[Storia delle Cese n.175]
da Osvaldo Cipollone
Nei secoli scorsi, diversi beni di consumo arrivavano nei paesi grazie ai venditori ambulanti, che giravano con e senza licenza per proporre la propria merce consistente essenzialmente in generi alimentari, tessuti e chincaglieria, mentre altri ambulanti offrivano non beni ma servizi, primi fra tutti quelli di riparazione e sistemazione. Tutti si muovevano a piedi o con carretti spinti a mano o trainati da animali; dai primi anni del ‘900 hanno cominciato ad utilizzare anche la bicicletta, spesso adattata alle specifiche esigenze, mentre nel secondo dopoguerra sono comparsi i furgoni a tre ruote, le automobili e poi i furgoni più grandi. Già prima, anche Cese era frequentata da diversi ambulanti, che si fermavano spesso in piazza o attorno alla fontana per pubblicizzare la propria mercanzia o il proprio servizio, servendosi anche dei richiami del banditore che annunciava la loro presenza ricevendo in cambio pagamenti in natura (specialmente se si trattava di commercianti di pesce, frutta o altri beni alimentari). In particolare, in passato era consuetudine che dopo la trebbiatura giungessero in paese diversi venditori ambulanti per barattare fichi e pere con una certa quantità di grano nuovo; d’altra parte, a Cese la produzione di frutta è stata sempre limitatissima per le condizioni climatiche, per cui quella proposta dagli ambulanti aveva larga richiesta. Un oggetto tipicamente associato ai fruttaróji era la stadèra, una bilancia manuale di uso domestico e commerciale per il peso di modeste quantità. Oltre ai fruttaróji, tra gli ambulanti si ricordano facilmente jo piattaro e j’ombrellaro (che spesso coincidevano con la stessa persona), jo spezzino, j’arrotino, jo cinciaro, jo scarparo, jo carbonaro, jo ferrivécchi e anche quijo che ffaceva a càgna a ssimmia (la semola). Alcuni nomi, in particolare, sono entrati nella memoria comune, come quiji de Capistréjjo, tra cui Claretta, Elena e Gioseppo, che arrivavano in paese soprattutto per vendere lupini, frutta e mercanzia varia. Da Castellafiume giungevano invece altri venditori ambulanti che portavano a spalla scale a pioli, stai, setacci, crivelli, battilardo, rastrelli ed altri utensili in legno. Scavalcavano a piedi il monte che li separava dai Piani Palentini portando con sé ogni sorta di attrezzi agricoli e da cucina, ma anche giochi come “raganelle”, trottole, ruzzole e bocce, oggetti che gli ambulanti barattavano molto spesso con prodotti della campagna. Tra tutte le figure, la più affascinante era forse quella dejjo cinciaro, che girava i paesi con un sacco in spalla per raccogliere tessuti usati e, soprattutto, una valigia piena di chincaglierie come forbicine, pettini, centimetri, bottoni e lacci per scarpe, occhiali, scatole di lucido, spazzole, rocchetti, scatoline, flaconi, elastici, specchietti… Tra le voci della memoria è certamente rimasto il suo tipico richiamo, così come la parlata forestiera: “È arrivate je cinciare. Tènghe: aghi, spilli, spécchi… Occhiali pe’ li vécchi… Porte pure: forbecette, ditali, spazzole, pettini, rocchetti, lacci e cromatina, liacce, centimetre, elastiche pe’ le calze e pe le mutande, pettenesse, strecce pe’ li pidocchi, fermagli, férri pe’ ffa’ le maglie, uncinetti e atre robbe ancore. Escéte femmene, portete li stracci e le maglie vecchie!”.
