi, ospitato a Cese e protetto per diversi mesi dalla famiglia di Nazzareno Marchionni e Maria Cosimati. Scriveva in particolare il soldato nel suo diario: «In casa non mi sentii estraneo. I figli: Giuseppina di sedici anni, Federico di quattordici, Pia e Lina rispettivamente di dodici e dieci, mi furono subito amici. Seppi che c’era un altro figliolo, Giovannino di venti anni, che era andato con una squadra di partigiani […] Una mattina comparve Giovannino. Lo vidi dalla finestra a chiacchierare con altri ragazzi. Lo riconobbi dalle fotografie che mi avevano mostrato in casa. Era proprio lui. (Giuseppina) lo chiamò. Quando gli fu comodo venne in casa. Entrò e mi salutò senza alcuna sorpresa di trovarmi nella sua casa. Giuseppina gli disse: «Sei tornato» e basta. Come se non fosse mancato per più di due mesi senza dare notizie. […] In quel periodo cominciarono i bombardamenti ad Avezzano. Le notizie del fronte erano più frequenti, ma anche più confuse. In paese era un andare e venire di gente sconosciuta. Si cominciò a parlare di Partigiani. Si cominciò a parlare con più frequenza della nuova Italia che avremmo fatta… ». Dal racconto emergono due elementi su tutti: l’adesione di Giovanni Marchionni (classe 1924) alle formazioni partigiane almeno per alcuni mesi e la crescente presenza in paese delle stesse formazioni, o almeno di alcuni componenti, nel periodo immediatamente precedente la liberazione del giugno 1944.

La seconda testimonianza emerge dall’attento lavoro di ricerca svolto dal professor Fabrizio Nocera[6] sulle relazioni presenti negli schedari del Ricompart, l’archivio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani. Secondo una delle testimonianze, in particolare, a Cese venne costituito un vero e proprio “Gruppo d’Azione Patriottica” (G.A.P) che poi addirittura si allargò all’intero comune. Si legge in particolare nella relazione di Bruno Novelli[7]: “Nell’area fu attiva la formazione Patrioti Marsicani che costituì un G.A.P. nella frazione Cese la cui attività si estese all’intero comune”. In un altro estratto della documentazione relativa alla Patrioti Marsicani si legge che “vennero costituiti gruppi partigiani o comunque agirono elementi collegati alla formazione in: Aielli, Avezzano e frazioni Castelnuovo, Cese e San Pelino; Capistrello…”. L’attestazione si rifà in questo caso alla relazione del “patriota Marchionni Enrico”, secondo cui “dal febbraio 1944 fu attivo nella frazione un G.A.P. con a capo il sottotenente degli Alpini Marino Franco, per conto del quale egli si occupò «di rifornimenti viveri o materiale ai gruppi in azione», svolgendo al contempo atti di sabotaggio”[8]. Il riferimento puntuale è, in questo caso, al nome di Enrico Marchionni (1924), figlio di Davide e di Francesca Tomei, e marito di Elia Petracca, al quale è stata poi riconosciuta la qualifica di “patriota”, relativa a chi aveva militato nelle formazioni partigiane o collaborato con le stesse per un periodo inferiore ai tre mesi. Secondo la sua testimonianza, a capo del gruppo di Cese c’era il sottotenente degli Alpini Franco Marino (1920), originario di Caserta e sposato a Cese con Maria Di Matteo. A lui sarebbe stata poi riconosciuta la qualifica di “partigiano combattente” per aver svolto attività partigiana dal 1° ottobre 1943 al 10 giugno 1944 (giorno ufficiale della liberazione della Marsica).

