[Storia delle Cese n.199]
di Osvaldo e Roberto Cipollone
La zona montana delle “Peschie de Sant’Anna”, caratterizzata da estese formazioni rocciose, è stata a lungo utilizzata per l’estrazione di pietra soprattutto da parte degli scalpellini di Capistrello. I primi di cui è rimasta memoria hanno iniziato pochi anni dopo il fatidico terremoto del 1915, per la ricostruzione di abitazioni e strutture. Gli scalpellini capistrellani hanno poi continuato a lavorare in paese fino agli anni ’50 per la realizzazione di architravi, basamenti, scale in pietra, portali, ma anche di mangiatoie e abbeveratoi per gli animali. Solitamente si recavano alle Peschie assieme al committente e, dopo attenta valutazione, sceglievano personalmente l’elemento da estrarre a seconda della necessità. Servendosi di strumenti adatti, come enormi paletti in ferro e in legno stagionato, liberavano il blocco di pietra e lo facevano rotolare fino al ciglio della carrabile sottostante. Lo caricavano poi sulle tregge (le traglie, cioè i primi mezzi agricoli non provvisti di ruote e trainati dai buoi) e lo trasportavano fino alle abitazioni o alle stalle per la lavorazione. Gli abili scalpellini raggiungevano Cese a piedi o in groppa ai somari (i più fortunati in bici) per lavorare a giornata, ma solitamente pattuivano il compenso lavorando a cottimo o a forfait. Spesso barattavano il lavoro con remunerazioni in natura: una “coppetta” di granturco, oppure una certa quantità di legumi, sempre accompagnati da un fiasco di vino. Stabilito il compenso, si cimentavano nella dura fatica battendo con mazza e scalpello sulla pietra per modellarla o scavarla. A tale riguardo, va ricordato per inciso che anche l’artigiano che ha realizzato i portali in travertino ed il rosone della nostra chiesa, Tomassino Masci, è uno scultore di Capistrello.
Tornando all’estrazione della pietra alle Peschie de Sant’Anna, qualche decennio fa gli anziani riferivano che anche il Comune di Avezzano si era servito della stessa cava per i lavori di completamento e rifinitura di Via Corradini, nello specifico per i cigli posti a delimitazione dei marciapiedi. In particolare, per realizzare l’opera l’Amministrazione si era avvalsa del supporto di due carrettieri di Cese: ‘Minicuccio e Sirvino Cipollone. I nostri due compaesani, servendosi di appropriati carri agricoli trainati da possenti buoi, prestarono il proprio servizio anche per la ricostruzione di altri fabbricati. In questo secondo caso, si occuparono di trasportare i carichi di pietra prelevandoli anche più a Nord, verso Cappelle, in una cava prossima al luogo denominato “Casalo Spallato”, i cui ruderi erano ancora visibili, non molto tempo fa, a sinistra della curva che precede il “Casale Rosso” (ora “Casale Irti”).
Le cave del versante palentino del Salviano, ancora oggi note come “cava roscia” e “cava bianca”, sono state utilizzate anche all’interno di alcuni progetti attivati dall’Ente Fucino al fine di assumere operai locali per l’esecuzione di lavori pubblici. Si trattava, in particolare, dei “Cantieri Scuola”, per i quali erano previste lezioni tecniche e applicazioni in cantiere. Uno di quelli interessati dal progetto era la strada in uscita verso Corcumello (“la via dell’Ara”) e prevedeva, nella seconda fase, il posizionamento di una consistente base di pietre accostate strettamente l’una all’altra a mo’ di massicciata. Sulle stesse pietre venivano poi sistemati sassi, breccia ed infine uno strato di sabbia, in modo da rendere la strada piana e dotarla di scoli e banchine. La seconda squadra coinvolta nelle operazioni lavorava proprio sulla cava situata su Monte Salviano, alla fine della discesa e ai margini della strada tra Cese e Capistrello. Gli operai specializzati cavavano le pietre utilizzando picconi, palanchini e pesanti mazze di ferro; i grossi massi venivano poi frantumati per ricavarne pietre, sassi e breccia, materiale utile al riempimento dello strato grezzo del massetto. Un camion della ditta “Raganella” di Capistrello effettuava continui viaggi di carico e scarico, ma fungeva anche come mezzo assestante dell’opera. Il lavoro avanzava giorno dopo giorno poiché i dipendenti lavoravano alacremente, pur disponendo di alcune pause per l’apprendimento delle nozioni trasmesse dagli esperti. Tutti i lavoratori percepivano lo stesso salario che, seppur modesto (non superava le 500 lire giornaliere), per quel tempo era comunque una buona risorsa; oltre alla “paga”, fra l’altro, ai lavoratori veniva garantito un pasto giornaliero preparato da tre donne di Cese: Giuditta, Checchina e Antonina Bianchi.
