[Storia delle Cese n.193]
di Osvaldo e Roberto Cipollone
Che il clima sia cambiato e stia cambiando, anche alle nostre latitudini, è oramai più che un’evidenza. Prima dei rilievi sul riscaldamento generalizzato registrati negli ultimi decenni, la regione marsicana aveva in particolare sperimentato – tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 – gli effetti del prosciugamento del lago del Fucino; effetti che avevano fisiologicamente interessato anche l’area palentina. A livello climatico, il prosciugamento aveva portato inverni più rigidi ed estati più calde, con evidenti effetti sull’intero ecosistema locale e la conseguente scomparsa di alcune coltivazioni come quella dell’ulivo, oltre al sensibile calo di altre colture come quella della vite. “La Gazzetta dell’Aquila, nel giugno del 1882, stigmatizzava la distruzione dell’olivo, la forte riduzione dei mandorli, la diminuzione della produzione di noci e ghiande e soprattutto il crollo della vite”[1]. Tali effetti si sono ripercossi, forse con un impatto minore ma in maniera comunque evidente, anche sui piani palentini. “L’abbassamento progressivo della temperatura ha determinato la perdita di diversi frutti e di piante che avevano ben attecchito in una zona temperata. Con la significativa modificazione del clima, infatti, si sono persi alcuni frutteti, uliveti e vitigni generosi”[2]. L’evoluzione climatica locale si è dunque rivelata del tutto particolare, con una curva delle temperature inizialmente decrescente e poi crescente che ha contribuito alla comune convinzione che qui, “prima” (ossia dagli inizi del ‘900 fino agli anni ’60-’70), facesse più freddo. È veramente così o a metà dello scorso secolo il freddo veniva percepito in maniera più intensa rispetto ad oggi, magari per via delle diverse condizioni di vita e di comfort? Stando a quanto osservato, alle memorie e alle testimonianze esistenti, si può concludere che le due dimensioni in questo caso si sommino, risultando in un effetto composto di reali condizioni, da una parte, e di percezione dall’altra.
Ma in passato come si scaldavano gli abitanti di Cese e degli altri paesi marsicani? La questione non è banale se si pensa che all’epoca le abitazioni erano prive di termosifoni, stufe elettriche o a cherosene, riscaldamento a gas o altre fonti di calore. Le pareti esterne delle case erano in pietra “a faccia vista”, quindi senza coibentazione, i sottotetti erano fatti con rete o canne intonacate, gli infissi erano leggeri, i vetri sottili (e spesso rotti) e quasi tutte le porte d’ingresso erano dotate dell’apertura per il gatto, “la jattaròla”… L’unica fonte di calore era il camino ed i letti venivano stiepiditi con la brace posta dentro gli scaldini di rame, adagiati sulla base del trabiccolo (“jo preto”). Alcuni, prima di coricarsi, facevano scaldare un mattone accanto al fuoco per portarselo tra le lenzuola avvolto in un canovaccio. All’epoca soffriva anche il modesto focolare; c’era infatti chi utilizzava addirittura la paglia o i “tòtari” (i fusti del granturco) per scaldarsi, ricavandone però solo fumo e una tenue fiammella. Altri ricorrevano agli sterpi, alle spine e ai tutoli per accompagnare un pezzo di legna spesso verdognolo perché tagliato da poco. Solitamente, donne e giovanette cercavano di approvvigionarsi di fascine partendo a gruppi verso la pineta, su a Pietraquaria, o si addentravano nel querceto a nord del paese per arrivare “ajjo Rocenitto”, nei pressi di Monte Cimarani. Nel primo caso riempivano sacchi di pigne (“i bbócci”) caduti dai pini e raccattavano poi rami secchi di conifere e altri ancora verdi, magari spezzati dalla neve, per comporre “le tórze”. Ponevano il materiale raccolto sul capo per trasportarlo giù in paese e poter così alimentare il fuoco. Il sistema adottato “ajjo Rocenitto” era invece quello raccontato qualche anno fa dalla compianta Vincenza de ‘Quariétta: «Partèmmo la mmatina cétto dajjo Sorefarino, azzecchèmmo ajjo Rocenitto e pe’ lla via dicèmmo jo rosario. Èmmo tutte compagne: ci steva Massimiana, Ida d’Argoluccio, Clarice, Nunziatina de Terzoliscio, Marietta dejjo Circhiaro, i’ e