[Storia delle Cese n.213]
da Osvaldo Cipollone
Numerose sono le figure che hanno lasciato traccia del proprio passaggio nella memoria collettiva di Cese e alcune, tra queste, occupano un posto del tutto particolare nell’immaginario comune.
Bbicillétta

In verità si chiamava Serafino Cipollone e il soprannome di Bbicillétta era legato alla sua alacrità nel disbrigare il lavoro dei campi e nello svolgere anche altre attività quotidiane. Di costituzione esile, aveva grande vitalità e spiccata personalità. Era di una simpatia unica. Capace di sdrammatizzare anche argomenti seri, con battute ficcanti ed un sorriso accattivante, sapeva coinvolgere nell’ilarità chiunque gli si trovasse di fronte. Per i ragazzi era l’amico che si schierava al loro fianco quando c’era da giustificare l’irruenza e la spensieratezza proprie dell’età. Per un certo periodo ha fatto il sacrestano, per cui era sempre a contatto con i chierichetti ed i ragazzi che frequentavano la “dottrina”, il catechismo serale. A quei tempi, per essere ammessi a “servire” le funzioni liturgiche, bisognava farsi trovare vicino alla sacrestia o al campanile prima che lui arrivasse per suonare le campane, tanta era la concorrenza degli aspiranti alla vestizione. Bicillétta controllava il comportamento dei ragazzi e, in caso di scorrettezza, diventava il loro avvocato difensore di fronte al “giudice” parroco e alla “Pubblica Accusa”, composta dalla schiera degli altri chierichetti. Una volta, avendo sorpreso uno di loro che, con la veste addosso, cercava di accendere un mozzicone con il fuoco contenuto nel turibolo per l’incenso, senza scomporsi più di tanto lo riprese: – Tira, ca’ la trippa la té’ rossa, pe tte fuma’ la proprietà de patreto, che non te’ manco i pròspari pe’ rrappiccia’ jo fóco. Il ragazzo capì e da allora non fumò più. Riusciva anche a zittire, a suo modo, coloro che parlottavano o erano inquieti durante le lunghe liturgie. Se era impegnato ad accendere o spegnere le candele, con gli “attrezzi” del mestiere, costituiti da lunghe canne, ammoniva coloro che non seguivano la funzione. Quando invece passava la “bbussola” per l’offertorio, amichevolmente, ma ad alta voce, prendeva di mira amici e conoscenti che non avevano soldi da mettere nel rumoroso contenitore metallico. A quelli più benestanti suggeriva di non essere parsimoniosi nelle offerte, perché altrimenti “jo Patreterno” avrebbe fatto altrettanto nei loro confronti al momento della raccolta del grano o degli altri prodotti dei campi. Possedeva delle mucche bianche dalle lunghe corna, che si distinguevano anche da lontano e che usava per la sua attività agricola. Nell’imminenza di un raccolto, o quando si avvicinava il momento di effettuare un lavoro, preparava attrezzi ed utensili già parecchio tempo prima che gli altri si disponessero mentalmente all’impegno da affrontare. Era sempre il primo ad iniziare la mietitura e di conseguenza trebbiava tra i primi. C’era sempre chi lo ammoniva dicendogli che il grano non era ancora “fatto”. “Pe’ cchi no’ ntè’ ‘óglia de mète”, rispondeva lui. Prima della vendemmia, quando si accingeva a riempire d’acqua le botti e i tini, per ridare compattezza al legno, a chi lo scherniva dicendo: – Che tt’è scurto lo vino, ché non po’ aspetta’?– rispondeva: – Tenissi tant’acìto… -. Si ricorda ancora la sua abilità nel far schioccare la frusta quando conduceva le bestie e la sua capacità nel guidarle lungo le strade piene di fango anche quando il carico del carro, composto da covoni o da erba secca, era talmente alto che ne comprometteva la compattezza e la stabilità. Come tutti i contadini dell’epoca, anche lui non aveva momenti di pausa, sembrava davvero un “mezzo” di locomozione, tanto era svelto nei movimenti e tempestivo nell’affrontare qualsiasi problema, anche inconsueto. Sempre disponibile a dare una mano in caso di bisogno, era capace di “sgancià” la pariglia delle sue mucche, per “rimorchiare” carri in difficoltà. Il compenso era il tradizionale bicchiere di vino ed il commiato un invito a continuare il lavoro perché, diceva, “Jo solo cammina, mica aspetta!”. Quando ci s’imbatteva con altri contadini intenti allo stesso lavoro dei campi, di solito si usava il tipico saluto: – Fattell’ a-ppiano! -. Bbicilletta, forse, non condivideva questa espressione, perché, quando salutava usava un’altra frase: – Se non te da’ ‘na mossa, te ‘ncappa l’acqua! -, oppure: – Iamme ca’ se fa notte! -. Nemmeno il tempo ha fatto dimenticare l’originalità della sua figura.
Dun Giuanni
Era di Avezzano, ma trascorreva gran parte del suo tempo a Cese, perché era proprietario di un casale lungo la strada provinciale Palentina e di parecchi ettari di terreno attiguo. Tutti i nomi dei ricchi e dei nobili di una volta erano preceduti da un titolo onorifico che ne distingueva il ceto sociale e quello economico, ma Dun Giuanni poteva essere annoverato tra coloro che “signori” lo erano di nome e di fatto. Nel suo podere e nella sua fattoria trovavano lavoro persone capaci e di sani principi morali. Non era un tipo dalle pretese esagerate, ma pretendeva onestà e serietà, disdegnando furbastri e lavativi. Verso gli anni Cinquanta era tra i pochi a possedere un’automobile, di cui era gelosissimo e che amava fino alla venerazione. Era una Fiat 600 che lui puliva, lucidava e curava come la sua persona. Per recarsi in città, percorreva la vecchia strada a passo d’uomo evitando buche e sorpassi anche se non c’era nessun altro viaggiatore. Qualcuno l’ha visto scendere dall’auto, in prossimità della ex curva delle “Fontanelle”, per assicurarsi che non provenissero mezzi in senso contrario e risalire solo quando si era persuaso che non c’erano ostacoli. Ovviamente in epoca precedente viaggiava con il calesse poiché possedeva vari capi di bestiame da far invidia ai contadini benestanti di allora; si poteva permettere, nel lavoro dei campi, l’utilizzazione di buoi che selezionava dal suo stesso allevamento. Questi erano tori castrati che garantivano migliori prestazioni rispetto agli altri animali; i campi potevano perciò essere lavorati più in profondità ed i prodotti della terra erano più soddisfacenti: nessuno, infatti, riusciva a produrre quantità e qualità di raccolto come lui. Lo stesso discorso valeva per i vini: quelli che si recavano al suo casale per lavoro e chi lavorava nei campi confinanti con i suoi, spesso veniva ristorato da un “nettare” eccezionale, frutto delle sue vigne. Negli ultimi tempi aveva al suo servizio personale che si occupava delle stanze e della cucina, un pastore per il gregge e dei braccianti fidati, ma trattava tutti con signorilità non approfittando mai di nessuno. In seguito vendette i suoi possedimenti ad un acquirente del posto (Giuseppe Petracca), usufruendo di un vitalizio. La sua figura si ricorda con piacere per la nobiltà del carattere.
