[Storia delle Cese n.211]
da Osvaldo Cipollone e Maria Galdi
I girotondi e le filastrocche erano e rimangono passatempi di puro divertimento, spesso di maggior pertinenza delle ragazze, che tra l’altro, anche in passato, erano le più attente e capaci a memorizzare motivi, regole e sequenze. Alcuni passatempi di questo tipo si collocano a metà tra il gioco vero e proprio e la filastrocca giocata, a seconda della maggior vicinanza alla prima o alla seconda categoria in termini di regole e modalità di svolgimento; più vicini al gioco vero e proprio erano, ad esempio, “Regina reginella”, “Un, due, tre stella!”, “Le belle statuine”, “Forna’, forna’, è cotto il pane?”, “Angelo bell’angelo”…
Tutti i girotondi erano accomunati dal semplice piacere di trascorrere del tempo giocoso all’aperto e tutti si attuavano dandosi la mano, girando in circolo e stando a braccetto, ballando e ruotando, ora in un verso ora nell’altro. Nel farlo, si accompagnavano i movimenti al canto, ai vocalismi, al battimano e soprattutto alla mimica. Il girotondo più conosciuto resta il classico: «Giro, giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!». A quest’ultima frase, tutti i componenti del cerchio flettevano le ginocchia, poi si rialzavano e riprendevano a girare in tondo ripetendo la stessa cantilena. Un altro esempio, più articolato nell’esecuzione, recitava così: «Se quante bbelle figlie madama Dorè, se quante bbelle figlie! / Sò’ bbelle e me lle téngo madama Dorè, sò’ bbelle e me lle téngo. / Il re ne comanda una madama Dorè, il re ne comanda una… / Che cosa ne vuol fare madama Dorè? Che cosa ne vuol fare? / La vuole maritare madama Doré, la vuole maritare. / Sceglietevi la più bella, madama Dorè, sceglietevi la più bella». Presa per mano la prescelta, veniva condotta fuori dal cerchio e si continuava: «La più bella me l’ho già scelta madama Dorè, la più bella me l’ho già scelta». E si continuava così fino alla formazione di un nuovo cerchio. Un terzo girotondo prevedeva che si girasse lentamente cantando: «La solitudine si deve fuggir, si deve fuggir, sol con le compagne si può gioire: sol con le compagne si può gioire». Due ragazze, stando fuori, si rivolgevano a quelle al centro: «Scegli una bimba che sappia ballar, scegli una bimba che sappia ballar…». Ne sceglievano poi una a testa, dopodiché le quattro eseguivano un balletto alternandosi. Due ballavano, le altre due battevano le mani assieme a quelle del cerchio e viceversa, cantando: «La la la la la la la la la la là. La la la la là. La la la la la la la la la la la là. Sol con le compagne si può gioire, sol con le compagne si può gioire». Le due ragazze scelte restavano al centro, mentre le prime due si aggregavano al circolo per continuare il gioco cantando di nuovo e così via. Un altro girotondo, che non prevedeva sequenze particolari, faceva così: «Io son contadinella della campagna bella, non curo le ricchezze neppure le città: do-re-mi-fa fa fa… Do-re-mi-faaa… So-la-si-dooo… Se tu sapessi o bimba il piacere che si prova andando la mattina, si va si porta nova, si va sola soletta e con la bicicletta e col manubrio in mano si va lontan lontano».