Lisetta, la mamma dejjo Conte. Era essa che ‘ntoneva jo rosario. Quanno arrivèmmo ‘n cima, piglièmmo ‘i zappuni e comenzèmmo a raccòlle: usci, piummélle, cretacci, sarvia, ruvi, spine e tutto quelo che trovèmmo…». Vincenza ricordava così quelle mattinate trascorse con le altre alle pendici del Salviano, aggiungendo: «Tenèmmo i férri pe’ attacca’ quele tórze tonne; ci aiutèmmo tra de nu’ e ppo’ le rucichèmmo abballo, vérzo le “Ravi”». Arrivate poi sul posto, ogni proprietaria componeva la sua stipa. Nei giorni non lavorativi, i familiari si recavano lì per recuperare i cumuli di sterpaglie, caricarli sui carretti e trasportarli in paese. Le stesse sterpaglie, infatti, erano spesso l’unica fonte di riscaldamento e di alimentazione del camino.
Il freddo era assiduo compagno per gran parte dell’anno, ma le attività di sussistenza non potevano fermarsi se non nei pochi giorni nei quali era materialmente impossibile lavorare la terra o anche solo stare all’aperto. In quelle circostanze, chi voleva addentrarsi nella campagna doveva camminare sul fango gelato e su pozze d’acqua lastricate di uno spesso “vetro” opaco ed incrinato. A quasi tutti i contadini non rimaneva dunque che vagare nei pressi del paese a guardare i campi innevati, come durante la grande nevicata del ’56 ma non solo; se si fermavano a parlare nel tipico crocchio (“jo róto”), a ridosso di qualche angolo riparato, scacciavano il freddo battendo i piedi quasi al ritmo frenetico di un ballo fantasioso. In quelle condizioni, ci si limitava ad espletare solo modeste attività: il governo del bestiame, la cura delle stalle ed il rifornimento della legna per alimentare i voraci camini che, a fatica, trasformavano quei ciocchi in tenue tepore. Le cappe, nere come quelle che coprivano le spalle degli anziani e dei pastori di allora, prediligevano riscaldare le canne ed i comignoli più che l’interno delle case. Il fumo le pervadeva, stentando a raggiungere l’esterno poiché appesantito dal vapore che sprigionavano i legni ed i rami mai del tutto secchi. Quando non c’era più neve sui campi, i contadini potevano magari vangare il terreno lubrificando la lama dell’attrezzo con l’acqua dei fossi che ristagnava sotto lo strato ghiacciato, destinato ad essere ancora protetto dalle rigide temperature di mesi come gennaio e febbraio. Come recita il detto popolare, d’altra parte, “se jennaro non jennaréa, febbraro e marzo lo reparéa”; se dunque gennaio non fosse stato gelido come per propria natura, ci avrebbero pensato febbraio e marzo a recuperare in termini di freddo intenso. Bisognava allora resistere e adeguarsi alla meglio, a Cese e nella campagna palentina così come negli altri paesi marsicani ed a Fucino. “Teresina” Di Matteo, in particolare, ha bene in mente i ricordi delle giornate trascorse a lavorare lì sui terreni di famiglia: “Per riscaldarci meglio, mio padre ci ricopriva anche con la sua cappa, tessuta con il telaio di casa. Era un indumento pesante, fatto di lana, di forma circolare e di colore blu scuro, con una pelliccia di agnello che riscaldava il collo e che lui usava per coprirci la testa e ripararci dal freddo. Arrivavamo sui campi prima dell’alba, quando la brina e il gelo ancora coprivano tutto; scendevamo dal carro assonnate e contrariate, mentre il freddo pungente ci aggrediva improvviso. Nostro padre accendeva un fuoco con la paglia per farci riscaldare e lo stesso facevano in lontananza i rari contadini presenti sugli altri campi. Come soldati che vanno all’assalto incuranti del nemico, così noi ignoravamo il gelo che ci aggrediva le mani. Il dolore era insopportabile e quando le mani cominciavano a riscaldarsi avvertivamo fitte ancor più lancinanti, come di spilli conficcati nella pelle viva, ma sapevamo che quella era l’ultima prova che dovevamo superare per sconfiggere il freddo. Era allora che mio padre ci portava delle patate calde che aveva cotto sul fuoco acceso in precedenza. Ci pulivamo le mani sporche di terra strofinandole sull’erba gelata e poi mangiavamo di gusto per fame e tradizione. Il calore di quel cibo ci consolava delle pene patite e ci dava la carica per proseguire”.
