[Storia delle Cese n.154]
di Roberto Cipollone
Recentemente è tornata di grande attualità anche a Cese, ma la convivenza tra uomini e animali selvatici ha da sempre rappresentato un tema complesso, che si è evoluto nel tempo di pari passo con la trasformazione dell’economia, della società e del sistema produttivo legata a sua volta al declino del mondo agro-pastorale. All’interno di questa convivenza, alcune specie hanno una netta centralità, nel nostro territorio, per via delle implicazioni sulla sicurezza delle persone e sulla tutela degli allevamenti. Tra tutti gli animali selvatici, il lupo rappresenta di certo quello più temuto, storicamente avversato ma al contempo ammirato e rispettato (non a caso, in alcune regioni si usa ancora “Lupo” come secondo nome in funzione benaugurante). Di fatto, negli ultimi anni anche nella Marsica si sta assistendo ad una maggior numero di avvistamenti attorno alle aree antropizzate; un incremento legato, secondo gli esperti, ad una diminuzione delle risorse alimentari nelle zone montane che sta spingendo i lupi a scendere più a ridosso delle aree urbane alla ricerca di cibo, con relativa crescente preoccupazione da parte degli abitanti e degli allevatori.
La storia del lupo nella Marsica segue a grandi linee quella regionale e nazionale, ma riflette una centralità che è prerogativa del territorio interno abruzzese sin dall’antichità[1], se è vero che “una legge di Carseoli, città Sabina, vietava pronunciare persino il nome di Lupi, tanto erano infesti alle campagne e aborriti” (Di Bérénger, 1863), e che la protezione delle greggi dai lupi veniva affidata direttamente alla dea Pales (la stessa alla quale, secondo alcune teorie, devono il nome i nostri “piani palentini”) secondo rituali importanti e diffusi[2]. La lotta al lupo ha generato nel tempo delle vere e proprie professioni, documentate già a fine ‘800 dal medico e naturalista Leonardo Dorotea di Villetta Barrea, il quale definiva il lupo “pernicioso animale, frequentissimo negli Appennini Aquilani”. Nei suoi studi, in particolare, Dorotea lodava i “famosi tenditori di trappole a Lupo” lamentando però che “questi trappolieri sono vaghi di catturare molti capi di siffatti animali, ma risparmiano le femmine di loro, dicendo, senza mistero, che diversamente oprando, la razza andrebbe a perdersi, e mancherebbe loro materia da esercitare la loro arte”[3].
In passato, al tempo in cui i piani palentini ospitavano quella sorta di transumanza locale di uomini, greggi e attrezzature, poteva succedere che le greggi venissero attaccate dai lupi, che si avvicinavano molto spesso agli ovili e agli “stazzi” dove le pecore erano “ammandrate”. Così, quando un cacciatore o un “luparo” professionista riusciva ad abbattere un esemplare, lo portava in mostra sul dorso della cavalcatura anche a Cese, ricevendo in cambio omaggi e regali in natura. Prima degli anni ‘50 esistevano taglie precise per chi uccideva un lupo, e i “lupari”[4] andavano di paese in paese, esibendo la fiera, per ricevere una mancia di uova, latticini, pollame, vino e denaro. Una consuetudine, questa, che si rifà ad alcuni provvedimenti antichi, addirittura precristiani: “per le leggi di Solone, chi uccideva un Lupo aveva un premio di cinque dramme (prezzo ordinario d’un bue); chi una Lupa, una dramma (prezzo ordinario d’una pecora o d’un medimmo di frumento)”[5]. Sui premi in denaro accordati per legge esistono anche alcuni dettagli relativi agli espedienti usati dai “lupari” ed agli accorgimenti intervenuti nel tempo. Lo stesso Dorotea riportava, in relazione ai lupi, che “quanti per lo passato ne catturavano negli Appennini Napoletani, tanti ne portavano viventi nello allora Stato Pontificio, ove il premio accordato dalla Legge di là era maggiore”. Per scongiurare frodi, ai lupari era richiesto di consegnare una parte dell’animale abbattuto (la coda o più frequentemente la testa) e, per evitare eccessive duplicazioni nelle mance, nei primi paesi venivano tagliate le orecchie al lupo ucciso. Talvolta, per evitare di portare troppo peso, i lupari issavano la sola testa dell’animale su di una pertica (così viene raccontato uno degli ultimi lupari a Trasacco, nei primi anni ’40[6]) e giravano così, ricevendo in ogni caso la ricompensa assicurata dalla gratitudine degli abitanti. Si può dire che a quel tempo, soprattutto in alcuni luoghi, la natura, i lupi, e gli uomini competessero davvero per la sopravvivenza; i lupari[7], a volte assoldati dai proprietari, erano dunque chiamati a difendere gli allevamenti, soprattutto le pecore, dagli attacchi di quello che è conosciuto come il predatore più organizzato in natura. Lo stesso Parco Nazionale d’Abruzzo ha pubblicato sin dai suoi primi anni di vita specifici bandi sulla “soppressioni di animali predatori”, prevedendo premi in denaro e attrezzatura idonea per gli “uccisori di animali nocivi”, nella convinzione che “se si vuole ottenere più rapido ripopolamento dei Camosci e soprattutto dei Caprioli, occorre distruggere i Lupi” (Erminio Sipari, artefice e primo presidente del Parco, 1926)[8].
