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“Santa Barbora”

[Storia delle Cese n.23]
di Roberto Cipollone, con testi tratti da Osvaldo e Lorenzo Cipollone, Giuseppe Grossi

Sulla catena Cimarani-San Felice è presente un altarino, a cui nel 1994 è stata affiancata una croce in ferro, ricostruito sulle spoglie di una cappellina che avrebbe origine cinquecentesca. Su quell’altarino oggi campeggia l’immagine di San Barnaba, ma nel linguaggio locale quel luogo è da sempre conosciuto come “Santa Barbara”, o, in dialetto, “Santa Barbora”.

Nelle poche testimonianze scritte esistenti la cima è riportata come “Santa Barbara”, come era denominata la sorgente che lì si trovava. Giuseppe Grossi, nel suo “Scurcola marsicana monumenta”, parlando del centro fortificato di Monte San Felice scrive che due sentieri di crinale “si incrociavano presso la sorgente di S.Barbara (m 998) che costituiva il più vicino luogo di rifornimento di acqua dei due ocres marsi di S. Felice e Monte Cimarani”. Sempre Grossi riporta una lettera del 1778 dell’Abate Loreto Cardone di Cappelle, esperto locale che scrive: “La casa di S. Barbara, a poco lungi di S. Gio. Alezzo, qual casa esiste, non è vero affatto che il monte si dica di S. Barbara, non evendoci veruno vestigio di detto Santo. È più che vero che la valle d’Agnano vien formata dal monte con due colline: la collina verso Avezzano si chiama Montecchio, la cima più erta del monte, Cima Grande, lo spazio sin dall’altra, Cima S. Barbara, l’altra cima S. Gio. d’Alezzo…”. All’interno del testo, l’autore fa poi riferimento alla “Fonte di S. Barbara” e nella didascalia di una foto scrive “cappellina devozionale cinquecentesca di S. Barbara”, aggiungendo quindi un’informazione sull’origine temporale della cappellina.

Secondo Lorenzo Cipollone, nell’origine del nome può ravvisarsi un collegamento con le antiche battaglie combattute nel territorio palentino. “Ora, è vero che nei secoli avanti Cristo non c’erano santi, ma il popolo, la tradizione popolare ha la memoria lunga (vedi la Bibbia) e non è difficile ipotizzare che il ricordo degli insediamenti armati nelle alture di monte San Felice, specie se protagonisti di scontri sanguinosi e morti violente, facesse nascere nella gente dei piani Palentini il desiderio di protezione da parte di Santa Barbara, da sempre protettrice contro le morti violente e subitanee (il padre, che fu anche il suo carnefice, morì fulminato)”. Un’altra ragione si rintraccia nella posizione geografica rispetto al paese di Cese ed ai monti circostanti. “Da sempre, infatti, si dice che quando le nuvole vengono dal Velino sono portatrici di fulmini, saette e grandine. Il Velino in quella direzione rispetto a Cese e i nostri vecchi, quando vedevano arrivare la tempesta da quella direzione, dicevano (e dicono) “Santa Barbora mé”. D’altra parte diciamo “Santa Barbora mé” contro i fulmini quando ci sono i fulmini e qui ci sono i fulmini; diciamo “sant’Emiddio mi” contro i terremoti quando ci sono i terremoti e qui ci sono stati i terremoti; diciamo “san Dominico mi” contro i serpenti quando ne vediamo uno e qui ci sono i serpenti”.

Il legame con gli eventi meteorologici violenti è suffragato, oltre che dai ricordi di molti cesensi più giovani, anche dalle testimonianze orali raccolte da Osvaldo Cipollone, secondo le quali “la nicchia è stata fatta lòco pe’ protegge la campagna dalla ‘rànera e dajji temporali che partevano dajjo monto sopri ajj’Ótro[1]. Proprio dalle testimonianze di alcuni ultra-novantenni di Cese emerge l’origine del collegamento con San Barnaba. Le persone intervistate nel giugno del 2020, nello specifico, erano Vincenza Cipollone (1918-2020, residente ad Albe ma abitante a Cese fino ai propri 28 anni), Giovannino Torge (1920-2020), Teresina Di Matteo (1923), Maria Cipollone e Clotilde Di Matteo (1924). Tutti loro (intervistati nelle proprie abitazioni all’insaputa l’uno dell’altro) hanno riportato le medesime circostanze e gli stessi fatti caratterizzanti. Alle domande, formulate in dialetto, hanno fatto seguito risposte che sembravano sottintendere, da parte loro, una disarmante ovvietà.