Jo Collegóno

Questo soprannome voleva esaltare una dote particolare di Vincenzo Cosimati, detto appunto “jo Collegóno” per la sua cordialità. Svolgeva l’attività di cantoniere lungo la strada Provinciale Palentina che collega la Tiburtina alla statale per la Valle Roveto. Per queste sue mansioni era conosciuto non solo dai paesani, ma anche dai commercianti e viandanti che, per vari motivi, percorrevano tale via. Non molto imponente dal punto di vista fisico, ma di alto spessore umano, portava sempre un cappello nero a falde larghe e aveva sempre con sé, oltre agli arnesi di lavoro, un tascapane con due bottiglie di buon vino: una per sé, l’altra per gli amici e gli eventuali passanti. Aveva anche l’abitudine di lasciare altre bottiglie in qualche anfratto o sotto le siepi del suo luogo di lavoro, per una “tirata” ristoratrice in momenti di pausa. Alcune volte, però, qualcuno che conosceva queste sue abitudini andava alla ricerca della bevanda e, dopo averla trovata e consumata, lasciava lì il recipiente vuoto o dimezzato. Lui non ne faceva un dramma, ma si limitava a dire che il suo vino era talmente buono da essere apprezzato anche da fantasmi, sérpi e ppassaritti. Era un lavoratore alacre, non solo nella propria professione, ma anche nella lavorazione dei campi, specialmente dei vigneti, che curava con meticolosità, ottenendo raccolti lusinghieri esaltati dai numerosi buongustai da cui era spesso contornato. Camminatore infaticabile, pur conoscendo tutti coloro che gli offrivano un passaggio con i rari automezzi, le motociclette e i numerosi carretti, non si è mai avvalso di queste comodità, ma ogni volta ringraziava dicendo: – Fino a quando ci lla faccio, cammino co’ lle cossa mé -. Si racconta che una sola volta sia stato caricato su un mezzo di trasporto, quando, avendo esagerato nel bere, non era in grado di far ritorno a casa autonomamente. Qualcuno dice che, anche in quella occasione, non usufruì delle due ruote, perché il mezzo utilizzato fu una carriola… La sua magnanimità era proverbiale e la dimostrava anche offrendo qualche sigaro toscano a chi aveva la sua stessa passione. I ragazzini facevano a gara per accaparrarsi le monete che regalava a chi mandava dal tabaccaio; spesso però accontentava anche chi non aveva svolto nessun servizio. Condivideva altrettanto spesso cordiali e simpatiche battute, ma sapeva essere anche imprevedibile con coloro che “interessatamente” volevano accattivarsi la sua amicizia per proprio tornaconto. Essendo scapolo, godeva di quella libertà che gli impegni coniugali non consentono troppo spesso, per cui, in piena autonomia e disponibilità finanziaria, si permetteva modesti capricci. La scelta di una vita da singolo, tuttavia, sembra sia stata conseguenza di un’esperienza traumatica per lui. Per un certo periodo, da giovane, aveva frequentato una ragazza del posto la cui famiglia si mostrava alquanto “interessata” alla relazione (e alle condizioni economiche del pretendente). Durante una delle visite in casa, tutti si erano disposti a cerchio intorno al camino acceso a conversare con “jo Collegóno”. A quel tempo, chi fumava, quando disponeva del fuoco o di un tizzone acceso, aveva l’abitudine di accendere la sigaretta servendosi delle molle, che si trovavano sempre vicino al camino. Sembra che tale gesto desse un piacere particolare, ma in verità era più legato ad esigenze di risparmio, poiché risultava economicamente più vantaggioso rispetto all’uso di fiammiferi o accendisigari. “Jo Collegóno”, però, non aveva problemi di denaro né tantomeno voleva sembrare condizionato da certe abitudini. Così, nel momento di fumare, prese la scatola dei sigari, ne offrì uno al padre della ragazza e ne prese uno per sé. Il primo lo accese alla sua maniera, mentre lui fregò un fiammifero e lo accostò con naturalezza all’estremità del sigaro; non aveva neppure completato l’operazione che la “futura suocera”, con voce scandalizzata, lo ammonì: – Té’ jo foco a disposizione e non jo usi? -. Lui, allora, visibilmente meravigliato ma per nulla preoccupato, candidamente rispose: – Co’jjo foco, non è che cci trovo ‘no gusto diverzo! -. – E ajjo gusto della saccoccia non ci pénzi quanno conzumi jo prosparo e nne potarristi fa’ a mmeno? – ribatté la donna, preoccupata per quello “spreco” che non lasciava presagire un futuro economicamente roseo per la propria figlia. Nel sentirsi ripreso per così poco e contrariato per quel rimprovero, “jo Collegóno” allora si alzò e, dopo aver ringraziato per l’ospitalità, salutò dicendo: – Ve lasso la bbonanotte, la moglie non fa pe’ mmi! -. Poi uscì e, meditando sull’accaduto, decise di rimanere solo, ma libero di non dover rendere conto a nessuno del proprio comportamento. In un’altra occasione, trovandosi con alcuni “suoi ospiti”, questi si ostinavano a trattenerlo sebbene l’ora fosse tarda. Per chiudere la serata in bellezza, inoltre, pretendevano che cuocesse delle patate sulla teglia: annaffiate da un ultimo bicchiere, avrebbero riempito ancor di più lo stomaco e meglio conciliato il sonno. Dinanzi a tanta insistenza, lui accondiscese alla richiesta; preparò ogni cosa e provvide personalmente a condire le patate con le “spezie” necessarie: – Comme le preferete, normali o pepate? – chiese rivolto agli euforici “approfittatori”. – Rrimpile de peperonitto – rispose uno di loro – Ccoscì potemo bbeve -. Allora, siccome aveva in casa dei bossoli di mitragliatore (residuati bellici), dai quali aveva precedentemente estratto i proiettili, ma non la polvere pirica, si appartò e di nascosto incastrò alcuni bossoli in qualche patata tagliata, dopodiché suggerì ai presenti di andare a prendere degli arbusti secchi che erano all’esterno della casa, vicino alla sottostante cantina. In loro assenza collocò le patate sulla teglia, alla base del camino, le ricoprì “co’ jjo cóppo” e su questo collocò cenere e brace. Tornati gli amici, mise sul fuoco dei rami secchi allontanandosi poi con la scusa di procurare altro vino, visto che di quello prelevato in precedenza era rimasta quantità sufficiente solo per un altro “giro”. Dopo qualche minuto, mentre gli inconsapevoli “scrocconi” brindavano alla generosità “dejjo Collegóno” e lui aveva preso posto dietro il monumento dei caduti (situato nella piazzetta davanti alla casa) si incominciarono a udire degli scoppi che, sebbene attutiti, sorpresero e terrorizzarono quelli rimasti dentro. Le patate, ancora crude ma spappolate, invasero la stanza assieme alla cenere, ai tizzoni e “ajjo cóppo”, nel panico generale. Le lievi abrasioni e le scottature furono medicate con l’acqua fresca che zampillava dalle due cannelle della fontana sotto il muretto della piazza, da cui i protagonisti bevvero abbondantemente per riprendersi dalla paura e per pulirsi faccia e bocca; poi, senza preoccuparsi della fine del padrone di casa, si ritirarono meditando sulla “lezione”. I giorni successivi, ripreso coraggio, vollero sapere “dajjo Collegóno” cosa avesse messo sotto al fuoco, tanto da procurare “qui’artefizio”. Si sentirono allora rispondere: – Tanto, ma tanto peperonitto, ccosci potèste bbeve…!. – Sémo bbevuto scì – risposero – ma alla fontana! -. Lui allora sorrise e passò oltre salutando: – Steteci bboni collego’!-.
