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La “mòla”: Alfonso, Menanzino e ‘Lisa “la molenàra”

[Storia delle Cese n.138]
di Osvaldo Cipollone

Agli inizi del 1800 a Cese esistevano solo esercizi comunali, dei quali si poteva usufruire tramite un modesto contributo in danaro e in natura, da corrispondere al gestore preposto dall’Amministrazione (l’affidamento dell’incarico veniva deliberato dal sindaco). Dai documenti in nostro possesso si sa che nel 1887 la popolazione ammontava a 1044 residenti, contro i 666 abitanti del 1863 (subito dopo l’Unità d’Italia). Per sopperire alle esigenze contingenti, in quel periodo vennero attivate in paese diverse attività. Tra queste una sorta di (prima ed unica) locanda, l’Osteria del Risorgimento, più forni, vari esercizi artigianali come i ciabattini, delle falegnamerie, alcuni servizi di trasporto a bordo di bighe e calessi ed altre attività di cui ci si occuperà più avanti, ma, cosa strana, non c’erano mulini. Per far fronte alle specifiche necessità, agricoltori e massaie si recavano nei paesi vicini come Capistrello, Scurcola e Magliano; caricavano i sacchi di frumento nei carretti o sul basto degli equini e li portavano a macinare.

La “mòla” di Cese venne costruita nel 1923, in seguito a concessione comunale, da Alfonso Marchionni (classe 1882), sposato con Cesidia Di Matteo (1885). Alfonso, pur non disponendo di liquidità corrente, ebbe l’intuito di chiedere dei prestiti ai suoi parenti emigrati in America. Fu così che anche con i suoi risparmi poté realizzare la struttura in Via San Sebastiano, su un sito gravante di usi civici e destinato a pubblica utilità. Il mulino, azionato da corrente elettrica di potente voltaggio, era dotato di un enorme motore che azionava una lunga cinghia di trasmissione. Tramite un ingranaggio e una ruota volano, questa azionava due potenti macine di pietra sovrapposte tra loro. Quella alla base era stabile, mentre l’altra poteva essere mobile. Entrambe venivano periodicamente ribattute con un martello appropriato e con lo scalpello; così rigenerate, ripulite e spazzolate, consentivano un’adeguata macinazione di vari cereali. Il congegno chiamato paranco, provvisto di un’opportuna struttura fissa alla parete e dotato di catena o cavo d’acciaio, permetteva di sollevare la macina superiore in maniera rapida, sicura e senza grossi sforzi da parte dell’operatore. Solo una volta sollevata la macina superiore si poteva intervenire su entrambe, comprese le differenti scannellature che solcavano le superfici di pietra. Riposizionate quindi nuovamente, le due masse rotanti era pronte per un altro lungo periodo di lavoro.

La “mola” di Cese, dopo i primi ani d’avvio e di consolidamento artigianale, passò nelle mani di uno dei figli di Alfonso, Venanzio (“Menanzino”), coadiuvato in seguito da sua moglie Elisa Bianchi (“la molenara”). I due l’hanno gestita per lungo tempo, fino al 1985. Dell’attività si servivano in gran parte gli abitanti di Cese, ma anche quelli di Corcumello, Villa San Sebastiano, della parte nord di Capistrello ed altri avventori occasionali. Spesso nei paraggi della struttura sostavano animali al basto, ma anche quelli aggiogati ai carri agricoli. I loro proprietari, in attesa delle relative operazioni, allietavano quei momenti con vivaci e goliardiche conversazioni.  Formando una specie di “róto” (il crocchio), si trastullavano in cerchio attendendo il turno della propria macinatura, quindi ripartivano con gli indumenti infarinati al pari dei loro sacchi, dopo aver ottemperato al pagamento. Intorno alla metà del secolo scorso si pagavano circa100 lire al quintale per la farina bianca e 200 per quella di granturco. Per la farina di polenta, infatti, era dovuto lo stesso costo che si pagava per lo “sfarrato” (lo sfarinato), composto formato da un miscuglio di più prodotti[1] macinati in maniera grossolana ed utilizzato non solo per il consumo umano, ma anche come nutrimento per il pollame e per gli altri animali da allevamento tenuti alla greppia, nell’ovile e nel porcile. Nello specifico, in passato la veccia si seminava per alcune sue specifiche proprietà; propinata alle bestie da macello (ma anche da lavoro), garantiva infatti l’ingrasso e la crescita accelerata. Durante la sua macinazione, però, i mugnai erano soliti coprirsi la bocca con dei fazzoletti a mo’ di mascherina, in quanto la respirazione e l’odore del cereale frantumato risultavano fastidiosi.

