[Storia delle Cese n.120]
da Osvaldo e Roberto Cipollone
Don Vittorio Braccioni è stato parroco di Cese per 25 anni, dal 1921 al 1946. Ed è stato un parroco controverso, avendo attirato su di sé il consenso di molti e la critica feroce, se non l’avversione, di altri. Un’indole eclettica, sempre attenta alla cultura ed all’arte, con i suoi traumi, i suoi travagli, le sue preoccupazioni. Un sacerdote che, a torto o a ragione, si è circondato anche di antipatie, ma che ha riscosso soprattutto apprezzamenti e donato molto a chi lo ricorda ancora.
Il consenso riscosso è legato certamente alle sue qualità di innovatore e di catalizzatore, così come all’operosità dimostrata nell’amministrazione della parrocchia, alle riconosciute capacità artistiche, all’abilità nel coinvolgimento dei giovani ed alla generosità. A tale riguardo, oltre agli episodi riportati da diversi anziani di oggi, è significativa la testimonianza di una sua cognata, Pia Di Bartolomei, la quale raccontava: “Quando noi parenti siamo andati a sistemare la canonica, abbiamo trovato soltanto 5.000 lire dentro un cassetto. Abbiamo però rinvenuto un’infinità di ricevute di vaglia postali intestati e ragazzi bisognosi, istituti per minorati e brefotrofi”. Anche a Cese ha dimostrato grande generosità, aiutando chi aveva meno e rimandando indietro, sempre con grande tatto e garbo, gli omaggi che arrivavano dalle famiglie più bisognose.
Uno dei primi impegni assunti nella parrocchia di Cese, nonché principale fonte di contrasto con gli oppositori interni, è stato quello relativo alla ricostruzione della chiesa madre, che – come noto – sarebbe stata portata a termine soprattutto grazie al concorso dei parrocchiani. Sempre dai racconti dei testimoni del tempo, si sa che, anche a causa della sua rigidità ed intransigenza, don Vittorio aveva attirato su di sé l’avversione da parte di chi in paese aveva altri interessi e da chi metteva in dubbio la sua correttezza nella gestione della parrocchia, in primis, appunto, in relazione alla ricostruzione della chiesa. In una missiva diretta al Vescovo, nel 1931 il sacerdote faceva cenno ad alcune lettere ricevute da “accusatori capaci di critiche calunniose e spietate”, che dichiarava di non accettare neppure indirettamente. In un’articolata ricostruzione intitolata “La combriccola di opposizione dell’anno 1934” scriveva inoltre: “Di fronte ad essi, tutti dovevano scomparire, il Parroco compreso, anzi lui prima di ogni altro perché persona non maneggevole”. Diverse furono le forme di opposizione e protesta messe in atto a Cese in quegli anni. Una volta, in particolare, gli oppositori issarono sulla vecchia torre campanaria in legno uno striscione con su scritto “W la chiesa del 39 maggio”, lasciando intendere che la riedificazione non avrebbe mai visto la luce. Si progettò anche una rappresentazione satirica (cosiddetta “sàtara”) su un copione scritto da Pietro “jo Santaro” e Giovanni Petracca (fratello di Lidia), con i versi principali che suonavano così: “Io sono il parroco, grande pastore, che cura le anime dei contadini, ma i conti non porta ai procuratori perché li scrive sui bollettini”. Alle richieste di consultazione dei parrocchiani sulla gestione del denaro ricavato dalla raccolta popolare, una volta don Vittorio rispose che si sarebbe avvalso dei loro consigli nel caso si fosse trattato di seminare un campo di grano o se avesse dovuto acquistare un asino alla fiera. Tale provocazione stimolò la realizzazione di un’altra rappresentazione, arricchita dalla presenza di numerosi animali condotti nella piazzetta dell’attuale “Seminatore” per ricreare la scena di una fiera. In quella circostanza, in particolare, uno degli interpreti (“Toccióno”), non ricordando la battuta esatta, andò a braccio e concluse: “E ppo’ a ‘sto paéso tenemo puri ‘no preto che non è bbóno manco a crompa’ ‘n aseno!”[1].
Il suo ministero parrocchiale a Cese fu dunque ostacolato da non pochi conflitti, anche con la Curia vescovile. In una circostanza, in particolare, scrisse al vescovo Mons. Salucci che “in caso di nuove pene o censure” avrebbe inoltrato ricorso o appello alle autorità ecclesiastiche. Il contrasto con l’allora Vescovo dei Marsi era nato anche dal rifiuto di trasferimento a Celano, dopo diversi anni di indifferenza (“Ed ora mi si vorrebbe far credere che io sia l’indispensabile a reggere la seconda parrocchia della diocesi, che numericamente è poi la prima?”). Le difficoltà incontrate nella missione cesense sono ben rappresentate, assieme al senso di riconoscimento ed al sincero affetto verso il nostro paese, in una lettera del 1939 nella quale si legge: “I 18 anni della mia dimora in Cese stanno a significare uno snervante periodo di sacrificio […]. Chi mi conosce cerca di spiegarsi tanta perseveranza o col pensare ad uno straordinario spirito di abnegazione o attribuendola all’azione sedativa di rilevanti profitti pecuniari. […] Vada però a Cese il sincero riconoscimento e la lode cui ha diritto per quel tanto di buono che essa può vantare nei confronti di molti altri paesi e non soltanto marsicani”.
