[Storia delle Cese n.160]
da Roberto Cipollone
L’analisi storico-sociale del Ventennio fascista si scontra inevitabilmente con posizioni ideologiche che spesso compromettono la possibilità di interpretare i fenomeni conservando la necessaria obiettività e adesione alla realtà. In questo contesto, invece, si vuole ricostruire l’evoluzione di una piccola realtà come quella di Cese all’interno del più ampio fenomeno nazionale di crescita, maturazione e caduta del fascismo, con riferimento alle labili tracce lasciate in questi luoghi. Non c’è, dunque, nessuna pretesa di giudizio, né volontà di assecondare alcuna teoria politica; non avrebbe senso, in un contesto tanto limitato, isolato e lontano dai centri di potere. Si possono, invece, mettere insieme le testimonianze storiche esistenti per cercare di interpretare la dimensione locale di un fenomeno che ha segnato la storia dell’Italia contemporanea.
“Eravamo tutti fascisti”, ha scritto, tra gli altri, Andrea Camilleri. “Quello ti insegnavano e in quello credevi”. Lui che, a soli dieci anni, aveva mandato una lettera a Mussolini per chiedere di partire come volontario in Abissinia. Questo è uno degli elementi fondamentali da considerare: l’educazione fascista aveva una dimensione totalizzante e accompagnava “normalmente” la crescita dei bambini e dei ragazzi in ogni fase. C’era una divisa per tutti, in modo che, crescendo, si fosse già pronti a “credere, obbedire e combattere” da buoni soldati. Da “figli della Lupa” (ragazzi e ragazze dai 6 agli 8 anni) si passava a “balilla” e “piccole italiane” (8-14 anni), poi, tra i 14 e i 18 anni, ad “avanguardisti” (preparati militarmente) e “giovani italiane”; infine, dopo i 18 anni e fino ai 22, i ragazzi entravano nei “Fasci Giovanili di Combattimento” e le ragazze nelle “Giovani fasciste”. L’espressione “eravamo tutti fascisti” non pretende di essere vera alla lettera; i dissidenti, gli oppositori e i critici del regime erano presenti e anche fortemente osteggiati, ma il fascismo, di fatto, aveva permeato tutti gli ambiti della società civile, attecchendo forse di più lì dove erano minori le possibilità di informarsi e avere contezza dell’assoggettamento forzato, della violenza squadrista, della limitazione delle libertà e della generale repressione del dissenso. Nei piccoli paesi, d’altra parte, facevano più facilmente breccia le dichiarazioni altisonanti, i premi di natalità assegnati alle famiglie numerose e i regali della “Befana fascista” (introdotta nel 1928 e diventata poi “Befana del Duce”), che alcuni anziani di Cese ricordano ancora. Per quanto riguarda i premi e le esenzioni, in particolare, tra le deliberazioni del Podestà di Avezzano si trova traccia di “concessioni di esenzione tributaria per famiglia numerosa” accordate nel 1937 a Cipollone Domenico fu Giuseppe (che aveva avuto 12 figli, 4 dalla prima moglie Sabina Cipollone e 8 dalla seconda Gemma Patrizi) e a Cipollone Carmine fu Berardino (che aveva avuto 15 figli dalla moglie Giacoma Patrizi). Risale invece al 1939 l’attestazione di un sussidio di 3.200 lire concesso a Cipollone Domenica di Francesco “per parto trigemino”[1]. È interessante notare come all’interno delle stesse deliberazioni del podestà, in corrispondenza dell’assegnazione di incarichi pubblici venisse specificato “iscritto al partito fascista”, come nel caso del dottor Giocondo Cipollone (“medico capo della 132^ legione MVSN”) oppure “iscritta ai sindacati fascisti”, come nel caso della dottoressa Maria Cesari di Roma, nominata titolare a Cese per pochi mesi nel 1936. L’iscrizione al Fascio era una discriminante anche per chi si trovava sotto le armi o per chi richiedeva determinati benefici o premi, che spesso arrivavano alla popolazione solo in minima percentuale. Raccontava anni fa Lidia Petracca: “Per il fatto che Giocondo era nell’esercito, andavo a ritirare ogni lunedì 13 lire e 5 soldi. Era il ’35, ed a quelli che si erano arruolati volontari con i fascisti invece davano altre 20 lire a settimana. Sabatina mi portò una domenica alla legione ad Avezzano per vedere se potevamo ricevere anche noi lo stesso compenso. Entrammo in questo palazzo indorato e loro, tutti pieni di sé, mi chiesero dove fosse Giocondo. Io risposi che era alle grosse manovre nel Cadore, con l’esercito. Loro allora mi dissero che, visto che non era fascista, era il Re a doverci il denaro: “Se il Re è un fesso, non ci siamo noi”. Nell’occasione di una nascita, a chi era volontario fascista davano la culla, le lenzuola, una gallina… Quando a me nacque Peppina non mi diedero niente; io provai a chiedere se ci fosse qualcosa anche per noi, ma mi risposero: “Non sei fascista…”. Giocondo non aveva la tessera, una volta gliela volevano assegnare ma io la rifiutai: “Sémo campato fino a mmó, e campémo puri dóppo”, dissi. Poi gli chiesero anche il favore di andare a prendere i regali dei fascisti all’Aquila, perché lui sapeva come muoversi. Giocondo andò a piedi, con le gambe fasciate, riportò 7 pacchi con magliette, calzettoni, francobolli, cartoline e li consegnò al Fascio delle Cese. Ancora devono chiamarlo per dargli qualcosa; di quei pacchi a Cese non è stato distribuito niente”.
