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Che c’entra Cese con Fucino, “jo paeso bianco”

[Storia delle Cese n.211]
da Teresa Di Matteo e Osvaldo Cipollone

Nonostante la distanza e gli apparenti parallelismi in termini di vocazione e attività agricola, tra il nostro paese e l’area fucense esistono numerose connessioni legate non solo al prosciugamento del lago (al quale Cese sembra dovere addirittura il proprio nome), ma anche alle proprietà terriere ed all’impiego dei lavoratori nel Fucino o negli altri stabilimenti di trattamento e trasformazione dei prodotti.

Si sono già trattati, al riguardo, sia il tema relativo alle richieste di assegnazione delle terre agli ex combattenti di Cese, sia il ruolo delle “pese” di Cese negli anni di maggiore centralità degli zuccherifici di Avezzano e di Celano. Si sa poi che, intorno alla metà degli anni ‘50,  “l’Ente Fucino” istituì corsi specifici in collaborazione con l’Amministrazione comunale e offrì alcune opportunità lavorative ai giovani e alle giovani del luogo. Per sfruttare queste ultime, nello specifico, occorreva recarsi ad Avezzano, nei pressi dell’attuale stazione delle autolinee regionali, dove erano ubicati alcuni enormi capannoni dell’Ente adibiti all’ammasso delle patate provenienti dal circondario. Si iniziava a lavorare ad ottobre, quando erano pronte le patate rosse provenienti da Aielli; il lavoro poi proseguiva con l’arrivo delle patate della Piana del Fucino e di quelle dei paesi limitrofi. L’attività consisteva nel selezionare tuberi di media e grossa dimensione, insaccarli, legare i sacchi da 50 Kg e caricarli sui camion destinati ai mercati generali di Roma e in altre località. Il lavoro era duro, faticoso, da svolgersi senza guanti e in posizione inginocchiata. Per attenuare il fastidio, le ragazze piegavano i sacchi vuoti e se li ponevano sotto le ginocchia; quando poi le patate avevano i germogli (“i cicci”), li recuperavano per metterli sotto gli stessi sacchi. Oltre alle patate, pulivano, selezionavano e confezionavano anche l’aglio. Lunghe e voluminose stipe le attendevano per quel fastidioso lavoro; specialmente quando fermentava, infatti, l’aglio sprigionava un odore nauseabondo che impregnava corpo e vestiti. Le ragazze provenienti da Cese solitamente valicavano il Monte Salviano a piedi, in qualche caso anche sotto la pioggia battente e la neve. Solo in caso di condizioni metereologiche assolutamente proibitive si decidevano a viaggiare sulla “postale”, la corriera, il cui costo, seppur modesto, non era sempre sostenibile. Il gruppo era formato da giovanette a contratto fisso, come Onorina Galdi, Maria Bianchi e Maria Cipollone (di Angela Chiara) e da altre compagne di lavoro che lavoravano saltuariamente, ma di frequente, come Michelina Tucceri, Rosina “de Bbicillètta”, Silvana e Amelia di “Ggiuannono”. C’erano anche alcuni uomini di Cese, come Valentino di Crocifissa, Ettore D’Innocenzo, Pietro Rantucci e altri… Tutti e tutte dovevano fare lo stesso lavoro, di cui avevano stretta necessità e che non potevano rischiare di perdere.

Sul tema del lavoro nei campi, esiste una testimonianza estremamente intensa e significativa che riesce a restituire un’immagine realistica di quella che doveva essere la giornata-tipo dei lavoratori di Cese sui terreni di Fucino, “jo paeso bianco” – nel parlato locale – per via del colore chiaro di una terra intensamente sfruttata che si contrapponeva in maniera netta a quella dei piani palentini. Nei ricordi della centenaria “Teresina” Di Matteo passa così un’intera epoca, il senso della fede, tutto un mondo che si è fatto storia.

