[Storia delle Cese n.174]
da Osvaldo Cipollone
Come ben noto, l’antica chiesa di Cese è stata totalmente distrutta dal terremoto del 13 gennaio 1915, che – accanto a tante anime – ha seppellito sotto le macerie diversi tesori artistici, lasciando al presente solo piccole tracce o preziosi frammenti di antichi simboli sacri. Ricostruita pressappoco dove si trovava quella antica, l’attuale chiesa parrocchiale ha dovuto vivere non poche difficoltà, non solo economiche, prima di essere edificata. Iniziata nel 1934, dopo lungaggini durate parecchi anni, la chiesa è stata inaugurata dodici anni dopo, il 22 dicembre del 1946, sebbene non completamente ultimata. L’iter di ricostruzione era stato avviato addirittura nel 1928, stando ad una lettera inviata al Vescovo dall’allora parroco don Vittorio Braccioni nella quale si legge: “Cese, 2 aprile 1930. Eccellenza Reverendissima, mi pregio notificarle che la pratica e il progetto per questa Chiesa Parrocchiale trovansi presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici cui furono rimessi dal Genio Civile in data 13 agosto 1928, completi di tutti gli allegati (stima, domanda, computo metrico, analisi dei prezzi etc.). Con profonda osservanza dell’Eccellenza Vostra, umilissimo e devotissimo Vittorio Braccioni Parroco di Cese” (lettera originale).
Tra il 1945 ed il 1947 si sarebbero poi susseguite diverse richieste ed istanze, relative sia all’assegnazione di aree edificabili in permuta di quelle espropriate per la ricostruzione dell’edificio sacro, sia al riconoscimento di fondi per la riparazione dei danni bellici, sia – ancora – all’ultimazione dei lavori successivi all’inaugurazione del 1946. Posteriori a quest’ultima sono infatti la facciata, la scalinata, il pavimento, le balaustre, gli altari, le nicchie per i santi e la sagrestia. Inizialmente, come testimoniato, le pareti esterne non erano rifinite e c’erano solo due porte, quella alla destra della facciata principale e quella vicino al campanile. La chiesa attuale è a tre navate, quella centrale è più alta delle laterali ed ha otto finestre su ogni lato con arco a tutto sesto. Le navate laterali hanno un piccolo altare sulla parete di fondo con le statue del Sacro Cuore e dell’Addolorata; sono state invertite di posizione nel 2000, anno in cui è stata ricavata, sotto l’altare di destra, un’urna trasparente che contiene l’immagine del Cristo morto. Su ogni parete laterale vi sono due finestre e quattro nicchie per i santi. L’abside, restaurata nel 1965 dal pittore Orlando Vietri, è ornata da motivi orientaleggianti, a mo’ di stoffa di damasco; al centro è il tabernacolo, e sopra una nicchia fra due figure di angeli che sembrano elevare l’immagine della Madonna (copia dell’opera originale di Andrea De Litio). Originariamente l’abside riceveva luce da tre grandi finestroni, chiusi nel 1966 per permettere la costruzione della sala parrocchiale e della casa canonica, ultimate nel 1969 a ridosso della chiesa stessa. Il catino absidale è abbellito da finte lesene che convergono in alto, verso la figura della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Al suo interno e per tutta la navata centrale corre un fregio in stile ellenico, sovrastato da una decorazione in finto rilievo. Nell’abside è murata una piccola campana che ha resistito al terremoto e che tuttora viene suonata prima che inizi la messa, come è di costume a Cese. L’altare maggiore, la sede ed i gradini sono in marmo bianco; parte del materiale è quello del maestoso altare posto in opera con i due laterali nel 1950, a definitivo completamento della chiesa. Nel 1975 il presbiterio e l’altare sono stati trasformati in modo da conformarli alle direttive del Concilio. Nello stesso anno i muri perimetrali e tutte le colonne sono stati rivestiti con lastre di travertino oniciato. L’abside, le due colonne della balaustra ed i muri a ridosso degli altari sono stati invece rivestiti con lastre di pietra pregiata del Marocco alte un metro e mezzo. Nel 1975 è stato anche disfatto il pavimento in mattonelle per sostituirlo con uno in pietra di Trani, mentre il corridoio centrale, il pavimento del presbiterio e quello della sacrestia sono stati rivestiti in pietra rossa. Nel 1979 sono state elettrificate le campane. Il 21 settembre del 1986 è stato posto sulla facciata principale, precisamente dove si trovava un rosone a vetri che dava luce all’interno, un mosaico che riproduceva l’artistica Immagine della