Per i più giovani anche i giochi all’aperto, d’inverno, si riducevano al lumicino, ma se c’era la neve si affrontavano anche le giornate tempestose pur di uscire. Si giocava a lanciarsi palle di neve e ad indirizzarle soprattutto verso le malcapitate fanciulle di passaggio. Tra ragazzi si praticava soprattutto la “sciuarèlla”: individuati i tratti ghiacciati e in leggera discesa che potessero garantire agevoli sciate, ci si cimentava a rimanere in equilibrio dopo la necessaria rincorsa. Per tale pratica le suole delle scarpe dovevano essere prive di “chiodette e ciappe” in ferro; quelle provviste di tali elementi (atti a garantire una maggiore durata delle scarpe) diventavano il terrore di chi voleva scivolare a lungo e in tranquillità. Così, chi portava scarpe chiodate veniva estromesso dal gioco e invitato a percorrere altre piste. Spesso, però, costoro proprio per ripicca e per vendetta passavano appositamente sulla “sciuarèlla” danneggiandola. Durante le giornate più rigide, gli ardimentosi si spostavano anche fuori dell’abitato per raggiungere gli stagni ghiacciati o il greto della Rafia. In caso di persistenti gelate, infatti, anche il fiumiciattolo poteva essere attraversato a piedi da sponda a sponda e non di rado sulla stessa superficie si giocava a sciare. Poteva capitare, però, che dopo vari tentativi il ghiaccio si rompesse, regalando sgradite conseguenze ai malcapitati “sciatori”.
L’ambiente, intanto, si colorava di cristallino candore e il bianco dipinto dalle nuvole basse formava quasi una cupola sacra ancora spoglia. Il nevischio persistente si alternava al vento di tramontana che arrossava il viso e increspava mani e gambe, protette non di rado, nel caso dei ragazzi, da inopportuni pantaloncini corti; ma inadatto era tutto l’abbigliamento. I calzini erano di cotone, rarissimi erano i cappotti e inesistenti le giacche a vento. I più uscivano soltanto con giacca e “coppola” e solo qualcuno con i guanti e gli scarponcini con la suola di gomma (“i carr’armati”). Le donne portavano una mantellina di lana e il fazzolettone, sia per attingere l’acqua alla fontana che per recarsi nelle stalle. Ogni altro rimedio era inadeguato ed era così per tutti; il freddo rendeva tutti uguali e sofferenti, sebbene vivi…
[1] Sergio Natalia, “Ambiente e storia: il prosciugamento del lago del Fucino e le sue conseguenze”.
[2] Osvaldo Cipollone, “Un’eco di note e di passi”
<Rielaborato da articoli pubblicati su “La voce delle Cese” e da O. Cipollone “Un’eco di note e di passi”, con ulteriori integrazioni>

