[Storia delle Cese n.207]
di Roberto e Osvaldo Cipollone
In passato la scelta del nome avveniva il più delle volte soltanto dopo la nascita, poiché solo allora si conosceva il sesso del neonato o della neonata. Nel caso dei maschi, al primogenito veniva dato spesso il nome suggerito dalla nonna paterna e si tendeva a rallevare uno dei due nonni, un avo o magari un fratellino morto alla nascita o in tenerissima età (evento non raro, purtroppo, a quei tempi). Nel caso delle femmine, oltre a questi fattori avevano sempre rilevanza le relazioni familiari e di norma si rallevavano le nonne, sebbene non sussistesse “l’esigenza” di conservare l’omonimia stretta Nome Cognome, spesso più vincolante per i maschi. Per i secondogeniti e gli altri figli c’era spesso una maggiore libertà di scelta, perché si erano già trasmessi i nomi “canonici” e si poteva in generale scegliere con vincoli meno stringenti. Era raro, comunque, che la mamma e il papà del nuovo arrivato avessero piena libertà di imporre un nome a proprio piacimento. Nella scelta, infatti, avevano peso primario la concezione del “rispetto” familiare, la particolare devozione ad alcuni Santi e alle diverse denominazioni della Vergine Maria (collegate o meno con l’onomastica del giorno di nascita) ed eventuali richieste, più o meno forzose, di compari o persone “di famiglia”. Quando veniva lasciata maggior libertà ai genitori, questi procedevano alla scelta del nome secondo le proprie relazioni e preferenze, legate anche alle tendenze e dunque ai nomi in voga al momento[1]. A volte, soprattutto nel caso di prole numerosa, si poteva procedere anche secondo la semplice sequenzialità nell’ordine di nascita, con i vari Primo, Secondo e Seconda (spesso nella forma diminutiva di Secondino e Secondina) e così a seguire.
Particolare rilevanza, oltre al riferimento religioso, veniva data all’affetto e al “rispetto” per i cari defunti, soprattutto se morti in giovane età o in circostanze drammatiche. Significativo, in questo senso, è il caso dei Caduti: escludendo le famiglie che non hanno avuto discendenza, almeno nell’80% dei casi la persona morta in guerra è stata “rallevata” da un fratello o una sorella, da un figlio o una figlia, e in un caso anche dalla moglie, con riferimento al figlio di seconde nozze. Queste, nello specifico, le ricorrenze finora trovate, sulla base delle discendenze ricavabili da “Antenati delle Cese”.
| Caduto | Prima omonimia cronologica |
|---|---|
| Antonio Cipollone (1884-1916) | Diversi discendenti dejji Mòri |
| Filippo Cipollone (1893-1918) | Filippo Cipollone, figlio del fratello Palmerino |
| Oreste Cipollone (1891-1918) | Oreste Cipollone, figlio della sorella Giuseppina |
| Vincenzo Cosimati (1881-1916) | Vincenzo Petracca, figlio della figlia Antonina Vincenzo Cosimati, figlio del nipote Angelo |
| Vincenzo Di Fabio (1894-1915) | Vincenzo Di Fabio, primo figlio del fratello Giovanni (Baruffa) |
| Federico Marchionni (1888-1918) | Federico Marchionni, figlio del fratello Nazzareno |
| Vincenzo Marchionni (1880-1917) | Vincenzina Cipollone, prima figlia della figlia Domenica Vincenzo Cipollone, primo figlio della figlia Polisia |
| Antonio Nuccetelli (1895-1918) | Antonio Cipollone, primo figlio maschio della figlia Angela |
| Lorenzo Patrizi (di Domenico) (1888-1918) | Lorenzo Patrizi (dejjo Circhiaro), figlio del fratello Raimondo |
| Lorenzo Patrizi (di Giulio) (1893-1917) | (Padre) Lorenzo Cipollone, figlio della sorella Giacomina |
| Giuseppe Alfonsi (1912-1943) | Giuseppe Alfonsi, figlio del figlio Vincenzo |
| Domenico Antonio Bianchi (1913-1948) | Domenico Bianchi, figlio del primo figlio Vincenzo |
| Giuseppe Mario Cosimati (1918-1943) | Mario Giuseppe Cipollone, primo figlio della sorella Maddalena |
| Germano De Santis (1907-1943) | Germano Del Ponte, figlio di seconde nozze della moglie Maria Torge |
| Michele Guidoni (1908-1946) | Michele Di Matteo, primo figlio della figlia Elena |
| Italo Marchionni (1922-1944) | Italo Marchionni, primo figlio del fratello Sergio |
| Federico Torge (1905-1945) | Federico Torge, primo figlio del fratello Antonino |
| Giovanni Torge (1922-1941) | Giovanni Torge, figlio del fratello Sebastiano |
| Mario Torge (1916-1944) | Maria Torge, prima figlia del fratello Giuseppe |
| Giuseppe Tucceri (1922-1943) | Giuseppe Corradini, primo figlio della sorella Elisa |
