[Storia delle Cese n.178]
da Osvaldo e Roberto Cipollone
I religiosi di Cese si sono particolarmente distinti, all’interno della lunga opera missionaria promossa dalla Chiesa soprattutto nel Novecento, nell’impresa di arrivare ai quattro angoli della Terra come seme di speranza per costruire un mondo più fraterno. Senza andare troppo indietro nel tempo, spicca certamente in tale contesto la figura di padre Valeriano Marchionni, morto a 38 anni per aver contratto la malaria in Madagascar. In tanti hanno seguito le sue orme nell’ordine trinitario, tra cui padre Carmine Cipollone, anche lui in Madagascar. E poi negli Stati Uniti padre Giovanni Di Matteo e padre Vincenzo Patrizi, in Etiopia padre Rodolfo Cipollone, suo fratello Padre Rocco in Corea e nelle Filippine, in Brasile Don Giovanni Cosimati… E poi le suore: Suor Marcellina Cipollone in Brasile, suor Domenica in Perù, e chissà quante altre, per periodi brevi o pluriennali. Una storia, quella di Cese, ricca di testimoni credibili che hanno speso la vita per la Chiesa e per il prossimo, e che spesso hanno maturato l’idea della missione in seguito all’incontro con i missionari che in passato erano frequentemente presenti a Cese. Uno degli scopi delle “missioni” ospitate in paese era infatti quello di far emergere le vocazioni latenti e tanti giovani e giovanissimi al tempo seguivano poi i religiosi nei loro stessi istituti, attratti anche dalle prospettive di studio, di socializzazione e di viaggio. Alcuni, spinti anche da una certa foga giovanile, si entusiasmavano al punto di palesare ai familiari la volontà di partire seduta stante al seguito dei sacerdoti missionari, chiedendo di preparare subito corredo e documentazione necessaria a percorrere la stessa strada tracciata in precedenza da sacerdoti comboniani, trinitari, passionisti… Va anche rammentato che in un certo periodo dello scorso secolo si contavano più di 60 sacerdoti originari di Cese, alcuni dei quali sparsi per il mondo.
Su Padre Valeriano Marchionni, nato a Cese nel 1891 con il nome di Emilio e approdato come missionario in Madagascar nel 1926, esistono alcuni approfondimenti raccolti in sintesi nella Storia delle Cese n. 54, così come una pubblicazione destinata ai familiari nella quale il missionario trinitario viene raccontato e ricordato attraverso le sue stesse parole.

Come Padre Valeriano, anche Padre Carmine Cipollone ha dedicato di fatto la propria intera all’impegno missionario, rimanendo in Madagascar da trinitario per oltre 65 anni. Alla morte, avvenuta nel 2021 a 93 anni, è stato ricordato con una significativa memoria dalla Curia generalizia dell’ordine dei Trinitari: “P. Carmine Cipollone è deceduto il 9 giugno 2021. Era nato ad Avezzano, L’Aquila, Italia, il 18 gennaio 1928, figlio di Enrico Cipollone e Filomena Cosimati. Entrò nell’Ordine della Santissima Trinità e degli Schiavi e il 25 novembre 1943 iniziò il noviziato a Palestrina, Roma (Italia). Pronunziò la prima professione a Roma il 26 novembre 1944 e il 3 febbraio 1949 mise la professione solenne ad Anagni. Fu ordinato sacerdote a Roma il 26 ottobre 1952. Tre anni dopo l’ordinazione sacerdotale, fu inviato alla missione trinitaria in Madagascar, dove arrivò nel giugno 1955. Nel 1978 andò a studiare la Missiologia a Roma, dopo la specializzazione tornò di nuovo in Madagascar. L’Ordine lo inviò a Moramanga nel 1981, per continuare la costruzione della Parrocchia “Santuario della Santissima Trinità”, nonché la casa del noviziato. È stato nominato “Maestro dei Novizi” dal 1984 fino al 2003. Circa 55 dei sacerdoti e frati della provincia Nostra Signora del Buon Rimedio (Madagascar) sono stati formati da P. Carmine nel noviziato. P. Carmine Cipollone è stato veramente un religioso modello in tutto e per tutto: con amore per la preghiera, con amore per lo studio e la ricerca, con amore per il lavoro e con amore per i fratelli e per il prossimo. Un sacerdote e un missionario che ha offerto la sua vita con zelo nel ministero. Ringraziamo Dio Trinità per avercelo donato. Che possa contemplare eternamente il volto di Dio Trinità che ha cercato senza sosta sulla terra. R.I.P.”
