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L’arte sartoriale, il ricamo e “jo labboratorio”

[Storia delle Cese n.157]
da Osvaldo Cipollone

Alcune delle attività praticate in passato in paese sono giunte, ovviamente trasformate, anche ai giorni nostri. Tra queste non si può non citare l’arte sartoriale, del ricamo e del cucito, un tempo praticata non solo dalle donne. Uno dei primi sarti di cui si ha memoria a Cese è Nicola Galdi, detto per l’appunto “jo sartóro”. Questi, nato nel 1878, era addirittura capace di realizzare un pantalone nella stessa giornata in cui gli veniva commissionato. Una volta prese le misure, partiva a piedi per Avezzano e lì si riforniva del materiale occorrente per realizzare il capo di vestiario, eseguiva la lavorazione e in serata consegnava il tutto al o alla committente. Era con merito considerato un grande camminatore ed una volta, per realizzare dei materassi ad una sposa, arrivò a piedi fino ad Aielli. Lì pernottò e, una volta finito il lavoro, tornò nuovamente a piedi a Cese. Uno dei suoi figli, appresi i segreti del mestiere, continuò la sua stessa professione. Si tratta di Vincenzino Galdi, detto appunto “jo sartorijjo”, classe 1916, il quale ha svolto a lungo questo mestiere passando anche attraverso vicende singolari e dolorose. Nel periodo dell’occupazione tedesca, in particolare, ha prestato la sua opera artigianale sia agli occupanti che ai rifugiati, sistemando divise, rammendando pantaloni e cucendo indumenti. Successivamente, però, la cattiva sorte gli ha riservato un malvagio tranello. Oramai Cese e la Marsica erano stati liberati dagli Alleati e la vita riprendeva, seppur con difficoltà, il proprio corso. Un giorno, in particolare, Vincenzo si stava recando verso Villa San Sebastiano insieme ad uno sfollato per restituire un vestito che gli era stato commissionato; mentre camminava, però, incappò in una mina nascosta sotto il suolo e saltò in aria. Nella sventura ebbe salva la vita, ma purtroppo perse una gamba. La generosità disinteressata che lo aveva contraddistinto anche in precedenza gli venne riconosciuta con attestati di stima e di merito inviatigli in maniera ufficiale, mentre visse la propria normalità continuando a svolgere l’attività di sarto. Nel frattempo un giovane del posto, Antonino Cipollone di Anello, aveva frequentato un corso specifico e stava iniziando la stessa attività di sarto, interrotta poi di fatto per emigrare in Australia.

Le donne hanno da sempre appreso e praticato le tecniche del cucito e del ricamo in famiglia; alcune, poi, ne hanno fatto una vera e propria arte e hanno trasformato quelle conoscenze in una professione, in alcuni casi formalizzata, in altri svolta informalmente. Tra i nomi del passato si ricorda a Cese Angelina Cosimati, mentre fino a qualche anno fa ha svolto attività analoga Giulia Cipollone. Angelina “la romana”, classe 1896, cuciva ogni sorta di vestito femminile in conto terzi ed in paese era ricercata per tale servizio. Giulia, classe 1933, ha sviluppato le proprie doti seguendo il corso tenuto dalle suore presso il “laboratorio” e si è specializzata come ricamatrice lavorando su commissione per coloro che desideravano un corredo personalizzato e di alto livello. Venendo ai giorni nostri, invece, il riferimento locale nell’arte sartoriale è Elena De Angelis, “la sarta”. Sul citato “laboratorio” delle suore c’è da dire che in passato, soprattutto nel secondo dopoguerra, queste iniziative erano piuttosto diffuse, specialmente nei piccoli centri, perché fornivano rudimenti apprezzati in vista di un possibile mestiere da far apprendere alle giovani. Con il laboratorio di cucito e ricamo, infatti, le ragazze potevano non solo imparare le lavorazioni utili in casa e per la preparazione del corredo, ma iniziare a realizzare piccoli lavori remunerati ed aiutare così l’economia familiare. C’è poi da dire che partecipare al corso era anche un modo per socializzare e staccarsi per un po’ dagli occhi vigili dei genitori, date le rare occasioni di svago che erano concesse (soprattutto) alle ragazze. A Cese, in particolare, “jo labboratorio” è iniziato verosimilmente a metà anni ’50, dopo l’arrivo in paese delle suore (1954). Le religiose, infatti, oltre a curare l’istruzione dell’asilo infantile, insegnavano anche l’arte del ricamo alle giovani del posto, le quali seguivano con interesse e passione i consigli e i segreti dell’esperta docente, suor Vita, che faceva applicare le allieve anche in piccoli restauri di paramenti e stendardi sacri[1].

Con riferimento all’antica arte della tessitura, invece, c’è da dire che il più delle volte questa era ad appannaggio di coloro che possedevano il telaio ed erano propensi a prestare collaborazione a chi doveva realizzare il corredo per le proprie figlie. Per filare i tessuti che sarebbero serviti per il corredo, lavorare a maglia o ricamare, in tempi più lontani le giovani si ritrovavano d’inverno all’interno di granai, magazzini e stalle, dove sedevano su panchette di fortuna o balle di paglia facendo cerchio attorno ad un rudimentale braciere, un secchio o “jo cóppo” con tizzoni accesi o torsoli di “mazzòcche”. Spesso, mentre lavoravano, le ragazze tiravano fuori dalla tasca un fazzoletto immacolato e su una delle due facce punteggiavano frasi romantiche da lasciare “ajjo spuso”. Una di quelle più frequenti, a detta delle anziane, recitava: «Quando lavori la terra e sudi, asciugati la fronte con questo e pensa a me». Un messaggio d’amore che passava attraverso i fili intrecciati e le storie che anch’essi racchiudevano.


[1] Si veda al riguardo il restauro dell’antico stendardo della SS. Trinità

<Articolo originale elaborato sulla base di testimonianze e reminiscenze personali. Fotografie di Ercole Di Matteo, Michele e Alfredo Cipollone>


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