‘Ndonio de Zzacco
Tra i tanti Antonio Cipollone ce n’era uno noto come “’Ndonio de Zzacco”, dal soprannome del padre. Aveva i capelli lisci sempre a posto e pettinati all’indietro, una robusta corporatura ed un temperamento pacato. Riusciva bene in quei lavori che altri ritenevano troppo duri e faticosi, come la falciatura dell’erba e del fieno, lo scavo con il piccone, il carico e lo scarico di sacchi o balle di paglia. Quando all’aia si effettuavano le “trite”, era addetto al trasporto della paglia dalla pressa alle stive e riusciva a tenere il ritmo della trebbiatrice che, come in una catena di montaggio, non interrompeva mai il suo lavoro, se non quando si rompeva qualche congegno. Oltre al lavoro manuale, eccelleva in un’altra prerogativa: aveva infatti occhio millimetrico per l’assegnazione del punto nel gioco delle bocce. Fra le varie zone in cui si poteva praticare questo gioco all’aperto, c’era quella adiacente alla sua abitazione, per cui lui, che in gioventù era stato appassionato ed abile giocatore, ne era diventato spettatore assiduo. Spesso, nel corso delle partite, si doveva ricorrere alla misurazione servendosi di passi, oppure di misure fatte con la pianta del piede o con mazze, ferri, cinte e quant’altro si trovasse disponibile. Prima di tale operazione, ‘Ndonio, posizionandosi al vertice del triangolo formato dal pallino e dalle due bocce, decretava quella più vicina o, ritenendo che le due distanze fossero uguali, diceva: – È patta! -. La sua decisione non sempre era condivisa dalla squadra sfavorita, che a volte pretendeva la misurazione ufficiale. Dopo discussioni, nuove misurazioni e contese varie, si addiveniva all’accordo che puntualmente dava ragione alle previsioni di ‘Ndonio. Meravigliava il fatto che lui non si vantasse di questa sua innata facoltà e in silenzio continuava a dare la sua sentenza nelle contese successive, tenendosi quasi in disparte. Come moltissimi altri compaesani, non disdegnava un buon bicchiere di vino e, di ritorno dai campi, dopo aver fatto dissetare la mucca in qualche abbeveratoio, faceva altrettanto per sé fermandosi col carretto in prossimità di una delle “cantine” situate lungo la strada. L’animale, ben conoscendo l’abitudine del padrone, non aveva più bisogno di ordini poiché rallentava il passo già qualche metro prima del punto di ristoro, poi si fermava e rimaneva immobile fino al ritorno del suo padrone. Una volta, mentre trasportava un compaesano sul carretto, quando erano ancora intenti ad abbeverare la mucca al “fontanile delle pecore”, l’ospite gli propose di farsi un “quartino” presso la prima bottega, quella di Lidia. ‘Ndonio allora rispose: – Se sse ferma la vacca, sennó’ tiremo ritti -. L’ignaro passeggero era preoccupato, perché la mucca, avendo partorito da appena una settimana, probabilmente non vedeva l’ora di far ritorno nella stalla, come era per tutte le sue “colleghe” quando si trovavano nelle stesse condizioni, per cui non volle accondiscendere alla proposta. ‘Ndonio allora lo provocò, dicendogli che se avesse dovuto usare le “froscétte”, cioè tirare le redini per fermare la mucca, avrebbe pagato lui stesso la consumazione; in caso contrario, però, sarebbe toccato all’ospite offrire la bevuta. Accettata la scommessa, si trovarono in breve a bere da Lidia, perché fu lì che la bestia si fermò senza che nessuno glielo avesse ordinato. I due abitavano a poca distanza l’uno dall’altro per cui il perditore, conscio che prima di arrivare a destinazione avrebbero incrociato altre can- tine, rilanciò la proposta e ‘Ndonio accettò senza riserve. La mucca, come un treno che si ferma obbligatoriamente ad ogni stazione, fece ancora sosta da Giuditta, dove i due scesero per lo stesso scopo. Per nulla preoccupato di dover pagare nuovamente, l’amico iniziò però a sospettare che ‘Ndonio, a sua insaputa, desse precisi segnali alla mucca tramite colpi sul carro, colpi di tosse o chissà cos’altro e pretese di guidare la bestia nel tratto successivo. Immancabilmente la mucca si fermò in piazza per un’altra “visita” presso la cantina di “Mari’ ‘e Soro” e altrettanto fece da “Filomena”, sebbene il padrone avesse proseguito a piedi dietro il carretto, affidato all’incredulo scommettitore. Questo, frastornato più dall’eccezionalità del caso che dalle quattro bevute, chiese a ‘Ndonio come fosse riuscito ad ammaestrarla così bene. Dopo aver bevuto l’ultimo bicchiere, l’altro placidamente gli rispose: – Le bbéstie so’ più ‘nteliggenti dejji cristiani! Siccomme i’ faccio bbeve essa comme e quanto ci pare, senza tene’ prèscia, essa fa la stessa cósa co’ mmi: pe’ questo jàmo d’accordo! -.
