[Storia delle Cese n.156]
da Osvaldo Cipollone e Padre Nicola Petrone
Sebbene di carattere schivo e riservato, Padre Enrico Cipollone è stata una figura di alto spessore umano e cristiano della nostra comunità, oltre che un esempio affascinante di sacerdote. Eccetto qualche rara occasione, nel suo paese natale poco si sente parlare di lui, specialmente ora che non c’è più. Quando esercitava il suo ministero sacerdotale, appariva (forse come è giusto che fosse) solo come uno dei tanti frati di cui è stata ricca la comunità di Cese. Da informazioni dirette e documentazioni fedeli, invece, padre Enrico emerge come una figura unica, un frate che poteva far parlare di sé anche ad alti livelli, ma che ha preferito rimanere sempre nell’ombra. Era uno dei numerosi figli di Polisia e Giuseppe Cipollone (conosciuto in paese come “jo Generale” semplicemente perché abitava in “Via General Cantore”). I coniugi Polisia e Giuseppe vantavano una singolarità che ha dato loro lustro e vanto, ossia quella di aver avuto in famiglia ben tre sacerdoti. Dopo Padre Enrico, infatti, hanno intrapreso la strada religiosa due suoi fratelli, diventati poi “Padre Rocco” e “Padre Rodolfo”.
Agli inizi della sua fanciullezza Enrico, come tutti i suoi coetanei, dopo la scuola collaborava nei lavori della campagna ed accudiva il gregge di famiglia, conducendolo al pascolo alle pendici del Monte Salviano. Forse proprio da un episodio legato a questa attività nacque la prima idea di entrare in convento per seguire le orme di S. Francesco. Enrico era infatti solito unire il proprio gregge a quello di Umberto, un suo coetaneo che abitava a S. Lucia, nella parte nord del paese. Un giorno, in particolare, erano gli inizi del 1944, le pecore, giunte in località “Sorefarìno” (Solferino), vennero condotte dai due pastorelli in mezzo alle “cesétte”, i querceti che occupano la zona pedemontana del Salviano. Tra la vegetazione trovarono una verde radura, molto appetitosa per gli ovini, e qui si fermarono. Spostatisi poi più su, dove era possibile osservare ed ammirare sia la campagna che le pendici della montagna, rimasero a sorvegliare le greggi controllandole dall’alto. Dopo un po’ videro avvicinarsi dalla sommità del monte una persona che scendeva muovendosi frettolosamente fra il pietrame e gli arbusti. Osservandone il portamento incerto e gli indumenti mal ridotti, i due pastorelli furono presi da un certo timore. Il forestiero, invece, gli fece cenno da lontano chiedendo un pezzo di pane ed un sorso d’acqua. A quanto pare, dunque, vagava da tempo sul monte. La richiesta bastò a rassicurare i due timorosi adolescenti (a quel tempo avevano solo 11 anni), che si avvicinarono all’uomo. Si sarebbe saputo solo dopo che si trattava di Padre Antonio Tchang, un sacerdote cinese che era giunto sulla montagna sopra Cese fuggendo dal carcere di Avezzano. Padre Antonio doveva essere infatti sottoposto a fucilazione proprio quello stesso giorno, ma un “provvidenziale” bombardamento del carcere gli restituì la libertà. In precedenza, lo stesso frate aveva operato carità e dato sostegno a molti prigionieri politici, soldati ricercati dai nazisti e sfollati. Per questo era stato quindi processato e condannato a morte. Il giorno del bombardamento era dunque scappato fra le macerie e, dopo essere stato soccorso da una famiglia di Avezzano, si era rifugiato su Monte Cimarani, dove era rimasto per diversi giorni cibandosi di bacche, salvia e timo, prima di uscire allo scoperto per chiedere aiuto ai due giovanissimi pastori. Dopo il loro incontro, entrambi si proposero di accoglierlo nella propria famiglia. Enrico, da parte sua, rivelò al fuggitivo di aver già in casa e nella stalla altri dodici prigionieri e che quindi un ospite in più non avrebbe stravolto la situazione. Così Padre Antonio venne accolto presso la casa “dejjo Generale” e rimase a Cese per qualche tempo, prima di trovare rifugio in Vaticano dopo un viaggio altrettanto rocambolesco.
