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Don Baldassarre Quadrano, il prete bandito

[Storia delle Cese n.24]
da Fulvio D’Amore, Osvaldo Cipollone, Antonio M. Socciarelli, Ermanno Grassi e Pino Coscetta

Il fenomeno del banditismo/brigantaggio antispagnolo nacque agli inizi del 1500, si sviluppò rapidamente in tutto il Regno di Napoli e arrivò in Abruzzo verso la fine del secolo. Qui ebbe come capo incontrastato Marco Sciarra, detto “re della campagna”, il quale si autoproclamava commissario mandato da Dio contro gli usurai e contro gli “affamatori del popolo”1. Le sue imprese passarono alla storia anche per i numerosi omicidi e l’efferatezza delle azioni.

Il 25 aprile del 1592, in particolare, la banda di Sciarra saccheggiò e mise a ferro e fuoco l’antico villaggio di Gioia, causando danni stimati attorno alla notevole cifra di 100.000 corone e inducendo addirittura un primo, limitato spostamento a valle dell’abitato2. A capo di quella banda, che secondo alcune ricostruzioni contava ben 700 uomini, c’era un tale don Baldassarre Quadrano, prete di Santa Maria delle Cese, anche lui fuoriuscito.

Riporta Fulvio D’Amore: «Per la verità, nell’anno 1592, se mal me ne ricordo, vennero li banditi da qualche parti, ed il capo, per quanto s’intendea, era Marco Sciarra. (…) e fecero grandemente danno d’arrobbo, ammazzar gente e a bruciar case (…) con detti banditi vi andava Don Baldassarro Quadrano delle Cese… Detto Don Baldassarro, fatto l’arrobbo e danno a Gioia (…) menava seco una somarella carica di robbe (…) e vi era ancora una testa di vitella pelata, et essendo visto dalle nostre genti tra i quali vi era il Capitano Baronio di Sora (…) fu preso (…) per volerlo arrestare, quale cercò grazia per l’amore di Dio». Anche il sacerdote locale, don Massimo Apone, riportò il fatto che la sentinella messa di guardia sulle mura di Trasacco dette l’allarme cominciando «a gridare, et a dire che calavan gente per la montagna di Alabrone, et perché v’era suspicione per le scaramucce fatta con detti Banditi dalle genti di Trasacco stavano colle porte serrate, et uscita fora li nostri per riconoscere detta gente, trovorno esser D.Baldassaro Quatraro delle Cese». Il prete bandito, a quanto pare, aveva approfittato di una sosta del gruppo di Sciarra vicino a Cese per stringere amicizia con alcuni banditi, ma già in precedenza aveva avuto familiarità con altri consimili. Riporta Antonio Maria Socciarelli: “Dopo aver bivaccato nei giorni precedenti presso Cese, nei Piani Palentini, il 25 aprile 1592 lo Sciarra con la sua imponente masnada attaccò Trasacco dalle alture del Monte Labrone, facendo fioccare archibugiate sulla popolazione nel tentativo di entrare in paese e saccheggiarlo. Fortunosamente le difese furono organizzate dal capitano Annibale e Alessandro Baronio di Sora, nipoti del cardinale Cesare, che si trovavano a Trasacco presso i parenti di casa Febonio, e che riescono a guidare il contrattacco, dando animo ai terrazzani”. Lo stesso Muzio Febonio riporta che “si scaramucciò per sette ore continue, finché i banditi desistettero dal proposito, dirigendosi verso Collelongo e da lì «alla rotta di Gioia», dove, dando prova di tutta la loro brutalità, «ferno grandissimo danno d’arrobbo, ammazzar gente, et abrusciar case»“.
Il giorno dopo l’avvenuta carneficina di Gioia, come anticipato, a Trasacco «trovorno essere D. Baldassarro delle Cese il quale fu subito catturato con tutta la refurtiva e dette robbe forno portate alla chiesa di S. Cesidio» e messe a disposizione del vescovo dei Marsi Matteo Colli. Don Baldassare, riportato in alcuni documenti con cognome di “Quatraro” (anziché “Quadrano”) fu dunque arrestato “con una cavalcatura carica di refurtiva” sulla via del ritorno; il capitano Annibale Baronio che eseguì l’arresto, di fatto salvò il prete fuoriuscito dall’esecuzione sommaria per mano dei trasaccani.