Tra i tanti girotondi del tempo trovava spazio anche quello di “Maria ’Ntontèlla”, rappresentata da una ragazzina posizionata all’esterno del circolo. Il canto era suddiviso in sequenze di domande e risposte. Il gruppo in movimento ruotava una volta in senso orario e un’altra antiorario. «Che cosa fai nell’orto Maria ’Ntontèlla? Che cosa fai nell’orto Maria ’Ntontèlla?». [Risposta] «Nell’orto taglio l’erba, care compagne. Nell’orto taglio l’erba, care compagne». / «E l’erba a chi la porti, Maria ’Ntontèlla? E l’erba a chi la porti, Maria ’Ntontèlla?». / «La porto alle caprette, care compagne. La porto alle caprette, care compagne». / «E loro che ti danno, Maria ’Ntontèlla? E loro che ti danno, Maria ’Ntontèlla?». / «Mi danno del buon latte, care compagne. Mi danno del buon latte, care compagne». / «E il latte a chi lo dai, Maria ’Ntontèlla? E il latte a chi lo dai, Maria ’Ntontèlla?». / «Lo porto ai soldati, care compagne. Lo porto ai soldati. care compagne». / «E loro che ti danno, Maria ’Ntontèlla? E loro che ti danno, Maria ’Ntontèlla?». / «Loro mi danno la pace, care compagne. Loro mi danno la pace, care compagne». / «E la pace a chi la dai, Maria ’Ntontèlla? E la pace a chi la dai, Maria ’Ntontèlla?». / [Poi, scegliendo una compagna] «La pace la do a Pia, care compagne. La pace la do a Pia, care compagne». “Maria ’Ntontèlla” a questo punto si spostava per prendere la ragazza nominata e condurla con sé. Il gioco continuava così fino a coinvolgere altre compagne. In un altro girotondo, cinque ragazze disposte in fila facevano dei passi di danza cantando: «Le cinque ballerine del Cador – oh, oh / si danno appuntamento alla stazion – oh, oh, / il treno passa e loro non ci son – oh, oh / le cinque ballerine del Cador – oh oh». Quindi avanzavano di pochi passi, una alla volta, cantando singolarmente: «Io sono la prima, la più carina, la più carina della città». / «Io son la seconda, vegeta e bionda, vegeta e bionda della città». / «Io sono la terza, (con) fiore in testa, (con) fiore in testa nella città». / «Io sono la quarta, faccio la sarta, faccio la sarta della città». / «Io sono la quinta, vado dipinta, vado dipinta per la città». Tornavano poi al proprio posto e riprendevano di nuovo tutte e cinque in fila: «Le cinque ballerine del Cador oh, oh…». In un altro ancora si mettevano a braccetto, due alla volta, incrociando i volti e cantando mentre saltellavano: «Son cinquecento cavalieri con la testa insanguinata, con la spada rovesciata indovina, indovina che cos’è? / E sono sono le ciliegie, sono sono le ciliegie che maturano in giardin». A questo punto si posizionavano una di fronte all’altra, a coppia, e si esibivano nel “tira e molla” ponendo le mani sui fianchi e muovendo le gambe avanti e indietro, cantando ritmicamente: «E tira e moll’e moll’e tira e tira e moll’e moll’e tira e tira e moll’e lascia andar». Ripetevano la sequenza due volte e poi andavano avanti. In diverse zone d’Italia, le stesse strofe fanno parte della canzoncina “Io son contadinella”, che tuttavia differisce nella parte iniziale dall’omonima qui riportata.
In un altro girotondo si formava il classico cerchio iniziale, uno dei partecipanti si poneva nel mezzo e iniziava recitando la cantilena. Gli altri, tenendosi per mano, ruotavano una volta in un verso, una volta dalla parte opposta: «Ho perso ’na cavallina, ’ndintina, ’ndintèlla, ho perso ’na cavallina ’ndintina cavalier». [Quelli in cerchio chiedevano:] «E dove l’avete persa ’ndintina, ’ndintèlla? Dove l’avete persa ’ndintina cavalier?». [Il primo rispondeva:] «L’ho persa in mezzo ai fiori ’ndintina, ’ndintèlla. L’ho persa in mezzo ai fiori ’ndintina cavalier». /«Di che colore era ’ndintina, ’ndintèlla? Di che colore era ’ndintina cavalier?». Il primo sceglieva con lo sguardo uno del cerchio, poi, riferendosi magari al vestito, agli occhi, ai capelli ecc., dava il primo indizio: «Aveva la gonna rossa ’ndintina, ’ndintèlla. Aveva la gonna rossa ’ndintina cavalier». Veniva allora posta un’ultima domanda, per individuare la persona prescelta senza equivoci: «E come si chiamava ’ndintina, ’ndintèlla? E come si chiamava ’ndintina cavalier?». / «Si chiamava (es.) Pina ’ndintina, ’ndintèlla. Si chiamava Pina ’ndintina cavalier». La prescelta usciva dunque dal cerchio e andava a sostituire chi comandava il gioco, che, di contro, si univa al gruppo. Il gioco continuava con le stesse modalità, e di volta in volta veniva scelto/a uno/a del girotondo.