L’incontro con il sacerdote ed il rapporto che mantenne con lui fecero maturare in Enrico un autentico interesse verso la fede e la religione; a lui stesso rivelò di voler continuare la sua stessa missione: “Prima di ripartire per la Cina”, gli disse, “insegnami la strada da percorrere”. Il 28 settembre del 1946 Padre Antonio Tchang si presentò a Cese, pronto per ripartire. Enrico, intanto, aveva trovato la strada per continuare l’opera del missionario. Così, i genitori prepararono in fretta le poche cose necessarie e il giorno dopo, il 29 settembre 1946, Enrico partì per Assisi con il frate cinese. Fu così che il pastorello di Monte Cimarani entrò nella serafica città di San Francesco per seguire le sue orme e realizzare un sogno: essere uomo di carità e donarsi ai fratelli bisognosi. La dura vita conventuale non fiaccò il suo animo né il giovane corpo, abituato a ben altre fatiche. Nemmeno l’impegno per lo studio severo lo turbò più di tanto, anzi nel suo percorso mostrò attitudini eccellenti, riuscendo in tutte le materie. Quello che un pochino lo rattristava era la lontananza dalla sua famiglia e dal paese, ma gli insegnamenti del padre ed i suggerimenti di Polisia gli fecero superare anche questo lieve disagio. Terminati gli studi liceali, iniziò quelli filosofici. Seguirono anni agitati dalla “Crociata Missionaria” ed Enrico intuì che qualcosa stava cambiando. Ottenne l’autorizzazione a frequentare il corso accademico a Roma e durante questo periodo incominciò a pensare seriamente all’ordinazione sacerdotale e si preparò diventando diacono. Così il parroco di Cese, don Angelo Leonetti, in collaborazione con i familiari ed i fratelli chierici, Rocco e Rodolfo, attivò i preparativi per la prima messa solenne in paese. Questa fu celebrata il 19 luglio del 1959 e fu un giornata di grande festa per la popolazione, per mamma Polisia e per tutta la famiglia “dejjo Generale”. Dopo i festeggiamenti, Padre Enrico tornò a Roma per gli esercizi spirituali, per terminare gli studi e conseguire la licenza in Sacra Teologia, che ottenne alla fine dello stesso anno. In quello successivo ebbe l’impegno di preparare le liturgie per la messa solenne del fratello Padre Rocco, dopodiché si mise a completa disposizione del Padre Provinciale. Questi gli affidò la cura e la formazione di un folto gruppo di giovani che frequentavano il collegio di Atri. Gli studenti ripagavano il suo impegno con belle soddisfazioni, apprendevano suggerimenti e consigli, oltre alle nozioni impartite da lui, ed erano allietati dalle tante storielle, aneddoti e barzellette che raccontava loro per render la scuola meno noiosa. La sua cordialità, il perenne sorriso, la sua disponibilità ed umiltà lo fecero apprezzare da tutti quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo. D’altra parte il collegio di Assisi, fucina nella quale ci si arricchisce di sentimenti profondi, e la scuola, che ingentilisce anche i temperamenti più rozzi, non avevano potuto che giovare ad un animo nobile e caritatevole. Dal canto suo, Padre Enrico ha ricevuto molto dall’esperienza religiosa e dall’insegnamento dato ai ragazzi. In seguito definì “un periodo di vita magico” l’esperienza di collaboratore del rettore e tutore dei tanti ragazzi. Gli adolescenti lo hanno sempre seguito quasi con venerazione e sono rimasti attaccatissimi a lui, tanto che molti lo hanno scelto come loro padre spirituale. Ognuno ha poi seguito la propria vocazione, realizzando sogni personali ed ottenendo belle soddisfazioni, ma quel precettore così giovane, socievole e gioioso (come erano i tanti pastorelli del suo paese) è rimasto sempre vivo nei loro cuori.
Nel settembre del 1963 Padre Enrico fu nominato parroco della chiesa di Sant’Antonio a Pescara, una delle parrocchie più importanti della città adriatica, oltre che santuario frequentatissimo. Qui poté dedicarsi in maniera più intensa alla preghiera ed alla contemplazione, maturando l’idea di seguire l’esempio del “suo maestro” missionario Padre Tchang. Dopo quattro anni di sacerdozio, infatti, scrisse al Padre Provinciale per realizzare un grande progetto. “Dopo maturata riflessione, eccomi a farLe presente il mio desiderio di andare in terra di missione. Fin da bambino nutrii nel mio cuore questo ideale apostolico e parte importante ne fu certamente la singolare relazione che ebbi con P. Tchang. Ora penso sia giunto il tempo per realizzarlo con la Sua benedizione … Tanti potranno fare il parroco a Sant’Antonio, ma penso che il posto che io avrei dovuto avere in terra di missione forse nessuno voglia sdebitarmelo … ”. Per ironia della sorte, però, il Provinciale inviava missionario in Korea il fratello Padre Rocco, il quale non ne aveva fatto richiesta e si trovava allora a Civitella del Tronto ad esercitare l’insegnamento ai novizi. Era forse il destino a muovere i programmi di quell’Ordine o la Provvidenza aveva altri disegni? Probabilmente si rivelò vera la seconda ipotesi, e Padre Enrico rimase nel “suo” Abruzzo, dove poteva seguire molteplici attività, sempre con il suo temperamento forte. Appassionato di musica e musicista egli stesso, volle da subito arricchire la propria chiesa di un pregevole organo, con cui poi iniziò a cimentarsi in alcune composizioni. Dopo l’elezione del nuovo Ministro Provinciale, Padre Enrico fu confermato parroco di Sant’Antonio e ricevette anche l’incarico di guardiano del convento. Con il suo carattere fraterno, socievole e gioviale, continuò a dimostrarsi aperto e comprensivo con tutti. In seguito, qualche contrasto tra il Provinciale ed il Superiore lo spinse a dimettersi, ma le dimissioni non furono accolte e gli vennero confermati i due incarichi. Giunto infine all’esasperazione, motivò in una lettera le rinnovate dimissioni dichiarandosi “incapace di eseguire ordini disfattisti”. Nella stessa lettera