[Storia delle Cese n.194]
di Roberto Cipollone
La storia del coro di Cese nasce da lontano e si perde, come quasi tutte le storie antiche, tra i rivoli del tempo. Non abbiamo ad oggi notizie documentate sulla presenza di un coro o di una schola cantorum nell’epoca di maggior centralità della Chiesa cesense, quando Marcantonio Colonna fece dono del prezioso organo che sarebbe rimasto a lungo nell’antico tempio cesense. Al riguardo, però, scriveva il Corsignani nel ‘700: “Dalle Arme gentilizie dell’Eccellentissima Casa Colonna, a cui la detta Terra [delle Cese] soggiace, e che esistono in tal Chiesa, si cava altresì l’antichità della medesima[1] […] Nell’Organo esiste la detta Impresa coll’innesto della Casa Orsina, e si vede di essere stato fatto dalla beneficenza del possente Principe Don Marcantonio Colonna Generale delle Armi Cattoliche contro a’ Turchi nella celebre Battaglia e Vittoria che s’ebbe, per intercessione della B. Vergine del Rosario nel Golfo di Lepanto l’anno 1571”. Questa donazione si inserisce a completamento del restauro del tempio cesense iniziato dai vescovi Maccafani e, stando a Di Domenico, l’organo è rimasto nella chiesa di Cese fino alla prima metà dell’Ottocento. Si riferirebbero dunque allo stesso pregevole strumento gli interventi di “accomodo” documentati in alcuni atti del Comune di Avezzano, come la “Perizia eseguita nell’organo del Comune di Cese alla somma di ducati trentaquattro e grana otto” (Avezzano, 4 novembre 1827) e l’“Accomodo dell’Organo di Cese” datato 15 maggio 1829. Una successiva attestazione del parroco don Antonio de Angelis datata 1912 non sembra invece riferirsi all’organo antico, dato che non fa riferimento ad uno specifico valore dello stesso. Scrive infatti il sacerdote: “La chiesa è fornita di organo e si osservano le istruzioni pontificie per quanto riguarda la musica liturgica sia per il canto, sia per gli strumenti musicali” (Cese, 2 settembre 1912). Lo strumento donato da Marcantonio Colonna veniva plausibilmente utilizzato solo nelle celebrazioni liturgiche di rilievo e solo per mano di provetti chierici. Non sempre, tuttavia, i canonici della chiesa potevano avvalersi di un maestro di cappella, e non sempre l’armonia del coro era preservata dall’incursione di voci esterne. Nel 1855, gli stessi canonici di Cese arrivarono a chiedere l’intervento del Vescovo dei Marsi e del locale Sottintendente per evitare che i fedeli non istruiti all’arte del canto si posizionassero nei pressi dell’organo per unirsi al coro, dato che “molti Naturali di ogni condizione e costumi ardiscono meschiarsi violentemente e stonare l’armonia de cantici sacri colle loro strida”. Si legge nella lettera degli stessi canonici:
Al Il.mo Signore Sig. P. Vicario Generale de Marsi
Il.mo Sig.e
Li canonici della Chiesa Vescovile di Cese umilmente l’espongono che sono soliti a cantare le Messe Solenni, le Novene ed alcune volte anche i Vespri solenni nel piccolo decente comprensorio ove è l’organo, per maggior pompa e decoro delle sacre Funzioni ed anche perché l’organista ha bisogno di una vicina direzione per i tuoni opportuni. Molti Naturali di ogni condizione e costumi ardiscono meschiarsi violentemente e stonare l’armonia de cantici sacri colle loro strida, con disdire dal divino Culto e dei Ministri del Santuario.
Ella ben sa’ che questa è una chiesa insigne, perché ha per abate Monsignore Ill.mo e perché li Canonici sono di nomina Regia. Ricorrono pertanto a Lei onde impedisca un tal disordine, col cooperare con questo Sig. Sottintendente, cui si è avanzata una simile rimostranza, ad allontanare dal sito ove è l’organo i presuntuosi secolari, e l’avranno a grazia.
