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Quando i giochi si “facevano” dal nulla

[Storia delle Cese n.209]
da Osvaldo Cipollone

Indispensabili come il latte, il pane e l’aria, oggi come un tempo gli elementi del gioco aiutano a crescere in maniera più completa. Un tempo, però, quasi nessuno possedeva giocattoli se non il primo, fornito sin dalla nascita e unico nel suo genere: il succhiotto. Non era bello né colorato come quelli moderni, ma, con quel poco di zucchero avvolto in una pezzuola di lino e legata con un filo, regalava gioia e sensazioni assimilabili al calore del seno materno. Non era la stessa cosa, ma trasmetteva comunque quella serenità che appagava e che conciliava il sonno. In gergo era il tipico “ciuccitto”, amico dei neonati e compagno amorevole nel periodo precedente lo svezzamento. Quando si cresceva, se non in rari casi, non si possedeva nulla ed era molto raro che i bambini possedessero giocattoli belli e confezionati. La limitazione era legata soprattutto alla mancanza di possibilità economiche, poiché i pochi soldi disponibili nelle famiglie (specialmente in quelle di estrazione contadina) erano destinati alle esigenze primarie, tra le quali non rientravano certamente giocattoli e svaghi. Allora si sopperiva al problema attraverso l’estro e l’ingegnosità, facendo ricorso alle risorse reperibili in giro, come ad esempio l’argilla, di cui si trovava disponibilità in alcune zone della campagna. Con la creta, nello specifico, si realizzavano palline che venivano fatte essiccare al sole e poi colorate con l’inchiostro nero, blu e rosso per diversificarle. Un altro materiale utilissimo era il legno: rami, forcelle, canne, vimini, ma anche sterpaglia e vegetazione varia. Ogni elemento, in realtà, trovava una propria utilità: cordame, ferri di ombrelli, tubolari di bici, cerchioni, bottoni, stoffe, rocchetti, elastici, sugheri, scatole del lucido e delle scarpe, barattoli, spaghi, vecchie tomaie, chiodi, fil di ferro ed altro materiale dismesso e accantonato. Gli strumenti necessari alla realizzazione di giochi e giocattoli erano quelli di uso comune tenuti nelle cantine, nei magazzini e nelle stalle. Quelli più pericolosi venivano magari utilizzati con l’ausilio degli adulti; alcuni, tuttavia, erano strettamente vietati perché indispensabili nei lavori agricoli. Tutti potevano essere comunque presi di nascosto, salvo essere poi rimessi meticolosamente al proprio posto.

Jo triscio

Uno dei giochi più semplici era quello de jo trìšcio, termine dialettale di dubbia provenienza, ma riconducibile plausibilmente a qualcosa che striscia o che struscia. Ancora oggi sarebbe di facile realizzazione, in quanto occorrerebbero solo due elementi molto semplici: un grosso bottone (la bbettonòzza) e un filo resistente. Innanzitutto, si sceglievano due dei quattro buchi del bottone in linea incrociata. Al loro interno veniva inserito il capo del filo, lungo circa 80 centimetri, da annodare dopo il passaggio nell’altro buco. Formate due sezioni di uguale lunghezza (circa 40 cm, dunque), si posizionava il bottone alla metà e, tenendo ciascuna parte con due dita, lo si faceva roteare fino ad ottenere un certo avvolgimento del filo. Quindi, tendendo contemporaneamente le mani con morbidezza e allentandole ritmicamente a mo’ di fisarmonica, il bottone girava in senso orario e antiorario, fin quando si riusciva a mantenere lo stesso ritmo. Così facendo, il giocattolo restava sempre in movimento e i giocatori potevano divertirsi per parecchio tempo. In pratica, il sistema era simile a quello dello “yo-yo”, ma siccome quest’ultimo doveva essere necessariamente acquistato, si ricorreva più facilmente a tale marchingegno per supplire con un po’ di fantasia. In qualche occasione il filo poteva impigliarsi e aggrovigliarsi e allora occorreva pazienza per liberarlo e poter giocare di nuovo. Altre volte, invece, i più irrequieti o dispettosi avvicinavano jo trìšcio in movimento ai capelli di qualcuno/a (soprattutto a quelli delle bambine che li portavano lunghi) e a quel punto la situazione diventava complicata e poteva comportare anche qualche rimprovero o qualche bussa da parte di un familiare.  Si trattava di innocenti dispetti tra ragazzini e coetanei, frutto di certi costumi e di situazioni del tempo. In passato, tra l’altro, ragazzi e ragazze si raggruppavano insieme, soprattutto all’aperto, anche per mettere in bella mostra la propria creazione, jo trìšcio.

