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Il Re a Cese e altre ipotesi fantasiose

[Storia delle Cese n.162]
di Roberto Cipollone

A metà tra le storie documentate e le leggende, di cui anche Cese può vantare chiari esempi, si collocano per natura alcune ipotesi più o meno fantasiose generate da ricorrenti racconti popolari o da scritti ufficiali, e accreditate, seppur solo parzialmente, da fatti storici acclarati. Non propriamente leggende, dunque, perché verosimili, né storie dalla incontrovertibile veridicità, in quanto carenti di fonti certe o in parte smentite da dati ufficiali. La loro natura è dunque incerta, labile, ma forse proprio per questo affascinante.

TINO DEI MARSI, LA MADONNA DELLA VITTORIA E LA SCUOLA DI ARTISTI A CESE

Su un libro di qualche anno fa era riportata la storia dello scultore “Tino dei Marsi” quale artefice della statua lignea della Madonna della Vittoria di Scurcola che, a detta dell’autore, aveva aperto una “fucina di allievi, ossia una scuola d’arte, proprio nei pressi di Cese.

Tino dei Marsi. Dal suo nome si comprende facilmente quanto egli ci tenesse a considerarsi cittadino di questa terra nonostante fosse nato a Napoli. Insieme al grande maestro della scultura lignea abruzzese Silvestro d’Aquila, ha dato lustro a questa attività artistica. È l’autore della scultura lignea della Madonna della Vittoria (Scurcola). Egli gareggiava con Todino da Capestrano, altro illustre artista abruzzese, per le richieste che pervenivano da ogni chiesa, da nobili e da benestanti. Egli creò una autentica fucina di allievi presso il decantato “Nemus Cesanus” (bosco di Cese), celebre per la battaglia di Tagliacozzo, e per la quantità di villini e ville ivi costruite di cittadini che preferivano l’aria di collina e del bosco a quella del lago del Fucino. Lo stesso Marco Antonio Colonna aveva ivi una residenza come il vescovo di Pescina, per questo insignito del titolo di Abate di Cese.

Cosa c’è di vero
La statua lignea della Madonna della Vittoria, ancora conservata a Scurcola, viene collocata cronologicamente nei primi decenni del Trecento. Il critico Enzo Carli afferma che «la statua palesa assai chiaramente la sua dipendenza dalla scultura tosco-napoletana dei primi decenni del Trecento» e aggiunge un preciso riferimento a Tino di Camaino, massimo scultore senese (non napoletano) dell’epoca. Questi concluse la propria attività a Napoli, dove realizzò monumenti per la casa reale che “costituirono un modello di riferimento per tutta la scultura del Trecento”. Ebbene, al tempo il Regno di Napoli era retto da Roberto d’Angiò detto “il Saggio”, nipote diretto di quel Carlo d’Angiò che a Scurcola aveva sconfitto Corradino di Svevia e fatto edificare, pochi anni dopo, l’abbazia di Santa Maria della Vittoria. L’analogia è tuttavia limitata, in assenza di notizie certe sull’autore della madonna lignea di Scurcola e sull’effettiva presenza in loco di Tino di Camaino e di una sua scuola. Secondo le tesi più accreditate, “la Madonna di Scurcola è opera quasi certamente francese, o tutt’al più eseguita da un maestro locale sotto la supervisione e il progetto di maestri francesi nel cantiere reale dell’Abbazia di Santa Maria della Vittoria”[1]. Dunque maestri francesi (come i frati cistercensi, chiamati a soppiantare la presenza benedettina nella Marsica), affiancati da una classe di artisti locali. Quali maestri marsicani vi partecipassero, e se tale “scuola” si trovasse specificamente a Scurcola o fosse “sparsa” nei paesi dei piani palentini e proprio a Cese, però, ad oggi non è dato sapere.

PAOLO MARSO FIGLIO INGRATO DI CESE

La strada principale che percorre l’abitato di Cese è oggi dedicata a due “Marso”, Paolo e Pietro, e il primo è stato tanto accostato al secondo da spingere alcuni biografi a ritenerli fratelli. Furono in particolare il Febonio[2] ed il Corsignani[3] ad ipotizzare lo stretto legame familiare tra i due, inducendo diversi studiosi, tra cui il Tiraboschi, a scrivere di “Paolo e Pietro Marso di lui fratello, e uomo anch’esso erudito…”. Teorizzava in origine il Febonio:

[…] Segue il beato Tommaso da Celano, dell’ordine dei francescani minori, che per primo scrisse, in stile elegante, la vita di S. Francesco e lasciò diversi opuscoli di pregio. Della stessa terra e del medesimo ordine abbiamo un altro importante autore che si è interessato di problematiche sacre e teologiche, F. Bonaventura; seguono i fratelli Pietro e Paolo Marso delle Cese, autori dei commenti a Silio Italico, Ovidio Nasone e ad altri poeti e oratori, e di un trattato sull’immortalità dell’anima, dedicato al cardinale Raffaele Riario.

E prima, in riferimento a Cese:

Questo piccolo e rustico villaggio è nobilitato dalla nascita di Pietro Marso, professore in Roma di lettere umane […] Famoso per non minore erudizione e professione di scienze è Paolo Marso, fratello di Pietro, il quale per certo poco comprensibile spirito di ambizione, disprezzava il paesello natale e preferiva dirsi oriundo di Pescina; così si dichiara nei commentari ai Fasti di Ovidio.

