[Storia delle Cese n.216]
di Roberto e Osvaldo Cipollone
Il legame di “comparanza”, o “comparatico” secondo il dizionario italiano, ha caratteristiche che lo approssimano ad una vera e propria parentela, quando non sono già presenti legami di sangue tra i “compari” e le “comari”, o lo caratterizzano come un rafforzativo familiare e di relazione, quando il legame parentelare è già esistente. In tutti i casi, si tratta di un vincolo affettivo di ampia rilevanza che affonda le proprie radici nelle antiche consuetudini legate a forme strutturate di relazione, affinità e reciprocità che assumevano ancora maggior valore nelle piccole realtà locali[1]. La “comparanza”, infatti, formalizzava un legame inscindibile, sacralizzato, che andava oltre l’amicizia profonda o le relazioni di sangue per arrivare a costituire una vera e propria alleanza tra persone e famiglie. Il valore sacro e inviolabile del comparatico era in particolare legato alla sua connessione diretta con i sacramenti religiosi. I padrini e le madrine di Battesimo, nello specifico, erano detti “compari di San Giovanni” (“compari de San Giuànni”, a Cese), con ovvio riferimento alla figura di San Giovanni Battista; padrino e madrina di Cresima avevano la stessa denominazione, in linea con il carattere di “Confermazione” del sacramento rispetto al Battesimo. I testimoni di matrimonio, invece, a Cese erano detti “compari de nozze” (in altri paesi anche “compari di anello”) ed erano equiparati a padrini e madrine dei sacramenti d’iniziazione cristiana[2]. Il rapporto tra padrini e “figliocci” di Battesimo[3], in particolare, veniva spesso perpetuato nel tempo, secondo una reciprocità che conservava il vincolo esistente e rinverdiva legami a volte antichissimi tra i membri delle famiglie coinvolte. La scelta dei “compari de San Giuanni” (e, più raramente, dei “compari de nozze”) era dunque legata molto spesso al “rispetto” che si doveva verso l’altra famiglia, anche in virtù di precedenti “comparanze” già stabilite. Queste davano dunque luogo a relazioni con più ceppi familiari, proprio perché discendevano da riti, circostanze e sacramenti che risalivano a nonni, genitori, consanguinei e persone rientranti in un’ampia cerchia di relazioni.
Il legame, oltre a contemplare rapporti cordiali e di rispetto, coinvolgeva di fatto l’intera quotidianità, dall’aiuto reciproco al conforto alla frequentazione costante, e aveva anche importanti aspetti esteriori e di formalità, primo fra tutti quello del saluto, particolarmente rilevante soprattutto tra gli uomini. Quando due compari s’incontravano per strada, infatti, oltre a scambiarsi il tipico “Bbongiorno / BBonasera, compa’”, erano soliti sollevare leggermente il cappello (la coppola) e rimetterlo sul capo in segno di omaggio e reciproco riguardo. In quest’ottica di assoluto rispetto, un’eventuale offesa (o azione ritenuta tale) veniva considerata al pari di uno sgarro che in qualche modo doveva essere sanato, se si voleva evitare la rottura definitiva. Il “rispetto”, inteso come atto dovuto di coinvolgimento, partecipazione e invito, assumeva un’importanza particolare soprattutto in corrispondenza di cerimonie, ricorrenze e feste. In occasione dei battesimi, ad esempio, oltre ai familiari venivano invitati sempre i compari consolidati nel tempo o “di nuova generazione”. Durante il banchetto, ai parenti ed ai compari veniva riservato il tavolo principale, con i piatti e le porzioni più abbondanti e prelibate. Per la Prima Comunione, pur non essendo prevista la presenza di padrini e madrine, i compari di battesimo venivano comunque coinvolti per il dovuto rispetto. Nel giorno della cerimonia, così come in quello della Cresima, durante il tempo intercorrente tra la fine della celebrazione ed il pranzo di festa, comunicandi e cresimandi dovevano raggiungere le abitazioni dei nonni, degli zii e, appunto, dei compari, con il “vestito buono” e il nastro bianco a forma di croce legato al braccio (nel caso della cresima). Era questo un omaggio sentito e dovuto verso le persone di rilievo in ambito familiare, alle quali si usava baciare la mano e dalle quali si riceveva un modesto presente come un dolcetto, un frutto oppure del denaro. Il coinvolgimento era, se possibile, ancor più sentito in occasione del matrimonio, che i compari e le commari seguivano praticamente in tutte le fasi, con maggior impegno diretto nella preparazione del corredo e nelle ritualità di avvicinamento e di accompagnamento, come riportato da diversi testimoni del tempo. Maria Cipollone “de Casciaro”, ad esempio, ricordava che la sera dell’apprezzo la sposa preparava la cena per entrambe le famiglie e che agli sposi si usava portare il classico canistro che poteva contenere parti di agnello, polli, vino, pagnotte di pane e altri beni, oltre alla pasta lunga avvolta in cartapaglia. In visione del matrimonio, infatti, i compari “de San Giuanni”, i parenti più stretti e gli invitati al pranzo regalavano ai genitori prodotti di largo consumo utili al banchetto, contribuendo così ad alleviare l’impegno economico della famiglia; i compari “de San Ggiuanni”, in particolare, dovevano anche preparare la pizza dorge per il pranzo di nozze, che si faceva quasi sempre in casa. Molti anziani, tra cui Cornelio Di Giamberardino, sottolineavano a riguardo che il pranzo era sempre straordinario, con portate numerose e pietanze saporite e abbondanti, e che si prestava molta attenzione ad invitare, oltre a tutta la parentela, soprattutto i compari “de San Ggiuanni”.