In cosa consistesse tale attività non è materia di semplice definizione, ma aiutano nella perimetrazione altre testimonianze più ampie. In una, in particolare, si legge che «furono operate interruzioni in altri tratti stradali, ferroviari, di linee telegrafiche e telefoniche e di energia elettrica. Furono incendiati isolati automezzi tedeschi transitanti fuori dalle mura cittadine. Queste azioni furono effettuate sul Monte Salviano e più di un autocarro fu assalito, distrutto e fatto precipitare al di sotto della scarpata. La stessa cosa veniva ripetuta nella strada provinciale per Corcumello e in quella per Cese. Si ricordano alcuni episodi: l’uccisione di un motociclista portaordini nei pressi dei Casali di Corcumello con un filo di ferro legato tra un albero e l’altro. La stessa cosa fu ripetuta nella strada provinciale in località “Trasolero” dove fu assalito un autocarro carico di carburante, in quell’occasione i tedeschi circondarono i Casali di Salustri, gli abitanti furono minacciati di fucilazione se non avessero rivelato i nomi dei colpevoli. Un pastore del luogo, D’Ascanio Antonio, forse unico testimone di quell’agguato, si congratulò con i partigiani e offrì loro una pecora». “Intensa attività di sabotaggio” viene testimoniata in particolare nel mese di aprile 1944 [9], con «taglio di fili lungo le linee Capistrello-Cappadocia e Capistrello-Tagliacozzo, interrotto anche il collegamento tra Civitella e Villetta Barrea; a Cappelle asportazione di 300 metri di filo di rame alle linee ad alta tensione. Lungo le strade: a Capistrello sono collocati rottami di vetro sulle rotabili; nella zona di Cerchio venne bloccata la strada con alberi abbattuti. Su automezzi: danneggiati in Avezzano 36 motori elettrici destinati al trasferimento in Germania; sabotati con taglio di gomme due automezzi in sosta in zona Cese; due vagoni ferroviari vennero fatti deragliare a Carrito “mediante l’applicazione di una scarpa di ferro sulle rotaie”. Segnalati anche assalti armati: a Civitella contro un autocarro tedesco con bombe a mano per poi prelevarne cibarie; nella zona di Madonna di Pietraquaria ad un automezzo causando la morte di due tedeschi…». Sul tema della resistenza non si può, poi, non citare la vicenda di Padre Antonio Tchang, ospitato e protetto a Cese dopo la rocambolesca fuga dal carcere di Avezzano, dove era stato portato dai Nazisti in seguito all’arresto per attività partigiana a Isola del Gran Sasso.

Dal lavoro di accertamento svolto dalle Commissioni regionali post-belliche si possono ricavare i nominativi delle persone alle quali sono state riconosciute le qualifiche spettanti ai partigiani[10] (al netto di successive revisioni). Le ricerche fatte sui cognomi maggiormente presenti a Cese[11] e sui sovra nominati hanno portato ad una prima lista, plausibilmente parziale e suscettibile di revisione, che però dà idea di un quadro certamente più ampio di quanto finora immaginato. Alcune persone originarie di Cese figurano, tra l’altro, negli schedari di altre commissioni regionali (Lazio, Umbria e Piemonte, nello specifico) o della commissione per il riconoscimento dei partigiani italiani all’estero. Su Mario Cipollone, nello specifico, sono disponibili alcuni particolari desunti dal foglio matricolare e riportati nell’approfondimento relativo ai reduci di guerra.

NomeCognomeData di nascitaPaternitàQualificaCommissioneNote
EnricoMarchionnis.d.DavidePatriotaAbruzzo16/01/1924
FrancescoMarchionni1927 mag. 24TancrediPatriotaAbruzzo23/05/1927
NoèMarchionni1916 mag. 14VincenzoPatriotaAbruzzo
UgoMarchionni1929 feb. 26VincenzoPatriotaAbruzzo
FrancoMarino1920 mag. 4DonatoPartigiano CombattenteAbruzzo
LuigiTorge1928 gen. 4RomeoPatriotaAbruzzo
GiuseppeCiciarelli1917 set. 6Pietro PaoloBenemeritoPiemonte14/09/1917
CarloMarchionni1905 mar. 2EnricoPartigiano CombattenteLazio04/03/1905
GiulioMarchionni1916 ago. 8PalmerioPartigiano CombattenteUmbria26/02/1916
MarioMarchionni1907 set. 2PalmerioPartigiano CombattenteUmbria09/02/1907
GiovanniPetracca1915 set. 24GiovanniPartigiano CombattenteLazio 
MarioCipollone1916LucianoPartigiano CombattenteEstero20/01/1916
GiuseppeTorges.d.LuigiPartigiano CombattenteEstero04/07/1915

Al di là dei limiti che queste ricerche portano con sé, è certamente importante testimoniare il valore del contributo dato alla lotta contro il nazifascismo e il riconoscimento di quei valori morali che hanno portato alla rinascita dell’intero Paese.