Madonna del De Litio. Il 18 agosto del 1991, invece, nella parte interna dove era l’originario rosone è stata collocata l’opera di Mario Petracca raffigurante la scena evangelica delle Beatitudini. Il 18 maggio 2002 è stato installato nel campanile un sistema computerizzato che, fra le altre funzioni, permette alle campane di scandire il tempo nelle ore diurne. Già allora erano evidenti alcuni problemi a cui era necessario porre rimedio. “In questi ultimi tempi – scriveva lo stesso autore – la chiesa parrocchiale comincia a manifestare inevitabilmente i segni del suo mezzo secolo di vita; si notano, infatti, alcune macchie causate da infiltrazioni d’acqua e crepe di varia natura. Da una prima ispezione tecnica effettuata recentemente, sembra che alcuni legni che sostengono il tetto siano stati attaccati da un parassita che ne sta compromettendo la tenuta. In attesa di relativi esiti, si stanno studiando misure atte a garantire la stabilità della chiesa e l’incolumità dei parrocchiani”. In seguito, tra il 2006 e il 2007, sono stati eseguiti importanti lavori di rifacimento del tetto in legno con sostituzione del manto di copertura in laterizio. Nel corso dello stesso intervento, è stata sostituita l’intera pavimentazione, sono state rimosse le lastre di pietra di rivestimento ed è stata rinnovata l’intera pittura interna, incluse le decorazioni dell’abside, delle pareti, del soffitto e degli altari laterali. Tra l’altro, una parte delle stesse decorazioni è stata poi rimossa, plausibilmente su richiesta delle autorità di soprintendenza (qui alcune fotografie comparse per un breve periodo sul sito web dell’impresa affidataria e poi rimosse); l’effetto finale è risultato così una sorta di compromesso stilistico soggetto, come sempre, a critiche e giudizi contrastanti (si ricorda a riguardo un incisivo commento ironico scritto in dialetto da Renzo Cipollone). Altre decorazioni sono state aggiunte o modificate negli ultimi anni, così come la disposizione del tabernacolo (tornato al centro dell’altare solo recentemente) e altre variazioni minori.
Come specificato, ad ogni modo, la ricostruzione dell’edificio sacro ha subito un lungo e sofferto travaglio burocratico, tecnico ed economico; questo anche per conflittualità derivanti da beghe e congetture fra opposte fazioni, allorché la realizzazione del progetto venne affidata all’ingegnere Buldrini di Roma[1] e le mansioni di assistente dei lavori a Marimpietri di Corcumello. Le ostilità, molto probabilmente, erano motivate anche dal fatto che a Cese c’era un giovane di belle speranze, l’ingegner Ciciarelli (figlio di un valido “mastro impresario”) che aveva presentato un progetto più economico. Iniziati comunque i lavori di scavo, vennero alla luce diverse bare contenenti resti umani; la cosa poteva bloccare il tutto già sul nascere, ma a quel punto si decise di ricoprire i resti e realizzare il basamento. Subito si registrarono manifestazioni di protesta da parte dei dissidenti; si prepararono vere e proprie rappresentazioni farsesche (chiamate in gergo “sàtare”) con lo scopo di criticare lo stesso progetto di ricostruzione, che veniva portato avanti anche grazie all’offerta dei raccolti della terra come grano, patate, granturco ed altro. Proprio per quest’ultimo motivo, i versi recitati in vernacolo dagli “attori” suonavano all’incirca così: “Co’ llo raneturco ci disegnano le campane; jo pavimento jo fao co’ lle scòppe delle patane”. Coloro che osteggiavano le scelte adottate pensarono bene di issare anche un cartello con una scritta sarcastica che recitava: “La chiesa di Cese verrà inaugurata il 39 maggio dell’anno…” (cioè mai). Passato però il primo impatto e superati i problemi iniziali, in seguito tutti dettero il proprio contributo, in danaro o con giornate lavorative, in modo da andare oltre divisioni e diffidenze. La manodopera, oltre ad avvalersi dell’apporto di validi lavoratori, non poteva fare a meno del servizio delle donne e di giovanissimi chierichetti che, come potevano, si prestavano all’opera; così si è “cementato” ancor più quello spirito di altruismo e dedizione che da sempre anima il nostro paese.
[1] Come visto, il progetto iniziale era diverso da quello in seguito realizzato e si basava su uno schema comune a molte delle chiese ricostruite dopo il terremoto.
<Rielaborato da O. Cipollone, “Orme di un borgo” (2002) e arricchito dalle fonti editoriali ed archivistiche indicate >



