Dieci anni prima, Padre Carmine aveva ripercorso una piccola parte della sua storia all’interno di una fruttuosa chiacchierata avvenuta di ritorno dalla Madonna delle Grazie in compagnia di suo cugino padre Rodolfo.
[Osvaldo] – Sei in vacanza temporanea oppure hai lasciato definitivamente gli altri impegni?
– No, rimango un mese e mezzo. Dopo il matrimonio della mia pronipote Simona e la festa, devo ripartire.– Un tempo eri impegnato a formare i seminaristi, molti dei quali sono diventati sacerdoti; ora che hai raggiunto questo bel traguardo potresti riposarti un po’ e rimanere qui a Cese…
– Il fatto è che in passato il mio impegno era intenso e sacrificato, ora invece sto meglio lì che qui, e lo sai perché? Perché la gente adesso ha raggiunto una certa serenità. Ora ride, canta e si diverte accontentandosi di una scodella di riso e di altre modeste cose. In pratica ha lo stesso spirito dei nostri genitori e nonni che si ammazzavano di fatiche, vivevano di stenti e di sacrifici, ma erano comunque in grado di ridere, cantare e vivere in armonia.– Da quanti anni sei in missione?
– Sono esattamente 57 anni. Sono partito che ne avevo 26.– Subito dopo essere stato ordinato sacerdote?
– Quasi subito. Sono stato per pochi mesi in Francia, qualche tempo a Roma, poi quando sono tornato in vacanza a Cese già sapevo di dover partire. Era l’anno della rivolta della “Séleva”… Io ho partecipato attivamente a quella protesta.– E tu, come sacerdote, hai partecipato alla rivolta?
– Certamente! Fra l’altro sono stato uno dei pochi che è stato caricato sulla camionetta dei carabinieri (insieme a Vincenzino Galdi, quello che faceva il sarto). Se si considera, fra l’altro, che io per poter partire in Madagascar avevo bisogno del certificato di buona condotta, in quella circostanza me la stavo giocando. Allora, per tutelare la mia fedina, sai cosa ho fatto? Ho scritto di mio pugno una lettera al Sindaco, una al prefetto ed una al comandante della stazione dei carabinieri di Avezzano. Con essa giustificavo il mio intervento pacifico che era finalizzato solo alla rivendicazione dei diritti della gente. Però l’ho fatto a firma di mio padre, che a quel tempo era segretario della Democrazia Cristiana di Cese. Parliamo del ‘54/’55.– In questi lunghi anni di missione immagino tu abbia visto tanta povertà, una enorme miseria e molta sofferenza. Cosa è che ti ha impressionato di più di quelle popolazioni?
– Se consideri che quando sono partito io, qui già c’erano le trebbie, i mulini ed i forni e lì ho visto che il riso veniva ancora macinato a mano, puoi immaginare lo sconforto e il disagio.– Dimmi un’ultima cosa: qual è stata la tua più grande soddisfazione durante tutti questi anni?
– Quella di aver formato tanti sacerdoti locali mentre prima non ce n’era nemmeno uno. Ora invece ci sono 150 sacerdoti indigeni che operano in tre diocesi.– Di questo devi essere orgoglioso… ma ora che non sei più giovanissimo perché non te ne torni qui, dove c’è carenza di sacerdoti?
– E cosa vengo a fare? Non ha senso dopo una vita da missionario. E poi, a parte che non lo voglio io, non lo sopporterebbe nemmeno Nostro Signore.

Padre Rodolfo Cipollone, comboniano nato a Cese nel 1941, aveva raccontato in quella stessa circostanza alcuni tratti della sua missione in Etiopia, dove è rimasto per circa cinquant’anni. In quell’occasione, aveva interrotto la camminata mattutina per un saluto: “Con l’acqua che utilizzate per innaffiare i giardini, noi in Etiopia potremmo coltivare diversi campi e dissetare popolazioni e bestiame”.
[Osvaldo] Mi sorprende la semplicità con la quale accenna a questa e ad altre problematiche correlate alla sua scelta di vita. – E come fate per l’acqua? Non esiste una rete idrica?
