Le pietre che hanno ricostruito

[Storia delle Cese n.80]
di Roberto Cipollone

Dopo le scosse venne il silenzio.
Le pietre cadute rimanevano lì, oramai inermi, ben custodite da polvere e calcinacci. Quando la disperazione passò, e non passò mai, venne l’esigenza di ripararsi. Dopo, molto dopo, si cominciò a ricostruire, molto spesso arrangiandosi alla meglio, altre volte adeguandosi alle previsioni edilizie. A Cese, in particolare, per i fabbricati ristrutturati erano previsti ricorsi di due file di mattoni ogni metro di altezza. La stabilità dei muri veniva a volte assicurata da tiranti di ferro ancorati con grandi piastre e chiavarde terminali; solo successivamente si costruirono piattabande in cemento sopra a porte e finestre, per sostenere meglio i muri.
Ma i tempi degli uomini hanno cadenze diverse. In mezzo c’è la necessità di sopravvivere, di rimettere in piedi quello che si reggeva già a fatica. Le pietre erano ormai cadute, altro non c’era da fare se non rialzarle alla meglio. D’altra parte si doveva ricominciare, a Cese come in tutta la Marsica, e non c’era da star lì a guardare il bello e il brutto, l’antico e il nuovo; si doveva ricominciare. È stato così che nei muri di case, stalle e costruzioni sono entrate pietre di ogni genere, nobili e malfatte, lavorate, squadrate, sformate e fregiate. Erano pietre forti, e tanto bastava.
Quello che ad alcuni potrebbe sembrare un sacrilegio – d’altra parte molte delle pietre provenivano dalla distrutta chiesa monumentale – va invece letto come un estremo atto d’amore, di fratellanza, di strenua unione. Dalla tragedia del terremoto il nostro paese è riuscito a ripartire anche grazie a questa ricostruzione, oltre ai pochi aiuti arrivati tardi, ed è grazie alla caparbietà dei pochi rimasti che si è ricominciato a vivere. Bisognava ridarsi un tetto, rifarne uno per gli animali.
Ancora oggi lungo le stradine della parte più vecchia di Cese sono visibili alcune pietre lavorate. Frammenti di capitelli, stemmi araldici e fregi vescovili sono stati murati nelle stalle e nelle abitazioni assieme a pietre ciclopiche, ben squadrate, e ancora assieme a file di mattoni, blocchi di cemento e massi irregolari. Certo, alcuni esemplari sono stati in seguito valorizzati, ma non bisogna scandalizzarsi di fronte a questa commistione di antico e vecchio, nobile e popolano, curato e grezzo. Anche questa è una nostra unicità, un segno di distinzione messo lì a ricordarci da dove siamo passati per star qui a scriverne. Quelle pietre, tutte, raccontano una rinascita, e per una volta sarebbe bello lasciar parlare loro…

Insomma, ne succedono di cose strane… l’altro giorno, ad esempio, passando sotto alle Mandre, m’era parso di sentire un rumore simile al crepitare che fanno le pietre quando si battono e rotolano addosso l’una con l’altra. Mi sono avvicinato, e da quello spoglio muricciolo rimasto in piedi più per rabbia che per forza, mi è sembrato di sentire suoni simili a voci sorde, proprio come se quelle pietre antiche stessero parlando fra di loro e non si curassero di me…

– «Brutta cosa la vecchiaia! Tu sì, tu sei giovane e non c’eri ancora quando è successo il disastro…».

– «Ma come non c’ero? Guarda che io c’ero prima di te, solo, semplicemente, non ero qui… Ho girato il mondo, io, ne ho visti di posti… anzi, io ne ero parte: case, portali, pozzi, strade, fontane, persino una chiesa… Eh, ne ho viste di cose belle io, ne ho fatte… poi torno qui, non so neanche come, e… niente, non c’è più niente: tutto nuovo, tutto intonaci, metallo, asfalto… E la nostra bella chiesa, il monastero, il tempio, le fila delle case, le fontane, gli archi, quei bei vicoli? Le mie sorelle, le tue, dove sono?».

– «Eh, cara mé’, qui niente è stato più lo stesso dopo quel 13 gennaio. Alle 7:53, un minuto dopo, non c’era più niente, solo grida e strazio… ad aver avuto lacrime, avremmo pianto anche noi. Ma a noi questo non è dato… Da compagne eravamo diventate assassine, scosse da una terra che non ci voleva più reggere. Sbattute e cadute e rovinate sulla testa di chi ci aveva affidato i propri sacrifici… ad avere sangue saremmo morte anche noi».

– «Ma non può essere! Un paese intero non può sparire, le sue ricchezze rimangono, e anzi il tempo le fa belle… tu non sai, non sai quanti luoghi vivono solo della grandezza del loro passato, di vecchie torri franate, di archi e portici, di chiese antiche, di mura, di strade lastricate, di scorci, di fontane, palazzi signorili, monumenti, di case… ».

– «Ma possibile che ti svegli dopo un secolo e non vuoi vedere la realtà? Sì, è vero, qui c’erano le vecchie case di pietra, i palazzi, le chiese, le arti e tutte le bellezze che secoli di storia avevano dato alle Cese. Ma da quel “giorno dopo” non ci sono più. La gente muore e nasce e non è più la stessa, e così è stato per le Cese, che è morto e rinato e non è stato più quello lì. Qualcuno tra noi è rimasto in piedi, per caso o per destino, qualcun altro è stato portato via, tanti si sono persi e altri ancora sono qui, magari nascosti dentro muri oramai nuovi. La bellezza antica di questo paese è andata via con la neve di quell’inverno, nessuno l’ha deciso eppure è stato così. Ora invidiamo gli altri che si fanno grandi e forti di una fortuna che a noi non è stata donata, e non ci accorgiamo di una grandezza che va al di là degli sgambetti del tempo e della morte».

– «E di cosa saremmo ricchi ora, se quel paese non c’è più, e le sue bellezze sono morte con la gente?».

– «Guarda bene: le Cese da quella tragedia ha saputo ripartire, da quelle macerie le persone hanno trovato la forza di ricostruire con pazienza e pena, si sono strette in un abbraccio doloroso ed hanno guardato avanti. Lì, per la prima volta, ho desiderato di avere un cuore come loro, perché nei loro occhi bagnati vedevo anch’io il riflesso di una grande anima. Di quei giorni straziati non c’è più nessuno oggi, ma quell’anima grande guarda tutti dall’alto ed insegna ancora cosa voglia dire amare nel dolore. Loro sono ripartiti dal nulla, dalle macerie, ma nessuno vede quella grandezza correre ancora tra queste strade… Poveri uomini, condannati a guardare soltanto con la superficialità dei propri occhi…».

Insomma, ne succedono di cose strane… un secolo fa ci è passata addosso una tragedia che ci ha segnato per sempre, eppure abbiamo meno memoria delle pietre. La nostra è fatta di carta e di qualche voce persa nel tempo, la loro ricorda ancora tutto.

Ne succedono di cose strane: la terra trema, poi il buio.

<Articolo originale. Brano rielaborato da un articolo pubblicato su La Voce delle Cese n.32 – gennaio 2009>


Una replica a “Le pietre che hanno ricostruito”

  1. Grazie di questi racconti di vita vissuta dai nostri avi, mi ha molto piacere leggere della forza e volontà che hanno avuto i ns.nonni.

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