Timbri, sigilli e stemmi. La storia attraverso i simboli

[Storia delle Cese n.206]
di Roberto Cipollone

La storia dei luoghi passa, molto spesso in maniera tanto rilevante quanto accidentata, anche dagli stemmi, dai sigilli e dai timbri delle istituzioni civili e religiose locali. Nel caso di Cese, in particolare, il confine tra i due ambiti risulta spesso labile e solo a tratti distinguibile in maniera netta. Per quanto riguarda la parte propriamente istituzionale/amministrativa, si sa anzitutto che con Carlo I d’Angiò il termine “comune”, usato sotto il dominio di Federico II, venne sostituito con “universitas” (da universi cives, “unione di tutti i cittadini”) e che il Re stesso ordinò la distruzione degli antichi sigilli comunali, dei quali sono rimaste in generale rarissime tracce. Le Universitas sono poi sopravvissute sino all’abolizione del feudalesimo, avvenuta con il decreto del 2 agosto 1806 di Giuseppe Bonaparte, con la loro autonomia e, ovviamente, i loro stemmi. Quello della “università delle Cese”, in particolare, era ellittico e raffigurava su uno sfondo verde la Madonna delle Grazie aureolata, a metà busto, vestita d’argento e mantellata d’azzurro, con il Bambino benedicente, anche lui aureolato, sul braccio sinistro. L’aureola della Vergine portava la scritta “Ave Maria Gratia Plena” ed era sormontata da una crocetta. Il sigillo delle Cese si ricava in primis da un atto del 1773 nel quale i due massari del tempo, Giacomo Corradini e Giovanni Micocci (cancelliere Vincenzo de Amicis), certificavano al Vescovo i cittadini meritevoli nelle persone di Don Carlo Tomei, don Giuseppe Tomei, don Francesco Canonico Marchionni, don Domenico canonico curato De Amicis, don Angelo canonico Cipollone, Pietrantonio Pace e Rocco Cataldi. Lo stesso timbro compare anche nei documenti di resoconto al “Principe Gran Contestabile Colonna” del 1715, 1716 e successivi[1], così come nel Catasto delle Cese del 1754, in alcuni casi in posizione capovolta ma chiaramente distinguibile. L’adozione di un’immagine sacra come simbolo della propria autonomia dal potere baronale, tra l’altro, è comune a tantissimi agglomerati locali e accomuna Cese a diverse Universitas marsicane come quelle di Sante Marie, Albe, Avezzano… Nel caso di Cese, lo stemma/timbro della Universitas è stato utilizzato fino alla citata abolizione del feudalesimo del 1806 ed alla conseguente perdita di autonomia amministrativa. Interessante, in questo ambito, la presenza sui documenti successivi del timbro del Comune di Avezzano sotto quello del “Regno delle Due Sicilie”.

I timbri e i sigilli parrocchiali hanno una storia propria, in gran parte persa con le devastazioni del tempo assieme agli stemmi nobiliari che costituivano segno tangibile della devozione e del favore delle potenze dinastiche locali verso la chiesa di Cese. Come scriveva il Corsignani[2], “Dalle Arme gentilizie dell’Eccellentissima Casa Colonna, a cui la detta Terra soggiace, e che esistono in tal Chiesa, si cava altresì l’antichità della medesima: conciosiacchè stando dintorno alle dette Insegne le lettere A.C., ed altrove M.C., crederei che volessero le prime significarci Ascanio Colonna , o Agabito, e le seconde Marzio Colonna , o simili Principi dell’istessa Famiglia, i quali vissero circa il Secolo XV… […] E ciò ancor si ricava dal menzionato Stemma e da un altro coll’Insegne Cardinalizie de’ Porporati di tal Prosapia , tutti divotissimi della lodata Sacra Effigie”. Anche i Maccafani, come noto, hanno lasciato diversi simboli della propria presenza a Cese. Il Vescovo Giacomo Maccafani, ad esempio, volle lasciare qui un proprio stemma che risulta del tutto analogo a quelli presenti a Pereto (Massimo Basilici: “Nelle due pietre si nota la mitria e le infule; tolti questi oggetti, lo stemma è molto simile a quello di piazza Maccafani 24 in Pereto”). Un altro stemma dei nobili di Pereto si trovava su una formella del portone dell’antica chiesa distrutta dal terremoto; nell’altra formella superiore era invece rappresentata la Vergine Maria che regge sul braccio sinistro il Figlio[3], in analogia con il timbro/stemma utilizzato dall’Università delle Cese. Gli stemmi in pietra dei Maccafani, dei Colonna e del Vescovo Matteo Colli[4] si trovano oggi murati nella ex-sagrestia della chiesa dedicata a San Vincenzo Ferreri (nota come la “chiesa vecchia”). Per quanto concerne specificamente i timbri parrocchiali, uno dei più antichi oggi conosciuti risale al 1812 ed è ricavabile da un atto del canonico curato don Felice Corradini. Il sigillo ovale non riporta scritte specifiche, ma in esso sono individuabili due torri disegnate in posizione speculare obliqua circondate da motivi floreali. La scritta “Parrocchia di S. Maria di Cese” appare invece in un altro timbro utilizzato a fine ‘800 e almeno fino alla prima metà del ‘900[5]; in un documento di fine ‘800, in particolare, si trova la firma del canonico curato don Angelo Cosimati.

Tornando allo stemma dell’Università delle Cese, una notazione interessante è relativa al fatto che lo stesso è stato ripreso e riadattato dalla Pro Loco di Cese per essere assunto a tutti gli effetti come proprio simbolo, in continuità con le radici storiche del paese. Un’altra immagine utilizzata dall’associazione solo come timbro doveva riprodurre nelle intenzioni la fontana che fino agli anni ‘60 troneggiava al di sotto del muretto nella piazza centrale. Nella pratica, per effetto e come conseguenza della misteriosa scomparsa della fontana, ha rivestito il carattere della contestazione e della esternazione del disagio e dell’insofferenza nei confronti del Comune di Avezzano per il cronico stato di abbandono del paese. Oggi come ieri, l’immagine della fontana funge da promemoria e monito, e non solo da simbolo di sano campanilismo. Allo stesso tempo, l’immagine della fontana, memoria di assembramenti, di donne con le conche, di uomini, di bambini e di animali, è simbolo di aggregazione, di rapporti umani, di quella socialità che il nostro paese tenta di conservare ancora oggi.


[1] Archivio di Stato di Napoli.
[2] “Reggia Marsicana ovvero Memorie topografico storiche di varie colonie, e citta’ antiche e moderne della provincia de i Marsi e di Valeria…”.
[3] Questa formella, unico pezzo superstite dell’intero portone in sambuco, è ancora conservata nella chiesa parrocchiale di Cese e si ispirava plausibilmente alla venerata tavola della Madonna delle Cese custodita all’interno del tempio.
[4] Sebbene Mario Di Domenico ipotizzi che lo stemma si possa riferire alla famiglia romana dei Crescenzi.
[5] Trovato ancora su un “beneficio parrocchiale” del 1929 a firma di don Vittorio Braccioni.


<Articolo originale elaborato sulla base delle fonti citate e dei documenti d’archivio>

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