Dopo il prosciugamento del Lago di Fucino, i contadini del circondario cominciarono a coltivare i fertili terreni che erano stati appena liberati dalle acque. Come altri di Cese, mio padre curava due appezzamenti, uno a strada 5 ed uno a strada 3. Orgoglioso del loro valore, portava al lavoro su quei campi anche noi figlie, poco più che adolescenti. Per raggiungere la Piana del Fucino avevamo due percorsi: il primo passava per Cappelle e proseguiva verso Avezzano; con il carro trainato dai buoi, si partiva a mezzanotte e si arrivava dopo quasi 7 ore di cammino. Per poter dormire qualche ora in più, noi ragazze (in famiglia eravamo sei figlie femmine) sceglievamo la via più breve ma piuttosto faticosa: guidate da nostro padre, risalivamo a piedi la montagna di Cese, verso Pietraquaria, e poi scendevamo a valle fino alla Piana del Fucino. Si partiva in piena notte, quando era ancora buio; uscendo da casa ci facevamo il segno della croce, un gesto di fede che doveva proteggerci nel viaggio e darci quella forza in più di cui avremmo avuto bisogno per portare a termine la nostra dura giornata di lavoro. I primi 300 metri erano i più faticosi; ancora assonnate, dovevamo affrontare una ripida salita, fino alla Croce di ferro che era stata eretta dai padri passionisti durante le missioni di evangelizzazione svolte a Cese (sullo stesso luogo è ora presente la chiesetta di San Rocco); quella croce era la nostra prima tappa e pareva fosse stata messa lì proprio per risvegliare la nostra fede. Nostro padre rompeva il silenzio pregando a gran voce “Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo; sia Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”. E noi destate da quelle esclamazione rispondevamo insieme: “Come era in principio, ora e sempre, secoli dei secoli dei secoli, Amen”. Quella breve preghiera ci rendeva consapevoli della buona guida che ci stava conducendo lungo quel sentiero così faticoso, alla ricerca di noi stesse, prima ancora che del nostro pane quotidiano. Taciturne come soldati di vedetta, seguivano il cammino di nostro padre. Il paese, in basso, era immerso nel silenzio della notte; qualche cane abbaiava richiamando la nostra attenzione, ma i riflessi delle luci ci obbligavano a non guardare per non correre il rischio di inciampare sui sassi disseminati lungo il sentiero. Di tanto in tanto, però, ci fermavamo per riposare e allora potevamo osservare la vallata ancora immersa nel buio; come era bella ed emozionante la notte! Davanti a quello spettacolo, una di noi esclamava: “Guardate quel paese, ha forma di una croce… quello sembra un gallo con la cresta… quell’altro ha la forma di un pesce”; chi di noi alzava gli occhi in cielo avvertiva: “Quella stella sta per cadere… Quella è la via lattea”. Io, che mi chiamo Teresa, ricercavo il gruppo di stelle che Santa Teresa, ancora bambina, indicò al suo papà dicendo: “Guarda babbo, Il mio nome sta scritto in cielo”. Poi nostro padre ci incitava a riprendere il cammino: “Andiamo, che oggi ci aspetta una giornata pesante”. “Come se non lo sapessimo!”, rispondeva con disappunto una di noi. Riprendevamo il viaggio, camminando con attenzione sul sentiero sassoso, ma con lo sguardo furtivo che cercava di scorgere immagini fantastiche da richiamare alla sosta successiva. D’un tratto, sulla montagna opposta, in direzione di Scurcola Marsicana, ci appariva la monumentale chiesa della Madonna della Vittoria, che attirava la nostra attenzione con la sua bellezza e luminosità. […] Mio padre aveva frequentato solo le prime due classi delle scuole elementari, perché a quel tempo nel nostro paese non ce ne erano altre, ma sapeva arricchire quelle poche conoscenze scolastiche con la saggezza tipica dei contadini. […] Un ultimo tratto della mulattiera ci separava dalla cima della montagna; finita la salita, dovevamo percorrere un breve falsopiano sovrastato da due piccole vette; su una di esse c’è tutt’ora il convento dei Padri Cappuccini e una splendida chiesa dove è venerata la Madonna di Pietraquaria, padrona della città di Avezzano. Dopo la radura, ci avvolgeva l’oscurità minacciosa del bosco che faceva svanire all’improvviso la nostra baldanza; timide e insicure, ascoltavamo con attenzione i rumori della notte, pronte a lanciare l’allarme ad ogni pericolo; le ombre delle rocce sembravano animali famelici affacciati dalle loro tane; gli alberi parevano popolati da orde di Briganti pronti ad assalirci. A quel punto, nostro padre rompeva il silenzio intonando a gran voce le litanie.

