Don Giovanni Petracca e il suo “piccolo clero”

[Storia delle Cese n.79]
da Fadino Ciavarelli

Alcune storie si leggono tutte d’un fiato anche solo attraverso una foto. In questo caso si tratta di una foto scattata a San Massimo di Isola del Gran Sasso nel 1938 e ritrovata dopo anni da uno dei protagonisti grazie ad un nostro compaesano, Raffaele Petracca, nipote del sacerdote citato nel racconto. Don Giovanni Petracca è stato infatti uno dei tanti religiosi di Cese che hanno svolto la propria missione in diverse località abruzzesi ed italiane. I luoghi rappresentati, nel caso specifico, sono tutti prossimi a Isola del Gran Sasso, poiché Don Giovanni Petracca in quel periodo era parroco nella frazione di San Pietro. “Primo parroco residente”, scrive Fadino Ciavarelli, che all’epoca aveva circa 11 anni e seguiva il sacerdote anche nelle uscite montane. “Eravamo il suo piccolo clero, così ci chiamava”, racconta Ciavarelli, che oggi ha 95 anni e vive a Napoli. “Don Giovanni ha fatto tanto per le famiglie di San Pietro, io lo farei santo per tutto quello che ci ha dato”, prosegue. “E’ stato il nostro parroco per dieci anni ed è riuscito addirittura a far costruire la casa parrocchiale, che prima non c’era. Una piccola quantità di sabbia, o di pietra, o di cemento per ogni famiglia, e così è stata tirata su. Ma ha fatto del bene a tanti di noi, sia alle famiglie che ai bambini più volenterosi, che grazie a lui hanno potuto apprendere nozioni importanti”. “Dopo dieci anni a San Pietro è stato trasferito a Scerne, vicino Pineto. Io poi sono andato a Napoli, però suo nipote Raffaele ha sposato una mia cugina e grazie a lui ho ritrovato quella foto”. Un’immagine che riflette il calore umano e il senso di amicizia e comunità che Ciavarelli racconta nella propria autobiografia ricordando i singoli momenti di quella giornata, con il pensiero a quel sacerdote originario di Cese dotato di carisma e capacità oratoria, così come di grande umanità verso i parrocchiani e verso quello che chiamava il suo “piccolo clero”.

Giovanni Petracca, arrivò al paese nel 1937 e fu il nostro primo parroco residente. Era stato un frate Cappuccino, di alto rango, col nome di Salvatore, passato per sua volontà al sacerdozio. Classe 1898, era originario di Cese dei Marsi, una frazione del Comune di Avezzano. Della sua prima vocazione conservò sempre il carisma e la capacità oratoria.
A noi bambini del paese ci chiamava il suo “piccolo clero” e come tali, ci insegnò a servir messa e a comportarci con decoro, annotando con precisione le presenze su un registro. Alla fine di ogni anno, i più meritevoli avevano in premio, per la devota disponibilità, una bella e calda sciarpa di lana per l’inverno. A chi lo richiedeva, distribuì anche insegnamenti scolari, lo so bene perché fui uno di questi e grazie a lui, nonostante avessi appena qualche classe di elementari, raggiunsi un livello di scuola media, soprattutto in matematica e nella lettura a cui mi iniziò con gusto reciproco.

Quella mattina d’autunno del 1938, ci radunò di buon’ora e ci condusse in gita. Avremmo dovuto andare tutti insieme a San Massimo, una frazione vicina, per far visita al suo confratello Domenico, sacerdote anch’egli. Don Giovanni, quella mattina, indossava un lungo cappotto doppio petto scuro dai baveri ampi sulla lunga tonaca. La sua figura esile assumeva un che di elegante che aggiungeva al suo carisma un tocco di sobria bellezza. Era una bella camminata di quasi un’ora e noi seguivamo il nostro condottiero come piccoli soldatini obbedienti. Eravamo vestiti, per quanto possibile, con un po’ più di cura, nonostante nessuno di noi possedesse veri abiti decenti. In dodici, come gli apostoli, ciascuno con scarponi stringati e le nostre giacchette, alcune troppo larghe, a tradire la provenienza, altre, come la mia che ero figlio unico e avevo ormai 11 anni, troppo stretta, a evidenziare quanto c’ero cresciuto dentro. Grosse calze di lana e camicie pulite per l’occasione. Qualcuno anche un cappello. Arrivati a destinazione fummo lasciati liberi di scorrazzare e di inventarci giochi nell’orto del casolare che ospitava Don Domenico. Di quei giochi ricordo ancora i gambi dei cavoli cappucci appena tagliati. Avevamo scoperto che, staccati e sbucciati come banane, avevano un midollo gustoso e ne facemmo una specie di antipasto rustico. I due amici sacerdoti, invece, si ritirarono in casa e li rivedemmo solo quando fu ora di pranzo perché ci invitarono a entrare e ci fecero accomodare con loro al tavolo di pranzo. Un profumo di ragù d’agnello si spandeva per l’aria e quando le donne che avevano preparato posarono sul tavolo una montagna di maccheroni alla chitarra conditi con quel sugo prelibato, fummo felici come pasque. Ciascuno ebbe un piatto colmo e nonostante la nostra fame cronica, per una volta, ci saziammo come nei giorni di festa. Nel pomeriggio, ci avviammo di buon’ora perché il tragitto di ritorno era lungo e d’autunno inoltrato le giornate corte lo consigliavano. Di quella giornata serbo un ricordo vivido e una fotografia scattata da Don Domenico. Per lungo tempo avevo solo la memoria a ricordarmela, ma il mio amico Raffaele Petracca, nipote di Don Giovanni mi fece omaggio di quel vecchio scatto, ritrovato tra le antiche carte dello zio.
Nella foto, dall’alto in basso e da sinistra a destra i protagonisti di quella memorabile gita, alcuni ancora fra noi e altri ormai scomparsi: Antonio Di Francesco (classe 1923), Giovanni Petracca (classe 1898), Francesco Daddario (classe 1923), Ugo Colantoni (classe 1928), Giovanni Di Francesco (classe 1928), Ercole Petrucci (classe 1927), Pietro Piermarini (classe 1929), Vincenzo Sfrattoni (classe 1928), Pasquale Sfrattoni (classe 1929), Attilio D’Andrea (classe 1928), Angelo Petrucci (classe 1927), Gabriele Di Francesco (classe 1933), Fadino Ciavarelli (classe 1927).

<Tratto da “I racconti del capo”, autobiografia di Fadino Ciavarelli a cura di Mimmo Ciavarelli>


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