Anche Cese aveva dunque il proprio “Fascio di combattimento”[2], insediato in uno dei locali a piano terra dell’edificio di “Don Pèppo”. Nei mesi di occupazione tedesca, tra l’altro, una parte dello stesso edificio sarebbe stata requisita dalle truppe naziste ad uso di uffici militari e comando. Un aneddoto legato a quei giorni racconta che in una circostanza i militari vollero far salire su una jeep il nipote del proprietario di casa per un giro di piacere, sostenendo che il bimbo, di appena un anno, assomigliasse a Mussolini per via dei pochissimi capelli biondi che lo facevano assomigliare ad un “piccolo duce”. Al tempo, davanti allo stesso edificio si recavano in molti per ascoltare le notizie trasmesse via radio e su uno dei balconi faceva bella mostra di sé un grosso altoparlante, che amplificava le trasmissioni sintonizzate sui discorsi del Duce, così come i notiziari del giorno. Sembra, a tale riguardo, che l’apparecchio e l’altoparlante fossero stati forniti da don Vittorio Braccioni, il cui rapporto con alcuni esponenti e aderenti al fascismo merita un’analisi più specifica. Don Vittorio, nominato nel 1921 e congedatosi nel 1946, è stato infatti parroco a Cese per tutto il Ventennio e poco oltre, ed ha avuto modo di relazionarsi con il regime con modalità fra loro contrastanti. Uno degli episodi riportati dai testimoni del tempo si riferisce ai primissimi tempi di ministero del parroco a Cese. Dopo la marcia su Roma del 1922, in particolare, si andavano diffondendo le “squadre d’azione” e, a quanto pare, anche a Cese uno sparuto gruppo di giovani volle emulare tali formazioni, facendo immediatamente sapere al prete che, se non si fosse uniformato alle loro indicazioni, prima o poi lo avrebbero purgato per dargli una lezione. Don Vittorio, di tutta risposta, rese di dominio pubblico le loro intenzioni e, sempre dall’altare, aggiunse: “Dite agli ‘squadristi’ che li aspetto questa sera alle 9 per la via del cimitero. Dipenderà ovviamente dagli sviluppi dell’incontro la mia o la loro pelle”. Il prete si recò poi puntualissimo all’appuntamento, così come alcuni curiosi che, da dietro le siepi, cercavano di seguire l’evolversi della situazione; dei quattro spavaldi, però, non si vide ombra. A tale proposito, sempre i testimoni del tempo fornivano due spiegazioni: secondo la prima, si trattava di pochi codardi che non godevano di alcuna considerazione in paese; inoltre gli stessi sapevano che il prete possedeva un regolare porto d’armi, sebbene è risaputo che non ne abbia mai fatto uso. Un episodio simile veniva riportato anche da “Richetto” Cipollone, che raccontava: “Un giorno, un giovinastro alto fino al soffitto, ma piuttosto sprovveduto e poco scaltro, lo apostrofò malamente, dicendogli che prima o poi lui ed i suoi amici lo avrebbero purgato come facevano i fascisti con chi non si voleva piegare. Lui ascoltò quelle minacce senza rispondere, poi gli vibrò un colpo tra capo e collo talmente forte da farlo rovinare a terra”. Lo stesso don Vittorio, però, era amico strettissimo del dottor Giocondo Cipollone, referente locale del partito tanto apprezzato da essere poi nominato, a metà degli anni ’30, segretario politico della sezione di Avezzano. Il dottore, “jo méteco Cipollone”, era allora un’autorità in paese, per via delle riconosciute capacità professionali e per le non comuni doti umane che tanto lo avevano fatto apprezzare dalle persone comuni e dai notabili, tra cui appunto il parroco. I due erano soliti discorrere a lungo, presumibilmente più di arte e di cultura che di politica, nel corso delle loro passeggiate e nei momenti di comune libertà. L’amicizia con il referente politico, tuttavia, non preservava il parroco dagli attacchi di alcuni fascisti locali, che, come riportato, in alcuni casi lo avevano minacciato senza mezzi termini.