Jo Calabbrese
Un altro Antonio Cipollone era “Jo Calabbrese”. Questo soprannome, imposto per distinguerlo dai tanti omonimi, originava dal fatto che aveva svolto il servizio militare in Calabria. Persona dalla simpatia unica, era sempre gioviale e pronto alla battuta, anche per risollevare con il suo umorismo chi gli confidava qualche preoccupazione. Quando i figli ripartivano per Roma, ove risiedevano, e la madre raccomandava loro massima attenzione e prudenza nella guida, lui cercava di sminuire l’apprensione della moglie dicendo loro: – Sbricheteci a cammina’, ca’ prima ci levete ‘mméso la via, prima ci- allontanete dajji pericoli dejjo traffico!-. Essendo accanito fumatore, ai familiari e agli amici che lo ammonivano sui danni che tale vizio poteva arrecare e gli suggerivano di smettere, era solito rispondere: – Quanno tu vidi uno che fuma, significa che sta bbene ‘n-salute; recordate che se uno sta malo, nné bbeve, nné fuma! -. Per avvalorare questa sua tesi faceva un paragone che nascondeva una certa verità: – Quanno tu passi vecino ‘na fabbrica che tè’ la ciminièra che sfùmmica, penza che dentro ci sta jo laoro e lle cóse vao bbone; se, ‘mmece, da loco esce poco fumo o tutto sta smorzato, refretti: la fabbrica o se lla passa malo o se nn’è ita fallita! -. Si dice anche che la moglie, non trovando altro sistema per dissuaderlo dal fumo, un anno gli fece una proposta: – Se smetti di fumare, forse con i soldi che risparmiamo, riusciremo a comperare un maiale ed allevarlo -. Jo Calabbrese raccontava che per un certo periodo di tempo cercò di non fumare e, quando d’estate gli altri incominciavano ad acquistare i maialini per l’allevamento, lui chiamò la moglie e le disse: -Va’ a piglia’ quii sórdi, ccosci puri nu’ compremo ‘no porchitto –. La moglie, non ricordando quale fosse l’origine di quella proposta, né comprendendo tale assurda richiesta, rispose: – Ma de quassi sórdi parli, ‘Ndo??-. – De quii che ssi mmissi da parte tutto ‘sto tempo che non so’ ffumato – rispose. Da quel giorno, ‘Ndonio riprese a fumare e la moglie non provò più a dissuaderlo. Essendo per tutti “jo Calabbrese”, il suo onomastico spesso passava inosservato, pur avendo due date ricorrenti (il 17 gennaio per S. Antonio Abate e il 13 giugno S. Antonio di Padova). Un anno, però, un compaesano che era solito chiamarlo solo con il soprannome, trovandosi “alla cantina” a giocare a carte, con la speranza di approfittare di una bevuta gratuita, gli disse: – Che ppaghi, ói che è Sant’Antonio? -. Lui rispose allora: – E i’ che cc’entro? –. -Comm’è, tu non te chiami ‘Ndonio?- fece l’altro. – Tutti j’atri ‘jorni me chiami “Calabbrese” e mmo’ me chiamo ‘Ndonio?-, ribatté allora, lasciandolo ammutolito. Un altro giorno il suo amico “Sarvatoro“, che allora faceva il sacrestano, si recò a casa sua per avvertire la moglie che il giorno successivo, essendo l’anniversario della morte di un suo congiunto, sarebbe stata celebrata una messa in suffragio. Approfittando di quella opportunità, jo Calabbrese lo invitò a bere un bicchiere nella sua cantina. Mentre degustavano la fresca bevanda scambiandosi battute in cui Sarvatoro, al par suo, era maestro, ad un certo punto il sacrestano gli disse: – Facemo ‘no “cruscè” alla salute te’!-. – Pecché?- replicò “jo Calabbrese”. L’altro allora rispose: – Tu te llo ‘mmàggini se i’ era venuto pe’ abbisa’ mojjieta che addima’ se diceva la messa pe’ tti? -. – Sarristi stato sfortunato!- rispose. -E pe’ quale motivo?- fece di rimando l’altro. – Pecché non sarristi potuto bbeve… alla salute me’!-. Un altro fatto, fra i tanti degni di essere menzionati, è quello capitato in occasione di un pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità a Vallepietra. Soprattutto in passato, il pellegrinaggio assumeva un aspetto fortemente folcloristico per le corone di fiori portate sul capo, i mazzi di “pallucche”, le medagliette ricordo, le lunghe mazze rette dai pellegrini e lo stendardo. Anche quella volta fu raggiunto il luogo di pellegrinaggio dopo innumerevoli difficoltà e comprensibile fatica. Non trovando un posto adatto per riposarsi, jo Calabbrese si mise dentro un confessionale momentaneamente vuoto e poco dopo si appisolò. Intanto uomini e donne, desiderando ritemprare anche lo spirito, ricevevano i sacramenti; così fece anche una pia donna che, senza averne troppo bisogno, s’inginocchiò proprio nel confessionale al cui interno sonnecchiava l’affaticato “confessore”, il quale ad un certo punto si sentì -Ssia lodato Ggésu-Cristo! Dai fori della grata uscì una risposta automatica, generata da un istinto meccanico: – Ogg’e-ssempre ssia lodato! È ‘na settimana che non me combèsso! – dichiarò la donna di rimando. A quel punto il povero ‘Ndonio non sapeva che decisione prendere, sbirciò fuori e… decise di stare al gioco, anche perché pensava: “Se uscissi proprio ora, metterei anche l’ignara signora in una situazione compromettente”. Così, si limitò a dire: – E co”na settimana, che peccati hai potuto fare? – intendendo che le colpe commesse in un tempo così breve non avevano bisogno di essere confessate. La donna, invece, interpretò la frase come una richiesta di elencazione delle sue mancanze ed incominciò ad attribuirsi dei peccati che, per lui, erano vere e proprie banalità. Alla fine l’improvvisato “frate” disse: – Di’ un Patennóstro, pe’ peniténza e va’ in pace. La donna, meravigliata e abituata ad altre espiazioni, ribatté: – Ma sénza di’ “j’atto di dolore” e co’ ‘na peniténza ccosci lliggèra, me lla pòzzo fa la cummunione? – Comme no?- rispose il “confessore” – E poi di penitenza ne hai fatta già tanta pe’ venire fino qua… Nel rispondere, tra l’altro, il nostro amico cercava di camuffare un po’ il tono della voce e di nascondere il più possibile il suo accento dialettale italianizzandolo alla meglio, perché quella “pia donna” era una sua compaesana, sebbene non ne abbia mai rivelato il nome (nonostante non ci fosse nulla di compromettente da svelare). La motivazione di questo silenzio potrebbe essere anche un’altra, ossia che l’aneddoto possa essere frutto della fantasia “dejjo Calabbrese“, capace di creare ad arte situazioni di innocente e geniale umorismo.