Te recordi in che data se jèva a Santa Barbara? «A Santa Barbora? Ci sse jèva ajji unnici de giugno!»
E pecché proprio quijo jorno? «Pecché allora recorreva la festa!»
Ma ji unnici de giugno è San Barnaba, mica Santa Barbara? «E ‘mbè? Sempre San Barnabo è. Nu’ jo chiamèmmo Santa Barbora, puri se essa è fémmona e recorre ajji quattro de dicembre…»
E che se faceva? «Se parteva la mmatina cétto portènnese pano e fruttata. Pe’ lla via se diceva jo rosario, ma prima della messa arrivevano i pecorari (i pastori) co’ ji rami pini di cerasce ’ntrecciati a corona. Alla fine se faceva la collazione e po’, uno apprésso ajj’atro, se jéva ajjo “Cucurùzzo” a visità la cisterna e ji muri dejj’antico monastero dejji Benedettini. Po’ jèmmo alla “Séleva de Cappelle” e lòco ognuno piglieva ‘na frasca pe’ reportà abballo…»
Pe’ mettela ajjo fóco? «No, pe’ abbelli’ la pritissione. Comme se fa mo’ quanno se revè’ dalla SS.ma Trinità. Mentri recalèmmo, facèmmo tutti mattucci de pallucche pe’ ci ggioca’. Ji tirèmmo pe’ ll’aria, ma pe’ fajji règge’ ‘n terra, ji palognèmmo alle cacate fresche delle vacchi…».
Ma possibbile che a “Santa Barbara” ci sete iti sempre ajji 11 de giugno? E quando è comenzata ‘sta tradizione? «Sempre ajji 11 de giugno! Co’ llo piove, co’ jo vénto e co’ le tante faccènne da fa’… Ma questo da sempre, da anticamènte… Nu’ ci jèmmo co’ Don ‘Mmittòrio[2] (Don Vittorio Braccioni), ma i ggenitori nóstri, ci jévano ancora prima…».

Qui l’intervista a Vincenza Cipollone:


Qui l’intervista a Teresina Di Matteo:

Secondo quanto riportato dai diversi testimoni del tempo, sembra quasi che si possa parlare di una benaccetta convivenza, radicatasi nella mente dei più anziani in maniera naturalissima.

Stando alle testimonianze scritte ed a quelle orali, dunque, la teoria più probabile è che, pur essendo il luogo incontrovertibilmente dedicato a Santa Barbara, per qualche ragione nel tempo, comunque prima del ‘900, sia nata la tradizione di recarsi presso la cappellina/altare esattamente nel giorno dedicato a San Barnaba, l’11 giugno. Tale tradizione prosegue ancora oggi con l’adattamento alla prima domenica susseguente a tale data, quando viene celebrata una messa mattutina a cui i cesensi partecipano con devozione. Da segnalare che in tempi recenti il luogo si è arricchito dell’illuminazione della croce (donata dal Comitato feste classe 1964), di una bacheca informativa apposta dall’associazione giovanile Mapuche e di una targa in ceramica donata da Padre Angelo Cipollone.


[1] La nicchia è stata fatta lì per proteggere la campagna dalla grandine e dai temporali che arrivavano dalla montagna sopra “j’otro” (che si trova approssimativamente prima delle “Ravi delle Cese”)
[2] Don Vittorio Braccioni, parroco a Cese dal 1921 al 1946

Di seguito, il video dell’apposizione della croce nel 1994, l’inaugurazione con i fedeli e la banda di Cese e alcune foto recenti.


< Rielaborato da testi tratti da G. Grossi, “Scurcola marsicana monumenta” (2007) e tre articoli de “La Voce delle Cese” (2006 e 2020)>

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