La formula del circolo con un prescelto nel mezzo era comune a diversi divertimenti di questo tipo. Nella “Bella lavanderina”, in particolare, l’estratto/a dalla conta si poneva all’interno del cerchio per mimare le azioni corrispondenti alle strofe cantate dai componenti del girotondo: «La bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città». Mentre compiva l’azione di strofinare e lavare gli indumenti, gli altri cantavano: «Fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta. Fai la riverenza, fai la penitenza, cacciati il cappelletto. Guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu». A questo punto il girotondo si fermava in attesa che uno del gruppo venisse baciato. Il fortunato si posizionava poi al centro del cerchio ed il gioco continuava nello stesso modo. Molti passatempi erano più o meno della stessa tipologia; a volte cambiavano solo le strofette da cantare e le relative risposte da dare. Molto simile alla “Bella lavanderina” era “Maria Giulia”, girotondo nel quale ad ogni riga di strofa era associata la relativa mimica. «O Maria Giulia dove sei venuta? Alza gli occhi al cielo, fai un salto, fanne un altro, fai la riverenza, fai la penitenza, cacciati il cappelletto, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu». Dopo l’ultima frase, la prescelta sostituiva la ragazza che l’aveva baciata e si proseguiva analogamente. Lo stesso schema del circolo con una ragazza al centro e le azioni da mimare cantando era comune anche ad altri girotondi. In questo caso specifico, però, erano le componenti del circolo a mimare le diverse attività. «Ho visto in un giardinetto un grazioso uccelletto. Era bello e piccolino, si chiamava passerino. [Mimando] A volare faceva così, così, così, a cantare faceva ciccì, ciccì, ciccì. Ma un cattivo cacciatore con lo scoppio fece “buuum”. L’uccelletto poveretto cade a terra e non s’alza più». In un altro passatempo, l’estratta si poneva al centro del circolo. Le altre indicavano cantando diverse attività e la prima eseguiva le relative azioni come fossero degli ordini. «Ecco qua la mia vecchietta che non vuole mai giocar e per far la penitenza in ginocchio deve star». In questo caso, l’estratta eseguiva mettendosi in ginocchio, mentre le altre continuavano a ruotare in circolo. «Ecco qua la mia vecchietta che non vuole mai giocar e per far la penitenza ad occhi chiusi deve star». La “vecchietta” chiudeva gli occhi e le altre giravano continuando… «… a mani in alto deve star / … a lingua fuori deve star»… L’ultimo ordine chiudeva il giro con: «E per far la penitenza, dai un bacio a chi vuoi tu». Effettuata la scelta, l’altra ragazza andava ad impersonare il ruolo della nuova “vecchietta” e si proseguiva.
“Le misti son di sciàllera…” potrebbe far pensare ad un gioco in lingua straniera, oppure in un altro dialetto non proprio del nostro territorio. In realtà, si può ipotizzare che il verso derivi dallo storpiamento di una qualche canzoncina d’oltralpe, magari importata da uno dei nostri emigranti o dalle figliole. D’altra parte, anche il prosieguo della canzone e i versi onomatopeici risultano astrusi e di difficile identificazione. Come ampiamente testimoniato, tuttavia, la centralità di alcuni giochi e divertimenti era nella loro sonorità. «Le misti son di sciàllera tiò, tiò, tiòò. Le misti son di sciàllera tiò, tiò, tiòò! Ellera tittiò, tiò tiò tiòò, Ellera tittiò, tiò tiò tiòò». Nel gioco “È arrivato l’ambasciatore”, una volta formato il cerchio, due persone affiancate si muovevano all’esterno di questo tenendo le braccia allacciate tra loro e si avvicinavano al gruppo cantando: «È arrivato l’ambasciatore sui monti e sulle valli, è arrivato l’ambasciatore ohilì, ohilì, ohilà!». [Il circolo rispondeva] «E che cosa voi volete, sui monti e sulle valli, e che cosa voi volete ohilì, ohilì, ohilà?». / «Noi vogliamo una fidanzata, sui monti e sulle valli, noi vogliamo una fidanzata, ohilì, ohilì, ohilà!». / «Sceglietevi la più bella, sui monti e sulle valli, sceglietevi la più bella ohilì, ohilì, ohilà!». / «La più bella l’abbiamo scelta sui monti e sulle valli, la più bella l’abbiamo scelta ohilì, ohilì, ohilà!». Quindi portavano con loro la ragazza individuata e con lei formavano un altro circolo per continuare fino all’esaurimento dell’intero girotondo iniziale. Fra i tanti svaghi di questo tipo figura anche “Teresin Teresinella”, di cui solo recentemente si è riuscito a recuperare il testo. «Teresin Teresinella, che ballo stai a far? È morta tua sorella, la stanno a sotterrar». [Teresina] «È morta, lasciala morir,tutta di rosso mi voglio vestir, scarpette rosse mi voglio far, suonate suonatori: io seguito a ballar». / «Teresin Teresinella, ma che ballo stai a far? È morto tuo fratello, lo stanno a sotterrar». / «È morto, lascialo morir, tutta di rosso mi voglio vestir, scarpette rosse mi voglio far, suonate suonatori: io seguito a ballar». «Teresin Teresinella, ma che ballo stai a far? È morto il tuo ragazzo, lo stanno a sotterrar». «È morto, o che dolor; tutta di nero mi voglio vestir, scarpette nere mi voglio far, smettete suonatori: non voglio più ballar».