rimise nelle mani del Provinciale i due incarichi, ottenendo quindi quello di “delegato provinciale per la musica sacra”, incombenza che lo portò a prendere parte a vari incontri nazionali in tutta Italia. Con rinnovato entusiasmo seppe così affinare le proprie doti musicali e, dopo dieci anni di permanenza a Pescara, chiese di essere trasferito a Silvi Marina, nella parrocchia-convento di Santa Maria Assunta, dove rimase altri quindici anni. Tra i propri scritti ha lasciato in particolare una serie di omelie incentrate sulla forma sistematica ed organica della catechesi da trasmettere ai fedeli. Dalle stesse si nota anzitutto l’impegno nella preparazione; Padre Enrico, infatti, non lasciava mai spazio all’improvvisazione, se non per regalare sorrisi con le sue tante storielle ed i numerosi racconti (anch’essi lasciati per iscritto). Con la propria semplicità di linguaggio ed il calore della parola riusciva a comunicare incisivamente e a raggiungere il cuore di chi lo ascoltava. Parlava del messaggio di San Francesco con passione, riscuotendo consensi e suscitando entusiasmo specialmente quando definiva gli attenti uditori come “ferventi francescani”. Oltre che abile musicista, Padre Enrico era un provetto esecutore ed un ottimo insegnante; forse anche per questo riuscì a dotare la parrocchia di Silvi di un importante organo che ancora oggi è il vanto della chiesa di Santa Maria Assunta. Nel 1987 fece la stessa cosa per la chiesa di San Francesco, a Tagliacozzo, dove nel frattempo aveva richiesto ed ottenuto di andare, dopo tre anni passati nel santuario di S. Maria dei Lumi, a Civitella del Tronto. Per riuscire nell’intento aveva sensibilizzato confratelli e privati, e coinvolgendo anche le autorità ottenne gli aiuti necessari. È forse anche grazie alla sua opera che ancora oggi tanti ragazzi del posto frequentano gli studi musicali ed il conservatorio. A chi allora non poteva permettersi lo stesso “lusso” per questioni economiche (pur avendo attitudine e buona volontà), Padre Enrico impartiva lezioni gratuite, anche con l’ausilio di un pianoforte ricevuto in dono da una famiglia. Nel tempo ha comunque continuato a comporre brani di musica sacra, lasciando una messa, alcuni canti liturgici e vari mottetti. Ha scritto anche pezzi meno impegnati, oltre ad una deliziosa “Ninna Nanna”. Ha creato una “Schola cantorum” che porta il suo nome e che esegue ancora oggi i suoi brani, come d’altra parte il coro di San Francesco che opera sempre a Tagliacozzo. Durante il suo ministero sacerdotale ha manifestato sempre amore e carità verso tutti. Ha accolto ed accudito sacerdoti anziani, ha curato chi era afflitto da dolori e malattie, ha abbracciato i frati allontanati dall’Ordine, addolcendo i loro bocconi amari. Ha accompagnato e seguito sempre quelli che erano costretti a letto o in ospedale. Ha passato settimane intere al capezzale di un confratello e ha noleggiato un’ambulanza per riportare lo stesso a Pescara una volta resosi conto che la sua fine era vicina. Sarebbero tanti altri gli esempi di generosità da annoverare nel corso della sua breve vita, ma a rendergli onore e gloria bastano le definizioni con le quali veniva e viene descritto. Si comportava nello stesso modo con tutti, metteva a proprio agio anche i più umili e quelli meno acuti o preparati. Sapeva far convivere vecchi e giovani, amici e nemici, buoni e malvagi, semplicemente perché possedeva il carisma della dolcezza. Viene ricordato ancora oggi come una persona mite, meravigliosa, un frate premuroso, sorridente e persino spassoso, che – con quella voce velata da una leggera raucedine – salutava cordialmente tutti con il classico augurio francescano di “Pace e Bene”. Allo stesso modo ha salutato la brulla terra che lo ha visto nascere ed i pascoli sassosi del Monte Salviano per raggiungere spazi più verdi. Lo ha fatto alla giovane età di 55 anni, la notte del 13 settembre del 1990, dopo una notte trascorsa in raccoglimento, meditando sulla Croce e rivivendo le Sacre Stimmate di San Francesco per raggiungere, come fosse una fedele transumanza, i pascoli dell’Eternità da povero pastorello.
Per una trattazione più estesa del suo percorso, si riporta di seguito un estratto del volumetto “Tre vite – Un grande ideale. L’amore”, pubblicato nel 1992 da Padre Nicola Petrone e dedicato a Padre Enrico, Padre Mario Di Pasquale e Padre Angelo Aceto. Seppur non lusinghiero nei riguardi del luogo di origine e inficiato da diverse inesattezze, il testo rappresenta comunque un segno tangibile del lascito di Padre Enrico nella sua comunità, nei suoi fedeli e nel territorio.
P. ENRICO CIPOLLONE
I CAMPI PALENTINI
Chi ricerca sulle carte geografiche “Cese di Avezzano”, molto probabilmente resterà deluso. Ad eccezione di qualche carta topografica o cartine locali, questo centro, collocato alle spalle di Avezzano, non fa storia, quindi non è segnalato sulle carte geografiche nazionali e regionali. Eppure di fronte a questo centro agricolo di circa 500 abitanti, collocato alle falde del monte Salviano, ad un tiro di schioppo dal santuario della Madonna di Pietraquaria, si stende una fertile pianura che va sotto il nome di “Campi Palentini”. In questo vasto territorio si svolse nel 1268 la storica “battaglia di Tagliacozzo”, tra Carlo D’Angiò e Corradino di Svevia. In questo minuscolo centro marsicano, ricco di sacerdoti e fucina di vocazioni religiose, avevano la loro casetta i coniugi Giuseppe Cipollone e Polisia Marchionni che si erano uniti in matrimonio nel 1927. Erano sposi fedeli ed austeri, saggi e cordiali, ospitali e gentili con tutti. Essendo una coppia aperta alla vita, nel 1929, accolsero Vincenzo, primo di otto figli; nel 1931 venne Amedeo mentre il 19 gennaio 1933 era la volta di Enrico di cui parleremo in questo breve scritto. Negli anni seguenti verranno a rendere più