[Storia delle Cese n.215]
da Fiorenzo Amiconi e Fulvio D’Amore
Lo scenario della Marsica della seconda metà del Settecento è caratterizzato da grandi conflitti per spazi contesi, liti per il controllo del territorio, conflittualità per i beni comunali, dei feudi, degli ecclesiastici, per i confini giurisdizionali e per i pascoli. Dalle fonti archivistiche emergono sanguinose faide locali che videro contrapposti vari soggetti del posto. Coinvolti in prima persona, in un caso particolare, furono Carlo e Giuseppe Tomei, implicati con le loro famiglie per affermare i diritti di caccia su tutto il territorio di Cese (1773), proprio quando una furiosa rissa scoppiò nella piazza del piccolo borgo, lasciando a terra contusi e feriti[1].
Un paio di decenni più tardi, invece, gli episodi di conflitto sarebbero stati legati più marcatamente all’attività dei banditi, d’impatto diffuso in tutta la Marsica in quel particolare periodo. Già prima degli avvenimenti politici, sociali e militari degli anni 1798 e 1799, i re Borboni dimostravano di avere costantemente problemi a controllare in maniera efficace la criminalità banditesca, particolarmente diffusa nelle province periferiche, tra cui appunto quelle abruzzesi. Una delle comitive armate più pericolose nel periodo trattato era quella dei fratelli Gaetano e Panfilo Pronio di Introdacqua, affiancata da Ferdinando Leone di Caporciano e Giovanni (o Nicola) Cellini di Raiano, detto «Sagristanello». Nel 1792 la banda stava terrorizzando la Valle Peligna e la Marsica, controllando i maggiori passi montani per sorprendere ricchi mercanti e commercianti che si recavano a Pescara, nel Casertano o verso lo Stato pontificio. Il 15 luglio di quell’anno, la mala sorte toccò ad Angelo Panella di Luco dei Marsi e ad alcuni garzoni che lo scortavano armati. Mentre stava tornando dallo Stato pontificio «dove erasi portato a vendere il pesce», si vide sbarrare la strada in prossimità di Canistro (Serra di S. Antonio) da «tre persone armate di schioppo, pistole e pugnali». Senza proferire parola i rapinatori li costrinsero a entrare in una fitta boscaglia per poi farli sdraiare tutti con la faccia a terra. Uno dei pescatori fece resistenza buscandosi, così, una coltellata. Tra i sequestrati si trovava anche Francesco Arioli di Cese, due uomini di Filettino e sette donne di Canistro, che si erano unite ai viaggiatori, provenienti dall’Agro romano dopo i lavori stagionali. I tre banditi furono: Domenicantonio Occili, Pietrantonio Perna e Berardino Volpe, appartenenti alla banda di Introdacqua[2].
Nel 1798 iniziò l’occupazione militare della regione abruzzese da parte dei Francesi, che da Pescara marciarono a Sulmona per poi proseguire verso Napoli. In quel frangente, gli abruzzesi rimasero in generale fedeli ai Borboni e iniziarono ad armarsi spontaneamente e ad aggregarsi in piccole bande attorno ai cosiddetti “capimassa”. D’altra parte, dopo essere stato sconfitto dalle truppe francesi e prima di fuggire da Roma verso la più sicura sede di Palermo, il Re Ferdinando stesso aveva lanciato agli abruzzesi il famoso proclama dell’8 dicembre 1798, nel quale, chiamandoli “miei bravi Sanniti”, li invitava a difendere i confini del regno stesso “per conservare a voi quanto avete di più caro, la religione, l’onore delle vostre mogli e delle vostre sorelle, la vostra vita e la vostra roba”[3]. I contadini continuarono così a riunirsi in “masse” costituite in ogni paese, ognuna sotto la guida dei citati “capi-massa”, i più noti dei quali erano, oltre a Padre Domizio Iacobucci (alias “Fra’ Diavolo”), nativo di Aielli e capo-massa di Scurcola, Francesco Marinacci di Collarmele, Angelo Maria Petricca di Magliano e Matteo Novelli di Avezzano. “Il P.