Nonostante i contrasti interni, infatti, il suo ministero a Cese è stato senza dubbio positivo ed ha rappresentato una fase di progresso e di rinnovamento per tutto il paese. Don Vittorio era uomo d’arte e di scienza, ed i suoi interessi abbracciavano varie discipline accademiche come la fisica, la medicina, l’agronomia, la tecnologia, l’astronomia (viene ricordato molto abile nello scrutare il cielo, tanto da riuscire ad individuare gli astri tramite un rudimentale telescopio, o addirittura ad occhio nudo). Sviluppò uno studio personale sull’accertamento di morte e sul difficile tema dell’eutanasia, ad oggi ancora ampiamente dibattuto. Amava misurarsi con esercizi letterari, accademici e giornalistici non soltanto per il piacere di scrivere, ma anche per diffondere un’apertura di pensiero che, soprattutto negli anni del regime fascista, rappresentava davvero una dimensione complessa ed a tratti scomoda. Lui però sapeva conciliare la propria ambizione e la propria volontà pedagogica con la fede cristiana e con il suo ruolo all’interno della chiesa, e ci riusciva in modo talmente “naturale” da conquistare anche gli animi più avversi alla conoscenza. Spesso teneva “lezioni” in aperta campagna, vicino al fiume Imele, sulla sommità del Monte Salviano (anche la sera), ad Alba Fucens e in altre località del circondario. Si teneva continuamente aggiornato leggendo molto e seguendo le trasmissioni radiofoniche del tempo. A tale riguardo, si sa che in paese è stato uno dei primi a dotarsi di questo mezzo di comunicazione, che metteva spesso a disposizione dei parrocchiani nei momenti di pubblico interesse. Già dal 1925 aveva creato un “bollettino parrocchiale” per diffondere notizie, spingere alla partecipazione, coinvolgere le persone e farle riflettere, a volte anche arrabbiare. Proprio nel “bollettino”, oltre ai temi contingenti, affrontava argomenti di grande modernità, spesso legati al progresso tecnologico e culturale. In un’edizione del 1925, ad esempio, riportava la notizia della “casa smontabile”, comparando quella “strana invenzione” alla consapevolezza che “non abbiamo quaggiù dimora fissa… tutto si muove, tutto si sposta”. Affrontando in generale il tema del progresso, scriveva: “Anche noi crediamo nel progresso; venga pure, si affretti! Non si deve avere paura della macchina; l’umanità un giorno si servirà di essa come noi ci serviamo oggi del nostro orologio tascabile: potrà anche essere che in quel giorno l’umanità abbia raggiunto uno stadio superiore di civiltà”. Un altro breve passo del 1926 cita invece l’avvento della televisione: “Ne sapete qualcosa? Si tratterebbe di un apparecchio mediante il quale si potrebbero vedere le persone a distanza, anche di qui in America. […] Intanto però sappiate che il Signore possiede già, e ha sempre posseduto, questo meraviglioso apparecchio… anzi Lui vede tutto ed in ogni momento senza apparecchio”. La televisione era stata appena presentata in America e nel Regno Unito, e sarebbe arrivata in Italia diversi anni dopo, ma il parroco di Cese aveva già intuito la portata della nuova invenzione. Come evidente, nella sua attività, esplicitata anche attraverso il citato “bollettino”, don Vittorio manteneva sempre uno sguardo alla realtà ed uno alla propria missione evangelica, conservando però una posizione integralista su alcuni temi al tempo scabrosi, per la Chiesa. Rileggere oggi le sue posizioni sul carnevale, sul ballo e sulle calze di nylon può far scadere certe opinioni nel ridicolo, ma va considerato che quei punti di vista erano rappresentazione della Chiesa di un secolo fa. “Male di stagione. Voi avete già indovinato qual è questo male. Siamo a Carnevale. Sembra che in questi giorni passi sul mondo un’onda di pazzia […] Il demonio non sapeva più che cosa trovare per maggiormente rovinare questa povera società ed ha inventato anche il veglione dei bambini. Poveri bambini! Quante innocenze tradite!”. Sul ballo: “Io vorrei che si considerasse di quanti mali è causa il ballo. Il ballo è la gran porta che conduce ai sette peccati capitali. […] Oh quanti delitti si compiono ballando. E vi sarà ancora un cristiano che vorrà prendervi parte ed immischiarsi tra gli Erodi e gli Erodiani? Ah, il disgraziato non è più degno del nome che porta!”. Come raccontato da Sofia Marchionni, quando anche a Cese arrivarono le calze di nylon, lui ne vietò l’uso in chiesa; le ragazze che non seguivano tale direttiva, se notate, venivano invitate ad uscire fuori.