– C’è una condotta, ma da quando si è rotta non è stata più riparata. Noi abbiamo dei silos per la raccolta dell’acqua piovana e alcune cisterne interrate. In ogni caso, però, deve essere filtrata. Un tempo utilizzavamo i “colaturi”, i classici colini; ora invece passa dentro dei contenitori provvisti di candelette di terracotta; sono queste che trattengono le impurità e la sabbia. Dove funziona la rete pubblica, l’acqua è piena di cloro e dà problemi di renella e di calcolosi; è molto più sicura l’acqua piovana– E il governo etiope sta facendo qualcosa in questo senso?
– In Etiopia c’è un’amministrazione democratica socialista. Negli ultimi tempi è riuscita ad evitare l’effetto domino delle rivolte, aumentando del 30% gli stipendi ai militari ed ai dipendenti pubblici. Un insegnante e un soldato prima guadagnavano l’equivalente di 200 euro al mese.– Anche l’agricoltura è poco sviluppata?
– I terreni vengono arati ancora con i buoi e si semina per lo più granturco. È questo il prodotto più consumato. Di solito si cucina bollito, ma viene anche macinato per la polenta e per fare piccoli pani rotondi. Qualche ragazzo che va a studiare in città, quando riparte, porta con sé un bel sacchetto di mais che deve bastargli per tutta la settimana.– A che livello è l’istruzione? E alle donne è consentito studiare?
– Una volta insegnavamo noi ai ragazzi perché, oltre ad evangelizzare la popolazione, cercavamo anche di scolarizzarla. Questo fino a qualche tempo fa e solo alle scuole elementari. Per le medie e le superiori ci pensa lo Stato; all’Università, invece, può accedere solo chi riporta alti profitti. Gli altri si arrangiano come possono, ma per lo più ripiegano sulle professioni artigianali. Le ragazze, in verità, imparano a leggere ed a scrivere per poter far parte dei cori religiosi che sono molto presenti e abbastanza folcloristici.– In Etiopia ci sono chiese musulmane?
– Da noi i musulmani hanno poca influenza. Ci sono i protestanti, ma sono “sponsorizzati” dagli Stati Uniti e quindi hanno una certa autonomia. C’è invece qualche setta locale che cerca di accattivarsi la simpatia della gente per sottrarci le offerte.– Quanti missionari siete?
– Alla mia “stazione” siamo 5, ma uno ha 81 anni ed i suoi problemi; io che ne ho 70 anni poi ho i miei… Ci sono quattro suore indiane che curano un piccolo ambulatorio. La scuola è proprio adiacente alla nostra “casa” ed è frequentata da 1.200 ragazzi, mentre noi esercitiamo su un territorio di 30 chilometri di raggio per raggiungere una popolazione di 32.000 persone.– Quali sono i costi locali per fare studiare un ragazzo?
– Con 10 euro a disposizione uno scolaro può acquistare il materiale didattico per un anno intero.– Ci sono anche in Etiopia le adozioni a distanza?
– Si, ma per quanto mi riguarda sono contrario. Indubbiamente le rispetto, ma se si sapesse che in una famiglia di cinque o più figli, uno solo porta lo zainetto, indossa le scarpe, ha quaderni, lapis e colori, mentre tutti gli altri vanno scalzi e seguono le lezioni non avendo libri e quaderni, le persone ci penserebbero due volte prima di fare questa scelta… Le differenzazioni lì si notano e sono più marcate dove ci sono più fratelli. Io sarei più propenso a far avere un quaderno ed una matita a tutti i ragazzi, piuttosto che a favorire un solo componente. Anche da me in passato venivano gruppi e associazioni che voleva promuovere questo sistema di solidarietà, ma quando ho detto loro che i bambini sono tutti uguali, tutti da seguire, da curare e da istruire, le stesse persone non si sono più fatte vedere e mi sono chiesto: perché?– Come sono strutturate le chiese e le abitazioni?
– Di solito le celebrazioni vengono officiate all’aperto, ma ci sono anche piccole chiese. Per lo più sono con il tetto di paglia, di frasche o di lamiera, così come le case. La famiglia vive vicino alle mucche, alle capre e agli asini, e gli animali fanno i loro bisogni a poca distanza dalle persone. Quando faccio visita ad una famiglia, la donna pulisce il pavimento con una scopa di rami e con le mani allontana gli escrementi; con le stesse mani poi ti abbraccia, ti saluta e magari ti offre un the. Chi può lavarsi lo fa utilizzando un po’ d’acqua torbida che è più sporca delle mani stesse.– Con che mezzo raggiungi i villaggi e ogni quanto celebri la messa?