Gli studiosi di folklore hanno rintracciato un dato fondamentale, ben approfondito nelle ricerche di questo tipo, ovvero l’elemento linguistico legato al gioco. Quest’ultimo, infatti, prevede quasi sempre una formula, una filastrocca, uno scioglilingua, in alcuni casi conte o scongiuri. Si tratta di un’intersezione importante, perché i giochi del passato ci restituiscono una fotografia nitida di come la lingua è cambiata nel corso dei decenni, considerando anche tutte le “impurità linguistiche” che la trasmissione orale può aver accumulato nel corso di questo arco di tempo (un po’ come nel gioco del telefono, le parole, le filastrocche, le formule, vengono storpiate dai vari parlanti che le imparano gli uni dagli altri, senza una traccia scritta). Ogni gioco è un archivio, di parole, di gesti, di ritmi, di azioni e tutto questo viene trasmesso e diventa una memoria orale che valica il tempo. Al di là del significato, questi componimenti sono fatti soprattutto di gestualità: oltre il senso c’è il ritmo, l’azione e il fare qualcosa. Le ripetizioni e le rime servono proprio a questo: a dare un ritmo al gesto; nel gioco entra l’elemento teatrale. Il teatro, infatti, ha il corpo come strumento principale, e non lo usa solo come modo per muoversi, ma carica il movimento del corpo di significato: le azioni teatrali sono infatti sempre azioni simboliche. Teatro antico, gioco e corpo sono sempre connessi e in relazione e proprio nelle forme di gioco come quelle descritte possiamo riconoscere alcuni degli elementi che saranno poi propri del teatro. Il gioco, quindi, trasforma il corpo in linguaggio, donandogli grande rilevanza in moltissimi di quelli che abbiamo praticato. Diventa protagonista ed è indispensabile per l’attuazione stessa del gioco. Parole e gesti sono poi ancor più interdipendenti nelle conte, nei girotondi, nei quali si recita una litania o delle formule fisse, sempre accompagnate da gesti che le descrivono, che le ampliano e che non sono un mero abbellimento, ma parte del messaggio. Linguaggio e azione concorrono alla riuscita del gioco e alla comunicazione stessa delle sue varie fasi o parti. Leggendo le filastrocche dei girotondi, spesso sembra di star leggendo un piccolo copione teatrale: i bambini che giocano assumono dei ruoli, si rifanno a delle regole e recitano a tutti gli effetti delle parti, muovendosi sula scena, molto spesso in strada, come sul palco di un teatro. Ne sia esempio “Se quante bbelle figlie madama Dorè”. In cerchio si dispongono delle bambine, una di loro inizia a recitare la litania, diviene quindi voce narrante del gioco, che prevede la scelta di una delle partecipanti al cerchio. Una volta scelta una delle belle figlie, questa viene condotta fuori dal cerchio, che diventa uno spazio scenico. C’è una voce narrante, ci sono personaggi, un dialogo, un’entrata e un’uscita di scena, una successione di azioni regolata da tempi precisi. Nulla è lasciato all’improvvisazione: proprio come in una rappresentazione teatrale. Il corpo e la sua dimensione attoriale divengono allora uno strumento indispensabile, come la fionda, la trottola o le carte. Con la differenza, però, che in questi casi non serve nient’altro se non fantasia e movimento, che poi sono gli elementi fondanti dell’arte del teatro, arte povera che vive di nulla, se non di voce e gesto. È forse questa la forma più antica del teatro: quella che nasce da un gesto condiviso, prima ancora che da un palcoscenico.
Una rievocazione di due girotondi, “Son cinquecento cavalieri” e “Maria ‘Ntontèlla”, è stata realizzata nel corso del “Carraggio” del 1991.
All’interno della presentazione del libro “Per gioco, ma non solo”, è stata invece proposta la rievocazione di “Quante belle figlie Madama Dorè”.
<Tratto da O. Cipollone “Per gioco, ma non solo” (2026)>