Lo stesso Quadrano/Quatraro alcuni anni prima era stato investito, da parte dello stesso vescovo Matteo Colli, del “canonicato et prebenda della chiesa di S. Maria delle Cese, vacante per morte di Don Ercole Riccio”. Ma evidentemente egli non aveva proprio la vocazione per fare il prete.

Scrive ancora D’Amore: “Esaminando il carteggio del Processo, inoltrato alla Curia pontificia, si evidenziano alcuni scorci d’epoca davvero interessanti e, soprattutto, l’inquietante figura di don Baldassaro Quadrano. Dalle testimonianze è un ecclesiastico ribelle, smascherato dal reverendo Rosati che anni prima lo aveva già denunciato al Tribunale della Vicaria di Napoli come reo sacrilego, sorpreso a rubare oggetti preziosi persino alla sacra immagine della Madonna: «et più volte ha fatto di questi atti, et io sempre come religioso mi son posto in mezzo, tra il popolo delle Cese, et li pastori, sopportando la sua mala natura».
Nel dettagliato resoconto si rileva che il prete di campagna aveva spesso ospitato nella sua parrocchia famosi banditi dello Stato pontificio, come: «Pacchiarotta, Pietrangelo, La Morte» e altri fuorusciti napoletani fino al giorno prima dell’attacco ai villaggi marsicani. Fuggito Marco Sciarra dalla Marsica (diretto a Venezia), il sacerdote ribelle venne tradotto nelle carceri di Avezzano e poi carcerato in attesa di giudizio «nella Rocca di Scurcola, dove stette molto tempo, et per le preghiere d’altri, detto Vescovo lo fece scarcerare». Scampò alla pena capitale per le suppliche dei parenti e delle benevole attestazioni di Alessandro Febonio, Giovanni Antonio Catarinacci e don Sutio Bartolucci che cercarono di attenuare le sue responsabilità nel grave evento. Passati alcuni mesi dal saccheggio di Gioia, qualcuno si recò alla Curia di Pescina, per riavere indietro il somaro che aveva portato in groppa la refurtiva di don Baldassarre Quadrano: «Venne uno di Gioia che dicea esser padrone della somara per ricuperarla, et trovò esser morta, e che fosse stata per la fatica, o per l’infirmità»”.

Una conferma delle vicende e del ruolo detenuto dal prete bandito delle Cese si ritrova in diverse ricostruzioni storiche locali. Scrivono i professori Ermanno Grassi e Pino Coscetta: “Il passo di Campomizzo e quello di Gioia, dalla fine del Cinquecento, erano presidiati dalle bande di Marco Sciarra e da quella di un prete spretato, un certo Don Baldassarre Quatraro il quale, per incutere maggior terrore si faceva passare per lo stesso Sciarra. Questa “tecnica”, peraltro, veniva applicata con successo anche da altri malfattori alimentando cosi la leggenda di Marco Sciarra, bandito gentiluomo, presente in ogni dove. A testimonianza di quei tempi difficili troviamo ancora oggi su molte case di San Sebastiano alcune “bocche da fuoco”, quelle lunghe feritoie che partendo dal pavimento del piano superiore fuoriescono a lato del portone dell’abitazione; le feritoie consentivano agli occupanti della casa di fare fuoco sui malviventi senza esporre la propria persona alle fucilate dei banditi. […] Il Vescovo dei Marsi, Monsignor Matteo Colli, in una relazione datata Pescina 3 novembre 1594, cosi scriveva: «Ho fatto molte visite pastorali, ma poi ho dovuto desistere per il pericolo rappresentato dal gran numero di briganti che infestano tutta la Diocesi e la provincia, e in certo qual modo la possiedono. A ferro e fuoco hanno trucidato più di centoventi uomini. Nella Terra di Gioja hanno depredato il denaro, bruciato i magazzini e distrutto quasi tutto, arrivando a taglieggiare i poveri abitanti della zona per un valore di centomila Corone»“.

In tale contesto, dunque, il “prete bandito” delle Cese ebbe un ruolo di primo piano, sebbene con accezione segnatamente negativa.