La figura del dottor Giocondo Cipollone risulta senz’altro centrale nel contesto politico e sociale del periodo. In un pro-memoria conservato nell’Archivio Storico del Comune di Avezzano a firma della locale sezione dell’associazione nazionale mutilati e invalidi – datato 31 ottobre 1924 – si trova traccia dei primi incarichi del medico in paese e viene riportato il dettaglio delle preferenze di voto raccolte dalla lista del fascio. Si legge infatti: “Cese aveva prima del terremoto una regolare condotta medica, il cui titolare era il Dott. Gentile attualmente qui nel capoluogo. Essendosi laureato un giovane del paese Sig. Cipollone Giocondo, Vice Presidente della nostra Sezione, venne stabilito un sussidio di L. 3000 annue per il servizio che egli presta alla popolazione. Poiché è naturale ed è anche un ottimo professionista si chiede a nome della sezione che Domenica 26 corr. ha votato un ordine del giorno a proposito e a nome della frazione benemerita per aver votato compatta la lista del fascio (260 voti) che venga ripristinata la condotta medica, in modo da mettere il Dottor Cipollone in pianta stabile. Dal Comune parte una lotta sorda contro il Cipollone specialmente da parte dei Segretari appunto per l’atteggiamento suo e della popolazione nei riguardi delle elezioni”. Nel documento si lamentava dunque un ostruzionismo di stampo politico alla nomina del dottor Cipollone, il quale avrebbe però trovato in futuro pieno sostegno ed autorevole collocazione all’interno della locale sezione fascista. Oltre che in tema di incarichi professionali a Cese e ad Avezzano, il nome del dottor Cipollone torna anche in alcune cronache politiche cittadine, come riportato dal saggista Fulvio D’Amore in riferimento alla visita dell’ispettore nazionale Stefano Bonfiglio ad Avezzano il 9 marzo 1937. “Alcuni giorni dopo, l’ispettore del partito nazionale fascista Stefano Bonfiglio raggiunse la città di Avezzano accolto dalla banda della legione Monte Velino, percorrendo le maggiori strade della città e «suscitando viva ammirazione». L’alto esponente del partito elogiò il comportamento svolto dal nuovo segretario politico Giocondo Cipollone e quello della segretaria del fascio femminile Jole Pennazza, cui si doveva l’inquadramento «delle masse rurali e l’ottimo funzionamento delle due sezioni del refettorio materno»”[3]. Torna anche in alcuni scritti relativi a Cese, tra cui un articolo del Messaggero del 4 dicembre 1940 in cui il segretario del Fascio illustrava i pregi storici del paese e coglieva l’occasione per esaltare i lavori di bonifica effettuati lungo la Rafia. Scriveva Cipollone: “La popolazione attuale, che supera di poco un migliaio di abitanti, è dedita all’agricoltura, ritornata discretamente redditizia, dopo l’esecuzione dei lavori di bonifica del primo tratto del torrente Rafia, decretati nel 1927 dal Duce. Non è da dubitare che la lungimirante politica rurale del Regime restituirà, quanto primo (sic), ai Piani Palentini la fertilità di cui andavano famosi nel passato, con una parziale deviazione delle acque del Liri attraverso il canale Arunzo recentemente riaperto per i lavori di costruzione del nuovo acquedotto di Avezzano”. In linea con gli stessi propositi di esaltazione del regime, tanto più rilevanti dal momento dell’entrata in guerra dell’Italia, avvenuta sei mesi prima, il segretario politico concludeva l’articolo con un paio di analogie tra mondo contadino e ruolo militare, descrivendo in particolare due persone di Cese: “… una giovanissima donna del popolo va a rivolgere una duplice invocazione alla Vergine: la vita per il nuovo fiore che si appesta a sbocciare dal grembo, il ritorno vittorioso del suo uomo che, in camicia nera, porta le armi della patria nella quarta sponda[4]”. Infine, a chiusura dell’articolo, scriveva: “In una angusta piazzetta, un robusto artigliere in licenza siede, dominatore, sulla sommità di un cospicuo cumulo di pannocchie e, con la stessa imperturbabilità che gli fece meritare un encomio sul campo di battaglia, funziona da regista dell’armonioso coro delle ‘scartocciatrici’ ”.