[adre] Domizio sento, che siasi portato da buon soldato, ma in conseguenza da cattivo Frate a deporre l’abito, e volendo fare quel che fece non poteva fare a meno. Di lui si valse il Colonnello Salomone per Araldo, avendo a parlamentare coll’inimico, e mi dicono, che eseguisse coraggiosamente la sua missione” [4]. “In Magliano de’ Marsi si distinse come capo reazionario Angelo Maria Petricca, il quale, tornato in patria appena disciolto l’antico esercito, […] riunì in massa non solo la popolazione del suo paese natio, ma anche le altre dei villaggi vicini e, postosi alla testa di essa, impedì che in que’ luoghi avvenissero disordini e saccheggi. In Avezzano la maggior parte degli abitanti si pose in armi sotto il comando di Matteo Novelli ed accorsero a Capistrello, a Celano, a Cappelle e ad altri luoghi per opporsi alle mosse del nemico”[5]. In molti casi, tuttavia, le marce delle “masse” si macchiarono di saccheggi, ruberie e disordini e, specialmente in seguito alla proclamazione della Repubblica Partenopea (22-23 gennaio 1799), la Marsica visse un periodo di totale “anarchia” caratterizzata da scorrerie, incendi, uccisioni e vendette personali che presero il sopravvento sulle motivazioni di carattere patriottico[6]. Queste, tuttavia, resistettero in diverse forme, anche religiose; l’attaccamento della popolazione avezzanese, in particolare, verso la Casa Borbonica si evince chiaramente da un atto del notaio Benedetto Spina datato 18 Febbraio 1799 nel quale viene formalizzato il trasporto della statua della Madonna di Pietraquaria dalla “Chiesa eretta nella Somità d[e]l piccolo M[on]te, corrispondente alla T[er]ra delle Cese” alla collegiata di San Bartolomeo[7], in difesa da coloro che “cercano di distruggere la vera fede Cattolica, conculcando Chiese, ed Altari p[er] distruggere la Religione, inducendo un vero Ateismo”.
Tutto cambiò, tuttavia, solo pochi anni dopo, quando i funzionari locali si scoprirono filo-francesi e diedero vita ad un’intensa attività di indagine e informazione, come dimostra la lettera inviata il 19 Maggio 1806 da Don Aurelio Mattei, diventato “Comandante la truppa Civica in Avezzano”, al generale francese Gaulus, per relazionarlo sui movimenti degli insorgenti, ex commilitoni dello stesso Mattei, ora denominati “briganti”. In tutta la provincia si iniziarono a cercare notizie sui movimenti dei filo-borbonici e in tal senso divennero frequenti le richieste di aggiornamento da parte delle “università” locali circa gli allontanamenti di civili dall’abitato e gli eventuali episodi di scontro con i “briganti”. In un documento del novembre 1806, in particolare, il cancelliere dell’Università delle Cese, il notaio Felice Antonio Cosimati, dà conto di un episodio accaduto al compaesano Giovan Battista de Amicisi e relaziona su due persone mancanti dal paese[8].
“ Regimento dell’Università delle Cese (1) 22 9[novem]bre 1806
In esecuz.[ion]e Noi So[ttoscritti] Amm.[inistrato]ri, Parroco, e Benestanti di questa Università delle Cese testifichiamo, e co giuram.[en]to; da Rattificato dichiariamo, quale.[ent]e nella Med:[esim]a non vi è stato, ne vi è Capo Massa, ne Brigante di sorta verunna, e tampoco Persone ad essi aderente, ed attaccata / Non vi anno dimostro, ne passate Masse di sorte, verunna, e per conseguenza non vi è stato danno cagionato da Med:[esim]e Solam.[ent]e il Mag.[nifi]co Gio:[van]Batista/de Amicis essendosi incontro a mandare alla mola in Castello a Fiume nel giorno, che la Massa de Briganti partì da Capistrello, e portarsi in Corcumello, p[er] d:[ett]a strada gli fù dalla med:[esim]a tolto un Somaro. Testifichiamo inoltre, che, in questo Paese non vi sono Persone assenti. Mangano soltanto due Persone da circa un’anno [sic] a questa parte, cioè un tal Simone di Pietro, che per miseria si partì per andar limosinando per il Mondo, ed un tal Angelo Sante Bianchi, il quale si vuole andato a faticare nell’Agro Romano. Onde per la verità abbiamo fatta la presente scritta dal nostro Ord.[inari]o Canc.[elliere] da Noi sottoscritta, e munita col popolar Sigillo in fede. + Segno di croce di Angelo Santi Matteo Amm.[inistrator]e Io Gio:[van]Battista de Amicis Amm.[inistrator]e Io D.[on] Felice Can.[noni]co Corradini Parroco attesto come sopra Io Filippo Tomei (al margine destro è impresso il sigillo ovale dell’università delle Cese n.d.a.)