– In alcuni posti dico messa ogni due mesi; in altri una volta al mese; quasi mai una volta alla settimana. Abbiamo a disposizione una motocicletta che spesso si rompe o è priva di carburante. A volte ci serviamo di mezzi locali trainati da animali; raramente di qualche fuoristrada.– Quale è stata la tua più grande soddisfazione in questi tanti anni di missione?
– Sicuramente quella di aver formato sacerdoti locali che ora “camminano” da soli. In pratica abbiamo attuato il processo di evangelizzazione che la Chiesa Cattolica predica. Poi sono orgoglioso quando incontro un ragazzo o una donna che ha raggiunto un adeguato grado di istruzione e ha una sua famiglia.– A 70 anni e 42 da missionario avrai pur diritto alla pensione…
– Io non percepisco pensioni perché non sono residente in Italia. Non ho nemmeno la carta d’identità, solo il passaporto.– E come fai per l’assistenza medica e per le esigenze personali?
– Quando sono qui, approfitto della legge italiana che offre assistenza gratuita ai nullatenenti; lì faccio come fanno tutti. Per vivere ringrazio il buon Dio che ogni tanto mi fa avere qualche offerta dalla gente locale e da quelli di Cese.– Quando torni definitivamente qui da noi?
– Se vengo prima di tre anni significa che non sto bene o che non sono più in grado di fare il missionario…– Quando ritorni però puoi acquisire la residenza ed aver diritto alla pensione?
– L’importante è che una buona pensione me l’assicura il Padreterno…
Alla morte, avvenuta il 2 gennaio 2024, i familiari di Padre Rodolfo hanno voluto ringraziare pubblicamente i confratelli, i superiori e tutta la comunità di Cese. “La famiglia di Padre Rodolfo desidera ringraziare tutte le persone, vicine e lontane, con le quali ha scambiato gli affetti e condiviso il progetto della sua lunga vita missionaria. In primo luogo ringraziamo il Padre Generale dei Missionari Comboniani e l’Assistente Generale che hanno partecipato alla celebrazione dei funerali a Cese. Ringraziamo la Comunità Comboniana per tutte le cure e le attenzioni riservate ai Confratelli anziani che, già pilastri di evangelizzazione, solidarietà e generosità nelle loro missioni, affrontano oggi le debolezze della loro senilità. Ringraziamo Mons. Emidio Cipollone, per il suo legame con Padre Rodolfo, un sostegno sincero e premuroso, pieno di affetto, di condivisione e di stima. Un ringraziamento alla Casa Parrocchiale di Cese, per essere stata il suo punto di partenza e per averlo accolto ad ogni ritorno nel suo paese, negli intervalli dalle sue missioni in Etiopia: Padre Rodolfo provava nostalgia sia per la sua terra natale che per la sua terra adottiva. Grazie a tutta la Comunità di Cese, per avere sostenuto e condiviso, con costante e generosa partecipazione, il suo progetto di vita: insegnare e testimoniare con il proprio agire il messaggio evangelico in un mondo spesso invisibile e così lontano. Un ringraziamento alla Comunità Comboniana di Bari, sempre attenta e pronta a rispondere con la propria solidarietà alle necessità della Missione etiopica. Un grazie a tutti coloro che non conosciamo, ma il cui nome è scritto nelle agende e nel cuore di Padre Rodolfo: ci sono molte persone vicine e lontane, nel nord e nel sud del mondo, e non vogliamo dimenticarle. Un ringraziamento ora lo rivolgiamo noi a lui, per la sua testimonianza, per la sua tolleranza, per il suo apprezzare le cose semplici e per il suo lieto umorismo. È così che ci piace ricordarlo qui tra noi: per questo abbiamo scelto una sua foto in cui ci saluta ancora con un sorriso. I suoi familiari”.
