[Storia delle Cese n.27]
di Roberto Cipollone
C’era una fibbia metallica in un terreno da poco arato nella campagna di Cese, in zona “Colle Streppìto”. Nei pressi, tegolame e pietre lavorate che riconducono con tutta probabilità alla presenza nell’area di un’antica villa romana. Ma quella fibbia metallica è davvero uno strano ritrovamento.
Risulta infatti essere parte della divisa in dotazione nella prima guerra mondiale ai militari ungheresi, inquadrati nell’esercito austro-ungarico. Ma cosa ci faceva un soldato ungherese nel mezzo della campagna di Cese, poco più di un secolo fa? La circostanza riconduce senza dubbio alla presenza di prigionieri militari all’interno del campo di concentramento di Avezzano.
Tale campo, sorto durante la prima guerra mondiale, ha infatti ospitato circa 15.000 prigionieri dell’esercito austro-ungarico, principalmente di nazionalità ceca e slovacca, polacca, tedesca, ungherese e rumena. Alla presenza del campo di prigionia, riutilizzato anche al termine del 2° conflitto mondiale, sono legate molte vicende, la più rilevante della quali è la nascita della Legione Romena d’Italia, che radunava tutti i prigionieri rumeni presenti in Italia. Tra il 1916 ed il 1919, invece, i prigionieri austro-ungarici sono stati impiegati in diverse attività, prime fra tutte la rimozione delle macerie del terremoto del 1915, la lavorazione dei campi rimasti incolti del Fucino, la realizzazione della pineta di Avezzano (con lo scopo primario di proteggere la città dai venti gelidi provenienti da monte Velino) e l’imboschimento del Salviano.
La presenza del soldato ungherese nella campagna di Cese può essere plausibilmente ricondotta ad un tentativo di fuga. D’altra parte questi tentativi erano frequenti, e altrettanto frequenti erano i rientri spontanei nel campo di prigionia a causa di condizioni disagevoli e mancanza di appoggi. Nel caso particolare, l’ipotesi più probabile è che il militare ungherese facesse parte della forza-lavoro utilizzata per il rimboschimento del Salviano, per la rimozione delle macerie all’interno dell’abitato di Cese o per lavori nei campi. Si può magari ipotizzare che durante un turno di lavoro sia scappato lungo i piani palentini rifugiandosi nei pressi dei ruderi della villa romana. Se poi qui abbia solo dismesso i vestiti e sia riuscito a fuggire o abbia invece trovato la morte, magari per un precedente ferimento o per condizioni precarie, ad oggi non è dato sapersi. Come scritto, i prigionieri impiegati nei lavori agricoli erano destinati in gran parte alla piana fucense, ma alcuni di loro vennero richiesti anche a Cese, come dimostrano le liste in possesso dell’Archivio Storico del Comune di Avezzano qui riportate. In tutti i casi, è difficile ipotizzare che il soldato in questione sia deceduto qui e che i suoi effetti siano stati lasciati, seppur parzialmente, sul posto. Le norme internazionali sul trattamento e sulla sepoltura dei prigionieri di guerra, infatti, erano già al tempo rigorose; ne è testimonianza la presenza ad Avezzano di un cimitero dedicato ai morti nel campo di concentramento, 850 tra il 1916 ed il 1919.
La decifrazione della vicenda del soldato ungherese nella campagna di Cese rimane, così, nel mondo delle ipotesi.
Per approfondimenti
• https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Avezzano
• https://www.museodellaguerra.it/wp-content/uploads/2017/09/Lodovico-Tavernini_57-82.pdf
• http://www.goticoabruzzese.it/prigionieri-di-guerra-austroungarici-abruzzo-campi-di-concentramento/
• http://lestoriedietroifrancobolli.blogspot.com/2013/07/i-prigionieri-di-guerra-austro-ungarici.html
<Elaborato sulla base delle indicazioni e della documentazione fornita da Vincenzo e Giuseppe Cipollone>















Liste nominative: Archivio Storico Comune di Avezzano (ASCA)