Zia Crocetta
Si chiamava Maria Crocifissa, ma per tutti era “zia Crocetta”. Per chi scrive era la nonna paterna e, come ogni nonna, una figura indelebile nella mente anche dopo anni. Fino a quando la salute e la forza fisica gliel’hanno consentito, ha lavorato la campagna al pari di un uomo anche se le lunghe “zzimarre” a volte la ostacolavano nel rincalzare le patate o le viti della vigna. Aveva una corporatura possente che le garantiva energia e resistenza, ma che contrastava con la mitezza del carattere e la bontà d’animo. Si ricordano in particolare le interminabili preghiere che accompagnavano i suoi lavori; le bisbigliava da sola o le recitava ad alta voce per farvi partecipare i familiari. I figli avevano per lei una venerazione fatta di rispetto e di amore anche se qualcuno di loro, già sposato e con famiglia, spesso veniva richiamato al dovere da lei stessa, che si recava personalmente alla bettola dove stava giocando a carte. I compaesani e soprattutto i vicini ne ammiravano le doti, l’umanità, la fraternità e l’amicizia pura e disinteressata. Anche coloro che si trovavano in difficoltà economiche, spesso si rivolgevano a lei che, seppure non vivesse nell’agiatezza, riusciva a dare aiuto e solidarietà con una parola d’incoraggiamento: – Non te preoccupa’ che Dio provéte… – Nel frattempo provvedeva lei con un piatto di farina, di legumi o un pezzo di pane. Tante volte mi son chiesto se effettivamente fosse Dio ad ascoltarla e a provvedere per mezzo suo. Una volta un ragazzino, la cui famiglia non godeva di buona stima per la superficialità dei genitori e per la poca voglia di lavorare (che aveva generato una situazione economica alquanto precaria), si recò da lei, spinto dalla madre, per chiedere qualcosa a nome di un’altra donna ignara di tutto. – Zia Croce’, ha ditto zia Margarita se cci présti ‘na poca de conzerva pe’ jjo suco. – In verità la zia Margherita non aveva bisogno di prestiti e poco prima era stata con lei a preparare il grano per la semina. La madre del ragazzino conosceva i buoni rapporti che intercorrevano fra le due donne, per cui con quella bugia era sicura di ottenere il concentrato di pomodoro. “Zia Crocetta” capì, sorrise al ragazzo, entrò nella stanzetta accanto e tornò con una mela un po’ raggrinzita, ma profumata; poi prese un pezzo di carta-paglia, la piegò e si diresse di nuovo verso l’interno. Il concentrato di pomodoro allora veniva custodito dentro grosse “pignate” di terracotta smaltata, adatte anche alla conservazione di prodotti sott’olio. Zia Crocetta, dopo aver prelevato quattro cucchiaiate di “conzèrva”, porse il cartoccio al ragazzo dicendogli: – Portala a màmmota ca’ è ora de prepara’ jo pranzo – e salutò il ragazzino con una carezza sulla testa. Per i nipoti era una nonna invidiabile e passavano in sua compagnia la maggior parte della giornata, quando non poteva più lavorare nei campi. I numerosi figli, infatti, le affidavano i tanti nipoti che lei sistematicamente disponeva su un grosso telo di canapa, jo pannóno. Li teneva impegnati raccontando filastrocche e cantando tiritere che poi faceva ripetere in coro. Sembrava che la scuola materna fosse cominciata molto tempo prima di quella che successivamente venne istituzionalizzata con l’arrivo delle suore. La situazione sociale ed economica del suo tempo non le aveva consentito di frequentare le scuole, ma sapeva ugualmente far di conto ed insegnare i sani principi al pari di una brava maestra. All’ora della colazione sfamava tutti con fette di pane ed olio di cui nessuno è più riuscito a ritrovare il sapore. Spesso si univa al gruppo qualche coetaneo che abitava nelle vicinanze o che si recava nella piazzetta “in sulle mura” per giocare e lei lo trattava come se fosse suo nipote, nonostante le ristrettezze economiche del tempo. La verità è che nel suo animo si annidava bontà da elargire a tutti, figuriamoci ai ragazzini. Nei tempi morti della giornata, al centro del telo disponeva – su un canovaccio pulito – i fagioli cotti e insegnava a contarli man mano che venivano prelevati e mangiati. Aveva anche tanta pazienza con i più piccoli che, non sapendo rispettare il proprio turno, pretendevano di attingere in continuazione dal mucchietto, scusati dal fatto di non saper contare. Sapeva confezionare con maestria bambole da ritagli di stoffa o da stracci e, legando una patata che fungeva da testa, vi ricavava occhi naso e bocca. Preparava poi una scatola come culla e faceva canticchiare delle ninne-nanne che conciliassero il sonno; qualche volta, poi, il sonno arrivava davvero, ma ai “cantori”… e forse anche questo era solo un valido sistema per far riposare i più piccoli. I bambini di allora non conoscevano altri giocattoli se non quelli confezionati dai nonni o dai genitori, né lei aveva mai visto una bambola vera. Una volta successe che una ragazzina del vicinato ebbe in regalo da uno zio di Roma un grosso bambolotto in cartapesta che si divertiva a spogliare. Richiamata improvvisamente dalla madre, un giorno lo lasciò seminascosto da grossi rami secchi vicino ad una stalla. Qualche istante dopo zia Crocetta, uscendo, posò lo sguardo in quella direzione e, strofinandosi gli occhi per lo stupore, incredula incominciò a gridare: – Currete ca’ hao iettata ‘na criatura!-. Si affacciarono in tante e così fece anche la madre della piccola proprietaria che, resasi conto dell’equivoco che si era venuto a creare, rassicurò tutti: – È solo ‘no bambolótto che è reportato fratemo da Roma… – Oh porèll’ a mmi! – disse zia Crocetta – Fortuna che mme moro prima, senno’ chi sa quant’atre n’atà vede’ – e sorridendo si diresse verso i suoi “bambolotti” veri ai quali stava preparando una calda minestra di “tagliarèlle” e fagioli.
