[Storia delle Cese n.161]
di Roberto Cipollone
Analizzando tracce e documenti della storia medievale di Cese emerge una domanda su tutte: come mai un paese su cui si è concentrata tanta parte del potere del tempo (leggasi residenza vescovile) e che ha attratto la devozione di alcune tra le famiglie più influenti (Colonna e Maccafani su tutte), non ha mai avuto una propria residenza nobiliare o altro tipo di presenza posta a simbolo dell’autorità feudale sul luogo? Una parte della risposta è già contenuta nella domanda, poiché la preponderante presenza a Cese della Chiesa marsicana ha di fatto limitato l’instaurarsi di altre potenze “concorrenti” e, di conseguenza, escluso l’affermazione in loco di uno o più casati nobiliari “laici”. Questo è il tratto maggiormente distintivo nel confronto, ad esempio, con i confinanti paesi di Scurcola e Corcumello, storicamente legati alle dinastie dei De Pontibus/De Ponte e Vetoli. Evidentemente, negli anni in cui queste famiglie estendevano la propria dominazione sul territorio dei Campi Palentini, a Cese si era già affermato un altro predominio, di stampo più propriamente ecclesiastico.
I citati De Pontibus erano discendenti dei Conti dei Marsi del ramo di Carsoli, dunque famiglia di nobile ed antichissima origine, e la loro presenza nel territorio è documentata già nel X secolo. Sebbene fossero dichiaratamente ghibellini, i De Pontibus non presero posizione nella battaglia dei Piani Palentini (1268) e mantennero neutralità rispetto agli schieramenti contrapposti; per tale motivo, il vincitore Carlo D’Angiò, seppure amico del papato e dei guelfi, donò loro ampi territori – tra cui quello di Scurcola – che andarono ad aggiungersi ai possedimenti già di loro competenza (Oricola e Pereto, una parte di Tagliacozzo e altri). A Scurcola i De Pontibus mantennero potere per diversi anni in virtù dei privilegi concessi dal Re angioino[1], ma sul finire del secolo dovettero far fronte al disfacimento delle loro proprietà. Così, attorno al 1340, gran parte dei beni – incluso il castello sovrastante l’abitato di Scurcola[2] – passò alla ricca famiglia romana degli Orsini, con i quali i De Pontibus erano imparentati e condividevano già il potere nella Marsica occidentale. Ai De Pontibus, ormai De Ponte, rimase soltanto il feudo di Corcumello con il suo castello, in cui l’ultimo erede si ritirò definitivamente. A Corcumello i De Ponte dimorarono stabilmente fino a fine ‘400, quando l’ultima donna della dinastia si sposò con l’erede di un’altra ricca famiglia locale, quella dei Vetoli. Questi, di probabile origine reatina e di fazione guelfa, si erano apertamente schierati con Carlo D’Angiò nella battaglia del 1268 ed avevano conseguentemente beneficiato della sua riconoscenza negli anni seguenti. Con il matrimonio tra Sante Vetoli e Buzia (o Tuzia) De Ponte, il castello medievale di Corcumello assunse la denominazione di De Ponte-Vetoli e le relazioni con l’altra potente famiglia degli Orsini si rafforzarono ulteriormente, tanto è vero che, quando il re Alfonso II di Napoli, per frenare le mire espansionistiche di Carlo VIII di Francia, affidò a Gentile Virginio Orsini la difesa del Regno di Napoli, quest’ultimo inviò come ambasciatore a Firenze proprio Sante Vetoli. Già dai primi del ‘500, tuttavia, il dominio degli Orsini sulla Marsica cessò per l’affermazione della famiglia nemica dei Colonna, uscita vincitrice dal confronto con i primi e divenuta titolare dei ducati di Tagliacozzo e Albe e delle baronie di Carsoli e della Valle Roveto[3]. Il predominio dei Colonna sarebbe durato fino all’abolizione della feudalità ad inizio ‘800[4], mentre, a livello locale, già a partire dal ‘700 la famiglia De Ponte-Vetoli iniziò a spostare i propri interessi da Corcumello a Scurcola, dove acquisì dalla famiglia Simeoni il grande palazzo del ‘500 che è oggi noto come “Palazzo Vetoli”[5]. A tale riguardo, c’è da dire che nel tempo i Colonna, pur mantenendo un potere nominale sulla zona come duchi di Tagliacozzo, si mostrarono sempre meno interessati ai propri feudi abruzzesi ed il vero controllo sul territorio venne delegato sempre più alle famiglie qui stanziate, come i Vetoli appunto. Dal catasto fatto redigere nel ‘700, in particolare, risulta che i Vetoli avessero propri possedimenti, oltre che a Corcumello e a Scurcola, tra gli altri anche a Cappadocia, Cappelle, Castellafiume, Magliano, Pescocanale, Sorbo, Tagliacozzo, “Villa di Tagliacozzo” e Cese.