Sull’origine storica dell’estrazione della pietra dalle cave del Salviano esistono due documenti di rilievo risalenti alla seconda metà dell’Ottocento. Il primo è estratto da una guida del 1864[1], in un paragrafo intitolato “Sbocco dell’emissario sotto Capistrello, cripte degli antichi operai, Valle di Roveto, Serra di S. Antonio, Cese e Monte Salviano”. In un passaggio relativo alla descrizione di Cese e della montagna si legge nello specifico: “Il monte Salviano è così appellato dalla molta salvia che insieme a mille altre erbe aromatiche vi germoglia. Ha nel seno, come si è detto, l’emissario del lago, e si pensa di aprirvi una galleria o traforo per la strada ferrata che da Ceprano ed Isoletta deve transitare per Sora ed Avezzano diretta all’Adriatico. La roccia calcarea compatta, che in gran parte lo compone, forma una cava di marmi candidi, co’ quali si fabbricano le sontuose facciate dei nuovi casamenti di Avezzano”. Dunque, già negli anni ’60 dell’800 le cave sopra a Cese venivano utilizzate per le costruzioni di Avezzano. Dal secondo documento a cui si è accennato si ricavano, poi, informazioni sull’appaltatore al quale era stata assegnata la concessione di sfruttamento della stessa cava. Si legge infatti nell’atto del 1869 conservato nell’archivio storico del Comune di Avezzano (“Domanda di alcuni cittadini della frazione Cese”): “Il sindaco ha fatto dar lettura di istanza avanzata da alcuni cittadini di Cese, che chiedono dal Municipio essere indennizzati dei danni che si arrecano dai scalpellini nei loro fondi per le cave di pietre necessarie pel basolato in questa Città, ed ha invitato il Consiglio a deliberare. Il Consiglio, intesa la lettura della domanda succitata, considerando che il Comune non ha alcun interesse per le cave di pietra nella contrada Roveto tenimento di Cese, dal perché è chiamato a provvedere le pietre stesse pel basolato di questo Comune l’Appaltatore Sig. Luigi Giova giusta il contratto, ad unanimità non trova luogo a deliberare sulla domanda sudetta”. Agli abitanti di Cese che chiedevano di essere indennizzati per la parte di loro competenza (relativa plausibilmente a passaggi su terreni di proprietà, taglio di piante, danni causati dalla ditta), l’Amministrazione rispondeva dunque di rivolgersi direttamente all’appaltatore. La richiesta dei nostri compaesani del tempo, però, conferma che le attività estrattive nelle cave del versante palentino del Salviano erano attive già nella seconda metà dell’800.
In altri scritti si fa riferimento ad un più antico utilizzo della pietra estratta in loco, con specifico riguardo alle lapidi monumentali risalenti al tempo degli antichi Romani (“Ne’ dintorni fu scavato il marmo colla scritta, perché corrosa, variamente edita dal Feboni e dal Gudio, e dalla quale si rammenta un L. Tizio curatore del tempio di Giove Statore e dell’annona”). Nel tempo, l’interesse verso la pietra della nostra montagna (non a casa denominata “monte delle pietre” in alcune carte) si è dapprima diffuso e allargato, fino alle concessioni estrattive dell’800 e all’attività degli scalpellini durata fino alla prima metà del ‘900, per poi spegnersi negli ultimi decenni e riemergere in alcuni progetti di recupero. Uno, in particolare, è individuabile nel “Piano di assetto naturalistico della Riserva naturale regionale guidata Monte Salviano”. Con riferimento al versante palentino della Riserva, infatti, vi si ritrova, oltre alla realizzazione di un vivaio autoctono e alla costruzione di un centro-visite, il “recupero di una delle due cave di pietra dismesse”. In attesa di possibili sviluppi in tale direzione, restano fortunatamente storie “di pietra” da conservare nella memoria comune.
[1] “Nuova guida storica, artistica , geologica ed antiquaria da Roma a Tivoli e Subiaco alla grotta di Collepardo alle Valli dell’Amsanto ed al Lago Fucino per Fabio Gori membro dell’instituto di corrispondenza archeologica socio dell’accademia de’ Quiriti ecc.” – Parte quarta, Roma Tipografia delle belle arti 1864
<Rielaborato da due articoli pubblicati su La Voce delle Cese (192-2022 e 212-2024) arricchiti da ricerche d’archivio>

