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Il battesimo, la dottrina, la comunione e la cresima

[Storia delle Cese n.201]
di Osvaldo Cipollone

I battesimi venivano celebrati, per lo più, due settimane dopo la nascita[1] e festeggiati tassativamente in casa, magari accantonando qualche mobile o letto per far posto a tavoli e sedie. Oltre ai familiari, venivano invitati alcuni tra i parenti più stretti e sempre i compari consolidati nel tempo o “di nuova generazione”[2]. Se facevano parte del nucleo altri bambini e cuginetti, questi venivano relegati in un tavolo a parte, magari vicino alle donne e cuoche di famiglia, che di solito restavano in piedi con il piatto in mano. Ai familiari ed ai compari veniva riservato il tavolo principale, con i piatti e le porzioni più abbondanti e prelibate. Di solito, per questa ed altre occasioni importanti venivano sacrificati gli animali da cortile e quelli alimentati direttamente dai proprietari. Solitamente si trattava di pollame (galli, oche e tacchini), oppure di conigli e agnelli, e venivano utilizzate quasi tutte le parti: creste, zampe e interiora per il brodo, testine, coratella e naturalmente le parti più buone per l’arrosto. Con gli zampetti d’agnello ed altri elementi meno pregiati si preparava, invece, il sugo per le sagnette all’uovo, preparate tassativamente a mano e tagliate con il coltello. Quei pranzi particolarissimi vengono ancora ricordati da grandi e piccoli per l’abbondanza, la particolarità ed il numero dei piatti, altrimenti rari e parsimoniosi. Con viva reminiscenza, qualcuno tra gli anziani ricorda ancora i particolarissimi “frittéjji” di latte e i “pertocalli” (le arance) tagliati a fette e cosparsi di abbondante zucchero. Venivano serviti insieme, come frutta e come dolce. In qualche caso poteva entrare nel menù anche la classica “pizza dorge” fatta in casa e tagliata a spicchi, profumata di vaniglia e sofficissima come il pan di spagna.

La comunione e la cresima venivano impartite in tenerissima età: la prima a sei/sette anni, la seconda due anni dopo. Era quasi impossibile mettere insieme due fratelli o sorelle, anche se molti avevano un solo anno di differenza d’età. La regola che lo vietava dipendeva, in particolare, dalla differenza in termini di formazione acquisita. Oggi resistono in generale alcune formalità e alcuni principi, ma le modalità e i sistemi sono certamente cambiati nel tempo.

La preparazione della “dottrina”, ossia l’indottrinamento metodico e sistematico della religione cattolica, era un fattore imprescindibile ed estremamente attenzionato. La frequenza prevedeva un periodo molto più lungo di quello attuale e per seguire il programma ci si avvaleva di un opuscolo che conteneva preghiere e formule da imparare tassativamente a memoria. Il libricino, il più delle volte, veniva riciclato tra parenti e amici e portato sottobraccio nelle varie sedute. Il numero dei partecipanti era elevatissimo e al catechismo i ragazzi venivano divisi in sei/otto gruppi da dieci, all’interno delle fredde navate della chiesa parrocchiale. Altrettante catechiste, appartenenti alla congregazione delle Figlie di Maria e all’Azione Cattolica, impartivano lezioni attenendosi al contenuto del libretto. In qualche caso, le stesse emulavano le maestre della scuola elementare tenendo a portata di mano una piccola bacchetta di legno, “la battécca”, atta a frenare la vivacità e l’esuberanza dei più irrequieti. Inoltre, tra le navate girava sempre il parroco, nella figura di Don Vittorio prima e di Don Angelo poi. Categoricamente in veste talare, mantella e berretta a tre punte (il tricorno), il sacerdote verificava di persona la preparazione di comunicandi e cresimandi con specifiche domande. Capitava anche che i prelati riprendessero i meno propensi allo studio distribuendo qualche manrovescio che faceva da deterrente per i più discoli. Rarissimamente omaggiavano i più diligenti con piccole caramelline rotonde e colorate. Alla fine della preparazione, passavano in rassegna i ragazzi e, dopo un sommario esame, stilavano la classifica dei più preparati. Questi ultimi venivano sottoposti ad un’ulteriore gara finale durante la quale venivano valutati vari aspetti, come la preparazione, la memoria e la dizione. A coloro che risultavano vincitori con dieci, nove o otto punti venivano assegnati il primo, il secondo e il terzo premio. La classifica finale veniva poi diffusa alla comunità all’interno di una specifica omelia liturgica. A quelli effettivamente più capaci veniva poi consentita la partecipazione ad una gara diocesana che si svolgeva ad Avezzano, in seguito alla quale il vescovo proclama i primi, i secondi e i terzi classificati della diocesi nelle rispettive categorie.