gaia e festosa la famiglia Cipollone, Rocco, Giovannina, Maria, Rodolfo e Ottaviano. Giuseppe, conosciuto da tutti con il soprannome di “il generale”, era grande lavoratore e “cercava di prendere più lavoro possibile” nei campi e nella pastorizia e voleva che tutti i suoi figli si impegnassero a fare qualche cosa ed era suo grande desiderio “il migliora mento della situazione esistenziale” dei Cipollone. I figlioletti, non appena raggiungevano l’uso di ragione, erano subito inseriti, a pieno titolo, nella problematica della famiglia, cooperando ognuno secondo le proprie forze, per il suo incremento economico e spirituale. Chi aiutava il babbo nel lavoro dei campi, chi si dedicava alla pastorizia e chi cooperava con la mamma nelle faccende domestiche. Mamma Polisia, donna religiosa, aperta alla carità, oltre ad aiutare il marito nel lavoro dei campi ed accudire la numerosa famiglia, con un modo sbrigativo e convincente, sapeva richiamare tutti al santo timore di Dio. Se qualcuno dei figli combinava qualche marachella, tornato a casa subito la raccontava a mamma Polisia, che con un bacio gli donava il perdono. In paese, tutti stimavano la famiglia del “Generale”, ma soprattutto ammiravano e rispettavano mamma Polisia, per la sua fede e per il modo umano di comportarsi con tutti. Enrico, da bambino, pensava: “Anch’io devo essere una persona rispettabile come mamma!” Essa è stata per lui, per la famiglia e per i paesani un modello di vita. Giunto alla maturità, P. Enrico scriveva: “Mamma, tu mi hai insegnato solo le cose belle. Tu mi hai raccontato solo le cose vere. Mamma, tu mi hai detto come si parla. Tu mi hai fatto vedere come si ama. Mamma, tu mi hai detto come si saluta. Mamma, tu mi hai fatto vedere come si prega…”.UNA FANCIULLEZZA FELICE
P. Enrico ha lasciato una serie di racconti inediti, dal titolo un po’ enigmatico “DIETRO LA MONTAGNA” e dal sotto-titolo eloquente: “Dalla Ringa all’altare”, nei quali ci ha descritto, in modo impareggiabile, la sua fanciullezza, partendo dal 1942 fino al 1946. Sono racconti semplici ma ricchi di umanità: la gioia del bimbo che può allevare un cucciolo; la serietà del ragazzo che porta le greggi paterne ai pascoli; la sensibilità dell’omino che collabora per il progresso della famiglia; la forza d’animo del giovinetto nel trovarsi dinanzi ad un lupo affamato; ecc. Le parole chiavi per la sua infanzia e per la formazione del suo carattere si trovano nel racconto “Luigi di Minchitto”: “Ogni ragazzo cresce bene proprio se obbedisce e se ama”. Enrico è stato un ragazzo obbediente, dedito al lavoro e, da piccolo, ha avuto un grande cuore, amando tutti con generosità. Durante l’anno scolastico, la mattina frequentava regolarmente la scuola elementare del paese e, nel pomeriggio, mangiato un boccone di pane, in compagnia dei cani “Furbetta e Baruffa”, portava le pecore al pascolo. I prati più belli erano a sua disposizione: Cimaranna, Santa Barbara, i Cauni, ecc. Enrico è vissuto in questo mondo pastorale, a contatto con la natura, sereno, spensierato e felice. In quegli anni ci fu anche la guerra: la guerra incuriosisce i piccini ma spaventa i grandi… Dopo il bombardamento di Cassino, i Tedeschi ripiegarono verso il Centro-Nord, facendo “terra bruciata” dovunque si accamparono. Giunsero anche nei dintorni di Avezzano, portando morte, prigionia e sfollamento. La casa del “generale” ospitò una quindicina di prigionieri, fuggiti dalle mani dei tedeschi ed uno dei più zelanti nel custodire questi malcapitati fu il piccolo Enrico.UN INCONTRO PROVVIDENZIALE
Non ancora si usciva dall’inverno del 1944, ed un giorno abbastanza mite, Enrico ed Umberto di S. Lucia misero insieme i loro greggi e li portarono a pascolare nella zona del Sorofarino. “Girarono verso le casette e trovarono una buona radura, da dove potevano scoprire la campagna e la montagna e si sedettero a mangiare”, quando videro un uomo che veniva verso di loro. Era un forestiero. “Chiese un pezzo di pane e un po’ di acqua. Tanto bastò per rassicurare i due ragazzi. Enrico ed Umberto si avvicinarono ed offrirono pane ed acqua. Fattosi ancora animo, il forestiero chiese se poteva restare con loro. Enrico gli disse che lui ospitava già dodici prigionieri…ci sarebbe stato posto anche per lui”. Il forestiero era P. Antonio Tchank che aveva svolto un’immensa opera caritativa tra prigionieri, sfollati e perseguitati politici, in nome del Vaticano, durante tutta la guerra. Poiché migliaia di persone erano state beneficate dall’illustre religioso, questi fu ricercato per monti e per valli dai soldati tedeschi; agguantato, fu processato e condannato a morte. “Legato dentro un sacco, fu scaricato nel carcere di Avezzano”. “Ma il bene è come una muraglia che ciascuno edifica a propria protezione”, ripeteva spesso P. Antonio Tchank. La mattina della fucilazione il carcere di Avezzano fu bombardato e il buon cinese si trovò libero inaspettatamente, per volere della Misericordia divina. Fuggito dalla città si spinse verso i monti Cimarani dove restò quasi isolato, per circa venti giorni, finché non incontrò i due pastorelli che lo presentarono ai loro genitori. Anche dalla casa “nascondiglio” del generale, Tchank continuò la missione nel venire incontro ai prigionieri, agli sfollati e alle famiglie disastrate dalla guerra. Nel giugno del 1944 arrivò l’esercito alleato e, tutti si sentirono più liberi, ma la miseria e la fame aumentarono, anzi erano le uniche ricchezze che prosperavano in ogni famiglia. Il buon Padre cinese, sia tramite il Vaticano che attraverso l’Assistenza Internazionale, riuscì ad ottenere viveri e medicinali e venne incontro alle necessità della povera gente. Con la fine della guerra Tchank tornò a Roma e si preparò per il grande ritorno in Cina, ma prima della partenza volle rivisitare i benefattori beneficati di Cese e, con una messa solenne, ringraziò Dio. In quella occasione il ragazzo Enrico gli confessò: “Vorrei continuare la tua missione in Italia. Prima di partire per la Cina, insegnami la via da percorrere”. “11 28 settembre 1946, P. Antonio Tchank si presentò a Cese…Lui era pronto per partire. Enrico aveva trovato la strada per continuare l’opera missionaria di Tchank. In fretta, i genitori prepararono le poche cose necessarie e il giorno dopo, 29 settembre 1946, Enrico partì per Assisi con il Missionario Cinese…”. Così il simpatico e cordiale pastorello del Monte Salviano entrava nella città serafica con la speranza di realizzare un sogno: essere come P. Tchank, uomo della carità e missionario di Cristo per i fratelli affamati di vita eterna.“IO TI PRESI DAI PASCOLI, MENTRE SEGUIVI IL GREGGE…”