Il grano da macinare, dopo essere passato tra i crivelli dello svecciatoio e nei rispettivi cassonetti che separavano la pula, il loglio (“jo càlatro”), la veccia ed ogni altra impurità, poteva essere ulteriormente mondato a mano. Successivamente veniva lavato e poi messo ad asciugare prima di essere portato alla “mola” per la macinazione. Tale procedimento, ovviamente, aumentava il relativo peso specifico per cui, una volta macinato, esso differiva un poco da quello reale. La differenza di peso, chiamata in gergo “jo sfriddo” (lo sfrido), andava nei sacchi e nelle casse del mugnaio che ripianava la quantità in eccesso utilizzando la “sapàrchia” (la sassola). L’operatore, in pratica, dopo aver annotato i chili del frumento su un quaderno, ripesava la farina ottenuta decurtando pressappoco uno, due chili di macinato per compensare il pagamento avuto in denaro.

Per far fronte alle varie esigenze di massaie, contadini e allevatori, il mugnaio locale, “Menanzino”, sfruttò anche la sua versatilità in altre mansioni. Si industriò infatti come falegname, carratore e riparatore di parti rotte di carri agricoli. Il lavoro di mugnaio lo portò a rigenerare le macine del mulino a forza di mazza e scalpello, ma anche a fare il fabbro ferraio. All’occasione, usava infatti forgia e attrezzi da fabbro e maniscalco per ricostruire i ferri degli equini. Alla “mòla” macinava grano e granturco indifferentemente svuotando i sacchi nelle due tramogge. Si trattava di due grosse piramidi in legno rovesciate contenenti un sacco intero di frumento e con una piccola feritoia visibile nella parte bassa che permetteva il graduale esaurimento del contenuto. In prossimità delle grosse macine, alte una ventina di centimetri e 120 di diametro, era posizionata una rotella che scorreva su una barra filettata e consentiva al mugnaio il graduale abbassamento e allontanamento delle due macine. Alla base delle stesse, una lunga bocchetta faceva defluire la farina dentro un grosso parallelepipedo di legno aperto sulla sommità che raccoglieva il macinato. L’operatore saggiava continuamente il flusso della farina per verificare la giusta consistenza, altrimenti agiva sulla rotella con il perno filettato per modificare lo spessore tra le due macine.

Una nota a parte, a proposito della mòla di Cese e dei suoi mugnai, va spesa per la mitica “‘Lisa la molenara”. Elisa Bianchi, moglie di Venanzio, era una grande lavoratrice dal carattere scanzonato, gioviale e sempre pronta a rispondere a tono a qualsiasi battuta di saluto. Molti la ricordano sempre intenta al suo lavoro di mugnaia, infarinata e con “jo zinalo e jo pannitto” bianchi come il suo cognome. Anche chi non ha avuto modo di conoscerla in attività può rivederla nella figura che ha impersonato nei presepi viventi del passato. Il fazzolettone infarinato come lo zinale, una porzione di farina dentro il sacco tenuto in testa senza l’aiuto delle mani e la “statera”(la bilancia manuale con l’asta mobile e graduata) infilata dentro un braccio. Ha seguito e curato l’attività con il marito fino alla fine e quando Menanzino ci ha lasciato, lei ha portato avanti l’attività solo per un paio di mesi. Poi, coadiuvata dal figlio Cesidio, impegnato in altra professione, ha deciso di non rinnovare la licenza e di chiudere l’attività della mola. Il mulino, da allora, è rimasto così com’era, magari abbandonato a se stesso e ricoperto da farina, polvere, ragnatele e tavole varie. Per noi che abbiamo vissuto da vicino questa attività e le persone che la gestivano, la sua chiusura rimane una nota dolente. Il motivo è soprattutto nel fatto che esso era e rimane una porzione storica della vita dei costumi e della storia di Cese e, senza cadere nelle considerazioni fantasiose, il luogo e le cose che racchiude e conserva potrebbero far parte di un museo da rivalutare e conservare tra i pezzi più interessanti della nostra comunità e dell’identità che ci differenzia dagli altri paesi. Anche le sue secolari corna, infisse sopra la porta d’ingresso, sono mitiche e sempre le stesse, magari pronte a scongiurare altre vie e differenti decisioni.


[1] Per questo prodotto nelle grosse tramogge del mulino finivano anche la biada, l’orzo, la segale, l’avena, la veccia ed altre graminacee utili per l’alimentazione degli animali. Questo tipo di granaglie trovava la giusta sede di frantumazione tra le stesse scannellature del granturco poiché la farina ottenuta doveva risultare, come accennato, a grani più spessi.


<Articolo originale basato su reminiscenze di Osvaldo Cipollone e la testimonianza di Cesidio Marchionni>


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