La presenza di lupi attorno a Cese non si è mai presentata come un problema reale e gli avvistamenti più insistenti, in paese, sembrano essere coincisi con i mesi della grande nevicata del ’56. In quel periodo, infatti, furono avvistati alcuni esemplari che, alla ricerca di cibo, valicarono la catena Cimarani-Salviano in prossimità delle attuali antenne e giunsero verso la località di “Santa Lucia”. Allora si costituì addirittura un gruppo di volontari con il compito di sorvegliare e perlustrare la zona per proteggere abitanti e greggi; poiché fortunatamente non si verificò alcun episodio critico, qualcuno sostenne che non si trattasse di lupi, ma più semplicemente di cani randagi[9]. In realtà, sulla pericolosità dei lupi c’è da dire che gli attacchi contro l’uomo sono molto più rari di quanto rappresentato nell’immaginario comune e che le aggressioni avvengono nella maggior parte dei casi da esemplari ibridi, cani inselvatichiti o lupi ammalati di rabbia. L’ibridazione può in effetti rappresentare un problema, soprattutto in riferimento alla paventata introduzione di lupi siberiani (a quanto pare avvenuta anche nella Marsica[10]), ma è necessario rimarcare l’importanza del ruolo del lupo all’interno dell’ecosistema complessivo, così come affermato già ad inizio anni ’70 (quando in Italia il lupo era sull’orlo dell’estinzione) dall’aquilano Lorenzo Natali, al tempo Ministro dell’Agricoltura e Foreste. Fu questi a firmare nel 1971 il decreto che eliminava il lupo dalla lista degli animali nocivi, ponendo fine alla caccia a questo animale e segnando l’inizio di una nuova era per la tutela della fauna selvatica in Italia. “Natali e gli altri compresero che i carnivori, e tra questi il lupo, avevano un ruolo fondamentale nei nostri ecosistemi”, afferma oggi il naturalista Federico Striglioni (responsabile Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga), con riferimento specifico alla gestione delle carcasse e dei cinghiali affetti da peste suina: “Con il lupo quelle carcasse durano poco; i lupi hanno evitato grossi focolai di peste suina in Abruzzo”. Oggi, dunque, bisogna lavorare sul controllo, per assicurare una convivenza che anche qui ha attraversato fasi diverse, ma che può assestarsi su un sistema di buone pratiche, tutela, prudenza e adeguati incentivi e indennizzi a favore dell’economia pastorale. Coesistere, in definitiva, qui sembra possibile.
[1] Scrive Corsignani nella sua “Reggia Marsicana”, citando Plinio il Vecchio: “Il detto freddo è cagione, che nel Verno vi sia colà abbondanza di Lupi, i quali come insegna Plinio nella Storia naturale col freddo viepiù si nutriscono in simiglianti Paesi: e quel ch’è peggio si è che notte tempo quasi circondano la Terra con paura e qualche danno di quella Gente”.
[2]“Alla dea Pales, protettrice della pastorizia, venivano offerti prodotti esclusivamente vegetali… La dea veniva pregata perché proteggesse greggi e pastori, perché perdonasse il pastore se aveva fatto pascolare le greggi in terreni consacrati… Veniva richiesta alla dea la protezione delle greggi dalle malattie e dai lupi, e si pregava la dea perché abbondassero erbe e fronde e acque, affinché favorisse i parti e la produzione della lana e del latte”. (Simonetta Segenni, “Feste e agricoltura: il ciclo agrario del calendario romano”, in L’agricoltura in età romana, 2019).
[3] Leonardo Dorotea, “Della caccia e della pesca nel Caraceno: sommario zoologico”, Napoli, F. Vitale, 1862.
[4] Professionisti della caccia al lupo, specializzatisi nel tempo anche per vocazione territoriale. In particolare, gli abitanti di Opi venivano addirittura chiamati “Lupari” da quelli dei paesi confinanti.
[5] Adolfo Di Bérénger “Dell’antica storia e giurisprudenza forestale in Italia: saggio”, Longo, 1863.
[6] Quirino Lucarelli, “Biabbà”, 2002.
[7] La figura degli ultimi lupari è raccontata anche nel film di Francesco De Santis “Uomini e lupi” del 1957, girato tra Scanno e Pescasseroli, con protagonisti Silvana Mangano e Yves Montand. La didascalia iniziale del film recita: «In Abruzzo, alle prime gelate, quando greggi e pastori lasciano le alture, risonano nelle gole montane gli echi lugubri degli ungulati e di belve fameliche. Sola difesa contro di essi, i lupari, cacciatori di mestiere che quando uccidono un lupo lo portano su di un carro in giro per i paesi per raccogliere le povere cose che i pastori possono dar loro come compenso. Lupari: un po’ per necessità e molto per passione. Nomadi: compaiono con i primi freddi e scompaiono con la primavera».
[8] Dalla documentazione del Parco risulta che solo nei primi quattro anni dell’esperimento furono corrisposti premi per l’uccisione di 91 lupi (di cui 28 femmine) e che tra il 1923 ed il 1933 i lupi uccisi furono 209 (di cui 82 femmine). L’ultimo anno di attivazione di questa pratica è il 1958, quando furono uccisi ancora 6 esemplari tra Pescasseroli e Bisegna.
[9] Osvaldo Cipollone, “Angeli co’ jji quajji”, 1997.
[10] “Relativamente alle immissioni di lupi in Italia si può ricavare, come da documentazione reperita su articoli di archivio di giornale di Repubblica e dell’Unità, un problema di introduzione clandestina di lupi siberiani avvenuta negli anni ’70 nella Marsica” (Indagine conoscitiva “La proliferazione del lupo in Toscana”, Consigliere Roberto Salvini).
<Elaborato da ricerche personali sulle fonti citate e su Franco Tassi, “Parco Nazionale d’Abruzzo: importanza biogeografica e problemi di conservazione. Appendice II – Il Lupo nell’Appennino centrale” in “Lavori della Società Italiana di biogeografia – Il popolamento animale e vegetale dell’Appennino centrale”, 1971.>