‘Milio de Palono

A Piazza Umberto Maddalena abitavano due Emilio, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro; per distinguerli, come negli altri casi di omonimia, si faceva ricorso ai soprannomi. Uno era ‘Milio de Cavaciócchi, che abitava dov’era la casa di Ignazio D’Alessandro, l’altro ‘Milio de Palono, la cui casa era quella in seguito abitata dai discendenti di suo figlio Oreste. L’origine più plausibile del nomignolo è relativa al fatto che sua madre, proveniente dalle Pagliara, si chiamasse Giovanna Palone. Aveva perso la vista quando ancora era in piena efficienza fisica, ma riusciva a sopperire alla difficoltà con straordinaria naturalezza. Per qualcuno la menomazione fu causata dallo shock per una disgrazia di cui rimase vittima un suo giovane figlio, il quale, in prossimità “dejjo Capo Croce”, si arrampicò su un traliccio dell’alta tensione per recuperare il cappello lanciato in aria per gioco, fu investito dalla scossa e morì. La tragedia scosse tutto il paese poiché il ragazzo e la famiglia godevano di enorme stima, ma la vita riprese a scorrere con i suoi fardelli e il genitore ritornò alla sua attività di contadino con grande dignità e senso del dovere. Con ogni probabilità, la cecità di Emilio dipese però da un problema contingente o genetico, come sostengono anche i suoi familiari, che meglio di altri hanno conosciuto e seguito le sue vicende. La mutata condizione non gli consentì di dedicarsi più alla cura dei campi, ma si rese comunque utile occupandosi degli animali di famiglia e servendosi di un semplice bastone che lo “guidava” dappertutto. Portava al pascolo due mucche tenendole per la cavezza, riuscendoci al pari di ogni altro. Le strade, allora, erano spesso intransitabili a causa di pantani, smottamenti e profondi solchi lasciati dalle ruote dei carri; inoltre il passaggio era reso difficile dall’invasione dei rami degli alberi limitrofi. Emilio, facendo tesoro dell’esperienza e della conoscenza accumulata negli anni passati, riusciva con facilità a raggiungere i suoi terreni e a orientarsi verso precise direzioni. Inizialmente i familiari, preoccupati per le tante difficoltà che ritenevano dovesse affrontare, seguivano a distanza i suoi passi; la constatazione che poteva cavarsela autonomamente, però, fugò in breve le loro preoccupazioni. Quando veniva salutato, rispondeva chiamando per nome le persone, perché le riconosceva dalla voce e spesso s’intratteneva a parlare e a scambiare opinioni con loro; poi riprendeva il cammino esplorando la strada con il bastone. La sua abitazione non era molto distante dalla stalla dove si recava spesso per svolgere diversi compiti; il breve tragitto prevedeva vari ostacoli, ma lui riusciva a percorrerlo con disinvoltura, così come quando doveva raggiungere la vicina chiesa. È tipica la curiosità dei ragazzini quando si trovano di fronte a situazioni straordinarie o inconsuete, e anche allora, meravigliati da quella capacità di movimento, molti bambini che sostavano nei pressi della chiesa in attesa della funzione, vedendo avvicinarsi ‘Milio, in una circostanza particolare vollero a loro modo sincerarsi della veridicità del suo stato. Così posizionarono lungo il suo percorso alcuni ostacoli: un cappello, una giacca… poi si appartarono in silenzio, attendendo l’evolversi della situazione. Con loro meraviglia, Emilio, dopo aver avvertito ed evitato il primo ostacolo, si fermò per captare eventuali rumori nelle vicinanze, poi proseguì e, avvertito il secondo ostacolo, lo scansò con la punta del bastone. Rivolgendosi poi ai ragazzi, di cui immaginava la presenza lì a quell’ora, disse: – Vajjó’, che ssete misso pe’ lla via?… Che cci pozzano bbenedice!… e proseguì verso la chiesa. In un’altra occasione, tra i ragazzi che partecipavano con poca attenzione alla liturgia serale c’era anche un suo nipote, inconsapevole fino ad allora delle facoltà del nonno e dunque fiducioso del fatto di non essere percepito in quanto a presenza. Quando fece ritorno a casa, però, in quella circostanza rimase sbigottito nel momento in cui il nonno, che in chiesa non lo aveva ripreso, riferì per filo e per segno ogni parola detta da lui e dai suoi compagni, di cui conosceva nomi e “razza”. Questa nobile e bella figura si ricorda ancora con ammirazione e stima anche per l’andatura pacata e silenziosa; i più anziani ricordavano anche che quando era giovane dava prova di grande vitalità, capacità d’improvvisazione e umorismo che regalavano momenti di allegria a tutti.
Baccóno
In passato, molti erano costretti a vivere alla giornata, ma quasi mai ne facevano un dramma, anzi riuscivano ad accettare le sfide della vita con filosofia. Tra questi c’era un nostro compaesano, povero di beni materiali, ma ricco di umorismo che lo faceva annoverare tra i più apprezzati buontemponi del tempo. Per vivere si prodigava in diversi lavori a servizio dei proprietari terrieri e spesso veniva sfruttato perché la prestazione iniziava all’alba per concludersi al calar del sole. Il nostro concittadino, a cui era stato dato il soprannome di Baccóno, era dunque costretto a cercare lavoro anche a Fucino o in altri paesi. “In trasferta” conobbe una ragazza e la corteggiò fino a che questa divenne la sua fidanzata. Volendo farla conoscere alla famiglia, un giorno pensò di portarla a Cese valicando a piedi la montagna dalla cui sommità si poteva scorgere tutta la pianura sottostante. La ragazza rimase positivamente impressionata dalla bella vegetazione ricca di colture ordinate, terreni lavorati, campi di foraggio, vigneti. In lontananza si potevano scorgere anche uomini e donne a lavoro, bestie al giogo e al pascolo e tutto ciò riempì di speranza la giovane, che nulla sapeva ancora circa le condizioni economiche del suo fidanzato. Questi, avendo compreso il suo stato d’animo le sussurrò: – Le vidi quante térri, quanto rano, quante pecore e quanti animali?