Nella discesa verso Avezzano, il fresco della mattina si faceva pungente; per riordinare gli indumenti e coprirci meglio ci fermavamo presto un’icona della Via Crucis collocata sul sentiero che da Avezzano porta al convento di Pietraquaria. […] Quel percorso così faticoso per un’adolescente mi preparava ad affrontare le difficoltà della vita. […] Dall’alto della montagna scorgevamo le luci dei paesi che circondavano la piana del Fucino: Avezzano, Trasacco, Ortucchio, Celano. Nostro padre ci aveva raccontato che il Lago del Fucino, prima del prosciugamento, dava sostegno a tutti: si viveva di pesca, di caccia, di pascolo, dei prodotti della terra; il legname dei boschi veniva usato sia per riscaldare sia per costruire le case di chi non poteva permettersi pietre e mattoni. Ci ripeteva spesso “tutti i nati Iddio li aiuta; chi ha fatto il mondo l’ha saputo fare bene”. E ci ammoniva: “l’uomo da una parte aggiusta e dall’altra distrugge; il prosciugamento del Fucino è stato molto utile ai paesi della piana, ma ha tolto benessere ad altri paesi; quando c’era il lago, i piani Palentini producevano di tutto in abbondanza, mentre oggi le nostre terre si sono inaridite; gli alberi da frutto stanno scomparendo e noi, per tirare avanti, dobbiamo fare più sacrifici; e la stessa cosa è successa a tanti altri paesi; eppure il signore Dio ci ha servito il mondo su un piatto d’argento”. Scendendo dalla montagna procedevamo lungo il percorso della Via Crucis, soffermandoci ad ogni Icona.[…] Il ricordo di quella voce mi ha accompagnata in tutta la vita, quelle preghiere, quelle suppliche che mio padre ci faceva recitare nel silenzio della notte sono rimaste indelebili nella mia mente e mi hanno dato forza nei momenti bui. […] Finita la discesa, attraversavamo Avezzano ancora assonnata e silenziosa; di tanto in tanto si udiva in lontananza il fischio di un treno che correva sulle rotaie. Dopo aver percorso via Napoli, facevamo sosta a Piazza Torlonia dove aspettavamo il carro che arrivava dalla strada provinciale. Prendevamo posto sul carro, stando ben strette l’una all’altra per riscaldarci meglio; per coprirci avevamo una coperta di lana tessuta a mano da noi stesse e, come cuscino, un sacco pieno di paglia. Per riscaldarci meglio, mio padre ci ricopriva anche con la sua cappa, tessuta con il telaio di casa. Era un indumento pesante, fatto di lana, di forma circolare e di colore blu scuro, con una pelliccia di agnello che riscaldava il collo. Lunga fino ai piedi, essa andava indossata sopra le spalle e, sul davanti, un lembo veniva sollevato e appoggiato sulla spalla opposta; per gli uomini era la protezione da ogni freddo ed anche motivo di vanto poiché dimostrava l’agiatezza di una famiglia. Nostro padre ci copriva la testa per ripararci dal freddo, ma anche per nasconderci alla curiosità degli uomini che ci superavano con i veloci carretti trainati dai cavalli. La strada scorreva lentamente e così, cullate dal passo dei buoi, ci calavamo in un sonno ristoratore. Arrivavamo sui campi prima dell’alba, quando la brina e il gelo ancora coprivano tutto; scendevamo dal carro assonnate e contrariate, mentre il freddo pungente ci aggrediva improvviso. Nostro padre accendeva un fuoco con la paglia per farci riscaldare e lo stesso facevano in lontananza i rari contadini presenti sugli altri campi. I falò illuminavano le sagome delle persone, alcune con le mani tese verso le fiamme, altre voltate a riscaldarsi le spalle; qualcuno andava a prendere altra paglia per alimentare il fuoco che si stava spegnendo. Mio padre non veniva mai a scaldarsi; dopo aver acceso il fuoco, legava i buoi all’aratro e cominciava a tracciare i solchi. Lui sapeva bene che per riscaldarti veramente devi cominciare a lavorare e che se stai vicino al fuoco non riesci più a staccarti. Tracciati i primi solchi ci rivolgeva il suo richiamo a cominciare il lavoro. Era ormai l’alba; immersi in una nebbia fitta, con uno strato di gelo che copriva il terreno, frugavamo a mani