[Storia delle Cese n.18]
da Osvaldo Cipollone e Armando Palanza
Agli inizi del ‘900, dopo il prosciugamento del lago del Fucino, la popolazione marsicana rivendicava un’equa ripartizione delle terre coltivabili e a quel tempo amministrate dalla famiglia Torlonia, realizzatrice del progetto. I contadini protestavano contro la speculazione e lo sfruttamento di chi riempiva i granai sfruttando la gente che lavorava la terra ed alimentava il raccolto con il sudore, ricevendo salari da fame o una misera coppetta di grano. Per queste ed altre motivazioni, lungo le strade si mossero vari cortei sollevando polvere, braccia e bandiere. In tutta la Marsica si sentiva un brulicare di iniziative generate dal fermento rivoluzionario che scaturì spesso in episodi di contestazione. A San Pelino (allora frazione di Massa d’Albe), durante la festa in onore di San Michele, un gruppo di giovani pretendeva che la banda di Silvi suonasse “l’Inno dei lavoratori”. Per tutta risposta, il capo del gruppo ricevette un violento pugno ad un occhio da uno dei deputati alla festa. A Celano l’avvocato D. Filippo Carusi entusiasmò le folle con il motto: “La terra ai contadini”. Ad Avezzano migliaia di persone parteciparono ad una fiaccolata, caldeggiando la candidatura di un semplice cittadino contro il principe Torlonia.
Abbastanza singolare fu, in questo contesto, un episodio verificatosi a Cese in occasione di una commemorazione per i caduti della guerra italo-turca. Dopo la messa e un pranzo abbondante, fu organizzata una manifestazione patriottica. Erano presenti personalità, carabinieri e nel pomeriggio giunse anche la banda di Avezzano, appositamente ingaggiata. Arrivarono i due ricreatori di Avezzano (Garibaldini e Alpini) e si formò un corteo patriottico al suono e al canto degli inni allora in voga: quello garibaldino di Mercantini, quello reale di Gabetti e l’inno di Mameli. L’entusiasmo raggiunse il culmine quando, ad un certo momento, comparve il presidente della società operaia Don Paolo Sartori, dalla lunga barba fluente, seguito dai soci. Sollevando la bandiera tricolore, Sartori gridò: “L’inno, l’inno”. La banda attaccò così “l’Inno dei Lavoratori” riscuotendo grandi applausi. La presenza del maestro della scuola locale, Ferrari di Scurcola, scese in mezzo ai dimostranti e contribuì a che che la manifestazione per i caduti in Tripolitania si trasformasse in manifestazione popolare. Secondo alcuni, lo spirito era quello della rivendicazione di diritti e servizi verso gli amministratori del tempo, incapaci di far progredire la frazione. Un tale Umberto, calzolaio del posto, fermò il corteo per baciare un lembo della bandiera tricolore e in tono imperativo gridò alla banda: “Voglio la Marsigliese”. Costui aveva ascoltato l’inno rivoluzionario dalla banda di Gagliano Aterno, invitata alla festa in onore di Santa Elisabetta, e ne era rimasto entusiasta. Il capobanda fece presente che la banda non aveva mai concertato la Marsigliese, quindi non aveva la partitura del pezzo né poteva eseguirlo ad orecchio. Umberto, però, non volle sentir ragioni: “O la Marsigliese o… il caos!”. Intervennero allora i carabinieri giunti a Cese per l’occasione e riaccompagnarono Umberto a casa, dopodiché il corteo si ricompose e, rinvigorito dall’episodio fuori programma, poté percorrere le strade del paese ancor più carico di entusiasmo.
<Rielaborato da A. Palanza, “Avezzano dei tempi andati” (1966)>