Cese li 4 febbraio 1855.
Stefano Cosimati Canonico ed Economo Curato, Livio Canonico Pace, Angelo Canonico Cosimati, Raffaele Canonico Cosimati, Carlo Canonico Tomei
A di 8 febbraio 1855 si è scritto al Sig. Sottintendente
A quel tempo, il coro era ancora di stretta pertinenza clericale e la presenza femminile era quantomai rara, non solo in ambito locale. Si deve considerare, a tale riguardo, che ancora nel 1903 il Motu Proprio ”Inter Sollicitudines” di papa Pio X aderiva a un’opinione diffusa secondo cui la funzione corale era principalmente clericale e quindi riservata agli uomini[2]. Nella seconda metà dell’Ottocento, su impulso delle parrocchie, si erano maggiormente sviluppate le “Scholae cantorum”, di antica derivazione gregoriana[3], per l’animazione liturgica e l’apprendimento dell’arte musicale, mentre i vescovi avevano costituito gli Istituti Diocesani di Musica Sacra per formare i maestri delle stesse “Scholae”. Anche l’arte organistica del periodo risentì dell’influsso di questo movimento, che in Italia ebbe tra i principali esponenti Lorenzo Perosi e Giovanni Tebaldini[4]. Il Motu proprio del 1903 è rimasto determinante sino alla fine degli anni ’50, con progressive revisioni e il fondamentale Concilio Vaticano II sulla liturgia, il “Sacrosanctum Concilium”, con cui nel 1963 si è abbandonata la nozione strettamente clericale del coro e si è adottata una visione della celebrazione come atto dell’intera assemblea (con clero e laici uniti nella comunione gerarchica). Le corali religiose avevano da tempo avviato la propria, progressiva evoluzione, che a Cese aveva beneficiato dell’impulso di don Vittorio Braccioni, parroco tra il 1921 e il 1946, il quale era riuscito ad avviare diversi giovani, sia maschi che femmine, all’arte canora e musicale.
“Durante le funzioni”, riportava Sofia Marchionni, “non riusciva e non voleva fare a meno della musica. Oltre a dare lezioni ai coristi, era riuscito ad introdurre alla musica due giovani del posto: Isaia Ciciarelli e Francesco Marchionni. Prima di loro, ad accompagnare ogni tanto i canti in chiesa era Vincenzino Cipollone (fratello del Dottor Giocondo e del maestro della banda di Cese, ‘Ndoniuccio); nelle occasioni più importanti, però, era Don Vittorio stesso a suonare. Quando celebrava messa, se per caso gli impegni non consentivano la presenza di un organista, all’occasione scendeva dall’altare ed andava personalmente ad accompagnare i brani”. Mario Bartolucci raccontava, in particolare, che durante le prove nei locali della chiesa di San Vincenzo Ferreri il sacerdote era sempre esigente e rigoroso e non permetteva distrazioni di sorta. Se poi la circostanza era di rilievo, come in occasione del Natale, delle feste patronali o della visita pastorale del vescovo, pretendeva la massima concentrazione da tutti. In quelle occasioni, usava frapporre un separé tra il coro e i fedeli. “Lui suonava e dirigeva posizionandosi al limite di questo drappo divisorio; in tal modo, poteva essere visto sia da noi che dai fedeli, ma noi rimanevamo nascosti agli altri e ponevamo attenzione solo sui suoi movimenti”. Anche ‘Richetto Cipollone aveva fatto parte del suo coro: “Da ragazzi ci dava appuntamento per il pomeriggio nel cortile delle scuole. Lì ci impartiva nozioni elementari di musica e di canto. Poi man mano ci inseriva nel coro dei grandi, dove c’erano Vincenzo “Pilato”, Vincenzino mio suocero, Piacente, Silvino, ‘Ngelino de Palono e molti altri. Tutti questi erano stati già istruiti ai canti gregoriani ed ai brani che lui preparava personalmente di volta in volta. Per celebrare il Concordato tra Stato e Vaticano (11 febbraio 1929), volle organizzare una solenne cerimonia nella chiesa di San Vincenzo. Fece venire da fuori un bravo oratore perché celebrasse messa e curasse l’omelia; lui, infatti, avrebbe dovuto suonare e dirigere il coro”. Cornelio Di Giamberardino aggiungeva a riguardo che “per le prove del coro sceglieva i timbri di voce con meticolosità, coinvolgendo anche gli adulti. Durante le esercitazioni a volte si