N.[ota]r Felice Ant.[oni]o Cosimati Canc.[ellier]e”
Cosa era cambiato? L’insorgenza avvenuta nel 1798-1799 aveva visto la partecipazione di tutti gli strati sociali. Nel 1806 invece, durante la seconda occupazione del Regno, gli equilibri erano cambiati anche perché molti tra gli anti-francesi erano passati alla sponda opposta, accettando le condizioni degli invasori. Alle insorgenze iniziate il 23 marzo 1806, tra cui quella di Celano (che replicò la sollevazione contro i Francesi anche il 19 settembre dello stesso anno), non partecipò “nessun cittadino di Collarmele, Forme, Cese, Poggio Filippo, Ortucchio, Rovere, Antrosano e Bisegna”, come si evince dalle varie lettere che l’Intendente dell’Aquila inviò a tutti i comuni come puro atto investigativo. In questo stesso periodo iniziarono i movimenti in uscita che possono considerarsi come gli antesignani delle oceaniche emigrazioni che avrebbero segnato indelebilmente la Marsica specialmente alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. Proprio nel 1806 “4 persone partirono da questa nostra Padria (Forme, ndr) […] per andare a lavorare nell’Agro Romano per guadagnarsi il pane, e ritorneranno, siccome il solito dentro il Mese del venturo Giugno 1807, più o meno. Siccome trovano il lavoro[…]”; da Cese 2 persone; […] da Ortona dei Marsi partirono 27 persone “[…] per l’Agro Romano per soliti Lavori Agrarii”; […] da Celano 6 persone sono “partite per la Puglia a Lavorare”[9]. Di fatto, i ricchi possidenti locali accettarono gli svariati compromessi imposti dai Francesi e per questo abbandonarono alla propria sorte i contadini abruzzesi che sino ad allora avevano combattuto con coraggio sulle loro ripide montagne. I Francesi usarono da allora chiamare le masse organizzate di contadini con il nome di “briganti”; con questo appellativo essi volevano a tutti i costi criminalizzare la controparte, ridicolizzarla, renderla agli occhi di tutti sovversiva e terrorista. I briganti erano perciò per i Francesi coloro che congiuravano contro lo Stato contestandone la legittima esistenza[10].
[1] La fonte d’archivio è in questo caso: Archivio Diocesano dei Marsi, Fondo C, b.44, fasc.1001, Cese 1773. https://www.terremarsicane.it/i-beni-comunali-come-problema-dinterferenza-pubblica-privata-ed-ecclesiastica-1773-1781/
[2] https://www.terremarsicane.it/la-recrudescenza-del-banditismo-sotto-ferdinando-iv-complicita-equivoci-e-conflitti-di-competenze-1792/
[3] “Nell’atto ch’Io sono qui nella capitale del mondo cristiano a rimettervi la nostra sacrosanta religione, che coloro, i quali dicono sempre di voler rispettare, hanno distrutto e rovesciato dai fondamenti; i francesi, co’ quali ho fatto di tutto per vivere in pace, minacciano di voler penetrare nel regno degli Abruzzi. Io accorrerò tra breve con un forte e numeroso esercito a difendervi, ma intanto armatevi, e opponete al nemico, nel caso che avesse l’ardimento di passare i confini, la più valida e coraggiosa difesa. Armatevi e marciate contro di lui. Sostenete la vostra religione, sostenete il vostro padre, e re, che espone per voi la propria vita, e ch’è pronto a sacrificarla per la vostra difesa, e per conservare a voi quanto avete di più caro, la religione, l’onore delle vostre mogli e delle vostre sorelle, la vostra vita e la vostra roba. Ricordatevi, miei cari abruzzesi, che siete Sanniti, e che avete sempre date chiare riprove del vostro valore e della vostra fedeltà. Son sicuro che tutti quanti siete vi difenderete bravamente. Ma chiunque fuggirà sappia che non eviterà il pericolo, anzi lo affronterà indubitamente, perché deve alla perdita dell’onore, se sarà trattato dai comandanti militari, e regi ministri, come ribelle alla corona dello Stato. Chi ha coraggio non sarà mai vinto da quei che hanno dimostrato la più vergognosa timidezza. Pensate che voi avete a difendere il proprio paese, che la natura stessa difende con le vostre montagne, dove nessuna armata si è mai avanzata senza trovarvi il sepolcro. Pensate, abruzzesi, che voi nelle vostre provincie siete settecento mille abitanti, e che non dovete farvi soggiogare da qualche migliaio di nemici. Voi più che ogni altro avete dovuto vedere lo stato di miseria nel quale sono i romani. L’inimico gli ha tolto tutto, niente gli resta che la propria disperazione, e la fiducia che hanno in Dio ed in me. Coraggio, bravi Sanniti, coraggio paesani miei, armatevi, correte sotto i miei stendardi: unitevi sotto i capi militari, che sono ne’ luoghi più vicini a voi, accorrete con tutte le vostre armi, invocate Iddio, combattete e siate certi di vincere. Ferdinando”.