Giunto in Assisi, il pastorello marsicano restò incantato dalle luci delle basiliche, dai colori delle pareti, dai suoni d’organo, dai festeggiamenti in onore del Serafico Padre San Francesco. Dopo la solenne commemorazione del 4 ottobre, nel ragazzo ci fu un momento di ripensamento: era stato troppo rapido il distacco dagli affetti, dagli amici, dalle pecore, dai fidi cani e, soprattutto dalla diletta famiglia. Aveva lasciato i fratelli e le sorelle che adorava; aveva dato il bacio di addio al babbo “generale” che gli era stato il primo vero maestro; aveva salutato con le lagrime agli occhi, mamma Polisia che gli aveva “insegnato solo che cose belle…”. Ebbe qualche momento di ripensamento… di rimpianto… poi, con l’inizio dell’anno scolastico, Enrico riversò tutto il suo entusiasmo nello studio. Anche se apparentemente “un po’ rozzo”, il giovanetto aveva un cuore grande e mostrava diligenza e intelligenza nell’apprendimento, affetto verso tutti, rispetto verso i superiori e buono spirito di pietà nelle cose che riguardavano Dio. Tra gli anni 1946 e il 1949 frequentò con buoni risultati le scuole medie. Per il suo carattere aperto e per lo spirito di carità che illuminava la sua giovane esistenza, fu ben voluto da tutti. L’entusiasmo che alimentava la sua vita religiosa invogliò anche il fratello minore Rocco ad entrare nel collegio missionario di Assisi, mentre, qualche anno più tardi, il fratello Rodolfo entrerà tra i Componiani [sic]. Negli anni 1949-1951 frequentò il ginnasio, alla fine del quale il rettore del collegio lo presentò al noviziato con un giudizio lusinghiero: “diligente, aperto al prossimo, buono con tutti, affezionato a San Francesco…”. Iniziò il noviziato sotto la solerte guida del Maestro P. Vittorio Di Lillo, il 3 ottobre 1951. Fu un anno di riposo dagli studi ma di formazione e di maturazione nella vocazione; fu un anno di approfondimento dello spirito francescano e di pietà. Emise i voti semplici e temporanei il 4 ottobre 1952, incardinandosi alla Crociata Missionaria di Assisi.PREPARAZIONE FILOSOFICO-TEOLOGICA
Dal 1952 al 1955 frequentò il liceo classico in Assisi, con ottimi risultati scolastici. Intanto iniziò lo studio della filosofia teoretica. Gli anni ’50 furono momento di grande agitazione in seno alla Crociata Missionaria in quanto, mentre i religiosi che la componevano cercavano di “ridefinirsi” con una propria “identità”, dedicandosi alle missioni estere, i superiori maggiori “la processarono” per eliminarla definitivamente. Fratello Enrico intuì che qualcosa bolliva “in pentola” e, prima di vedersi costretto ad iscriversi a qualche Provincia Religiosa che lui non conosceva, approfittò dell’occasione per affiliarsi alla Provincia d’Abruzzo dei Frati Minori Conventuali. Il 20 settembre 1955, scriveva al provinciale dicendogli: “Il sottoscritto…dopo aver riflettuto a lungo sulla situazione attuale della Crociata Missionaria…fa domanda a norma delle Costituzioni dell’Ordine nostro di poter essere incardinato definitivamente alla Provincia di San Bernardino e Angelo…”. Attaccatissimo alla Regione natia, da quel momento si sentì tra i religiosi d’Abruzzo come a casa sua. Con il suo carattere aperto, estroverso, sempre gioioso, diventò l’amico di tutti i religiosi anziani e giovani. Durante il periodo estivo, tornando a trascorrere le vacanze tra i “suoi fratelli”, era caro a tutti e chiunque, parlando di lui, diceva: “Che bravo giovane!”. Dopo la professione solenne emessa l’11 ottobre 1955, il P. Provinciale credette opportuno fargli frequentare il quarto anno di filosofia nel collegio di San Massimo in Padova. Al termine dell’anno scolastico il rettore del collegio, P. Luca Bridio, comunicava al Provinciale d’Abruzzo: “…Il chierico, durante quest’anno ha dimostrato tanta buona volontà e tanto attaccamento alla Provincia che fa molto bene sperare. Di intelligenza buona e di carattere sereno, il giovane saprà, lo credo, essere un buon religioso e di grande aiuto alla Provincia…”. Le ottime referenze del rettore e dei professori indussero il P. Generale a convincere il Ministro Provinciale ad inviare il giovane frate, per il corso teologico, nella pontificia facoltà di San Bonaventura in Roma, dove avrebbe potuto conseguire i gradi accademici. Il P. Provinciale accondiscese a tale richiesta e P. Enrico si recò a Roma dove frequentò il corso accademico negli anni 1956-1960. Il rettore del San Bonaventura, P. Enrico Corrà ci ha lasciato alcune relazioni illuminanti sul carattere del giovane, sull’impegno dello studente, sull’affabilità dell’uomo e riguardo alla pietà del religioso. Nel 1957 scriveva: “E’ un giovane serio e diligente, di carattere mite e quieto, un po’ rozzo. Mi sembra molto impegnato sia nella pietà che nello studio. Coi superiori è molto rispettoso e dolce, coi compagni è affabile e vive con tutti in buona armonia. Riesce bene nello studio…”. L’anno seguente, avendolo conosciuto più profondamente, lo descriveva “di indole mite e pacifica ma di carattere forte e tenace. Sotto la scorza di una certa ruvidità di tratto ha un animo gentile e caritatevole…”. Allegro, spontaneo, cordiale si sapeva porre centro della conversazione con i racconti freschi e genuini della sua infanzia, un tantino ostinato nel sostenere le sue idee, ma simpatico ed amato da tutti. Ad ottobre del 1958, iniziando il nuovo anno scolastico, volle mettere come evento centrale, dell’anno e della vita, l’ordinazione sacerdotale. Spostando in second’ordine studi e ricreazione, si pose alla completa meditazione del sacerdozio di Cristo che gli sarebbe stato trasmesso alla fine dell’anno scolastico.“ECCOMI, MANDA ME”…