Qui, nel frattempo, si erano succedute le stesse dinastie della contea (poi ducato) di Tagliacozzo, seppur mescolate con altre influenze nobiliari soprattutto di stampo ecclesiastico. A tale riguardo, c’è da dire che immediatamente dopo la vittoria su Corradino, una delle prime preoccupazioni di Carlo D’Angiò fu quella di limitare – o meglio, estirpare – la presenza benedettina nella Marsica. “Smantellò così le antiche predominanze benedettine ed anche farfensi nell’Abruzzo, per lasciare il posto ai suoi monaci cistercensi di Citeaux. Per disegno programmato di questa sua politica ecclesiastica, prostrò immediatamente i conventi di S. Maria in Valle Porclaneta e quello di S. Maria di Cese entrambi di istituzione benedettina nei Piani Palentini. In Cese, ad esempio, iniziò un periodo di crisi demografica e religiosa, tanto che in un documento del 1313 la località fu registrata nella Curia del Re Roberto come casale del Monastero di S. Maria della Vittoria a Scurcola”[6]. Dopo l’investitura dei Colonna, Cese visse un periodo di centralità grazie alla predilezione verso il luogo da parte della stessa casata; una predilezione testimoniata dai frequenti soggiorni estivi e soprattutto dalle donazioni di cui beneficiò la chiesa locale, in primis il prezioso organo ed il grande dipinto raffigurante la battaglia di Lepanto donati da Marcantonio Colonna tra il 1571 e il 1584. Già cinquanta anni prima, i Vescovi Maccafani redigevano e firmavano a Cese almeno tre atti ufficiali, segno di una presenza stabile che andava oltre la devozione per la chiesa locale[7]. Questa, tra l’altro, aveva beneficiato di un importante intervento di ristrutturazione già nel 1470, fu restaurata secondo le tendenze rinascimentali nel 1532 e venne ulteriormente arricchita ed impreziosita nel 1578 e nel periodo 1671-1675[8]. La seconda parte della risposta alla domanda iniziale è probabilmente contenuta in queste evidenze. Plausibilmente, a Cese non è stato edificato alcun palazzo nobiliare né un vero e proprio castello perché il “palazzo” e il “castello” esistevano già, e coincidevano con l’ampia struttura in mano all’autorità vescovile, verso la quale – se si include l’antico tempio locale – confluivano la devozione e le donazioni delle più ricche e influenti famiglie nobiliari, quella dei Colonna su tutte. Come già riportato, la “Via Castello” esistente a Cese prima del terremoto non poteva che far riferimento all’esistente palazzo vescovile (a sua volta sorto sui resti del monastero benedettino), munito tra l’altro di alte strutture che consentivano lo schieramento difensivo a protezione dell’antico tempio. Secondo quanto attestato dal Corsignani, tale palazzo, collegato alla chiesa da una scala segreta e fornito di un passaggio interrato (un cunicolo) verso la torre campanaria, era chiuso da una porta in stile gotico simile a quella della chiesa stessa ed aveva un accesso tramite un ponte di pietra. Una conformazione che, a ben guardare, non si differenzia sostanzialmente da quello di un castello o di un palazzo fortificato, tanto più che al tempo non erano rari i collegamenti diretti con i templi religiosi. Tuttavia, la presenza prima dei monaci benedettini e poi dei canonici e dell’autorità vescovile avevano reso questo “palazzo” privilegio della Chiesa, almeno fino alla decadenza del ‘700[9]. La dimensione marcatamente ecclesiastica del luogo, legata anche alla vocazione del tempio di Cese a santuario[10], ha plausibilmente inibito l’instaurarsi di altre presenze fisiche di rilievo, in una sorta di religioso rispetto a cui le dinastie nobiliari hanno più o meno consapevolmente contribuito con la loro devozione.