sfogava nervosamente sulla tastiera dell’organo, specie quando non si mettevano in pratica i suoi insegnamenti”. “Allora non era mica come adesso, che chi canta canta”, raccontava da parte sua Angelantonio Cipollone. “Innanzitutto, lui pretendeva che chi declamava gli Uffizi pronunziasse perfettamente il latino e, siccome nessuno lo aveva studiato, noi ragazzi venivamo preparato da Zi’ Pietro Jo Santaro. Quando poi dirigeva il coro, teneva sempre in mano una sottilissima bacchetta e ogni tanto la utilizzava per richiamare all’ordine chi andava a briglie sciolte. Ricordo che, oltre alle messe da lui scritte o arrangiate, cantavamo anche altri brani. Nell’eseguire uno di quelli natalizi, “Alla fredda tua capanna”, quando si cantava ‘Dormi… Dormi’, guai a chi alzava il volume della voce! Quel passaggio, diceva lui, doveva essere bisbigliato, come a non voler disturbare il sonno del neonato”. Dai racconti dei protagonisti, sembra che quel coro godesse di un particolare apprezzamento anche nel circondario; Teresina Di Matteo racconta ancora che “il coro formato da don Vittorio ha ricevuto consensi ovunque. Io ne facevo parte e ricordo tutte le nostre esibizioni, non solo qui a Cese. Siamo stati chiamati a cantare nella cattedrale di Avezzano, sopra la Madonna di Pietraquaria, a Scurcola, ai Cappuccini e al Santuario dell’Oriente”. “In un’occasione”, riferiva Mario Bartolucci, “siamo andati con il coro e le congreghe a Scurcola, un’altra volta ci aveva accompagnato a Cappelle per fare le prova di canto con il parroco locale (don Angelo Barbati). Questi, già dopo le prime note incominciò a meravigliarsi, tanto che dopo poco ci disse: ‘Ma cosa siete venuti a fare, a perdere tempo? Ritornate a Cese, tanto non avete bisogno di esercitarvi’. Il 6 dicembre eravamo andati a cantare ad Alba Fucens, invitati per la festa di San Nicola che è il patrono del paese. Beh, la popolazione rimase tanto positivamente impressionata da invitare poi tutti i coristi a pranzo, secondo la stessa tradizione riservata ai musicisti delle bande provenienti da fuori”. Secondo Teresina Di Matteo “Don Vittorio non era bravo solo agli strumenti, ma riusciva anche ad adattare i brani e l’esecuzione alla circostanza, secondo il tipo di voci che aveva a disposizione. Ricordo in particolare una messa arrangiata da lui in modo eccezionale. […] Quando sono andata in Argentina, ho rincontrato anche Isaia Ciciarelli, che oltre a far parte del coro sapeva discretamente anche di musica; pensa che ancora suonava”. Con lui, l’allora parroco di Cese aveva avviato alla musica anche altri giovani, tra cui Domenico Orlandi e Francesco Marchionni. Domenico, nello specifico, ricordava: “Frequentandolo, imparai anche a suonare l’organo e ogni tanto accompagnavo anche qualche brano liturgico. In cerimonie importanti, però, era lui a suonare e a dirigere il coro. Lo chiamavano persino per alcune celebrazioni negli altri paesi, e lì portava anche noi a cantare. Aveva arrangiato alcune delle messe che eseguiva secondo i timbri di voce del coro. Altre, come la messa degli angeli, invece, venivano eseguite fedelmente, secondo spartito; scrisse anche una messa ad una voce: era qualcosa di eccezionale”. Francesco Marchionni si era invece appassionato alla musica grazie anche all’amicizia con Isaia Ciciarelli, il quale aveva in casa un armonium. “Lui era già avanti con la musica ed aveva molta più esperienza, perché aveva già iniziato a suonare in chiesa. Quando don Vittorio è andato ad Albe ed a Cese è venuto don Angelo, per un certo periodo sono stato io a suonare in chiesa e a dirigere il coro. Ricordo che a Natale bisognava inaugurare l’organo nuovo, appena acquistato, e siccome io ero a letto con la febbre, Piacente – che allora era priore della congrega – lo fece caricare e me lo portò proprio in camera da letto, così io mi potei esercitare nel periodo della convalescenza ed accompagnare poi le funzioni liturgiche delle feste. Ricordo che a quel tempo mi davano persino una paga di 10.000 lire mensili”10.000 lire mensili”[5].