Le pupétte

Anche le bambine realizzavano da sole i propri giocattoli e organizzavano in questo modo diversi giochi. Le bamboline di pezza, ad esempio, venivano assemblate a mano, magari con l’aiuto delle donne di famiglia. Se avevano a disposizione una scatola da scarpe vuota, la utilizzavano come culla per la bamboletta, corredandola di cuscino, lenzuola e coperta. Per arricchire il set utilizzavano ritagli di stoffa presi tra quelli messi da parte per jo cìnciàro, lo straccivendolo. Per realizzare corpo, gambe e braccia della loro pupétta utilizzavano piccoli tratti di arbusti e canne sottili. Foderando una piccola patata o una mela selvatica modellavano la testolina ed effettuavano poi i buchetti per occhi, naso e orecchie. Avvolgevano gli arti con delle strisce di stoffa e cucivano la sottoveste, il corpetto, la mantella e le gonne con altri pezzi colorati, bianchi, a fiori… Poi passavano alle ciabatte, allo zinale, al fazzolettone per la testa e posizionavano la propria creatura in piedi o coricata dentro la culla, a seconda se era pieno giorno oppure sera. In quest’ultimo caso, rimboccavano le coperte del lettino e poi cercavano di cullare la pupetta facendo dondolare la scatola. Il passatempo durava generalmente a lungo, poiché mentre la pupetta dormiva, le bimbe, al pari di mamme e donne di casa, rassettavano tutto e gestivano le diverse attività domestiche.

Le moto

Tra i passatempi più innocui e scanzonati rientravano alcuni giochi che miravano a imitare le corse dei grandi in sella alle bici o alle moto. Si trattava in realtà di semplici corse o camminate su “velocipedi” posticci, dei veri prototipi “alla buona”. Con due canne incrociate e l’ausilio di fil di ferro, spaghi, lacci e sonagli, si potevano emulare i centauri alla guida di moto, lambrette e vespe. Costruiti manubri, freni, acceleratori e telai, i ragazzi si mettevano a cavallo dei “motocicli” tenendo una lunga canna tra le gambe. Percorrevano poi in quella posizione dei tratti prestabiliti, oppure facevano andata e ritorno lungo tutto il corso principale, cercando di riprodurre anche il rumore dei motocicli facendo vibrare le labbra durante tutto il tragitto e accelerandone all’occorrenza la velocità e la vibrazione. A tratti riproducevano anche il suono del clacson e simulavano lo spegnimento con il tipico «mbrum, mbrum, mbrum», un attimo prima di una repentina frenata. Nell’emulazione delle biciclette era tutto più semplice, poiché alcuni aspetti come il rombo del motore non erano richiesti; tuttavia, facevano sempre parte del gioco le corse, le curve, le frenate e, in aggiunta, lo scampanellio.

I trampoli

Uno dei materiali più utili e facilmente reperibili in giro era costituito dalle scatole di latta, residuo dei barattoli che contenevano alimenti in conserva, con le quali si potevano realizzare diversi giocattoli. Uno dei più usuali era costituito dal gioco dei trampoli. Avendo a disposizione due latte, nello specifico, vi si praticavano anzitutto degli appositi fori a ridosso del coperchio chiuso. Rimossa la parte già aperta, con chiodo e martello (o sasso) si praticavano i buchi per introdurvi dei tratti di fil di ferro capienti quanto le scarpe, annodandoli poi per chiuderli. A questo punto vi si potevano introdurre i piedi: fatti aderire i ferri alle scarpe, si potevano percorrere dei brevi tratti di strada rimanendo in equilibrio in quella non facile posizione, che dava la sensazione di essere alti una decina di centimetri in più rispetto al normale. Per facilitare il mantenimento dell’equilibrio ci si poteva aiutare sostenendosi con due canne o mazze, che fungevano quasi da racchette da sciatori sostenendo un’andatura più idonea al caso particolare. Poteva capitare, comunque, che nel muoversi con i trampoli qualcuno inciampasse e cadesse rovinando a terra con le ovvie e indesiderate conseguenze…