La prima comunione, come riportato, veniva impartita in tenerissima età, anche quando non si era ancora in grado di leggere speditamente. Le nozioni e le preghiere, tuttavia, potevano essere assimilate a memoria, se quest’ultima era acuta e brillante. Chi non possedeva detta facoltà si arrangiava alla meglio e non sempre lo sforzo era sufficiente; il più delle volte, infatti, erano proprio i meno pronti, oltre che i più indisciplinati, a rimediare bacchettate e rimproveri da parte delle catechiste o del parroco. Una volta successe che un ragazzo, avendo ricevuto uno schiaffo dal prete per la propria vivacità, riferì l’episodio al padre, il quale non tollerò il comportamento del sacerdote. Il genitore, qualche giorno dopo l’episodio, attese la fine della funzione religiosa, poi entrò in sagrestia e rivolgendosi al prete disse: «Signor’ abba’, se próprio vo’ tira’ ‘no schiaffo a cacche vajjójo, fatte i figli e ménaci…». Dopodiché uscì appagato. Certi modi comportamentali, anche se maneschi, erano purtroppo figli della mentalità del tempo. Era pur vero, tuttavia, che il più delle volte, se un ragazzo riferiva al genitore di essere stato preso a schiaffi o sculacciato da un adulto, il padre o la madre, prima di ascoltare motivazioni e giustificazione, rincaravano la dose delle botte senza voler sapere altro (sic!).

Pur non essendo prevista la presenza di padrini e madrine, per la prima comunione si coinvolgevano comunque i compari di battesimo per il dovuto rispetto. Al riguardo, si sottolinea che nel giorno della cerimonia, così come per quello della cresima, comunicandi e cresimandi dovevano effettuare delle specifiche visite in paese. Durante il tempo intercorrente tra la fine della celebrazione ed il pranzo di festa, i ragazzi dovevano infatti raggiungere le abitazioni dei parenti (nonni, zii, compari) e vicini con il “vestito buono” ed il nastro bianco a forma di croce legato al braccio (se avevano ricevuto la cresima). Si recavano così ad omaggiare le persone di rilievo in ambito familiare baciando loro la mano e ricevendo un modesto presente come un dolcetto, un frutto oppure degli spiccioli di denaro. Concluso il giro, facevano ritorno a casa per riferire e consegnare quanto raccolto. I soldi, infatti, venivano depositati tutti in casa e le madri concedevano ai festeggiati solo qualche moneta, raccomandando: “Però non te jji spènne…”. Con le stesse, nel pomeriggio si acquistava magari qualche caramella, una “mmaù”, un golosino; i maschietti, nello specifico, si concedevano più frequentemente una gassosa o una spuma presso le botteghe del paese. Anche questo, evidentemente, faceva parte della festa.


[1] La celebrazione del Battesimo a ridosso della nascita era legata anche all’elevata mortalità infantile ed alla volontà/esigenza indotta di “liberare i neonati dal peccato originale”. In tempi remoti, in particolare, era obbligatorio battezzare i nuovi nati entro gli otto giorni.
[2] Il padrino e la madrina di Battesimo, in particolare, erano detti “compari de San Giuànni”, con ovvio riferimento a San Giovanni Battista.

<Articolo originale elaborato da reminiscenze e testimonianze>

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