Cosa c’è di vero
Pietro Marso era senza dubbio nativo di Cese, mentre Paolo Marso era – altrettanto indubitabilmente – nativo di Pescina. In relazione al cognome del nostro Pietro, vi è la certezza che “Marso” fosse solo un enfatico riferimento all’antico popolo del territorio d’origine[4], come confermava Marcantonio Coccio (“Sabellico”), che aveva conosciuto personalmente entrambi, specificando che “Marso” era per Paolo l’esatto cognome, mentre per Pietro rappresentava soltanto un soprannome. Scrive Arnaldo Della Torre nel suo lavoro su Paolo Marso : “Il Sabellico, che conobbe certamente tutti e due, designa Paolo come «Paulus Piscinensis cognomento Marsus[5]» e Pietro come «eius conterraneus Petrus Marsus Cesensis» accomunando la patria in quanto alla generalità della regione, ma distinguendo nettamente i due paeselli natii. Paolo stesso in un carme dedicato a Giorgio Cornaro (ed. dei commenti ai Fasti cit.), in cui enumera i Suoi sodales, così qualifica Pietro: «Et mihi communis genuit quem patria, clarum Ingenua gravitate Petrum sophiaque latina…» [“E anche a me la patria comune generò Pietro, illustre per nobile gravità e per sapienza Latina”….]. Altra prova questa indiretta, ma non meno forte, che Paolo con Pietro non aveva altro legame che quello della comune patria.  E qual luogo infatti più acconcio, che questo, ad accennare anche alla comunanza del padre?”. Dunque Paolo Marso non era affatto di Cese, e la teoria secondo cui disprezzasse il proprio paese natale e preferisse dirsi nativo di Pescina non ha nessun fondamento. Bisognerebbe piuttosto chiedersi perché un tratto della strada principale di Cese sia stato dedicato, nella toponomastica successiva al terremoto del 1915, ad un umanista di certo apprezzato ma non nativo del luogo, come era invece Pietro Marso.

IL RE VITTORIO EMANUELE III A CESE

Un racconto popolare, riportato anche tra i testi di un calendario di venti anni fa, narrava della presenza a Cese del Re Vittorio Emanuele III nei giorni immediatamente successivi al terremoto del 13 gennaio 1915. Nella premessa si legge: “Da fonti storiche non è dato sapere se risponde al vero la notizia che vorrebbe il Re anche a Cese, ma, dai racconti ricorrenti degli anziani, più volte trovava posto questo aneddoto”.

Sembra che il re Vittorio Emanuele III, appena entrato all’ingresso del paese, in località Santa Lucia, sia stato calorosamente accolto dai superstiti del piccolo centro. Era d’inverno ed il freddo aumentava i disagi arrecati dal sisma, per cui una povera donna, animata da sincera ospitalità, porse a Sua Altezza ‘na jommèlla de patane cotte da poco, dicendogli: “Signorré, pigliate ddu’ patane, ca’ te rescalli”. Il re, forse perché non ne avvertiva la necessità o perché non voleva privare la poveretta di quel modesto desinare, rispose: “Grazie buona donna, ma tenetele per voi”. La donna, ritenendo che quel diniego fosse motivato proprio da quest’ultima considerazione, provò a convincerlo di nuovo e, avvicinatasi, dopo avergli allungato le mani fin sotto la faccia, gli disse: “Ma non ci fa’ cumprimenti signorré, ca’ queste so’ quele da scarto e nnu’ le cocémo ajji porchi”. Sentite queste ultime parole, il re sorrise e, accettandone una, ringraziò per tanta generosità.

Cosa c’è di vero
Il Re Vittorio Emanuele III visitò effettivamente le rovine di Avezzano “per portare conforto alle popolazioni colpite dall’immane disastro”, arrivando alla stazione cittadina con un treno speciale giunto alle 13:55 del 14 gennaio 1915. Il ricorso al treno, tra l’altro, fu esplicitamente criticato perché creò intralcio alla macchina dei soccorsi, che si muoveva essenzialmente sulla linea ferroviaria[6]. Altri giunsero in auto, sebbene non sia confermata la presenza di macchine al seguito del re (anche la notizia secondo cui Don Orione avrebbe requisito un’automobile del re per recuperare alcuni bambini non è pienamente confermata); sappiamo che i primi soccorsi, portati dal gruppo di volontari di Nazario Sauro attraverso la montagna, giunsero in paese trenta ore dopo il disastro, mentre la presenza del sovrano a Cese non viene riportata in alcuna cronaca ufficiale. Men che meno, dunque, ci si può sbilanciare sulla veridicità del racconto, che trae in ogni caso la propria forza dall’accostamento tra alto e basso e dalla squisita spontaneità della popolana.


[1] Alessandro Tomei, Materia e colore nella scultura lignea medievale
[2] Muzio Febonio, Historia Marsorum
[3] Pietro Antonio Corsignani, De Viris illustribus Marsorum
[4] Vincenzo Balzano, I legisti ed artisti abruzzesi lettori nello studio di Bologna: “Perché tutto fa credere ch’egli volle chiamarsi enfaticamente ‘Marso’ per l’amore della gloriosa antichità”.
[5] Per quanto riguarda l’interpretazione del termine “cognomento”, la specificazione fornita dal Sabellico è certamente da tradurre come “Paolo da Pescina di cognome Marsi”.
[6] Discorso dell’onorevole Fabrizio Maffi alla Camera dei Deputati, 20 marzo 1915: “Il Re si è recato sui luoghi del terremoto con un treno speciale. Ebbene, io deploro che nessuno dei competenti lo abbia avvertito che ciò era d’ingombro alla linea. […] Ma ad ogni modo sta di fatto che il treno reale ha perturbato ed ingombrato il servizio, e che bisognava avere la franchezza di avvertire che il viaggio doveva essere fatto in automobile”.


<Articolo ricostruito sulla base dei testi citati>


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