nude nella terra ghiacciata per raccogliere anche le patate più nascoste (altre volte si trattava di gelide barbabietole da portare allo zuccherificio). Come soldati che vanno l’assalto incuranti del nemico, così noi ignoravamo il gelo che ci aggrediva le mani. Il dolore era insopportabile e quando le mani cominciavano a riscaldarsi avvertivamo fitte ancor più lancinanti, come di spilli conficcati nella pelle viva, ma sapevamo che quella era l’ultima prova che dovevamo superare per sconfiggere il freddo. Era allora che mio padre ci portava delle patate calde che aveva cotto sul fuoco acceso in precedenza. Ci pulivamo le mani sporche di terra strofinandole sull’erba gelata e poi mangiavamo di gusto per fame e tradizione. Il calore di quel cibo ci consolava delle pene patite e ci dava la carica per proseguire. Rifocillati e riscaldati, con il sole che cominciava a sorgere, riprendevamo la raccolta. A metà della mattinata ci raggiungeva il richiamo di nostro padre che ci radunava per la colazione; ci sedevamo in cerchio intorno al cesto delle provviste, chi su zolle, chi su ciuffi d’erba, i più fortunati trovavano posto sul carro. Mangiavamo con soddisfazione e appetito quello che mia madre ci aveva preparato; ricordo ancora quelle pagnotte farcite con le salsicce, la pancetta di maiale abbrustolita, le frittate con la cipolla, il pane insaporito con l’olio dei peperoni, il formaggio fresco fritto, la frutta, i cavolfiori “soffocati”. Gli uomini gustavano anche un bicchiere di vino. Non so come spiegarmi, ma quel cibo aveva per me è un gusto speciale, un sapore che non ho più ritrovato in tutta la mia vita. Quello che stavamo mangiando era realmente il frutto delle nostre fatiche, la nostra provvidenza. Nostra madre non veniva mai a Fucino, ma si prendeva molta cura di noi ed era proprio brava a preparare il cesto delle provviste (la mmutina). A casa eravamo 6 figlie femmine e per questo ci toccava fare anche i lavori degli uomini: dovevamo lavorare nei campi, accudire gli animali della stalla, ma anche cucire, tessere, fare i lavori di casa. Ma quando finalmente la domenica andavamo a messa, ci piaceva indossare abiti eleganti e raffinati, per farne motivo di vanto. Finita la colazione, riprendevamo il lavoro con speditezza, riposate e ben rifocillate; qualcuna di noi intonava le canzoni che c’erano state insegnate dal sacerdote di Cese: un uomo di grande cultura, che istruiva la gioventù del paese alla musica e al canto; strumenti, diceva, che ci aiutano ad elevare la nostra preghiera al Signore. Anche se venivamo da lontano, verso mezzogiorno il nostro lavoro era concluso; mentre radunavo gli attrezzi, guardavo sui campi vicini le persone ancora intente al lavoro, accaldate sotto il sole di mezzodì. In quel momento pensavo che ne era valsa proprio la pena di alzarsi così presto, perché ora potevamo goderci il nostro meritato riposo; come diceva mio padre “chi comincia presto la sua giornata non lo raggiungi più”. Consumavamo il nostro pranzo rinfrescandoci al corso d’acqua che scorreva limpido vicino alla nostra terra; nostro padre si prendeva cura dei buoi perché sulla via del ritorno avrebbero dovuto trainare un pesante carico di patate; alcuni uomini lasciavano gli apprezzamenti confinanti per scambiare quattro chiacchiere con lui, bere un sorso e fare amicizia; lui stava in comitiva con questi nuovi amici senza mai distogliere lo sguardo degli animali che si ristoravano. L’aria era divenuta un po’ più fresca, ci mettevamo in cammino sulla via del ritorno, ma prima di arrivare a casa, come meritato premio per le nostre fatiche, ci portava su una delle nostre vigne dove ci attendevano succulenti grappoli d’uva di tante qualità: malvasia, Italia, aleatico, americanella e altre ancora. Queste erano le mie giornate a Fucino con mio padre. Per me è stato un esempio di vita e fonte di saggezza”.

<Rielaborato da tre articoli pubblicati su “La Voce delle Cese” (2021-2024)>


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