Un caso a parte era rappresentato dagli ambulanti che arrivavano a Cese nei giorni della “festa”. Tra loro c’erano, in particolare, i fotografi, ai quali singoli, gruppi e famiglie si rivolgevano per un ritratto soprattutto nel pomeriggio della stessa festa. Provvisti di fotocamere a soffietto e flash alimentati a magnesio (che bruciava nell’aria con la tipica fiammata biancastra), i fotografi giravano con una piccola camera oscura e le necessarie soluzioni chimiche per sviluppare i negativi dentro appositi catini; così, entro qualche ora erano in grado di consegnare le stampe direttamente agli interessati. Questi ultimi, prima di farsi ritrarre, spesso “andavano in prestito” del vestito buono; poi, approfittando delle suppellettili portate dal professionista, si mettevano in posa regalandosi foto che testimoniano ancora oggi una consuetudine del tutto singolare. In tempi remoti non esistevano le bancarelle di giocattoli e leccornie, ma in seguito ha fatto la sua comparsa alla festa qualche venditore di noccioline, lecca-lecca, palloncini, pupazzetti e cartoccetti per la “pesca”. “Z’a ‘Ndunélla” è stata una delle prime a calcare la nostra piazza, insieme a qualche altro forestiero; in genere, questi ambulanti provenivano da Avezzano, dalla Valle Roveto o da altre località vicine e pernottavano, almeno nei primi tempi, in magazzini e stalle in modo da essere sul posto anche il secondo giorno della festa. Gli anziani ricordano ancora le scene tipiche come la ruota per le puntate di 5 e 10 lire sui semi delle carte napoletane, ma anche i sorrisi e i modi accattivanti del gestore, che in molti casi contribuiva a svuotare le misere tasche dei fanciulli mettendo fine alle loro fantasiose speranze. Durante i pomeriggi della festa era sempre presente anche il carrettino dei gelati artigianali, con solo due gusti, cioccolato e crema, che venivano serviti in minuscole coppette o nel cono biscotto. Li vendeva “zio Domenico” con un pittoresco triciclo colorato formato da un cubo metallico al cui interno trovavano posto, oltre alla massa di gelato, grossi parallelepipedi di ghiaccio. Il gelataio, per accattivarsi soprattutto i piccoli clienti, era solito ripetere ad alta voce: «Piangete bimbi ché zio Domenico se ne va!». Un altro nome storicamente presente a Cese è quello di Giuseppe Di Murro, per tutti “Peppe l’insuperabile”, che con il suo camioncino bianco e rosso e il suo banco di caramelle, frutta secca e giocattoli è stato un vero punto fermo delle feste locali in tempi più recenti.
Per raggranellare qualche moneta da spendere alle bancarelle durante le feste patronali o per acquistare oggetti di svago, i ragazzi di un tempo si ingegnavano in diversi modi, alcuni dei quali assolutamente originali. Sfruttando il fatto che il paese era frequentato anche da carrettieri e riciclatori di materiale vario, come gli straccivendoli e i ferrivecchi, i ragazzi s’impegnavano infatti ad accumulare ferraglia, vecchi tegami d’alluminio e ogni sorta di secchi e contenitori dismessi per poi consegnarli a chi li ritirava, al prezzo di 100 o 200 lire al chilogrammo a seconda del metallo[1]. Dopo aver adeguatamente schiacciato il materiale per ridurne la voluminosità, i giovani ponevano gli oggetti sulle stadère per verificarne peso e relativo valore e raggranellavano così modeste somme per le proprie spese alle bancarelle. C’è da considerare, a tale riguardo, che per la quasi totalità delle persone non sussisteva al tempo la possibilità di fare acquisti “futili”. Talvolta le mamme omaggiavano i ragazzi con qualche moneta, raccomandando parsimonia ed oculatezza, o addirittura invitando a non spendere affatto. I più scaltri, tra i giovani, trafugavano anche granaglie o altri prodotti per poi rivenderli ai commercianti ambulanti; altri raccoglievano le pannocchie di mais lasciate sui campi, le sgranavano, le facevano essiccare e vendevano il granturco a commercianti abituali, come Giuseppe, Claretta e Tonino, i quali li ricompensavano con qualche modesta moneta che regalava loro la soddisfazione di spendere denaro proprio per una gassosa, un gelato, o una puntata a “mazzitto” o alla “ruota”. Il tempo di una speranza, di uno sfizio, prima che gli ambulanti ripartissero e lasciassero ai ragazzi e ai grandi l’attesa del ritorno.
[1] A tale riguardo, si sa che durante il periodo di occupazione tedesca i ragazzi facevano anche incetta di bossoli, che mesi dopo sarebbero stati barattati dalle mamme con i rigattieri ambulanti che proponevano in cambio ortaggi o piccoli utensili da cucina.
<Rielaborato da articoli di O. Cipollone e dall’opuscolo “Le feste patronali di ieri e di oggi” (2013)>