La conservazione di un determinato nome all’interno della famiglia era dunque strettamente legata non solo ad una forma di “rispetto” voluto e sentito, ma anche ad una certa ritualità ancestrale, spesso inconscia, che vedeva nella continuità del nome quella della vita stessa, in una sorta di ricerca di immortalità. Scrive a proposito uno dei più importanti studiosi dei dialetti italiani, il professor Manlio Cortelazzo, in “Itinerari dialettali veneti”: «Almeno nelle aree periferiche della regione [veneta] ed almeno a livello lessicale, si ricorda [fino ancora ai nostri giorni] l’antica usanza di conservare la memoria del nonno defunto, imponendo il suo nome di battesimo al nipote neonato: non si trattava solo di un generico segno di affetto e di rispetto, ma anche della credenza in una specie di reincarnazione, di continuità genetica, di immortalità. L’usanza onomastica, segnalata già dal Muratori delle Dissertazioni sopra le antichità italiche con queste parole: “Si costumava anche negli antichi secoli di ricreare il nome dell’avolo paterno nel nipote, o del padre nel figlio”, è abbastanza diffusa in diversi dialetti italiani, specialmente nell’area emiliana ed espressa con un termine specifico, un verbo che letteralmente significa ‘ricavare, recuperare’ (carvèr a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, archevàr a Vignola, nel Modenese, archervàr a Bologna, arcavé a Imola) ed è presente anche in territorio veneto con forme sinonimiche. Ad Ariano Polesine, per esempio, pur contiguo ed influenzato dalla regione vicina, dare il nome del padre al figlio si dice “levare, rilevare”: alva un nom. Nell’opposta area settentrionale, invece, si era affermato il tipo rifare. Così nell’Agordino i à refàt so nòno, come nell’Alto Cordevole con eguale significato: “hanno rifatto il nonno” (hanno dato al bambino il nome del nonno), mentre a Cibiana refèi è più genericamente definito “imporre al neonato il nome già di un parente”»[2]. Il nostro territorio si trova dunque in continuità ideale con il Polesine grazie al citato rallevà, letteralmente “rallevare”, nel senso di imporre al neonato il nome del nonno, di un avo o di un familiare.
Anche oggi, dare al figlio o alla figlia il nome di un nonno, una nonna o un familiare caro è un modo per conservare il legame con le generazioni precedenti e mantenere vivo il ricordo delle persone amate, spesso nel desiderio ideale di infondere nei nuovi nati le stesse qualità personali e valoriali dei propri genitori o familiari. In passato, tuttavia, prevaleva certamente la dimensione del “rispetto” e della necessità di conservazione del nome, anche per una questione di riconoscimento immediato e di identificazione dell’appartenenza familiare (“della razza”, come si usa dire nel nostro dialetto). All’interno di alcune famiglie e discendenze, in particolare, determinati nomi ricorrono storicamente e si continuano a conservare proprio in virtù del loro valore storico e identitario. Questa tendenza è maggiormente manifesta e vistosa se il nome in questione è doppio (e come tale viene tramandato) o meno frequente. A livello puramente esemplificativo, si possono citare in questo ambito alcuni tra i nomi doppi più diffusi, come Domenico Antonio, Maria Carmina, Maria Domenica, Maria Giuseppa, Giovanni Battista, Felice Antonio, Angela Maria, Maria Teresa… e alcuni nomi generalmente più rari, comunque tramandati tra generazioni, come Regina, Giustino, Nunzio, Amalia, Venanzio, Michelina, Costanza, Silvestro… Come già scritto, nella disamina dei nomi è sempre necessario considerare l’inquadramento storico, nonché i fattori primari nella scelta e nella conservazione degli stessi. A Cese, come in moltissime piccole realtà locali e nazionali, il fattore preminente era certamente costituito dai riferimenti religiosi; per tale motivo, i nomi più diffusi nel nostro paese risultano essere Maria, Giuseppe, Vincenzo, Francesco, Antonio, Giovanni e Giovanna, seguiti da Domenica e Domenico, Angelo e Angela, Luigi, Rosa e Anna. Nel perpetuare tali nomi, assieme all’affetto familiare veniva dunque perpetuata anche la particolare devozione, la richiesta di protezione e l’offerta personale. Un’ulteriore dimensione il cui peso nel tempo è certamente decresciuto, di pari passo con la minore influenza della religione nella vita e nelle scelte personali e familiari. Anche la tendenza a rallevare i nonni, gli avi e i familiari è in generale diminuita nel tempo, anche per via della percepita vetustà di molti nomi (che, tuttavia, in molti casi tornano ciclicamente in voga). La stessa tendenza, però, non è di certo scomparsa neanche nel nostro paese, e di pari passo è aumentato il valore della conservazione di determinati nomi all’interno delle famiglie. Una forma di affetto per i propri genitori e cari che, d’altra parte, non può soccombere al tempo.
[1] A tale riguardo, hanno in generale detenuto un certo peso le vicende belliche e i personaggi politici o maggiormente noti.
[2] Cortelazzo, Itinerari dialettali veneti, 41
<Articolo originale. Database dei nomi: https://www.antenatidellecese.it/ di Ercole Di Matteo. Elenco dei Caduti: R. Cipollone, “Trentanove figli” (2014)>