Quando il rapporto era integro, il coinvolgimento di compari e commari era dunque una costante imprescindibile, sia nelle occasioni di festa che in quelle meno felici. La presenza, l’assistenza e la vicinanza in caso di malattia o di lutto erano sempre garantite come forma di conforto e di partecipazione al momento, così come accadeva per il sostegno materiale in caso di difficoltà economiche. L’aiuto nelle attività lavorative era poi scontato, se si considera che molti lavori agricoli necessitavano di un buon numero di braccia, di animali e di mezzi, e che alcune attività domestiche e di allevamento venivano spesso svolte da più donne “di famiglia”. Un’occasione del tutto particolare era legata al “rito” dell’uccisione del maiale. I parenti e i compari, infatti, coadiuvavano il proprietario e l’esperto di turno durante tutte le fasi del processo, fino al sezionamento (lo sparti’), che avveniva solitamente il giorno successivo all’uccisione e che era accompagnato sempre da un pranzo a base di patate e costolette arrosto “annaffiate” da vino paesano. La comparanza deteneva un proprio peso anche nella scelta del nome dei nuovi nati (magari solo in forma di “desiderata”), sebbene i fattori primari fossero spesso quelli del ricordo familiare, della particolare devozione ai Santi e alla Vergine Maria e dell’onomastica. A tale riguardo, si può far qui riferimento alla ricorrenza di San Giovanni Battista (24 giugno), frequentemente associata al comparatico in molte zone d’Italia. Soprattutto in passato, infatti, nel giorno di San Giovanni si potevano istituire anche comparanze più informali, specialmente tra ragazze, che si scambiavano mazzolini di fiori impegnandosi reciprocamente in un’amicizia indissolubile[4]. A Cese tale consuetudine non trova traccia nelle testimonianze orali, come è invece per un altro tipo di comparanza informale “celebrata” presso il Santuario della SS. Trinità di Vallepietra. “A quei tempi”, raccontava ad esempio Elena Guidoni, “all’acqua della Trinità ci si faceva pure compari. Ci si bagnavano le mani con l’acqua che usciva dalla roccia e si diceva che così si diventava compari; mia mamma con la commare Polisia si chiamavano commari perché ci si erano fatte lì”. Torna dunque, anche in questo caso, il legame con l’acqua benedetta, sebbene senza riferimento diretto a San Giovanni Battista[5].
Gli aspetti più propriamente popolari e “leggeri” della comparanza tra pari-età derivavano da una complicità che era fondamento della relazione, non solo tra gli uomini ma anche tra le donne, le quali avevano con le proprie commari una confidenza a volte superiore a quella sperimentata con le familiari. Tale aspetto, oltre alla condivisione pressoché totale della quotidianità, riguardava una libertà di esprimersi e una “licenziosità” che altrove era preclusa o malvista. La complicità “leggera” tra compari, invece, era più marcatamente orientata allo scherzo e al farsi beffe dell’altro o di terzi, in linea con quello spalleggiarsi che era implicito nella relazione. Diversi sono gli aneddoti legati a questo aspetto, primo fra tutti un famoso scherzo orchestrato da due compari ai danni di un buontempone che si trovava in loro compagnia a bordo di un’automobile straniera[6]. Non sono tuttavia mancati nel tempo gli scherzi reciproci, come quello messo in piedi da un altro buontempone, Francisco, ai danni del proprio compare ‘Ndonio, che in una circostanza si ritrovò alla porta il prete con tutti i paramenti sacri dopo aver lasciato ólemo alla passatella il proprio compare tutto il giorno. “Pòrtate l’ójjo santo”, aveva raccomandato Francisco al sacerdote, “tanto jo comparo s’agliotte tutto. Óji s’è bbeùti tre fiaschi de vino e mmó’ pare mórto!”[7]. La complicità tra compari, d’altronde, è entrata nel parlato comune diventando proverbiale e assumendo in alcuni casi un’accezione negativa prossima alla connivenza[8]. Non così, però, nelle relazioni e nella quotidianità di paese, dove lo spirito giocoso e scanzonato della stessa complicità si è sedimentato nell’espressione “fa’ comme i du’ compari”, riferito al costante spalleggiamento e derivato dall’aneddoto secondo cui due compari si accompagnavano reciprocamente a casa, in maniera alternata e continua, per non lasciare l’altro da solo (e non dover rientrare nella propria abitazione dopo una giornata di bisbocce).
