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Carrettieri, trasportatori, poesia e lavoro

[Storia delle Cese n.180]
da Osvaldo Cipollone

Nelle aree interne come la nostra, tagliate fuori dai tracciati ferroviari ed estranee ai principali nodi di scambio, prima dell’avvento dei mezzi pubblici i trasporti erano assicurati, in maniera più o meno organizzata ma sempre su richiesta, da poche figure come quelle dei “carrettieri”. Si trattava in sostanza di uomini che prestavano il proprio servizio di trasporto di persone e cose tramite carri o carretti e, in alcuni casi, anche bighe o calessi. Tra i primi che tornano alla mente con riferimento a Cese figura sicuramente “Cicchitto” (Antonio Marchionni, 1872), che abitava un isolato prima dell’Osteria del Risorgimento e che era già al tempo ricordato per una citazione coniata da lui stesso. A chi mostrava perplessità quando pretendeva il dovuto – anche nel caso si trattasse di qualche parente – soleva infatti dire: “Jo frustino non tè’ parentèla!”, per significare che nello svolgere la propria attività non poteva affrancare nessuno da un modesto pagamento. Si ricorda poi nello stesso ambito il mitico, scanzonato “Sirvino” (Silvio Cipollone, 1889), che s’incontrava spesso alla guida del proprio cavallo mentre faceva schioccare la frusta e cantava “I pompieri di Viggiù”. Con la moglie Maria, fra l’altro, Sirvino ha generato la famiglia più numerosa del paese, mettendo al mondo ben 18 figli. Entrambi i carrettieri erano a disposizione di chi doveva raggiungere le stazioni ferroviarie di Cappelle o di Avezzano sul loro mezzo trainato dal cavallo, ma si prestavano anche ad accompagnare chi ne faceva richiesta nei vari paesi del circondario. Ha svolto l’attività di carrettiere anche Giovanni di Fabio (detto “Baruffa”,1901), coadiuvato in una seconda fase dal figlio Emilio. Giovanni possedeva due carretti trainati da altrettanti cavalli e nella sua attività di contadino, allevatore e trasportatore, accompagnava compaesani e forestieri soprattutto verso i santuari del circondario, come San Diodato nella Valle Roveto, San Franco nell’aquilano, la Madonna dejj’Abbisognosi nel territorio di Pereto e altri in altre località. Fra quelli che svolgevano lo stesso servizio va menzionato inoltre Quirino Cipollone (“Querrino”, 1903), il quale in certe circostanze si prestava all’occasione ponendosi alla guida di cavallo e carretto.

Quando ancora ci si muoveva a piedi, o in groppa a qualche quadrupede, o ancora con carri, bighe e calessi trainati dai cavalli, era raro vedere locomotori alimentati a carburante transitare per il paese. In quel periodo molti valicavano ancora il Salviano a piedi percorrendo il sentiero che conduce ad Avezzano. Si trattava soprattutto di coloro che vi si recavano in occasione del mercato del sabato, delle fiere stagionali o per eventuali acquisti straordinari come i medicinali. Chi andava in città quotidianamente erano però le famose “lattaròle”, che trasportavano grossi canestri sul capo e a braccio per vendere il latte ad Avezzano porta a porta. Dato il progredire del commercio, qualche abitante del posto intuì la possibilità di avviare una nuova attività collegata alla prima, ossia quella di trasportatori sia del prodotto che delle persone che lo vendevano. I primi a realizzare concretamente questo progetto furono Secondino Marchionni (1909), dapprima da solo e poi in società con Filippo Di Matteo (1932), con il quale acquistò un camion, e Domenicantonio Bianchi (1913), che possedevano un mezzo marca Filarete; in seguito, anche Rocco Cosimati (1928) ha intrapreso la stessa attività. Con l’avvento della “postale” di Cosimati e con la maggiore diffusione di mezzi propri, la funzione dei trasportatori ha fisiologicamente perso centralità – come era successo anche prima per i “carrettieri” – per restare quasi solo nella memoria comune.

Un ulteriore servizio, in realtà non tanto usuale nel passato ma giunto in altre forme ai giorni nostri, veniva svolto da alcuni compaesani in possesso di patente di guida tipo “D” che hanno operato come trasportatori. Si trattava in particolare di autisti di camion, autotreni ed altri mezzi, come sono stati ad esempio Enrico Di Matteo, Roberto Marchionni, Egidio Di Matteo, Ignazio D’Alessandro e altri. Roberto, in particolare, ha raccontato una parte della sua esperienza nel corso di un’intervista del 2024. Una categoria a parte è quella degli operatori di mezzi meccanici, come trattori gommati, cingolati e ruspe; tra questi, si ricordano “Peppe” Cipollone, Francesco “il fabbro”, Francesco Alfonsi, Onorio Bianchi, Pasqualino Cipollone ed Emilio Cipollone “jo Ruscio”, ma altri ancora hanno operato a livello privato o per conto terzi, in maniera sistematica o saltuaria.

L’attività di trasporto si è ovviamente evoluta nel tempo, approdando a nuove forme e nuovi protagonisti (Giuseppe Bianchi, Duilio Scafati, Giovanni Greco e altri), lungo un tracciato che evidentemente parte da lontano, con quelle figure rimaste nell’immaginario collettivo con il loro carico di memoria e, perché no, di poesia.

Intervista del 14 marzo 2024 a Roberto Marchionni (1935)

<Articolo originale con intervista del 2024. Foto singole da antenatidellecese.it>


Una replica a “Carrettieri, trasportatori, poesia e lavoro”

  1. Ciao Roberto. Come al solito un ottimo lavoro. Bella la foto degli sposi. La inserisco subito nel sito.

    Ad maiora.

    Ercole

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