- Scì – rispose lei – me piace, è bbéjjo – . – E jjo paeso, lo si’ vvisto comm’è assolato e comme sò’ ‘lluminate le casi?- soggiunse. -Mo’ fa’ ‘na cósa– le disse – chiudi pe’ ‘no momento j’occhi! – La ragazza ubbidì, conoscendo un po’ il carattere scherzoso di lui, che continuò: – Mentri remani a ócchi chiusi dimme, che vvidi?-. -Gnente- rispose ovviamente lei in attesa degli sviluppi di quella situazione. – Allora – proseguì candidamente lui – tutto quelo che rrisci a vvede’ stenne scioscì, quelo è tutta robba me’! -. La giovane rimase un po’ interdetta, ma non si stupì più di tanto, anzi apprezzò la sua sincerità e lo sposò anche per il coraggio con cui sapeva affrontare la vita, oltre che per il fatto di volergli indubbiamente bene. Passò del tempo e in un inverno lungo e freddo, con tanta neve, un branco di lupi affamati fece visita al gregge di “zi’ Giulio” radunato al coperto in una stalla alla periferia del paese, nel rione “Burghitto”, nei cui pressi abitava anche Baccóno. I lupi riuscirono a sgozzare un considerevole numero di capi, mettendo in comprensibile disperazione il proprietario e in apprensione gli altri numerosi pastori del paese. La solidarietà a quei tempi era veramente sentita, per cui tutti gli altri abitanti vollero essere vicini allo sfortunato proprietario per una così grossa perdita. La stessa cosa fece Baccóno, che nel far visita a Giulio, suo grande amico, mostrò ancora una volta, con la sua filosofia, di saper sdrammatizzare anche situazioni difficili. Dopo averlo incoraggiato ad andare avanti nonostante tutto e a non avvilirsi troppo per l’accaduto, lo consolò dicendogli: – Apparaggi a tti, troppo so’ più fortunato! Me piglio tutto quelo che la sorte me manna e ppo’ penzo che certe disgrazie non mme capitarrao mai. – Diceva così sapendo di non aver nulla da temere, poiché non possedeva capi di bestiame. I suoi figli hanno ereditato da lui lo stesso, spiccato senso dell’umorismo e una grande filosofia nell’affrontare la vita. Uno di loro, in particolare, Loreto, si è distinto per queste doti. Sua moglie un giorno si lagnava con lui per la modestia dell’arredamento della casa ed in particolar modo della cucina, sprovvista del corredo di pentole e tegami, che altre donne al contrario avevano. Gli ricordava anche che molti mariti costruivano per le consorti il tipico “ramaro”, sul quale mettevano in bella mostra tutta la serie di utensili da cucina in rame. Lucidati con aceto e sale, questi brillavano che era un piacere per gli occhi. Il marito non si scompose più di tanto, anzi le promise che avrebbe provveduto al più presto a farle avere tutte le pentole che voleva. Approfittando dell’assenza della moglie si mise all’opera e, rimediati alcuni listelli qua e là, realizzò un rudimentale appendi-pentole. Passando poi in rassegna altri luoghi, rimediò secchi di latta, pentole ammaccate, barattoli vuoti, tegami vecchi e quant’altro potesse essere appeso al “ramaro”. Dopo aver “abbellito” la cucina con questi utensili, attese il ritorno della moglie, la quale, trovandosi davanti quella scena, si risentì per essere stata presa in giro. Loreto cercò allora di scusarsi per il “malinteso”, andò da lei e l’abbracciò amorevolmente, carezzandole il viso con le mani che in precedenza, di nascosto, si era sporcate di nero sul paiolo. La moglie, rabbonita da una simile manifestazione d’affetto, lo perdonò. Ad un tratto, fingendo di ricordarsene solo in quel momento, lui le disse che, in sua assenza, era venuta la madre a cercarla perché aveva bisogno di qualcosa. Le consigliò quindi di recarsi da lei, poiché gli era sembrata un po’ preoccupata, mentre lui avrebbe provveduto a rimuovere gli arnesi che aveva appeso ajjo ramaro. La donna, ignara delle intenzioni del marito burlone, gli credette e, presa la mantella di lana, si incamminò verso la casa della madre passando per tutto il corso fino alla piazza. Procedeva con andatura abbastanza sostenuta e, quando le persone che incontrava le chiedevano cosa avesse fatto, rispondeva: – Gnente, gnente, ‘óglio arriva’ ‘no momento da mamma -. Più avanti una sua comare, afferrandola per un braccio, le ripeté la stessa domanda: – Ma che tt’è succéso, comma??-. – A mmi gnente, ma maritemo m’ha ditto de i’ da mamma che m’oleva parla’ – . L’altra incominciò allora ad intuire la verità e le disse: – Ma secundo ti, jo comparo vede che sta’ tutta ‘mmascarata ‘mbàccia e te manna a vede’ che vò’ mammota? -. Solo allora la poveretta constatò di essere stata vittima di uno degli scherzi che suo marito riservava a lei e agli altri. Era il periodo di carnevale e Loreto, in quella ricorrenza, aguzzava ancor più il suo ingegno per divertirsi e far divertire i suoi compaesani. Era ritenuto il più adatto ad interpretare il ruolo di “burlone” in occa- sione delle manifestazioni carnevalesche ed in altre iniziative pubbliche, come le caratteristiche “satare”, fatte apposta per prendere di mira personaggi e fatti del momento. Nelle sfilate di carnevale, seduto sulla groppa del somaro in posizione opposta alla direzione di marcia, riusciva a recitare a braccio e ad improvvisare canti, filastrocche e stornelli in rima, al pari di un provetto menestrello e di un abile giullare, mettendo alla berlina chiunque gli capitasse a tiro. Utilizzava un grosso imbuto di latta per amplificare la voce ed agitava un osso di prosciutto spolpato mentre ripeteva: – Carnevalo ‘iutto ‘iutto, se jjo magna jo presutto e quaresima poverella se lla magna la sarachella! -. Personaggi come Baccóno si ricordano con piacere perché avevano indubbiamente una grossa esperienza di vita, vissuta con naturalezza, buon umore e filosofia. Per questo Baccóno merita i complimenti e l’ammirazione non solo dei compaesani che hanno avuto modo di conoscerlo direttamente, ma anche di chi, con questo racconto, ha la possibilità di apprezzarlo.