Il 21 febbraio 1959, in occasione delle “Quattro Tempora” quadragesimali, ricevette l’ordinazione suddiaconale, nel collegio Germanico. Per l’occasione, scriveva sul diario: “Forse domani mi capiterà di pensare e di ricordare una preparazione immediata più forte e più ardua per il suddiaconato che per il sacerdozio…” Era stata una tappa difficile che lo aveva segnato profondamente! Il 14 marzo fu ordinato Diacono e in quel momento di esuberanza soprannaturale cantò: “Osanna a te, Maria di Sion, gioia del popolo tuo, gloria. Teco è bello vivere; il soffrire amabile; teco solo il vincere sicuro ci arride!..”. Dopo il diaconato, attese con serenità la fine dell’anno scolastico; intanto, il 30 aprile fece gli esami per il presbiterato presso il Vicariato ed andò tutto nel migliore dei modi. Dagli inizi del mese di maggio cominciò a pensare quasi incessantemente alla sua ordinazione sacerdotale. Lui avrebbe voluto che il rito dell’ordinazione si fosse svolto nella chiesa di Sant’Antonio in Pescara, ma questa chiesa era disponibile solo per il giorno 13 giugno mentre in quel periodo gli studenti erano sotto la morsa degli esami. In sintonia con i Padri Generale e Provinciale, optò per il giorno 12 luglio, “data molto comoda perché dava modo di fare ogni cosa con calma”. Frequentò gli esercizi spirituali a Galloro e si preparò accuratamente per questo appuntamento che “era la meta dei suoi studi” e la risposta alla chiamata: “Chi manderò e chi andrà per Me?”. In quel caldo mattino di luglio, nella chiesa del Sacro Cuore, in piazza Navona, solennemente addobbata, ciascuno dei 29 neo-presbiteri rispose al Signore: “Eccomi, manda me!”. P. Enrico espose il programma della sua vita sacerdotale con quattro parole, poste sul santino-ricordo del fausto evento: “Nella mia vita il Signore”. Ora che il caro confratello è tornato nella casa del Padre, si può dire senza ombra di esagerazione, che il Signore è stato l’unico fine della sua esistenza. Il giorno seguente celebrò la prima Messa presso le monache di San Liberatore, sul Gianicolo e dopo il Vangelo, sviluppò questo tema: “La carità il tuo sigillo, la fede la tua vittoria, la speranza il tuo ausilio…”. Tornò in Abruzzo per celebrare la Prima Messa solenne a Cese. In antecedenza, il parroco don Angelo, d’accordo con i familiari ed i parenti del neo-presbitero, fissarono la data della Messa Solenne a Cese domenica 19 Luglio, periodo nel quale i contadini, avendo terminato la mietitura, potevano dedicarsi serenamente alla meditazione sulla vocazione cristiana e sacerdotale. I chierici Rocco e Rodolfo, fratelli del sacerdote novello si impegnarono a sensibilizzare il popolo per il grande evento e, il 19 luglio, per il “generale”, per mamma Polisia, per tutta la famiglia Cipollone e per l’intero paese fu grande festa. Sacerdoti e laici, si fusero insieme e ringraziarono Dio che “opera meraviglie nel suo popolo”. Terminati i momenti di grande emozione, col passar dei giorni, P. Enrico lentamente si rese conto che “il Signore grandi cose operava in lui!”.I PRIMI ENTUSIASMI GIOVANILI
Dopo la metà del mese di settembre ritornò a Roma per fare gli esercizi spirituali e frequentare il quarto anno di teologia. A causa degli studi, l’attività apostolica fu molto ridotta ma, alla fine dell’anno scolastico, conseguita la licenza in Sacra Teologia, ritornò in Abruzzo. Il primo impegno lo ebbe a Cese dove dovette preparare le liturgie per la messa solenne del fratello P. Rocco, quindi si pose a disposizione del Padre Provinciale che, durante il periodo delle ferie estive lo destinò trai ragazzi che nell’autunno seguente sarebbero entrati in collegio. I giovinetti, in questa prima esperienza con i sacerdoti erano contentissimi perché, oltre a divertirsi, potevano ascoltare le favolette raccontate dal P. Enrico e frate Lorenzo che rendevano le ore amene e spensierate. Nei giorni 19-23 settembre si svolse il Capitolo Provinciale nel Convento di S. Antonio in Pescara e fu eletto Ministro P. Antonio Patelli che, avendo bisogno di giovani sacerdoti, credette opportuno fermare Enrico in Provincia, facendogli abbandonare il progetto della laurea in Teologia. Come primo impegno gli fu affidato la cura dei collegiali di Atri con il titolo di pro-Rettore. Negli anni 1960-64 nel collegio di Atri c’era un folto gruppo di giovani adolescenti che frequentavano il ginnasio. La sua missione era delicata in quanto doveva aiutare gli studenti a scoprire la loro vocazione. Ripeteva ai giovinetti: “Il chiamato si trova nella posizione del terreno preparato, si trova già di fronte a Cristo. Sono tante le situazioni e le più svariate. Il chiamato allora come in un quadro sconfinato vede tutta la sua realtà…Ma è libero di volere e di non volere, ma è libero di scegliere e di non scegliere, ma è libero di rispondere e non rispondere…”. Educò i giovani alla libertà, alla carità, alla gioia, all’amore. Ad oltre 25 anni di distanza, P. Enrico ricordava quella esperienza come “un momento magico della sua vita”. Erano stati tre anni ricchi di impegni: col suo entusiasmo, aveva indicato l’ideale francescano ai giovani; era stato insegnante esigente in campo letterario; si era mostrato sempre fratello maggiore per i suoi discepoli. I confratelli lo trovarono “amico carissimo”, i fedeli che frequentavano la chiesa di San Francesco lo ricordano “accogliente e caritatevole verso tutti”. Nel suo animo erano innate alcune prerogative come la cordialità, la simpatia e l’apertura al prossimo. In quegli anni le affinò e le rivestì di spirito soprannaturale. Il collegio di San Francesco fu la prima scuola di amore fraterno per tutti coloro che avvicinarono il giovane rettore. Gli adolescenti che vissero questa meravigliosa esperienza, sono restati spiritualmente uniti a P. Enrico oltre la sua vita terrena: è trascorso tanto tempo, ciascuno ha seguito la sua vocazione, ognuno ha realizzato i propri ideali, ma quel rettore così umano e gioioso è ancora oggi vivo nel loro cuore!MISSIONARIO IN ABRUZZO