Come noto, la famiglia di Padre Rodolfo ha espresso nel tempo ben tre vocazioni religiose; prima di lui, infatti, avevano vestito l’abito talare i fratelli Enrico (1933-1990) e Rocco (1934-2021). Padre Enrico Cipollone non ha avuto esperienze di apostolato fuori dall’Italia, ma aveva espresso il desiderio di partire missionario già nel 1967. Nominato parroco della chiesa di S. Antonio a Pescara (una delle parrocchie più importanti della città adriatica, oltre che santuario frequentatissimo), infatti, dal 1963 si era potuto dedicare in maniera più intensa alla preghiera e alla contemplazione ed aveva maturato l’idea di seguire l’esempio del “suo maestro” missionario Padre Antonio Tchang. Dopo quattro anni di sacerdozio, aveva scritto al Padre Provinciale per realizzare il proprio progetto: “Dopo maturata riflessione, eccomi a farLe presente il mio desiderio di andare in terra di missione. Fin da bambino nutrii nel mio cuore questo ideale apostolico e parte importante ne fu certamente la singolare relazione che ebbi con P. Tchank. Ora penso sia giunto il tempo per realizzarlo con la Sua benedizione … Tanti potranno fare il parroco a Sant’Antonio, ma penso che il posto che io avrei dovuto avere in terra di missione forse nessuno voglia sdebitarmelo…”. Per ironia della sorte, però, il Provinciale inviava missionario in Corea il fratello Padre Rocco, il quale non ne aveva fatto richiesta e si trovava allora a Civitella del Tronto ad esercitare l’insegnamento ai novizi. Era forse il destino a muovere i programmi di quell’Ordine o il Signore aveva altri disegni? Fu probabilmente vera la seconda ipotesi, ed a Padre Enrico venne affidato il “suo” Abruzzo, centro della sua missione religiosa.

Il fratello, Padre Rocco Cipollone, ha invece svolto il proprio ultra-trentennale impegno missionario dapprima in Corea del Sud, in una località prossima alla città di Daegu, e poi nelle Filippine. Nel 2000 è rientrato in Italia per proseguire il proprio apostolato francescano presso il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Proprio un confratello, Fra Santino Verna, l’ha voluto ricordare con una bella testimonianza subito dopo la morte, avvenuta a febbraio del 2021.
“Nella vigilia della Madonna di Lourdes, dopo breve ma intensa sofferenza, concludeva la giornata terrena P. Rocco Cipollone, francescano conventuale, del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Era ricoverato da più di un mese e non vi erano molte speranze di guarigione. Nato a Cese di Avezzano nel 1934 in una famiglia numerosa, due fratelli divennero come lui sacerdote, P. Enrico, francescano conventuale per 15 anni Parroco dell’Assunta di Silvi e P. Rodolfo, missionario comboniano in Etiopia, ora nell’istituto di Brescia, alla periferia della città di S. Paolo VI. Entrato nei Minori Conventuali, P. Rocco percorse tutta la formazione in Assisi, dove aveva lasciato il cuore. Ricordava gustosi aneddoti, come, a Natale, la visita al presepe nella Chiesa di S. Francesco a Foligno, allestito dall’indimenticabile P. Luigi Fratini, caratterizzata dal percorso a piedi dalla città del Santo Poverello al porto di terra dell’Italia Centrale. Dopo la visita e la preghiera, i fratini erano rifocillati da un semplice e saporito pranzo. Dopo la professione perpetua nel 1957, fu ordinato sacerdote, sempre in Assisi, dal Vescovo Placido Nicolini, nel 1960. Il fratello Enrico aveva chiesto di andare in missione, ma i Superiori mandarono Rocco e operò prima in Corea del Sud, insieme ad altri frati abruzzesi, e poi nelle Filippine. Quando tornava in estate, per le vacanze, si fermava al Convento di Silvi. Rientrato in Italia per il Grande Giubileo del 2000, è sempre stato di comunità a Lanciano, come referente per le missioni estere, sempre a disposizione delle Confessioni e la direzione spirituale. Aveva contatti con gente di tutto il mondo, conosceva le lingue, ed era un ottimo costruttore di reti di relazioni. Sacerdote di preghiera e devozione mariana, univa fermezza e dolcezza. Pur con diversi acciacchi, legati anche all’età, continuava il prezioso servizio al Santuario e ai pellegrini, soprattutto stranieri, sovente di passaggio da altri luoghi dello spirito e diretti verso i luoghi del ritorno. Ogni sera seguiva il Rosario da Lourdes, alle 18, e nella sua stanza era spesso sintonizzato su Radio Mater, dove seguiva celebrazioni, catechesi e notizie della Chiesa. Il suo Calvario era cominciato all’inizio dell’Avvento dello scorso anno e il primo ricovero fu decretato il 29 dicembre. I Superiori P. Fabrizio De Lellis e P. Mauro De Filippis, Ministro Provinciale e già Superiore a Lanciano per un quadriennio, all’inizio della permanenza di P. Rocco, lo hanno messo in contatto, in videochiamata, con il Ministro Generale P. Carlos Alberto Trovarelli che gli ha dato una benedizione. Se ne va un lembo della storia recente del Santuario del Miracolo di Lanciano. Tutti ricordiamo P. Rocco con enorme affetto, nella certezza di saperlo accanto al Signore e ai cari della sua famiglia e della grande famiglia francescana”.