Il rapporto tra il sacerdote e il dottor Cipollone rimase sempre stretto; secondo il racconto di Oreste Cipollone, “quando il medico morì, prima della tumulazione della salma don Vittorio tenne un’orazione funebre tanto profonda e sentita da impressionare tutte le persone convenute al rito. Tra loro c’erano ovviamente tanti personaggi autorevoli e in quell’occasione ricordò la figura del medico sempre disponibile con i compaesani e impegnato in tanti progetti civici e sociali”. La sua figura, tra l’altro, torna anche nelle vicende del periodo di occupazione tedesca, sebbene soltanto in forma di referenza “post-morte”. L’esigenza, nel caso specifico, era quella di rendere più credibili gli ex-prigionieri dell’esercito alleato ospitati a Cese, vestiti da contadini e mandati a lavorare nei campi con un proprio, nuovo nome[5]. Per questo, per renderne credibile l’identità da comuni fascisti e fugare eventuali sospetti, nelle loro tasche trovavano spesso posto, oltre ad oggetti di uso locale, anche una falsa tessera del Fascio di combattimento e uno o più “santini” di persone morte poco tempo prima, tra le quali appunto Giocondo Cipollone (morto il 26 gennaio 1943) e, in un caso particolare, il podestà di Nespolo Loreto Finamonti. Sulla presenza di quest’ultima figura, tra l’altro, si dovrebbe aprire un’ulteriore ricerca, figurando Finamonti tra le vittime delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944) in seguito alla condanna nazista per aver aiutato soldati inglesi e americani e sostenuto i partigiani rifugiati sulle montagne. Un podestà che aveva evidentemente ripudiato il sistema nazifascista, ma sul cui tremendo destino probabilmente non si era, al tempo, ben informati.
D’altra parte, in quegli anni le contraddizioni non mancavano, né erano infrequenti i ravvedimenti pentiti di tanti tra quelli che avevano accolto favorevolmente l’ascesa del fascismo (“Quello ti insegnavano e in quello credevi”), per poi ricredersi davanti alle leggi razziali, alle deportazioni e alla scoperta degli stermini e delle stragi nazifasciste. Un’altra vicenda ambientata a Cese sembra rimarcare queste contraddizioni, con riferimento al racconto del soldato britannico John Joel, ospitato dalla famiglia di Augusto Cosimati. Secondo il racconto dell’ex-prigioniero, infatti, il fratello di Augusto, Franceschino, era il rappresentante fascista locale (“the Fascist Mayor”, addirittura), ma al contempo era stato lui a procurare i documenti falsi per proteggere i soldati alleati presenti in casa. Scriveva Joel: “Vic[6], che era più basso di me e aveva folti capelli neri e ricci, stava con Franceschino, che era il fratello di Augusto ed era il rappresentante fascista. La sua casa era al centro del paese, sulla piazza. Vic parlava un italiano credibile ed era già stato presentato a un soldato tedesco come il cugino Giovanni, venuto dalla campagna. Aveva anche una carta d’identità contraffatta, chiamata Tessera, sulla quale era stata apposta la sua foto, tratta dalla carta d’identità militare, opportunamente ritoccata. Mi dissero che il timbro ufficiale fascista era stato trasferito con il semplice procedimento di far rotolare un uovo sodo caldo (senza guscio) su una Tessera autentica e subito dopo sul falso”. In un’altra testimonianza si legge: “Il compagno di Joel [Vic] era ospitato dal referente fascista locale, che aveva predisposto le carte d’identità e lo presentava come cugino a due tedeschi, anch’essi alloggiati presso di lui”[7]. La spiegazione più plausibile è che Franceschino fosse al tempo solo un ex referente locale del Fascio, stante l’evidente aiuto fornito ai soldati alleati; altrimenti, non avrebbe potuto dare alloggio all’ex-prigioniero né predisporre per lui e per altri le false carte d’identità necessarie a proteggerli dai tedeschi alloggiati in casa sua. In generale, dalle testimonianze del tempo emerge come nei mesi di occupazione il discrimine non fosse più rappresentato dall’essere o meno fascisti, e neanche dall’esserlo stati, ma dalla fondamentale scelta di campo tra giusto e sbagliato.