Anche don Angelo ha avuto particolare cura del coro, sia in termini di formazione che di meticolosità ed applicazione, e di lui sono rimasti alcuni spartiti scritti a mano, tuttora utilizzati. Nel passaggio da don Vittorio, il coro ha conservato alcuni elementi pur seguendo la fisiologica dinamica di avvicendamenti che caratterizza le formazioni corali.
“Noi abbiamo cominciato a frequentare il coro quando avevamo più o meno 10 anni”, racconta oggi Clara Muzi. “Era dunque la metà degli anni ’50 e a quel tempo la vecchia formazione degli uomini già non c’era più. All’inizio c’era il coro di don Vittorio, trasferito a don Angelo, con Francesco Marchionni a suonare… era il coro che cantava la messa del Perosi, la messa degli Angeli, ma quando abbiamo iniziato noi, i maschi avevano già lasciato. C’erano invece Ermanna, “Peppina” e “Giovannina” di Lidia, Pia di Attilio (Petracca) e molte altre, che erano già più grandi e facevano parte di questo coro tutto femminile. Noi eravamo quelle della sera, potevamo cantare solo alla funzione (una volta si faceva la funzione, non la messa intera), e cantavamo all’armonium sotto la statua di San Sebastiano, giù in fondo. Poi alle feste più grandi lo portavano davanti e c’era un ferro con una tenda rossa che copriva il coro, ma a noi piccole ancora non era concesso di farne parte. Una volta, a Ferragosto, suor Imelde ci fece andare lì al coro passando dietro all’altare, ma una volta lì ci fecero tornare indietro e non ci fecero cantare”. “Con me in quel gruppo c’erano Pia (Suor Elisa), Candida, Teresa, Emilia, Enza, Giuseppina Mellano e altre come Anna di Ivo, Caterina… Questo è il coro che ha imparato la messa di Santa Cecilia per il sacerdozio di don Giovanni Cosimati. Ci dirigevano Don Angelo e la suora, e considera che allora pure il credo era cantato, tutto in latino… Quando ha cantato messa don Giovanni, ci fecero imparare ‘Sacerdote immagin di Cristo’. A suonare mi sembra ci fosse la suora di Milano, e in quell’occasione il novello sacerdote si andava a prendere a casa. Il vescovo invece lo andammo ad accogliere a Santa Lucia con la processione. Era veramente bellissimo, con tanta gente”. “Quell’anno eravamo già nel coro delle grandi, io avevo 16 anni ma ci avevano già introdotto progressivamente, anche perché alcune erano andate a vivere fuori, altre si erano sposate e così via… Il nostro coro era quello della messa di Santa Cecilia (la foto in cui siamo insieme è stata scattata fuori all’asilo proprio il giorno della festa di Santa Cecilia del 1964), mentre quello precedente cantava la messa del Perosi. Eravamo tutte donne, però per la messa ceciliana c’era bisogno anche delle voci maschili: tra i bassi mi ricordo Antonio Tucceri di Nazzarena, Isaia, Augusto di mamma Anna Maria, mentre alle voci alte c’erano ad esempio Angelo Mellano, Rodolfo, Sergio (per un breve periodo) e altri”.