L’assenza di tracce storiche su castelli e residenze nobiliari propriamente dette è in generale comune a diversi centri marsicani e palentini, come ad esempio quello di Cappelle (almeno stando alle fonti storiche attuali). In questo senso, Capistrello fa storia a sé in quanto vi si rintracciano alcuni feudatari già nel XII secolo (in particolare Simone e Crescenzo “di Capistrello”[11], assoggettati ai Conti dei Marsi), mentre in quello successivo vi appare il castello medievale di Collescidio, situato in località “Castellano, la Torre” e tassato in epoca angioina con Capistrello sotto il nome di “Califanum” o “Caliponium”[12]. Nel suo territorio originario, tra l’altro, si trovava l’eremo di Santa Maria del Monte, ma del castello non sono rimaste tracce note. Si sa invece che lo sviluppo del luogo fu legato soprattutto alla presenza dei Colonna, con la realizzazione dell’omonimo “Tratturo” (importante arteria di comunicazione nella Valle Roveto) e l’istituzione della Dogana. Non è ad oggi nota, invece, la fondazione dell’unico palazzo di cui sia rimasta traccia in paese, ossia quello è che oggi conosciuto come “Palazzo Lusi”, apparentemente di origine trecentesca. Sebbene le fonti siano in questo caso più labili, dunque, apparentemente anche Capistrello aveva un proprio incastellamento, a quanto pare più orientato verso la Valle di Nerfa. Sui Piani Palentini, invece, oltre alle rocche di Scurcola e Corcumello si ergevano anticamente le fortezze di altura come quella di Monte San Felice e, soprattutto, il castello di Pietraquaria, edificato e poi ampliato dai Conti Berardi tra il 1050 e il 1250. L’appoggio dato da Pietraquaria e Cese a Corradino di Svevia portò alla successiva vendetta di Carlo D’Angiò ed alla conseguente decadenza, cui però Cese riuscì a reagire grazie alla particolare centralità di culto accordata al luogo. Tale preponderante centralità, tuttavia, rappresenta assieme il principale motivo per cui le altre dinastie locali non attecchirono in paese con residenze proprie, ma si limitarono a sostenere ed arricchire l’antica chiesa e a conservare rispettosamente la prerogativa vescovile dell’attiguo palazzo.
[1] «Odorigo De Pontibus, nell’anno 1269 successivo alla battaglia, ottenne da Carlo d’Angiò a favore degli Scurcolani l’esenzione dal pagamento dei cosiddetti augustali, annui tributi che dovevano pagare al sovrano per le spese di guerra. E ciò in risarcimento dei gravi danni sofferti causa della battaglia avvenuta nel loro territorio. […] Si vuole che i De Pontibus traessero il cognome dalle vaste proprietà che avevano tra Scurcola, Cappelle, Magliano, Antrosano il cui centro ha un ponte a più arcate, ora diruto, chiamato “setteponti”». (Ennio Colucci)
[2] Il castello, composto da nucleo centrale e torre, era stato edificato nel Duecento dai De Pontibus; gli Orsini poi lo trasformarono con un intervento rinascimentale fino a fargli assumere la configurazione attuale, risultato anche di successivi ritocchi operati dai Colonna nel XVI secolo.