[1] Raffaele Bellini, “La verità sulla Rivolta Armata Lancianese del 5 e 6 ottobre 1943”. Lanciano Tipo Mancini, 1969.
[2] Costantino Di Sante, “Un giorno di fuoco. Settanta anni fa Bosco Martese”, Il Centro 24.09.2013.
[3] Maria Carla Di Giovacchino, “La Banda Palombaro nella Resistenza Abruzzese” (tesi).
[4] Al termine dell’iter di riconoscimento, la formazione partigiana Patrioti Marsicani risultò costituita da circa 300 elementi, di cui a circa 160 venne attribuita la qualifica di partigiano e ai restanti quella di patriota. Restando sempre nell’ambito del numero degli elementi della banda vanno segnalate però due diverse quantificazioni riportate dalle fonti di Nicola Palombaro e di Costantino Felice: per l’uno, in base ai ruolini, la banda era «formata da 368 elementi, di cui 217 militari, tra ufficiali e truppa», mentre per l’altro secondo lo «schema del colonnello Ezio De Michelis […], gli effettivi di questa banda ammonterebbero a 863». Con buona certezza queste discrepanze di dato sono spiegabili con la composizione variegata della formazione stessa che, più che una banda unitaria, fu una «galassia di gruppi (compreso quello di Popoli) difficilmente riconducibili, tanto dal lato organizzativo che operativo, a un’unica struttura centralizzata».
[5] Corrado Colacito, “La resistenza in Abruzzo: 1943-1944”.
[6] Fabrizio Nocera, “Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart”.
[7] ACS, Ricompart, Abruzzo, Banda Bandiera Rossa, relazione di Novelli Bruno. Cfr ivi, Patrioti Marsicani.
[8] Ivi, relazione personale di Marchionni Enrico dell’11 ottobre 1945. “Marchionni Enrico, nato ad Avezzano (AQ), ha svolto attività patriottica nella banda. Cfr. ivi, schedario patrioti; Marino Franco, nato a Caserta il 4 maggio 1920, sottotenente, ha svolto attività partigiana nella banda dal 01/10/43 al 10/06/44. Cfr. ivi, schedario partigiani”.
[9] Cfr. ACS, Ricompart, Abruzzo, Patrioti Marsicani, relazione De Feo-Salvadori.
[10] Già nei primi mesi dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), il governo Bonomi si attivò per il riconoscimento dei valori morali della guerra partigiana e l’assistenza agli ex combattenti. In particolare, con il d.l.l. del 9 novembre 1944 furono costituiti una Commissione nazionale e un Ufficio per i patrioti dell’Italia occupata e con il d.l.l. del 21 agosto 1945 si stabilirono dei criteri precisi per la concessione della qualifica di partigiano “caduto”, “combattente”, “invalido” o “mutilato” e della qualifica di “patriota” per tutti coloro che tra il 1943 e il 1945 avevano «collaborato o contribuito attivamente alla lotta di liberazione, sia militando nelle formazioni partigiane per un periodo minore di quello previsto, sia prestando costante e notevole aiuto alle formazioni partigiane». L’articolo 1, in particolare, disponeva la costituzione di 11 Commissioni regionali che avevano il compito di procedere all’accertamento e al riconoscimento delle qualifiche spettanti ai partigiani.
[11] “Partigiani d’Italia” https://partigianiditalia.cultura.gov.it/


<Articolo originale con estratti da O. e R. Cipollone “Padroni di niente” (2019)>


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