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Storie, racconti e leggende delle grotte

[Storia delle Cese n.121]
da Roberto e Osvaldo Cipollone

Sul versante palentino della catena montuosa Salviano – Cimarani – San Felice sono presenti numerose piccole grotte di diversa conformazione. In passato, alcune di queste venivano utilizzate come riparo dai pastori che portavano le greggi al pascolo soprattutto sulle spianate di monte Cimarani. Durante la Seconda guerra mondiale, inoltre, le stesse grotte erano utilizzate come rifugio e nascondiglio da parte di abitanti locali ricercati dai militari tedeschi e di prigionieri alleati fuggiti dalle carceri o dai campi di concentramento abruzzesi. Recentemente alcune di queste piccole grotte sono state riaperte e rese accessibili dall’associazione Mapuche di Cese, mentre altre sono ancora da localizzare ed esplorare. All’interno del percorso de “Le grotte palentine e la via del latte”, le sei grotte riaperte sono denominate come: 1) “Grotta del pastore”, situata a ridosso della Via di Santa Barbara, subito dopo l’uscita dalla macchia delle “cesétte de Rafaeluccio”, ad un livello di 810 m.s.l.m.; 2) “Grotta delle sesélle”, situata in corrispondenza della zona dei “Vignali”, in direzione di Cappelle, ad un livello di 760 m.s.l.m.;  3) “Grotta delle Ravi”, situata nella zona delle “Ravi”, tra Cese e Cappelle, ad un livello di 760 m.s.l.m., vicino alla falesia di roccia ed al cosiddetto “ótro”; 4) “Grotta di Santo Rocco”, situata ad un livello di 840 m.s.l.m. lungo il sentiero che si stacca dalla “via del latte” per condurre verso la zona del rimboschimento sul monte Salviano; 5) “Grotta del tasso”, situata a ridosso del sentiero pedemontano tra la zona “dejj’Arborito” e l’acquedotto di Cese, ad un livello di 740 m.s.l.m.; 6) “Grotta dell’istrice”, situata all’inizio del sentiero pedemontano, in corrispondenza del complesso della Pro Loco, ad un livello di 750 m.s.l.m.

I pastori di Cese conducevano le greggi al pascolo dalle “Ravi” verso Cappelle a quelle verso Capistrello. Il territorio, delimitato dal crinale verso Avezzano, era riservato al pascolo locale; eventuali sconfinamenti generavano risse, lotte e sassaiole tra pastori. La rivalità nasceva anche da gelosie amorose: era infatti doveroso, al tempo, tenere lontani i forestieri dalle pastorelle per evitare avvicinamenti e corteggiamenti. Quando si trovavano all’aperto, i pastori facevano roteare le fionde cariche di sassi per il tiro a segno su mazze conficcate nel terreno, oppure si sfidavano alla corsa o aizzavano i propri cani per stabilire quale fosse il migliore. Nelle giornate piovose o inclementi, invece, si rifugiavano dentro le varie grotte sparse sul Salviano, e lì occupavano il tempo ozioso giocando a morra o a carte. La prima grotta lungo la via per Santa Barbara, in particolare, era spesso usata come rifugio dai pastori in transito verso le spianate tra monte Cimarani e monte San Felice.

Durante l’occupazione tedesca (1943-1944), i sentieri e le grotte montane hanno funzionato anche da vie di fuga e da rifugio per ex-prigionieri, ricercati, fuggiaschi, ma anche gente del posto. A tale riguardo, tra le numerose storie legate a questi luoghi emerge con particolare rilevanza la vicenda di Padre Antonio Tchang, ad oggi l’unico partigiano cinese noto della storia d’Italia, che dopo essere scampato a fucilazione certa trovò rifugio sulla nostra montagna per poi essere condotto in paese da due pastorelli di Cese, Umberto ed Enrico Cipollone, per essere nascosto, ospitato e infine fatto arrivare rocambolescamente in Vaticano (qui la storia completa). La piccolissima grotta situata sopra a “Santo Rocco”, in particolare, era probabilmente la più adatta all’occultamento di singoli prigionieri e fuggiaschi. Con riferimento ai bombardamenti alleati, invece, è noto che, non appena avvertivano il rombo degli aerei, molti degli abitanti del quartiere “Burghitto” si rifugiassero di corsa nelle grotte della vicina zona pedemontana. Lì rimanevano stretti tra loro, ma spesso l’agitazione e l’irrequietezza propria dell’età “disturbavano” perfino i pipistrelli che sonnecchiavano appesi a testa in giù. La grotta vicina alla zona “dejj’Arborito”, in particolare, era plausibilmente utilizzata anche per nascondere materiali e beni trafugati ai soldati tedeschi. Nel secondo dopoguerra, invece, la stessa grotta (così come le altre, ed in particolare quella “delle sesélle” e quella sopra la Pro Loco) sono diventate luogo di gioco e ritrovo dei ragazzi, che venivano qui a inventare, costruire, dividersi qualche “bottino”, ma anche a mangiare e bere insieme.