A giugno del 2024 si è invece conclusa la vicenda terrena di don Giovanni Cosimati, protagonista di una lunga missione a Itaquaquecetuba, in Brasile. In occasione della veglia missionaria diocesana celebrata in suo onore proprio a Cese, un presbitero di quella terra ha offerto la propria testimonianza in suo ricordo.
“Non ero nemmeno nato quando nel 1977 don Giovanni Cosimati partiva dall’Italia per offrire la sua disponibilità in favore dell’evangelizzazione nelle lontane terre del Brasile. Provengo da Poa, un paese vicino alla città dove lui ha svolto il suo ministero, e ho avuto la gioia (per non dire la grazia) di conoscere quel sacerdote, ormai già anziano, dopo il mio ingresso in seminario nell’anno 2004, quando avevo diciotto anni. Quasi ogni giorno si sentiva parlare di quel prete venuto in nave dall’Europa per aiutare la nostra diocesi. Conosciuto da tutti per il suo lavoro infaticabile nella città di Itaquaquecetuba, in mezzo alla povertà estrema di quel luogo, il nonno, come lo chiamavamo in modo scherzoso, si è fatto ben volere da chiunque venisse toccato dal suo servizio pastorale. […] Dalla sua autenticità ho potuto provare, nei quattro anni che ho vissuto con lui nella canonica della sua parrocchia (due anni da seminarista e due come giovane prete), una ammirazione che fino a oggi mi spinge a cercare di essere un buon sacerdote sul suo esempio. Fu la sua umanità e i limiti che lui non ha mai voluto nascondere che mi hanno insegnato che la via per il cielo è la scelta di migliorarci ogni giorno. Se avessi trovato uno che segue un ideale di santità preconfezionato, mai e poi mai avrei avuto l’intenzione di intraprendere un percorso di questo genere. Se fossi stato insieme a un superuomo avrei pensato che la santità è un dono per alcuni, solo pochi eletti, scelti dal Signore. Ma nella mia esperienza è stato proprio il contrario: nella misura in cui uno si accorge che la grazia di Dio agisce nonostante le debolezze, si può sperimentare quello che proclama il salmista: «Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia» (Salmo 126, 5). Don Giovanni ha seminato nei giovani di quel posto, e anche in me, il desiderio del paradiso. Fedele alla preghiera e coraggioso nell’annunciare il regno di Dio, non esitava mai a invitare tutti ad essere santi, ricordando in ogni occasione che la nostra vita è fatta per il cielo. Ogni mattina, svegliandosi presto, dedicava due ore alla preghiera prima di qualsiasi altra cosa (e devo dire che fino all’ultimo giorno è stato fedele alla preghiera del breviario); e puntualmente, alle diciotto, lo trovavamo a camminare da un lato all’altro nel soggiorno della canonica con il suo rosario in mano, pregando la Madonna di non lasciarlo solo… e lei lo ha esaudito. Infatti, tra le varie storie che don Giovanni amava raccontare mentre vinceva nel gioco della scopa, c’era questa affermazione: «La prima cosa che farò quando arriverò in paradiso sarà mettermi davanti alla Madonna e cantare: Bella tu sei qual sole…». Il suo amore per la nostra Madre del cielo mi ha fatto conoscere Cese prima ancora di trasferirmi in Italia per i miei studi a Roma. A ognuno dei nuovi preti ordinati nella nostra diocesi del Brasile donava il libro Intimità divina e un quadro della Madonna di Cese. Questo sano orgoglio delle sue origini incantava a tutti e, nonostante abbia vissuto più della metà della sua vita tra noi, tanto da voler essere seppellito in Brasile, ha sempre avuto l’Italia nel cuore, al punto che – a causa della sua difficolta con il portoghese – usava un particolare linguaggio che era una via di mezzo tra l’italiano e la nostra