[Storia delle Cese n.202]
da Osvaldo Cipollone
Come è noto ai più, fino agli anni ‘60 esisteva in paese una società denominata in gergo “delle vacchi”. Questa annoverava tra le proprie fila i bovini iscritti e un dottore veterinario. Lo scopo principale era quello di alleviare gli incidenti che colpivano i capi di bestiame ed il loro eventuale decesso. In pratica, se qualche capo doveva essere abbattuto o moriva all’improvviso, se poteva essere macellato veniva ripartito in tante quote quanti erano gli animali iscritti alla società. Lo statuto prevedeva anche la possibilità di più iscrizioni per uno stesso allevatore, che poteva nel caso “assicurare” più bovini e ritirare più porzioni di carne. Con gli introiti derivanti dalle quote riscosse, ogni singolo allevatore riscuoteva eventualmente gli importi prefissati dal consiglio direttivo e beneficiava dell’assistenza del veterinario nella propria stalla. Se un animale moriva per malattie infettive o per cause che non garantivano la commestibilità della carne, il sanitario faceva bruciare la bestia o la faceva seppellire. C’era a tale riguardo un apposito spazio comunale denominato “jo camposanto delle vacchi”, localizzato in fondo alla stradina situata a destra dell’ultima traversa della Via dell’Ara.
Un’altra forma consortile singolare è stata fondata verso la metà degli anni ’50 ed era la “società della trebbia”, formata da 10 soci: Giuseppe Bianchi, Vincenzo Ciciarelli, Ezechiele, Giuseppe e Silvio Cipollone (Pasqualino), Filippo e Umberto Di Matteo, Emilio e Secondino Marchionni e Lorenzo Patrizi. Costoro avevano versato un milione di lire pro capite per l’acquisto dei mezzi necessari per la trebbiatura del grano: un trattore, una pressa imballatrice e la trebbiatrice, usciti nuovi di zecca dalla fabbrica “Orsi”. «Arrivarono con un treno merci alla stazione di Cappelle», raccontavano Lina Bianchi e Pasqualino Cipollone. «Lui, neo-patentato, li condusse a Cese, ma anche nei vari spostamenti tra la Campagna Romana, Fucino, Corcumello e Verrecchie». Per il funzionamento di tutto l’apparato erano necessari vari operatori e questo consentì ai giovani del posto di guadagnarsi la paga seguendo la “trebbia” a Cese e nelle varie località. Per le operazioni occorreva in particolare una persona – solitamente una donna – addetta al taglio dei fil di ferro per la legatura della paglia; un’altra per scomporre le varie stipe di covoni con il forcone; una terza per recuperare i “manoppi” e indirizzarli a chi tagliava la legatura delle spighe prima di depositarle nel battitore; un addetto al controllo dei sacchi (mentre uno dei soci annotava i quintali di grano per il pagamento); un’ulteriore persona, munita di rastrello, che recuperava la pula sotto il mezzo (poi si depositava in vari mucchi all’aia con l’aiuto di un quadrupede guidato a briglie). Due, invece, inforcavano le “spine” metalliche – e gli appositi fil di ferro – nella pressa e un altro recuperava le balle di paglia e, di volta in volta, e le deponeva in stipe differenziate. Alcuni, fra l’altro, date le specifiche difficoltà, effettuavano turni orari. La “società della trebbia” operò per diversi anni, dopodiché si sciolse e i mezzi vennero rilevati da Peppe Bianchi, Vincenzo Ciciarelli e Pasqualino. I tre disposero in seguito anche di una spannocchiatrice meccanica, macchina posseduta anche da altri come “Richetto” Cipollone, Antonio Petracca e i Cosimati. Queste macchine, oltre che in loco, operavano anche nei paesi del circondario spingendosi fino a Balsorano. Per l’epoca di esercizio, le tipologie di società hanno significato un fattivo sviluppo socio-economico per il paese, così come un alto grado di iniziativa imprenditoriale da parte dei singoli aderenti. Il loro scioglimento è da imputarsi, fra le altre cause, alla sopraggiunta vetustà dei mezzi e alle innovazioni tecnologiche, oltre che alle nuove prospettive di lavoro derivanti anche dall’emigrazione verso le città. Dalla positività dell’esperienza si può tuttavia dedurre che non è sempre vero ciò che recita un detto locale, secondo cui “la Società dovrebbe essere sempre di numero dispari, ma comunque inferiori a tre soci”.
<Tratto da un articolo di O.Cipollone pubblicato su “La Voce delle Cese” numero 213 (2024)>