Alcune tracce relative agli anni ’70 sono ricavabili dal registro tenuto da Anna “la Sacrestana”, che a quel tempo svolgeva anche la funzione di cassiera del coro. In un quadernino segnato come “Libro di cassa Schola Cantorum” – Cassiera Cipollone Anna di Salvatore – si trovano annotate tutte le entrate derivanti da offerte fatte al coro per le feste religiose (Festa del Sacro Cuore, Festa di Santa Elisabetta, Nome di Maria, Festa di San Vincenzo e della Madonna, ma anche “Festa a Corcumello”), per gli anniversari e, soprattutto, per i matrimoni (con importi che nel tempo passano da 10.000/15.000/20.000 lire a 50.000 lire e poi a 100.000 lire nei primi anni ‘90). Tra le uscite annotate spiccano i pagamenti per il nuovo organo (804.000 lire tra maggio e novembre 1979), l’acquisto di libri, spartiti e cassette musicali, libri di canto e altri omaggi o spese per eventi. In quegli anni, la formazione si era evoluta ancora con i normali avvicendamenti, alle voci come all’organo.
L’ultima a suonare tra le religiose è stata suor Gesuina”, ricorda Clara, “poi ha iniziato Vincenzo Patrizi e poi ci sono stati Isaia Cipollone di Pietro e anche Rosanna Petracca, e al coro Roberta e tutte quelle più giovani. Noi nel frattempo ci eravamo sposate, avevamo la nostra famiglia ma io come altre sono sempre andata a cantare, anche dopo… pensa che quando ha cantato messa padre Venanzio, nel 1967, ho lasciato Franco piccolissimo e sono andata al coro. Ho dovuto smettere solo quando Emilio è caduto dal terzo piano ed è stato tanto tempo in ospedale, e poi con le stampelle per più di un anno. Poi nel 1990, dopo che morì Franco, andai a fare la via crucis, e venne don Angelo. Doveva cantare messa Antonio Marchionni di Secondino e don Angelo mi disse: ‘Perché non rifacciamo il coro per Santa Cecilia?’. E lì abbiamo ricominciato, richiamando anche quelli di prima: Ermanna, Giovannina, Enrico, Augusto, Peppino Di Fabio, Rodolfo… ce ne venivano tanti. Se non era per la fede, non avrei fatto niente; e poi quando si parla di cantare… ci sta la passione. Da allora abbiamo ripreso con ancora più entusiasmo. È venuto a suonare anche Ezio Alfonsi, che ha eseguito con noi la messa di Santa Cecilia, poi Silvia Petracca e poi Manuela che fortunatamente prosegue tuttora”.
La stessa Manuela ricorda di aver iniziato a suonare l’organo in chiesa a cavallo tra il 1995 e il 1996: “Sostituivo Silvia quando non poteva venire a Cese, con il patto che mai avrei suonato nelle occasioni solenni, che mi mettevano una certa ansia. Accordi rispettati fino al matrimonio di Franco e Caterina, il mio ‘battesimo’. Conti alla mano, sono passati 30 anni: è un servizio che adoro e che condivido con Arianna, alla tastiera quando non ci sono. Credo di parlare per entrambe quando dico che non ci dispiacerebbe avere un sostituto a nostra volta. Non so se a Cese qualcuno suoni il pianoforte: qualora ci fosse sarebbe il benvenuto! Credo anche che per il mix generazionale, che si riflette in parte del suo repertorio e nella custodia delle tradizioni, e per il vissuto che lo ha portato fin qui, il nostro coro sia davvero speciale. Oltre che pronto ad accogliere chiunque ami cantare insieme agli altri”. Arianna, dalla sua, ha bene in mente il giorno in cui è entrata a far parte del coro parrocchiale. “3 giugno 1990. È il giorno della mia prima comunione, “soltanto” 36 anni fa! Le catechiste avevano deciso, dopo una breve preparazione, di farmi cantare un pezzo da sola… con Isaia all’organo, le ragazze di allora a dare manforte e gli occhi commossi di Clara. Ricordo… di lì, appena ragazzina, il contralto della messa di Santa Cecilia sempre con le