Con il Capitolo Provinciale tenutosi a Pescara, nei giorni 3-5 settembre 1963, P. Enrico fu nominato parroco della chiesa di Sant’Antonio in Pescara. Questa parrocchia è sicuramente una delle più importanti e qualificate della città adriatica ed il “giovane sacerdote, volitivo, serio, capace dell’ufficio”, come scriveva il Provinciale nel presentarlo al Vescovo, avrebbe svolto sicuramente un ottimo apostolato in essa. Erano gli anni del Concilio e la pastorale aveva le sue enormi difficoltà: non c’era ancora il futuro, ma si calpestava il passato! P. Enrico fu un uomo saggio: seppe rispettare la tradizione aprendosi allo spirito moderno ed ebbe il merito di farsi amare dai religiosi della comunità che erano abbastanza arroccati alla “tradizione” e fu stimato dai laici che già gustavano il futuro. Il Parroco, con la filosofia di “un colpo alla botte ed uno al cerchio”, seppe venire incontro a tutti, con grande spirito di carità cristiana e di comprensione. Nella chiesa di Sant’Antonio, parrocchia e santuario, maturò anche la vocazione missionaria al giovane parroco: giovinetto, era entrato in collegio, spinto dall’esempio del Padre Tchank; era vissuto per nove lunghi anni, probando e chierico, membro della Crociata Missionaria; diventato sacerdote, credeva di poter realizzare il “suo sogno!”. Il 22 novembre 1964, comunicava al Padre Provinciale: “Dopo matura riflessione, eccomi a farLe presente il mio desiderio di andare in terra di missione. Fin da bambino nutrii nel mio cuore questo ideale apostolico e parte importante certamente ne fu la singolare relazione che ebbi con P. Tchank. Ora penso che sia giunto il tempo per realizzarlo con la Sua benedizione…Tanti potranno fare il parroco a Sant’Antonio, ma penso che il posto che io avrei dovuto avere in terra di missione forse nessuno voglia sdebitarmelo…”. Un fuoco ardente divorava il cuore del giovane sacerdote, ma il Padre Provinciale, con un atto, umanamente assurdo, inviava missionario in Korea il fratello P. Rocco che non aveva fatto alcuna richiesta di partenza e che in quel momento lavorava tranquillamente come vice-maestro dei novizi a Civitella del Tronto, e lasciava P. Enrico parroco di Sant’Antonio. Anche il Padre Eterno, a volte, scherza e si diverte con gli uomini! La missione del pastorello marsicano si sarebbe dovuta svolgere nella terra d’Abruzzo e, per il momento, nella città di Pescara. Si dedicò alle molteplici attività apostoliche della parrocchia ed impegnò molte energie per rendere ancora più bella ed armoniosa la chiesa di Sant’Antonio, con l’installazione di un grandioso organo. P. Enrico è stato un amante della musica, dilettandosi anche a comporre alcune pagine che ancora oggi si ascoltano piacevolmente. Tra il 26 e il 28 settembre 1966 fu eletto il 212° Ministro Provinciale che non solo lo confermò parroco, ma lo elesse anche guardiano del convento. Terminato il Concilio Vaticano II, ci furono alcuni anni “cerniera tra passato e futuro”, tempo di grande rinnovamento pastorale e catechetico per la Chiesa universale. Anche nella chiesa di Sant’Antonio, si predicava quotidianamente, commentando e spiegando i documenti conciliari. L’Avvento, la Quaresima, il tempo di Pentecoste, furono momenti di predicazione e di rinnovamento per i sacerdoti e per i fedeli. Anima di questo risveglio fu il parroco. In comunità era buono e comprensivo con tutti, però sapeva anche quali erano i suoi diritti e doveri. Frati e laici erano contenti di averlo come guida e padre spirituale. Poiché le cose andavano bene, il Provinciale spesso si intrometteva nella vita conventuale e facilmente richiamava, “a sproposito”, il superiore. Queste interferenze nuocevano alla serenità dei religiosi e P. Enrico, nella Pasqua del 1967 offrì le sue dimissioni da parroco e da superiore, ribadendo il desiderio di andare in Missione. Le dimissioni non furono accolte e, da uomo prudente ed ottimo “incassatore” restò con la duplice veste di guardiano e parroco. Il Vescovo era contento di avere alla guida della parrocchia un religioso rispettoso verso l’autorità, lavoratore e caro ai fedeli. I frati erano felici di essere guidati da un confratello affettuoso e simpatico. L’azione disfattista del Provinciale nei suoi riguardi, continuò fino ad esasperarlo, tanto che il 27 luglio 1968 scrisse una seconda lettera al Provinciale nella quale, tra l’altro, diceva: “Il sottoscritto…non essendo capace di eseguire precisi ordini, formalmente ingiunti, in merito alle attività pastorali e non essendo altresì capace di assolvere agli obblighi inerenti al mandato di Superiore della comunità dei frati, La prega di voler intervenire e toglierlo da parroco e superiore…”. Il 17 agosto dello stesso anno, il Definitorio Provinciale accolse le sue dimissioni da superiore, ma lo lasciò parroco di Sant’Antonio. Il P. Provinciale, intanto, riconoscendo le doti musicali del P. Enrico, nell’aprile del 1969 gli affidò l’incarico di “delegato provinciale per la musica sacra”. Questa incombenza lo impegnava anche a prendere parte agli incontri nazionali che si svolgevano annualmente in diverse città d’Italia. Lui seppe assolvere tutto con spirito di servizio e grande gioia.PARROCO DI SANTA MARIA ASSUNTA IN SILVI MARINA