‘Nna Maria de Patèlla
Secondo una prima versione popolare, Anna Maria è stata chiamata così perché suo padre Domenico Antonio, uomo di acume e spirito goliardico, in una manifestazione popolare si mascherò da venditore di casalinghi, appendendosi addosso pentole e padelle. Secondo un’altra versione, invece, il padre era stato così soprannominato per aver insegnato il termine “padella” ad un ragazzino che gli aveva chiesto in prestito la “fressora”[1]. ‘Nna Maria era nata nel 1899 e raccontava di essere sopravvissuta al terremoto del 1915 per puro caso e per “merito” della sorella Peppinèlla che, più grande di lei di due anni, l’aveva mandata di buon’ora a comperare i lacci da scarpe nella bottega di Agrippina. Il negozio però non era ancora aperto, dunque ‘Nna Maria era rimasta lì ad aspettare e per tale motivo aveva fatto tardi. La sorella, non vedendola tornare, le era andata incontro preoccupata, e così entrambe si trovarono per strada nel momento in cui avvenne la tremenda scossa. Essendo già orfana di madre, ha dovuto affrontare con mille difficoltà l’adolescenza e la giovinezza, anche se aiutata dai familiari. Diceva al riguardo: – Quanno una non tè’ la mamma è sempre na pòra sventurata, speciarmente se te manca quanno si’ zicarella -. Ricordava anche che quando aveva undici anni il padre doveva portare una mucca a Magliano e lei volle seguirlo; così, in groppa ad un asino e con l’altra bestia per la cavezza, nel primo pomeriggio raggiunsero il paese. Al ritorno però la mucca s’imbizzarrì e, dopo il passaggio a livello di Cappelle, attraversando la campagna, prese la direzione dei campi di Scurcola e lei dovette starle dietro per non perdere i contatti con il padre che cercava di recuperare la bestia. Giunti presso il fiume Imele, dove alcuni contadini avevano costruito delle “paranze” per far defluire l’acqua nei loro campi, la mucca si ritrovò dentro il corso e l’oltrepassò a nuoto proseguendo verso Corcumello. Intanto si era fatto buio ed il padre le consigliò di far ritorno a Cese in compagnia dell’asino che le sarebbe stato d’aiuto per seguire la strada. – Tu reggite alla capézza che isso te guida – le disse. Il somaro, che per lavoro era stato anche in quelle zone, prese infatti la direzione della Provinciale Palentina e la percorse con lei al seguito, quando oramai era notte fonda e la bambina, infreddolita ed impaurita, gli camminava accanto quasi abbracciandolo; in questo modo si riscaldava e acquistava più coraggio. – La luna ‘llumineva la via, però faceva tante ombre co’ jj’àrbori e lle fratti. Me pareva de vede’ figure strane, perzone e animali. Po’ quanno se nnasconneva arrète alle nuvole, non vedeva più gnente… allora chiudeva j’occhi e remaneva abbracciata ajj’àseno! -. Arrivata finalmente a casa, non vi trovò nessuno, perché sua sorella, rimasta sola, era andata a dormire da una zia. Suo padre invece tornò dopo due giorni riportando la mucca che aveva dovuto seguire fino a Capistrello. Nella sua lunga vita (è morta quando aveva quasi 98 anni ed ha sempre conservato lucidità e prontezza) è stata testimone di grandi cambiamenti e conservava memoria del passaggio a Cese di moltissimi personaggi e “istituzioni”, come erano, soprattutto in passato, i parroci. – Quanno era quatrana i’, era parroco ‘no sacerdote de ècco: don Angelo Cosimati, che sarria ‘no parente de don Giovanni Cosimati pecché era jo fratéjjo dejjo nonno. – Po’ c’è stato sempre uno de ecco; don Serrafino De Sperdutis – . Questi era stato invitato dal vescovo a trasferirsi alle Pagliara, ma essendo troppo legato al paese ed alla famiglia, rifiutò tale destinazione e perciò fu privato della messa. Successivamente ottenne dal Papa il perdono, ma continuò a rimanere a Cese come sacerdote semplice, in quanto l’incarico di parroco era stato dato nel frattempo a don Antonio de Angelis di Luco, che fu parroco fino al terremoto. È infatti il parroco che morì mentre celebrava la messa. – Doppo, nel 1916, è venuto don Gaetano da Marano che doveva di’ la messa dentro ‘na tittoia. Solo più tardi fecero ‘na chiesa più ‘ròssa, ma fatta de legno. Doppo ancora, ma pe’ poco témpo, c’è stato don Gugliermono, soprannominato don Pulennono pecché veneva dall’ard’Italia”. Costui era un profugo di guerra e di lui si racconta che, per la ricostruzione della chiesa, suggerì di evitare le spese per i festeggiamenti patronali, ma la popolazione volle a tutti i costi che la festa fosse fatta. Lui, celebrate le liturgie della vigilia, lasciò il paese e per la festa il comitato si rivolse ai frati di Pietraquaria. – Nel ’18 – raccontava Anna Maria – è venuto don Mario Di Lorenzo da Magliano. Era fratello del generale dell’esercito “Di Lorenzo” e della Signora Rosina che, venuta per accudire il fratello, in seguito sposò “don” Francischino Cosimati -. Per chi lo ha conosciuto, questo prete è ritenuto uno dei più bravi predicatori della nostra parrocchia e durante il suo incarico i parrocchiani ampliarono e trasformarono in muratura la chiesa che sostituiva quella crollata con il terremoto: la cosiddetta “chiesa vecchia”. – Nel 1921 – raccontava ancora ‘Nna Maria – è venuto da Roma don Mmittorio. Era originario di Bracciano, apparteneva all’ordine dei Gesuiti e aveva 28 anni. È stato uno dei parroci più vivaci poiché aveva interesse per varie discipline e sapeva cimentarsi nella pittura ed in altre arti come la musica. Si dice che fosse un apprezzato organista e che anche persone provenienti dai paesi vicini frequentassero la nostra chiesa per ascoltarlo suonare. Dajjo meso de ottobbre del quarantase’ è venuto Don Angelo Leonetti che è d’origine de Castéjjo Gnovo. Ha festeggiato cinquant’anni da parroco, pe’ questo è quio che è remasto più ttempo ècco. – Oltre a questi nove parroci, ricordava anche ben dieci sacrestani: – Il primo è Giuseppe Ciciarelli, poi il figlio Pietro Paolo, Antonino Cipollone ed i figli Pietro ed Augusto, quindi Bbicilletta, Renato, Francischino, Sirvino, Sarvatoro e per ultima la figlia Anna – . Quando le si faceva notare che aveva conosciuto un gran numero di religiosi e attraversato tante stagioni di Cese, nel sottolineare che di ciò non sentiva alcun merito, lei concludeva candidamente: – L’ha ‘oluto Dio! -.
<Rielaborato da O. Cipollone, “Angeli co’ jji quajji” (1997)>
[1] Le motivazioni date dai compaesani spesso sono fantasiose. Al riguardo, mio padre Quintilio raccontava che un giorno un ragazzino era andato a casa di Maria Carmina, la mamma di Anna Maria, per avere in prestito “la fressóra”. In quel frangente era uscito il marito, Domenico Antonio, un uomo dal carattere scanzonato, che aveva chiesto al giovane: “Ma tua madre vuole la padella per friggere oppure una qualsiasi?”. Non sapendo rispondere, il ragazzo era tornato a casa per chiedere spiegazioni e, tornato nuovamente da Domenico Antonio, aveva dichiarato: “Ha ditto mamma che ci serve la fressóra, no’ la patèlla!”. L‘uomo allora gliel’aveva portata e aveva specificato sorridendo: “Anche questa è una padella, ricordalo”. Il ragazzo continuò per un po’ a pronunciare il termine appena imparato, e, andando in giro, ripeteva: “M’ha dato la patèlla, m’ha dato la patèlla…”. https://storiedellecese.com/2025/09/23/quel-bersagliere-di-cese-alla-breccia-di-porta-pia/