<Rielaborato da Fulvio D’Amore, “La Marsica tra il vice Regno e l’avvento dei Borboni (1504-1793). Vita pubblica, conflitti e rivolte”, Antonio M. Socciarelli, “Al servizio dei Colonna. Asdrubale Febonio e la sua casata tra Cinque e Seicento”, Osvaldo Cipollone, “Un’eco di note e di passi”, Ermanno Grassi e Pino Coscetta, “Il Paese della memoria – Storia di San Sebastiano dei Marsi”>

  1. “Nato nel 1550 a Venafro, proprietario di un castello in Abruzzo, scorrazzò per le zone montagnose degli Aurunci
    associato ad un altro malvivente, tale Angelo Ferro. I due avevano a disposizione una banda circa mille uomini […].
    Mentre Angelo Ferro, smise la sua attività malavitosa pare per intervento divino della Madonna della Civita ed andò a combattere nelle Fiandre con l’esercito di Filippo II, Marco Sciarra nel 1592, collocò il suo quartier generale nel castello di Itri, continuando a saccheggiare i viandanti sulla via Appia. Tra questi, il più illustre fu Torquato Tasso che, in viaggio verso Napoli accompagnato dal Cardinale Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, fu costretto a scopo
    precauzionale, a fermarsi a Gaeta. Sciarra, venuto a sapere di queste difficoltà, offrì la sua protezione e l’albergo per il viaggio e, soprattutto, non si offese quando Torquato Tasso non lo degnò neppure della parola. Più che “un’accolita di fuorilegge disperati, la sua era una vera e propria formazione di guerriglieri”, ha sottolineato lo storico Rosario Villari, guidata da tre luogotenenti: Pacchiarotto, Battistello da Fermo e Luca, fratello di Marco. I giovani che si univano ai fuorilegge erano pagati, ma dovevano rispettare le norme di comportamento conformi all’ideale sociale del loro capo. “Marcus Sciarra, flagellum Dei, commissarius missus a Deo contra usurarios et detinentes pecunias otiosas” (Marco Sciarra, flagello di Dio, commissario mandato da Dio contro gli usurai, contro coloro che detenevano i denari oziosi): così amava definirsi il fuorilegge abruzzese, un caso unico nel panorama del banditismo cinquecentesco. Gli stessi avvisi, i “giornali” dell’epoca, dovettero infatti riconoscere che la paura dei banditi era diffusa solo nelle classi elevate, perché lo Sciarra prelevava denaro ai ricchi per donarlo ai poveri. Per questo le truppe inviate dal governo spagnolo di Napoli nel combattere i fuorilegge trovarono da parte dei contadini un’ostilità che a volte si trasformava in vera e propria resistenza armata. Rifugiatosi a Venezia, Sciarra fu assassinato da un brigante assoldato da Francesco Aldobrandini, tal Battistella della Manca, a cui il Papa Clemente VIII, per l’uccisione di Sciarra, aveva promesso l’amnistia per lui ed alcuni suoi compagni” (Pierluigi Moschitti, “Briganti e musica popolare dal nord del sud”). ↩︎
  2. Si legge sul profilo storico della Parrocchia Santa Maria Assunta di Gioia dei Marsi: “Questi abitanti di Gioja, oltre le possessioni che aveano nell’alto di quell’Appennino, ne aveano alcune altre nel piano coi rispettivi Casali addetti alla coltura delle medesime, nella contrada detta Manaforno situata nel piano, ed ivi, perché disturbati sulla vetta di quall’Appennino dove aveano i propri focolari, edificarono le novelle abitazioni colle quali in molto meno che un secolo hanno costruito l’attuale paese che dal nome della contrada hanno chiamato Manoforno che in questi ultimi tempi hanno cambiato in quello di Gioja-nuova. Il motivo che ebbero di fare questa mutazione, fu l’essere stati assaliti nel 1 Aprile dell’anno 1592 (sic) dal famoso bandito Marco Di Sciarra che con 700 compagni guidati dal Suddiacono Baldassarre Quadrano nel paese di Cese, incrudelirono con sevizie di nuovo genere contro quei naturali, di modoché io ho letto nell’Archivio Vescovile le seguenti parole: Exules, et latrones obsiderunt, et devastaverunt crudelitatis genere Terram Joiae. Si risolverono allora di emigrare, ma pochi eseguirono il concepito disegno”. (http://www.parrocchiagioiadeimarsi.it/2-info-generali?limitstart=0) ↩︎

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