Un’ultima testimonianza, in particolare, chiude il cerchio rispetto alla prima affermazione assieme realistica e provocatoria dell’“eravamo tutti fascisti”, e risale ai primi giorni successivi alla liberazione del paese da parte delle truppe neozelandesi. La riporta nel suo diario il soldato Antonio Ricciardi, ospitato per diversi mesi in casa di Nazareno Marchionni e Maria Cosimati. Un soldato che dopo l’armistizio cercava di tornare a casa, a Palermo, e che da “traditore” era ricercato dai nazisti, ma che non vedeva una colpa nel solo essere fascisti.
L’indomani andarono per le case. Vennero pure da noi. Era il tenente Zelandese e alcuni soldati. Dopo aver bevuto il vino di Maria mi chiese se in paese ci fossero dei Fascisti. «Certo che ce ne sono – gli risposi – Siamo tutti fascisti. Tutti gli Italiani sono Fascisti e molti lo saranno ancora». «Why?». «Perché? Perché tutta l’Italia era Fascista. Non capisci? Eppure è tanto semplice». […] Ero furente. Non con lui personalmente perché, povero ragazzo, faceva il suo dovere. Sentivo di ribellarmi a qualche cosa che non riuscivo a definire. Mi sentivo gli occhi brucianti di lacrime. Odiavo quei ragazzi biondi venuti da un altro mondo, mandati a liberarci… Era ancora una umiliazione che sentivo. E reagivo protestando in italiano. Mica era mio dovere esprimermi in inglese! A poco a poco mi abituai. Incontrai ancora il sottotenente e ci fermammo a chiacchierare, in inglese. Gli spiegai il mio stato d’animo di quella mattina. Quello sorrise e disse di comprendermi. Gli dissi che avevo fatto anch’io come lui, in Russia. Si andava per le case a chiedere se ci fossero Comunisti. Ma dopo le prime volte non facevo più la domanda. Era stupido e poi, cosa mi importava se in paese c’erano i Comunisti? Era ovvio che ce ne fossero. Era un paese Comunista.
La riflessione del soldato italiano sintetizza bene la necessità di contestualizzare il fenomeno del fascismo senza la pretesa di arrivare a condannare o a salvare un intero popolo sulla base di quel che è stato. Non eravamo tutti fascisti e forse la questione conta poco, in un passaggio storico doloroso di cui è quantomeno necessario conoscere la realtà.
[1] Oltre ai premi citati, si segnala anche una “Concessione premio di natalità al Dott. Di Rocco Tommaso, medico condotto interino nella frazione Cese” risalente al 31 marzo 1944. Altre concessioni e riconoscimenti destinati a famiglie di Cese potrebbero essere contenute nei “Premi di nuzialità e di natalità” legati alla “Giornata della madre e del fanciullo” (dal 1933). Si segnala, inoltre, l’esistenza di un apposito ufficio comunale “Unione Fascista famiglie numerose”.
[2] I “Fasci di combattimento” erano attivi già dal 1919 e con la fondazione del Partito Nazionale Fascista nel 1921 erano diventati la struttura di base del movimento nazionale. Il “Fascio di combattimento” di Avezzano era stato fondato il 30 gennaio 1921, quello di Cese è certamente successivo di qualche anno ma la sua costituzione non è ad oggi databile con certezza.
[3] https://www.terremarsicane.it/la-costante-mobilitazione-delle-masse-marsicane-nel-processo-di-integrazione-fascista-marzo-1937/
[4] Con “quarta sponda” dell’Italia si indicava la Libia, così definita in seguito alla guerra italo-turca del 1911-1912.
[5] Ad esempio, i due ufficiali inglesi Peter Winder Allsebrook e David Mitchell, ospitati da Maria Venditti, assunsero le generalità di Pietro Cipollone e Luigi Bruno, con proprie carte d’identità abilmente contraffatte.
[6] Nella realtà il luogotenente Wiggin.
[7] Archivio Monte San Martino Trust (https://archives.msmtrust.org.uk/pow-index-2/joel-john/): “John Joel describes excellently his life with the Cosimati family at Cese (Avezzano) with their six children and livestock in close proximity. The father is much pleased when his guest can follow the evening prayer in Latin. Joel’s companion is housed by the Fascist Mayor who arranged for identity cards and introduces him as a cousin to two Germans also billeted on him”.
<Articolo originale elaborato da O. e R. Cipollone, “Padroni di niente” (2019), O.Cipollone, “Don Vittorio – Abate di Cese”, e dalle altre fonti citate>