lingua. Ciò però non ha mai impedito di accogliere sempre e di far conoscere a tutta la città il motivo dei suoi sforzi: l’amore di Dio. Infatti chi lo conosceva, praticamente tutti i parrocchiani, sanno diverse parole in italiano. Sono certo che tante furono le lacrime versate in terra straniera, sia per la lontananza dalle sue radici (ora posso avvertire anch’io questa nostalgia a causa del tempo di missione che sto vivendo in Italia), sia per la differenza culturale, e anche mancanza di risorse. Eppure possiamo affermare che la mietitura si fa nella gioia: era contento di sapere che esite una collaborazione tra le nostre diocesi e che in qualche modo i frutti di tanti sforzi si possono vedere. Eccomi, uno dei tanti frutti della missione in Brasile… spero di poter aiutare a retribuire un poco di quanto abbiamo ricevuto. Dio benedica tutti e la Madonna di Cese vi sia compagna di viaggio verso il cielo. Siate santi! Don Diogo Shishito, Presbitero della diocesi di Mogi das Cruzes, Brasile”.
In un elenco stilato negli anni ’70 da Anna Cipollone (“la Presidente”), tra i nominativi di 32 religiosi provenienti da Cese compaiono anche i già citati Padre Giovanni Di Matteo e don Vincenzo Patrizi (oltre a quello che era al tempo “Padre Antonio Marchionni”, successivamente tornato allo stato laicale[1]).


Padre Giovanni Di Matteo, nato nel 1913 e morto nel 2005, è riportato in particolare come “Trinitario – Parroco emerito di Saint Ann’s Church, Bristol (Pennsylvenia – USA)”. Don Vincenzo Patrizi, nato nel 1927 e deceduto nel 2008, è invece indicato come “Trinitario; poi Diocesano in Usa”.

Più complessa risulta l’opera di ricostruzione delle storie relative alle missionarie originarie di Cese. Tra i nomi accertati figurano attualmente quelli di “Suor Domenica”, missionaria in Perù, e di “Suor Marcellina”. Quest’ultima – all’anagrafe Maria Grazia Cipollone – era nata a Cese nel 1924 ed è deceduta nel 2017 ad Avezzano presso l’Istituto delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù, dove era giunta dopo tanti anni di missione in Brasile e poi a San Giovanni Rotondo.
Dal database di “Antenati delle Cese” emerge invece il nome di Maria Cristina Ruscio, “Suor Francesca Romana”, che risulta morta a Tunisi il 7 novembre 1910 all’età di soli 28 anni. Il luogo di decesso potrebbe far pensare ad un impegno missionario in Tunisia, ma in assenza di ulteriori informazioni ci si deve limitare alla pura ipotesi. Altri nomi che emergono dall’archivio gestito da Ercole Di Matteo sono quelli di Maria Giuseppa Petracca, nata nel 1891, e della sorella minore Suor Angela Petracca, nata nel 1902. Entrambe sono riportate come appartenenti alle “Suore Francescane missionarie di Maria” [2], ma sulla loro storia umana e religiosa non si hanno ad oggi ulteriori elementi, eccezion fatta per la presenza, nello stesso nucleo familiare, di due frati trinitari, fratelli delle prime: Emilio Petracca, del 1898 (“Frate Gregorio delle 5 piaghe”), e Paolo (“Paolino”) Petracca, del 1906. Tracce che aggiungono ulteriori elementi da esplorare nella lunga storia dei religiosi e delle religiose di Cese che hanno svolto la propria missione in giro per il mondo, portando conforto, speranza e intensa fratellanza.
[1] Nell’elenco del tempo era riportato come Trinitario missionario a Sao Vicente, Brasile.
[2] Oltre ai due nomi citati, nell’archivio è presente anche quello di Maria Carmina Micocci, nata nel 1885, indicata nelle note come “Suora Istituto Missionarie Francescane in Roma”.
<Rielaborato da diversi articoli pubblicati su “La Voce delle Cese” arricchiti da ricerche personali>