[4] https://www.terremarsicane.it/padre-domizio-iacobucci-alias-fra-diavolo-1769/
[5] Domenico Lugini, “Memorie storiche della Regione Equicola, ora Cicolano”, 1907.
[6] https://www.terremarsicane.it/la-strage-di-avezzano-20-settembre-1806/
[7] Si legge nell’atto notarile: “[…] stantino le p[rese]nti circostanze angustie, in cui trovasi questo n[ost]ro Regno di Napoli, per essersi in essa intrusa la Nazione Francese, disseminando il veleno de Giacobini, sotto il mito di Libertà, ed eguaglianza, cercano di distruggere la vera fede Cattolica, conculcando Chiese, ed Altari p[er] distruggere la Religione, inducendo un vero Ateismo: Ed essendosi fatte varie preghiere, perché il Sig.[no]re Iddio ci liberi da tale nazione; e da Gente/ad essa aderente; si è Stimato da tu[t]to il Pubblico à viva voce, di ricorrere all’intercessione, della Vergine S[antis]S[i]ma, sotto il titolo d[el]la Madonna di Pietraquaria tante volte sperimentata propizia all’Uni[versi]tà di questo Publico, e che con gran fede si venera nella Chiesa Sotto Simil Titolo, eretta nella Somità d[e]l piccolo M[on]te, corrispondente alla T[er]ra delle Cese; e che a tal’effetto, precedente il consenso d[e]l R[everen]do Capitolo, e Canonici di questa Regal Collegiata chiesa di S. Bartolomeo è stata trasportata la d.[ett]a insigne Collegiata, con Magnifico apparato di Cera, nell’Altare Magiore, e collocati li Ritratti del n[ost]ro Sovrano e della Regina p[er] rimostranza d[e]lla fedeltà di essa Popolaz.[io]ne per […] maggiormente venerarsi, e pregarsi da tutto il Popolo, e riportarsi la grazia desiderata: Che però stante d:[ett]o trasporto, come sopra fatto, di d.[ett]a Sagra Imagine, soltanto p[er] simile urgenza; ed acciò la Popolazione Resta certa, che sarà riportata, e Ricollocata nella sua propria Chiesa; si obligano dd.[detti] Mag[nifi]ci Sindaci, e Amministratori in Solidum, doppo il lasso di giorni qui[n]dici da oggi, quella di riportare in d.[ett]a propria Chiesa, e ricollocarla nel proprio Altare con ogni debita Riverenza, e pompa, altrimenti esserne astretti Realm[ent]e, e personalm[ent]e; e così eseguita in d.[ett]o nome; obligano p[er] l’osservanza loro stessi, Beni, e successori[…]” https://www.terremarsicane.it/avezzano-durante-linvasione-farncese-1798-99-e-1806-1813/
[8] https://www.terremarsicane.it/insorgenze-nella-provincia-dellaquila-la-marsica-1806-1812-iv-parte/
[9] https://www.terremarsicane.it/storia-nella-marsica-nel-settecento/
[10] Con decreto imperiale 30 marzo 1806 Napoleone aveva affidato la corona del Regno di Napoli, dichiarato indipendente, al fratello Giuseppe Bonaparte. Con la legge 8 agosto 1806 si organizzava il territorio del Regno di Napoli in quattro dipartimenti: Terra di Lavoro, Capitanata, Abruzzo e Calabria, e questi in tredici province, Napoli, tre Abruzzi, due Calabrie, due Principati, Terra di Lavoro, Capitanata, Bari, Otranto e Basilicata; … veniva uniformata l’organizzazione dei comuni, con sindaci, amministratori e Consigli comunali (Decurionati) eletti dalle assemblee o parlamenti comunali (poi sorteggiati tra i proprietari locali, in base alla legge 18 ott. 1806), anche se rigidamente controllati dalle amministrazioni di livello superiore.
<Articolo rielaborato sui testi citati in nota>