Jo telefono

Il giocattolo che veniva chiamato “telefono” aveva grande appeal poiché la maggior parte dei ragazzi del posto, al tempo, non aveva mai utilizzato un apparecchio telefonico vero e magari lo aveva soltanto visto sulle pagine dei libri di scuola oppure all’ufficio postale. Ad ogni modo, per costruire questo giocattolo ingegnoso occorrevano vari elementi: due barattoli di latta senza fondi, due pezzi di pelle (si usavano per lo più pelli di coniglio) e del filo resistente. La pelle, magari conciata ed essiccata, veniva tagliata in forma circolare e in misura di poco superiore rispetto alla circonferenza dei barattoli. Il filo, invece, doveva essere abbastanza resistente per modellare la pelle, tirandola bene, su uno dei fondi. Un tratto lungo circa una decina di metri veniva fatto passare e annodato in un buco praticato al centro delle pelli, annidandosi all’interno. In questo modo, i due barattoli risultavano uniti tra loro per mezzo del sottile spago da tenere teso e parallelo al suolo. Per giocare, due persone si posizionavano alla giusta distanza tenendo in mano le scatolette metalliche. Parlando all’interno del barattolo e ponendovi l’orecchio, in modo alternato, potevano trasmettere e ascoltare parole e frasi. In pratica, mentre uno poneva la bocca sulla propria apertura, l’altro posizionava l’orecchio sulla propria e ci si “telefonava” a breve distanza. La percezione del suono delle parole avveniva tramite la vibrazione della pelle trasmessa attraverso il filo, tenuto sempre teso. Il gioco consisteva nel curare questa scena, anche se, in realtà, le frasi arrivavano anche alle orecchie di quelli che assistevano (anche perché il volume utilizzato era piuttosto alto). Ad ogni modo, aiutato sempre dalla fantasia, il divertimento riusciva a passare dalle vibrazioni che correvano sul filo teso per arrivare sulle pelli fissate nel cavo dei barattoli e, da lì, nelle orecchie e nel cuore dei partecipanti.

Jo rucichitto

I rocchetti di legno dei fili da cucito erano ricercati da tutti i ragazzini perché con essi si potevano creare diversi nuovi giochi. Uno dei più diffusi era certamente jo rucichitto, la cui realizzazione necessitava di diversi elementi. Occorrevano infatti un tratto di legno (no zippo) lungo poco meno di 10 cm e un secondo tratto più corto e di diametro inferiore al primo. Serviva inoltre un elastico chiuso, largo circa mezzo centimetro, che di solito si ricavava tagliando una vecchia camera d’aria di bicicletta. Con un temperino si incidevano i due bordi del rocchetto per renderli dentati; l’espediente permetteva alle due rotelle laterali di far presa su ogni superficie e mantenere costante il movimento. Dopo aver inserito l’elastico all’interno del foro, si fissava lo stesso alle due estremità con i due legnetti. Quello più lungo serviva per avvolgere l’elastico, in modo da fornire la carica necessaria e permettere al congegno un certo movimento; quello più corto, invece, veniva ancorato a una leggera scannellatura o bloccato con un chiodino sull’altra faccia del rocchetto. Ottenuta la carica attraverso l’attorcigliamento dell’elastico, si poneva l’oggetto su una superficie e si lasciava la presa. Quando l’elastico si srotolava, la carica permetteva al giocattolo di procedere in avanti e perfino di arrampicarsi in salita. Una volta esauritasi la forza motrice, il piccolo congegno si fermava ed era necessario “ricaricarlo” di nuovo riavvolgendo l’elastico con il legno più lungo. In questo modo si poteva giocare da soli o gareggiare con altri rucichitti. Lo scopo, in questo secondo caso, era quello di coprire un percorso più lungo rispetto agli altri concorrenti.  Se per il gioco si aveva a disposizione un solo elemento, a turno si caricava sempre lo stesso facendo attenzione a non esagerare nella carica, altrimenti l’elastico poteva rompersi rovinando la gara e il divertimento.

Altri giocattoli realizzati direttamente da bambini e ragazzi erano ad esempio “jo tric-trac”, ricavato da un cardo, “jo strùmbolo”, versione rudimentale della trottola fatta con rocchetti di legno per il filo da cucito, la “macchinetta” per le stelle filanti, realizzata da vecchi contenitori di lucido da scarpe, “le sonarèlle”, fatte di canne verdi del tipo bambù, e “jo stantuffo”, prodotto con un tratto di canna e un rametto (solitamente di pioppo o di salice). Tutto tornava utile a soddisfare l’ingegno, la fantasia e la creatività dei singoli, perché al tempo si giocava come si poteva, con l’ingenuità e la scaltrezza, e tutto un mondo di scoperte..


<Tratto da O. Cipollone “Per gioco, ma non solo” (2026)>

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