La grotta “delle sesélle”, situata sopra alla zona dei “Vignali”, è apparentemente quella di dimensioni maggiori, sebbene oggi ne risulti visibile solo una piccola parte. Secondo voci popolari, avrebbe un lungo collegamento sotterraneo, ad oggi inesplorato, ed esistono almeno un paio di racconti che sembrano confermare questa “leggenda popolare”. Un gruppo di ragazzi, infatti, avrebbe a suo tempo chiuso molto accuratamente l’ingresso della grotta dopo aver acceso un fuoco nello spazio interno, per poi realizzare che il fumo sprigionato dal fuoco usciva da altre piccole cavità sparse sul pendio montano. In un’altra circostanza, invece, si sarebbe chiusa una gallina all’interno della grotta, lasciandola nel punto maggiormente in profondità, e l’animale sarebbe poi rispuntato da tutt’altra parte, uscendo da un’altra grotta.

Altre storie e voci popolari sono legate alla grotta delle Ravi, o meglio al vicino inghiottitoio chiamato “otro”[1], dove tra l’altro si dice siano stati gettati armi e materiali dei Tedeschi al termine dell’occupazione del paese. Questo particolare punto del territorio è caratterizzato da una voragine che, secondo alcune ipotesi ben sostanziate, confluirebbe in un vero e proprio fiume sotterraneo. Sembra, infatti, che nel sottosuolo della zona prossima alle “Ravi” e alle “‘Rutti” di Cappelle esista un vuoto di dimensioni notevoli, tanto da raccogliere da sempre una grande quantità d’acqua piovana, così come di quella che scende dal monte o che viene raccolta dai fossi che confluiscono in questo punto. Le ipotesi di cui sopra sono sostanziate dal fatto che, in questa zona, da anni si susseguono rilevanti abbassamenti del manto stradale, nonostante il continuo ripristino d’asfalto[2]. Oltre a raccogliere acqua, tra l’altro, l’inghiottitoio in passato produceva anche un rumore vorticoso simile a quello di un grosso mulinello. Il risucchio sottostante era ben avvertito in superficie, tanto da dare la sensazione di uno spostamento d’aria paragonabile a quello del passaggio di un mezzo. Chi si trovava nelle vicinanze, infatti, riusciva a percepire chiaramente questo fenomeno “misterioso”. In particolare, un pastore, mentre sorvegliava di notte il suo gregge “ammandrato” in uno stazzo poco distante, riferì di non essere riuscito a dormire a causa del fragoroso rumore che avvertiva quando poggiava il capo sul terreno. In una circostanza, invece, alcuni operai che lavoravano alla sistemazione della carreggiata e alla costruzione dei ponticelli, volendo individuare il percorso della falda sottostante, versarono dei sacchi di calce nell’inghiottitoio per scoprire l’eventuale punto di sbocco. Il sistema, però, rimase infruttuoso. Pietro Zitti, classe 1911 di Cappelle, raccontava che una volta un pastore suo compaesano, pascolando nei pressi “dejj’Ótro”, vide addirittura scomparire una pecora nell’inghiottitoio. Precipitatosi a recuperarla, si calò un poco sotto, ma a nulla valsero i suoi tentativi, e il belato dell’animale si affievolì progressivamente fino a spegnersi.

I racconti e gli aneddoti che circolano attorno alle grotte ed all’inghiottitoio hanno da sempre suscitato un interesse che si colloca a metà tra fascino e paura, accanto ai “misteri” che probabilmente resteranno sempre tali.


[1] Almeno in passato, l’ingresso era evidenziato da grossi massi di pietra squadrati che, in qualche modo, segnalavano e proteggevano l’incavo.
[2] A tale riguardo, Franco Zitti, proprietario dei fabbricati e di alcuni terreni prossimi alla contrada “’Rutti”, racconta che molti anni fa le Ferrovie dello Stato dovettero effettuare diversi interventi sul tratto della curva a causa dell’abbassamento del livello dei binari. Nelle immediate vicinanze esistevano due enormi buche scavate anni prima per l’approvvigionamento di terra necessaria a rialzare la quota degli argini della Rafia. Queste, risultando sempre piene d’acqua, destarono la preoccupazione dei tecnici, che decisero di colmarle con detriti solidi, ma l’operazione non fu risolutiva, per cui i tecnici, per mettere in sicurezza i binari, fecero costruire due muri laterali, oltre che trivellare il suolo per effettuare iniezioni di cemento armato a consolidamento. Ingegneri e geologi avevano dunque appurato che nel sottosuolo esisteva una falda d’acqua in movimento, che, provenendo da Monte Velino, passa nel sottosuolo dei Piani Palentini per poi raggiungere una quota più bassa nella Valle Roveto. Secondo Zitti, quando venne ripulito il tratto del fiume tra l’inghiottitoio e il ponte della ferrovia, per potere operare senza il problema dell’acqua, la ditta incaricata sbarrò con gli escavatori il corso del fiume Rafia convogliando il flusso alla voragine “dejj’Ótro”. In tal modo l’acqua venne inghiottita dall’otre e i lavori nell’alveolo non ebbero più problemi. Completata la manutenzione, infine, venne rimosso lo sbarramento di terra, abbassato il livello e l’acqua tornò a scorrere nel suo verso.

<Rielaborato da “Le grotte palentine e la via del latte” (2016), “Padroni di niente” (2019) a cura di O. e R. Cipollone, e da un articolo di O.Cipollone pubblicato su “La Voce delle Cese” (2024)>


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