[3] Nel 1497, dopo un periodo di battaglie contro la famiglia rivale degli Orsini, i Colonna arrivarono a conquistare stabilmente il potere nella Marsica; a loro Re Federico II di Napoli concesse e successivamente confermò le numerose terre dei comitati di Albe e Tagliacozzo: «Taleacozzi, Alba, Cellanum, Criculae, Roccam de Brato, Perisi, Collis Intermontis, Rochiae de Cerro, Verrechiae, Capadotis, Petrellae, Paleanis, Castelli de Flumine, Curcumelli, Caesae, Scurculae, Pody, S. Donati, Scanzani, S. Mariae, Castelli Veteris, Marani, Terani, Tusely, Speriandidi, Corvary, Castelli Manandi, S. Anatoliae, Ricciolo, Magliani, Paterni, Avellani, Luci, Trasacchi, Caressi, Civite Dantinae e Cappellae» (D. LUGINI, Memorie, p. 306 – T. BROGI, La Marsica, – p. 317) (fonte: https://santanatolia.it/storia/capitolo-iii ).
[4] In realtà, gli Orsini tornarono a governare sul territorio di confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio dopo la vittoriosa battaglia di Magliano del 1528, ma detennero il potere solo fino al 1559, quando succedettero stabilmente i Colonna.
[5] Tra il 1730 e il 1740 Giulio Vetoli sposò Agata Simeoni, sorella di Pietrantonio, ricco possidente di Scurcola. A Scurcola, tra l’altro, esistono altri palazzi storici come Palazzo Ottaviani-Pompei, Palazzo Bontempi, Palazzo Tuzi-Marimpietri.
[6] M. Di Domenico, “Cese sui piani palentini”
[7] Senza dimenticare che già due secoli prima, ed esattamente nella ricorrenza di Pasqua del 1324, nella chiesa di Cese erano convenuti i chierici e gli abati di ogni chiesa del circondario per versare il proprio contributo, la cosiddetta “decima”, al vescovo dei Marsi Giacomo de Busce.
[8] «Avezzano – Giustificazioni dall’anno 1671 all’anno 1675. Attestazioni di pagamenti 1671 1675 rilasciate dall’Erario del Principe Colonna come compenso per prestazioni di varia natura tra cui: accomodi al fontanile, cavatura della petra, taglio della legna. Lavori di scarpello fatti da Alessandro Lanzini nel Palazzo Colonna in Avezzano e nel fontanile di “piano di Valentino” in Capistrello. Lavori di scarpello alla chiesa della Madonna Santissima in Cese» (Archivio di Stato L’Aquila. Colonna di Roma, Ducato di Tagliacozzo (1625-1863) Inventario G. Lippi – M. Zonfa 1991 Strumento n. 46).
[9] M. Di Domenico: “Durante il periodo tellurico marso degli anni 1703-1706, cadde definitivamente in rovina il palazzo vescovile. I ruderi, o ex celle dei monaci benedettini, furono abbandonati alle ortiche e negli anni divennero pericolosi per l’incolumità pubblica, tanto che i Massari del comune di Cese nel 1779 avanzarono richiesta di intervento straordinario per quei brandelli di mura che pericolosamente rischiavano di crollare sulle prospicienti abitazioni civili” (Archivio Diocesano dei Marsi, fondo B, 49, fasc. 1046, an. 1779).
[10] https://storiedellecese.com/2023/05/03/quando-cese-era-meta-di-pellegrinaggio/
[11] Ad esempio Visignum, l’antica Bisegna, viene indicata come feudo di Simone di Capistrello nel Catalogo dei Baroni del 1152, mentre nel Catalogo del 1173 il castello di Canistro risulta feudo di Crescenzo di Capistrello.
[12] Capistrello, ad ogni modo, era probabilmente già incastellato nell’XI secolo.
<Rielaborato ed arricchito dalle fonti citate>