[1] Accademia della Crusca – Il termine “compare” deriva dal latino tardo cŏmpătre(m), composito di con- “assieme, con” e pater, patris “padre”; “comare” dal latino tardo commātre(m), composito di con- “assieme, con” e mater, -tris “madre.
[2] Vocabolario Treccani: “Nei primi due casi [Battesimo e Crsima, ndr], compare e comare designano (i) l’uno il padrino e l’altro la madrina, di battesimo o di cresima, in relazione ai genitori di chi riceve il sacramento e (ii), reciprocamente, i genitori della persona battezzata o cresimata rispetto al padrino e alla madrina. Ad esempio, possono dirsi vicendevolmente compari il padrino di battesimo e i genitori della persona battezzata. Similmente, nel caso del matrimonio, compare e comare (eventualmente d’anello) denotano (i) l’uno il testimone e l’altro la testimone rispetto allo sposo o alla sposa e, (ii) reciprocamente, lo sposo o la sposa rispetto al testimone o alla testimone”.
[3] Vocabolario Treccani: “Al figlioccio e alla figlioccia (ossia, a chi è tenuto a battesimo o cresima) ci si può riferire con una forma alterata di compare e comare: la persona battezzata o cresimata può dirsi ad esempio comparino o comarella del padrino o della madrina”. Nel dialetto cesense, tali termini diventano “comparuccio” e “commaruccia/commarèlla”.
[4] In diverse zone si fa riferimento in questi casi a “compari/commari a fiori”.
[5] Particolare, su questo tema, è l’origine dell’espressione “San Giovanni non vuole inganni”, che sembra risalire al medioevo fiorentino. Il fiorino, all’epoca principale moneta di scambio europea, recava infatti l’immagine del giglio sul dritto e di San Giovanni, patrono di Firenze, sul verso. Si dice al riguardo che la figura del santo aveva anche scopo deterrente contro i falsari a causa del ben noto “caratteraccio” che la tradizione attribuisce al santo.
[6] V. Osvaldo Cipollone, “Angeli co’ jji quajji” pag. 133.
[7] V. Osvaldo Cipollone, “Un’eco di note e di passi”, pag. 312.
[8] Accademia della Crusca: “Compare e comare, inoltre, come accade a molti altri nomi di parentela, possono essere impiegati con significati estesi. Compare, oltre a “padrino” in senso figurato, nell’uso colloquiale può significare “compagno, (vecchio) amico” (con eventuale allusione a “una specie di tacita intesa, di scherzosa complicità”) e finanche, in accezione spregiativa, “socio, complice in azioni disoneste o poco pulite”. Compare può inoltre entrare a far parte di locuzioni gergali e paragergali, come ad esempio restar compare nel senso di ‘restare gabbato’ (detto specialmente di chi non ottiene la restituzione di denaro prestato)”. […] “Anche comare ha vari significati estesi, in particolare nell’uso colloquiale. Oltre a ‘madrina’ in senso figurato, può avere il valore di “donna del popolo, del vicinato” e/o donna con cui si è in “rapporti di lunga amicizia e confidenza” e, in accezione spregiativa, ‘donna chiacchierona, pettegola e curiosa’”.
<Articolo originale elaborato a partire dalle fonti citate arricchite da reminiscenze e testimonianze>


Una replica a “Al di là del sangue: il legame sacramentato e rituale della comparanza”
Ciao Roberto.
Come al solito ottimo articolo. Raccolta di infomazioni organica non facile da trovare in un unico articolo. Un saluto da Ercole.