La propensione di don Vittorio verso i temi scientifici e le sue posizioni a volte intransigenti non devono tuttavia oscurare la sua inclinazione al mondo dell’arte (talmente rilevante da meritare apposito approfondimento), le iniziative di crescita e coinvolgimento che rivolse soprattutto ai suoi parrocchiani (si cita qui su tutte la schola cantorum), né il senso di protezione e umanità che lo legò profondamente a questi. Sempre in un bollettino di metà anni ’20 si legge: “I nostri bambini sono attaccati quasi tutti da quella epidemia conosciuta volgarmente col nome di tosse convulsa, ma non presenta caratteri gravi. Dei più piccoli, però, qualcuno soccombe”. Una conclusione laconica e dolorosa in un tempo di elevatissima mortalità infantile. Oltre a quello del conforto e della guida spirituale, don Vittorio fece proprio anche l’impegno della protezione “tout court” dei propri parrocchiani, soprattutto nei periodi di maggiore esposizione e vulnerabilità come quello in cui il paese era occupato dai tedeschi. La centenaria Vincenza Cipollone raccontava in particolare che una volta, scendendo dalla chiesa, il sacerdote vide due compaesani (“Rafaelùccio” Cosimati e sua moglie Maria) messi spalle al muro e minacciati con i moschetti puntati contro da due soldati tedeschi e che, nella circostanza, corse a fermarli, parlò loro e quelli lasciarono andare i due paesani. In diversi casi, poi, offrì la propria mediazione per scongiurare ritorsioni, rappresaglie o azioni violente da parte dei tedeschi e aiutò a “trasformare” i prigionieri alleati ospitati in paese in contadini locali, impartendo loro sommarie lezioni d’italiano. Si schierò, dunque, sempre a difesa della propria gente e di chi era in difficoltà.
Si può concludere che don Vittorio è stato contemporaneamente sacerdote, amministratore ecclesiastico, uomo d’arte e di scienza, con i suoi molti pregi ed i suoi evidenti difetti. Un prete d’avanguardia, poliedrico, combattuto, controverso e profondamente umano.
Cenni biografici
Vittorio Braccioni nasce a Castelnuovo di Porto, frazione di Civita Castellana, in provincia di Roma, l’8 agosto 1893, primo di quattro figli maschi di Stanislao e Francesca Morosini. Il padre, vicecancelliere, è costretto a cambiare spesso residenza per lavoro e porta sempre con sé la famiglia. Vittorio vive a Castelnuovo di Porto solo un anno, poi va ad abitare a Ferentino, Subiaco, Albano Laziale e Perugia. Terminate le scuole medie, a 14 anni, entra nell’Ordine dei Beati Servi di Maria e seguita gli studi del IV e V Ginnasio presso il liceo “Annibale Mariotti” di Perugia; da chierico muta il proprio nome in Mariano. Prende i voti semplici l’otto dicembre 1909, la professione solenne il nove dicembre dell’anno successivo e diventa sacerdote in data otto dicembre 1915. Per qualche tempo esercita il proprio ministero ad Ancona, fino a quando, in seguito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sebbene religioso viene arruolato nella Milizia in qualità di aiutante di sanità. Diviene poi ufficiale cappellano presso la 48^ Legione – 248° Reparto Someggiato “Venezia Giulia”. Nel 1921, quando ha 28 anni, gli viene affidata la parrocchia di Cese, assumendo il titolo di “Abate”; il paese, ancora in fase di ricostruzione dopo il terribile terremoto del 13 gennaio 1915, era allora ancor più disastrato, socialmente e psicologicamente, per lo stesso conflitto mondiale. Esercita la propria missione a Cese fino all’autunno del 1946, quando lascia il paese per trasferirsi ad Albe, dove rimane fino alla morte che lo coglie a 70 anni, il primo marzo 1963. Le sue spoglie riposano ancora oggi nel cimitero del paese di sua ultima dimora.
[1] Testimonianza di Giocondo Petracca (marito di Lidia).
<Rielaborato da O.Cipollone, “Don Vittorio Abate di Cese” (2004) e da O. e R. Cipollone, “Padroni di niente” (2019)>











Una replica a “Don Vittorio Braccioni, un controverso prete d’avanguardia”
[…] più specifica. Don Vittorio, nominato nel 1921 e congedatosi nel 1946, è stato infatti parroco a Cese per tutto il Ventennio e poco oltre, ed ha avuto modo di relazionarsi con il regime con modalità fra loro contrastanti. […]