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“Come se non vi fosse altro luogo che Cese per farvisi ammazzare!”

[Storia delle Cese n.153]
da Giacinto De Vecchi Pieralice

Il 28 luglio 1888, un mese dopo la data inizialmente prevista, veniva inaugurata la linea ferroviaria Roma-Avezzano-Sulmona, opera fondamentale per lo sviluppo economico della regione marsicana soprattutto alla luce del recente prosciugamento del Fucino, terminato nel 1878. Basti pensare che prima dell’avvento del treno, tra Roma e Tagliacozzo s’impiegavano in carrozza circa dieci ore, mentre ora ne bastavano meno di quattro, ritardi permettendo. L’inciso non è superfluo se si considera che anche il viaggio inaugurale dei due treni speciali partiti da Termini accumulò lungo il percorso un ritardo notevolissimo, cui non poterono sottrarsi i tanti politici del primo governo Crispi, gli uomini di cultura e i giornalisti ospitati a bordo delle carrozze. In previsione dell’apertura della linea, già da un anno un giovane studente di architettura dell’Istituto di Belle Arti di Roma, Luigi Degli Abbati, stava preparando la pubblicazione “Da Roma a Solmona. Guida storico-artistica delle regioni traversate dalla strada ferrata”, intendendolo come un agile strumento di lettura destinato “ai viaggiatori di media cultura che avrebbero affrontato, sui vagoni trainati dalla vaporiera, il nuovo tracciato appenninico che univa Roma alla città peligna in tempi e costi dimezzati”[1]. Nella realizzazione dell’opera si era fatto coadiuvare da diversi autori, alcuni dei quali godevano di meritata fama, per la stesura delle diverse sezioni della guida; per le due parti centrali, in particolare, si era affidato all’intellettuale Giacinto De Vecchi Pieralice[2], che in quegli anni era ispettore agli scavi e ai monumenti dell’area intorno all’antica Carseoli. Questi curò dunque la redazione di due capitoli riguardanti la Regione Carseolana da Riofreddo a Colli (Bacino del Torano) e la Regione Marsicana da Colli a Carrito (Bacino del Velino e del Fucino). In essi, Pieralice fornisce una descrizione storico-letteraria dei luoghi interessati (con elementi di geologia, preistoria, storia romana, medievale e contemporanea delle aree attraversate dalla ferrovia) e si affida a storici come Muzio Febonio, Pietro Antonio Corsignani, Antonio Di Pietro, Fabio Gori e Raffaele Garrucci per la descrizione di monumenti che spesso non sono stati visti da lui personalmente, secondo una prassi e uno stile comuni a molti scrittori ottocenteschi. Nella sua descrizione, Pieralice si sofferma anche sull’etimologia delle località presenti nella regione attraversata dalla ferrovia e fornisce in particolare un’interpretazione piuttosto audace dell’origine del nome di Cese. Riunendo le ipotesi, solo parzialmente dimostrate, degli storici locali, l’autore fa propria la tesi secondo cui il nome “Le Cese” deriverebbe dalle stragi (“caedes”) qui avvenute dai tempi di Annibale (!) fino alla Battaglia dei piani palentini, per poi prendere le distanze dalla stessa tesi ammettendo “delle altre non so dirti, ma quella corradinesca puoi pure scartarla”. Al di là della tesi etimologica, il documento conserva una propria importanza in relazione alla descrizione dell’antica chiesa allora esistente, con cenni di rilievo sul suo valore artistico e sugli oggetti sacri al tempo presenti.

Cese trae origine dalle stragi ivi fattesi (contale!) da Annibale quando vi appressò ad Albe e ne soffersero i marsicani; dalla strage compiuta a danno delle legioni di Rutilio, console dei Marsi e dagli Equicoli, duce Poppedio; dalla strage che Equicoli e Marsi ivi fecero dei Goti; dalla strage che delle truppe Orsine, rifuggentesi al monte, fecero i Tiburtini, comandati da Adriano Montaneo; e finalmente da quella, che delle genti di Corradino fece Carlo D’Angiò. Tutte queste uccisioni, latinamente “caedes”, una più una meno, diedero il nome al luogo, come se in tutti i Campi Palentini non vi fosse altro luogo che questo, per farvisi ammazzare (!) Delle altre non so dirti, ma quella corradinesca puoi pure scartarla, perché LE CESE esisteva allora, era badia Benedettina, ai quali l’aveva donata Lotario imperatore e vi era di già raggruppato un paesello. Ti piacciono antiche stoffe? Va’ a vedere nella chiesa che tiene il titolo monastico di Abbadia ed è velleità di diritto ad usare la mitra nelle funzioni parrocchiali del suo arciprete; va’ a vedere un antichissimo piviale, un’antichissima mitra, e … l’altare? È una bellezza d’arte. Vi si leggono fra le statuette di terracotta e dorate e tra i fogliami a vaghissima iride di vernice, le lettere A.C.M.C. Anno Cristi Millesimo Centesimo. Sarebbe del 1100. Altri vi trova i nomi di Ascanio e Marcantonio Colonna. Ognuno legga e modo suo.
Nel soffitto ad oro e colori ricorre frequente la data 1578 e lo stemma del vescovo Maccafani, che spesso qui dimorò. San Celestino V Papa l’aveva assegnata ai vescovi marsi, come dimora estiva. Allora di già era stata abbandonata. Su quel muro dell’abside erano spesso menzionate le date dell’anno 1213. Le porte che chiudono l’altare hanno delle pitture antichissime sovra i fasti della Madonna. La campana maggiore ha la data dei 1321. La porta maggiore è di legno di sambuco; come quella da noi veduta in Carsoli; è ricchissima d’intagli, di ornati, di figure. Marcantonio Colonna, vincitore di Lepanto, vi pose una memoria di quella memoranda giornata nel quadro del “Rosario”, ove, sotto all’effigie della Madre di Dio, si veggono le navi cristiane. Ognuno sa che la solennità del Rosario venne stabilita da San Pio V in memoria di quel fatto, che assicurò la prevalenza del cristianesimo sul maomettanismo, dell’Europa sull’Asia. Non è vero che abbiamo visto memorabili cose e care memorie dell’italico valore nelle arti e nella guerra?

Nonostante l’errore sull’origine del nome di Cese, dunque, al testo di Pieralice va riconosciuta un’innegabile importanza in merito all’attestazione del valore storico-artistico del paese, in particolare del suo antico tempio religioso, in un periodo in cui si andava affermando un approccio più moderno e più diffuso alla conoscenza del territorio.


[1] Paola Nardecchia, “Giacinto De Vecchi Pieralice. Un intellettuale tra la provincia dell’Aquila e Roma nel secondo Ottocento”, Associazione Culturale LUMEN (onlus), 2014.
[2] Giacinto De Vecchi Pieralice (1842-1906) era nativo di Castel Madama e si era trasferito ad Oricola in seguito all’abbandono della famiglia da parte del padre. Fu avviato agli studi e sostenuto dallo zio materno Teodosio De Vecchi, possidente di Oricola, con il quale aveva un forte legame affettivo al punto che volle aggiungere al suo cognome originario, Pieralice, quello del nobile casato De Vecchi. (P. Nardecchia)

<Articolo originale elaborato dal testo di Giacinto De Vecchi Pieralice riportato in Luigi Degli Abbati, “Da Roma a Solmona. Guida storico-artistica delle regioni traversate dalla strada ferrata” (1888)>


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