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Il giorno dei morti, i papiri a Camposanto

[Storia delle Cese n.37]
di Roberto Cipollone

A Cese ancora oggi resistono diversi rituali legati al culto dei defunti, con particolare riguardo alla commemorazione del 2 novembre ed all’intero mese, considerato “jo méso dejji morti”. Tra le consuetudini scomparse si ricorda quella particolarissima secondo cui, nel giorno della commemorazione dei defunti, si portavano in chiesa delle ceste di granturco in suffragio delle Anime Sante[1]. Un’usanza rimasta viva fino agli anni ’50 aveva invece luogo direttamente al cimitero. Dopo la messa mattutina, infatti, praticamente tutti i bambini e i ragazzi erano soliti rimanere “a Camposanto” per dar vita a quello che si poteva considerare come un ingenuo gioco plausibilmente ereditato da tradizioni molto più antiche.

“Passavamo tutto il giorno lì”, raccontano i nati negli anni ’40. “Raccoglievamo la cera rimasta dai lumini consumati, la mettevamo insieme e la squagliavamo. Una volta liquefatta, la usavamo per cospargere quelli che chiamavamo papiri, che poi erano le foglie del salvione (la pianta che dà il nome a monte Salviano, ndr) e che una volta accesi davano una fiamma alta e intensa. Rimanevamo diverse ore per prepararli; rientravamo a casa a ora di pranzo e il pomeriggio spesso tornavamo al cimitero per continuare. C’erano diversi gruppi e ognuno cercava di realizzare la fiamma più alta”.

Mio padre Osvaldo ricorda al riguardo: “Uno o due giorni prima della ricorrenza. i ragazzi più solerti percorrevano a piedi la china del Salviano per addentrarsi tra gli alberi della pineta a ridosso della Pietraquaria. Lì facevano scorte di foglie di salvia e della resina solida che rilasciano le conifere. Tornati a casa, tiravano fuori le loro piccole scatolette di latta già accantonate e le portavano al cimitero. Lì, dopo aver assistito alla messa, nonostante il freddo e le intemperie del periodo, si disponevano a ridosso delle tombe di famiglia contrassegnate da croci in legno o in ferro e da cumuli di terra ricoperti di erba e fiori. Per cercare di stemperare il freddo e il momento, accendevano delle fiaccole posticce realizzate al momento con i contenitori di latta nei quali facevano confluire la cera liquefatta presa da “mùccoli” di vecchie candele e di qualche “ciròggino”. Poi vi immergevano le foglie di salvia selvatica e attendevano il repentino raffreddamento per realizzare i “papili” (a mo’ di stoppini), che venivano accesi con cerini o “pròspari” (i fiammiferi) e posti insieme ad altri dello stesso tipo dentro quelle scatole o in alcuni barattoli. L’accensione sprigionava delle fiammelle voluminose ma anche un odore acre simile a quello del fritto in padella. Veniva però mitigato con l’aggiunta di resina, chiamata incenso, che trasmetteva un odore gradevole. Il tutto, ripetuto per ore su più tombe, consentiva di trascorrere del tempo giocoso prima dell’ora di pranzo, ma anche nel pomeriggio. Poteva succedere anche che alcuni amichetti non avessero tombe di familiari alle quali recarsi; chiedevano allora a a qualcuno di poter accendere fiaccole e “papili” su altre tombe, intonando qualche “rechiametèrna” per loro (sic!)”.

Questa usanza giocosa in realtà sembrerebbe contenere due simbologie molto radicate. La prima è legata alla presenza delle persone nel luogo consacrato ai defunti, il camposanto, dove fin dall’antichità si svolgevano rituali finalizzati a far sentire la propria vicinanza “fisica” ai cari estinti. Come documentato da Giancarlo Sociali, ricercatore storico locale, “ci sono prove archeologiche che testimoniano come il culto dei morti, espletato in questo modo, appartenga ai riti funebri della Parentalia. Un esempio inequivocabile lo abbiamo ad Aielli con le tombe rupestri (I sec. a.c.) attorno alle quali venivano svolte conviviali assieme ai defunti. Addirittura sopra una di queste tombe, quella denominata delle “cannelle”, esistono sedili e sporgenze che permettevano ai parenti di rimanere nel luogo dove c’era il defunto. Nelle altre tombe veniva praticato lo stesso culto, che portava i parenti a riunirsi presso la tomba del defunto. In quei giorni il sottile limite che separa il giorno dalla notte, la vita dalla morte in vista dell’inverno, veniva accolto in modo scaramantico onorando i propri defunti per lenire i patimenti ed assicurarsi un intervento benevolo”[2].

La seconda simbologia, più nota e diffusa, è quella legata al fuoco ed in particolare alla fiamma come segno di luce; un simbolo che funge da legame tra il regno dei vivi e il regno dei morti. Ancora oggi in molte case del nostro paese, la notte tra il 1° ed il 2 novembre si accende un lumino in memoria dei cari defunti, in una sorta di continuità con le candele ed i lumi accesi presso le tombe, a rimarcare un legame dall’intenso valore spirituale. Tale consuetudine viene fatta risalire a credenze antichissime. “Sulle tombe, negli ossari, sugli altari delle chiese e sui davanzali delle finestre si accendevano lumini per i morti, in quanto si riteneva che, alla mezzanotte della ricorrenza di tutti i santi, i morti abbandonassero le loro dimore nel cimitero e si recassero in processione per le vie del paese. Dalle luci del camposanto alle lingue di fuoco delle candele oscillanti alle finestre si snodava, silenzioso e invisibile il corteo delle anime dei defunti. I lumini posti sulle tombe servivano ai morti per farsi luce sulla strada del ritorno, mentre quelli accesi alle finestre indicavano il luogo dell’antica dimora”[3].

Altre piccole fiamme, molto meno intense e più fugaci, si manifestavano a volte per pochissimi secondi proprio sul terreno che ospitava le tombe. “A quel tempo le sepolture erano ancora tutte a terra”, raccontano ancora i nati negli anni ’40, “e noi stavamo lì sopra a fare i papiri; d’altra parte non c’erano loculi in cemento se non quelli della parete sud, verso Cese. A volte, raramente in realtà, si potevano vedere le flebili fiammelle dei fuochi fatui[4] prodotti dai gas derivanti dalla decomposizione delle salme. Un tempo, quando i corpi non venivano sigillati nelle bare di zinco, nei cimiteri era possibile osservare questo fenomeno, stranissimo e affascinante per noi bambini”.

Il giorno dedicato ai defunti portava dunque con sé rituali e retaggi di antiche tradizioni che vivono in parte ancora oggi, sebbene senza i “papiri a camposanto”.


[1] Osvaldo Cipollone, “Un’eco di note e di passi”.
[2] https://www.terremarsicane.it/miti-e-tradizioni-nel-culto-dei-morti-in-abruzzo/
[3] Elisabetta Mancinelli su documenti tratti dall’Archivio della Cultura Popolare a cura di Marcello Bonitatibus , da “ L’Acqua nuova” di Maria Concetta Nicolai e da “Folklore abruzzese” di Lia Giancristofaro.
[4] Emanazioni composte da idrogeno e fosforo che si infiammano spontaneamente non appena entrano in contatto con l’ossigeno dell’aria.

<Elaborato da ricerche personali arricchite dalle fonti citate>

Una replica a “Il giorno dei morti, i papiri a Camposanto”

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