signore e il loro sapiente ‘statte vicino a nnu e arrecchia’. E poi le domeniche, le feste, le cerimonie e, si sa, i momenti meno lieti. Raramente all’organo, più spesso, indegnamente, a dirigere. Le volte in cui si ride durante le prove e quelle (tante, tantissime) in cui ci si commuove, anche durante le celebrazioni. E ricordo sempre l’immancabile volontà di far bene per chi, e Chi, ci chiede di esserci. Con qualche trasferta e il puntuale desiderio di accompagnare, in parrocchia, la comunità nelle occasioni più importanti. Io quasi non riesco ad immaginarlo più un altro modo per stare a messa a Cese se non dentro questo gruppo in cui si vivono la gioia di essere parte, l’amore per Colui al quale si canta, l’amore per coloro con cui si canta”. L’attuale formazione poggia sulla presenza di diverse figure storiche, di graditi ritorni e, fortunatamente, di nuove adesioni, come attestato dalle foto recenti, che testimoniano la partecipazione del coro a tutte le celebrazioni religiose di Cese, non solo quelle ordinarie e straordinarie nella chiesa madre, ma anche le uscite a “Santa Barbara”, a “Santo Rocco”, alla Madonna delle Grazie per Sant’Elisabetta… Segno di una presenza costante e radicata, frutto di un impegno che non cede alle difficoltà del tempo e che si colloca, con grande merito, lungo il tracciato di una scuola secolare.
[1] Pietro Antonio Corsignani, “Reggia Marsicana ovvero Memorie topografico storiche di varie colonie, e citta’ antiche e moderne della provincia de i Marsi e di Valeria…”: “Dalle Arme gentilizie dell’Eccellentissima Casa Colonna, a cui la detta Terra soggiace, e che esistono in tal Chiesa, si cava altresì l’antichità della medesima: conciosiacchè stando dintorno alle dette Insegne le lettere A.C., ed altrove M.C., crederei che volessero le prime significarci Ascanio Colonna , o Agabito, e le seconde Marzio Colonna , o simili Principi dell’istessa Famiglia, i quali vissero circa il Secolo XV… Laonde dalle rapportate cose, ne deduciamo ancora per onore della Gran Vergine, che quivi si venera, e per incitare inverso Lei maggior fervore ne’ Fedeli, una particolar divozione avuta sempremai da’ Colonnesi all’istessa Santa Maria delle Grazie nelle dette Cese de Marsi: E ciò ancor si ricava dal menzionato Stemma e da un altro coll’Insegne Cardinalizie de’ Porporati di tal Prosapia , tutti divotissimi della lodata Sacra Effigie; come pure dalla costante ben lunga fama conservatasi tra gli antichi e moderni Abitatori di questa Terra delle Cese”.
[2] Vi si leggeva, in particolare: “I cantori hanno in chiesa vero officio liturgico e che però le donne, essendo incapaci di tale officio, non possono essere ammesse a far parte del Coro o della cappella musicale. Se dunque si vogliono adoperare le voci acute dei soprani e contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa. […] Sarà pure conveniente che i cantori, mentre cantano in chiesa, vestano l’abito ecclesiastico e la cotta, e se trovansi in cantorie troppo esposte agli occhi del pubblico, siano difesi da grate”.
[3] Il coro occidentale era nato nel VI secolo, quando papa Gregorio Magno aveva inaugurato scuole di canto (“Canto gregoriano”) nei maggiori centri dell’Occidente, per assicurare l’esecuzione corretta della musica liturgica.
[4] https://lasacramusica.blogspot.com/
[5] Tutte le testimonianze sono tratte da Osvaldo Cipollone, “Don Vittorio Abate di Cese”.
<Articolo originale basato sull’intervista a Clara Muzi, sui contributi di Manuela Cipollone e Arianna Cipollone, sui documenti dell’Archivio di Stato dell’Aquila – Sezione di Avezzano – e su O.Cipollone, “Don Vittorio Abate di Cese”.>