Nell’agosto del 1969 si svolse il Capitolo Provinciale in Civitella del Tronto. Il neo-eletto Ministro incontrò i frati ripetute volte e fece esprimere ad essi i desideri sulle loro future sistemazioni. Quando fu il turno di P. Enrico, questi con le lagrime agli occhi, chiese di essere allontanato dalla Parrocchia di Sant’Antonio e di essere inserito, “come suddito”, in qualche altro convento della Provincia. Il P. Provinciale, comprensivo, decise di accontentarlo almeno in parte, inviandolo come parroco e superiore nel convento-parrocchia di Santa Maria Assunta di Silvi Marina. E’ restato parroco nella cittadina adriatica per 15 anni ed è stato tempo di grazia per il popolo e momento di grande laboriosità per il parroco e per i suoi collaboratori. Le numerose serie di predicazione che P. Enrico ha lasciato ordinate e dattiloscritte, ci parlano della forma sistematica ed organica della catechesi che faceva al popolo ed anche dell’impegno che poneva nella preparazione. Ciò che più colpisce in queste serie di catechesi è la semplicità del linguaggio utilizzato, la freschezza delle immagini e il calore con cui le comunicava, tanto che il contenuto andava diritto al cuore degli ascoltatori. Parlando dei fedeli della parrocchia di Santa Maria Assunta, spesso concludeva: “A Silvi sono tutti francescani”. Aveva ragione perché incontrare P. Enrico significava imbattersi con un frate caro, dolce, un po’ testardo, ma sempre cordiale, accogliente e ricco di grazia per tutti. Parlava del messaggio di frate Francesco con molta semplicità e spontaneità, anzi, annunziava qual- cosa che viveva ogni giorno, quindi sembrava tutto naturale e senza sforzo.LO SPIRITO APOSTOLICO
Durante il suo non breve periodo di vita parrocchiale ha lavorato sodo in mezzo al popolo di Dio per aiutarlo a maturare nella fede. Le sue “catechesi”, con la semplicità del linguaggio mostrano la profondità del pensiero e la completezza delle “istruzioni”. Era francescano per la gioia che comunicava e per la spontaneità, per il calore umano e per l’attaccamento a Cristo crocifisso e risorto. Dato inizio al ministero di parroco in un momento cruciale della storia della Chiesa, subito dopo il Concilio, quando si credeva che smantellando alcune incrostazioni pietistiche, si sarebbe ridato giovinezza al volto della sposa di Cristo, P. Enrico fu prudente e non eliminò nulla senza aver prima immesso qualcosa di sostitutivo. Si rese conto che non era solo un problema di maquillage ma un rinnovamento nell’anima della Chiesa. Continuò le belle funzioni liturgiche, con il canto gregoriano, le novene solenni in onore della Vergine con il canto del “Tota Pulcra” di Borroni, i tridui ecc. Durante la quaresima introdusse la predicazione serotina per commentare al popolo i documenti fondamentali del Concilio sulla “Chiesa”. Durante la quaresima del 1967 organizzò una serie di prediche giornaliere per illustrare al popolo la Costituzione dommatica “Lumen Gentium”. Durante il suo parrocato a Pescara fu incrementato il TOF che curava lui stesso, con incontri quindicinali; dette sostegno all’ AC che in parrocchia aveva il gruppo più rappresentativo e numeroso della diocesi. Anche a Silvi ha continuato sullo stile di Pescara, con una catechesi armonica e costante, ai vari gruppi della parrocchia e all’intera popolazione. Creò una “scuola per catechisti”, frequentata da un gruppo di laici ai quali, lui stesso impartiva lezioni sulla fede e sulla morale e, questi, a loro volta, con l’aiuto delle suore della parrocchia, incontravano settimanalmente i ragazzi, durante l’intero arco dell’anno scolastico, facendo catechismo. Pur non essendo andato in missione all’estero, ha svolto molto bene il suo compito apostolico tra i parrocchiani di Pescara e di Silvi.AMANTE DELLA MUSICA
Benché autodidatta, P. Enrico suonava abbastanza bene l’organo e il pianoforte e dovunque è stato di comunità, si è impegnato a fornire i conventi e le chiese di strumenti musicali come organi e pianoforti. Durante il triennio di parrocato a Pescara, si impegnò in prima persona, nel chiedere i soldi ai fedeli per acquistare un organo monumentale che, una volta installato, è stato fonte di gioiosa vita cristiana per i parrocchiani, ed ha riempito di armonia le meravigliose volte del sacro tempio. Nella bella chiesa di Santa Maria Assunta di Silvi, mancava l’organo ed il parroco, zelante ed amante della musica, si interessò con gli altri religiosi, per l’acquisto di un ottimo organo elettronico, che ancora oggi è vanto della cittadina adriatica. Venuto a Tagliacozzo nel 1987, suo primo proposito è stato quello di acquistare un organo per rendere più armoniosa la stupenda chiesa di San Francesco. Si è industriato, ha lavorato, ha cercato aiuti a tutti e, infine è riuscito nel suo intento: ha adornato il Tempio di San Francesco con un grandioso organo elettronico. Amando la musica e volendo venire incontro ai ragazzi poveri che non potevano permettersi il lusso di pagare un maestro che avesse loro impartito i primi rudimenti musicali, era riuscito ad avere in dono dalla famiglia Pelone-Di Santo, un pianoforte che gli sarebbe servito per insegnare musica ai ragazzi bisognosi ma volenterosi. Purtroppo il sogno è durato solo una settimana perché subito dopo l’arrivo del “prezioso dono” è giunta anche “sorella morte” a rapire il fratello sacerdote. P. Enrico è stato anche un discreto compositore di musica sacra: ha lasciato una messa, dei mottetti, alcuni canti ed una “Ninna Nanna”; il coro di San Francesco in Tagliacozzo, nell’arco dell’anno liturgico, spesso esegue queste musiche del “caro fondatore”. Durante il breve periodo in cui ha dimorato nella cittadina marsicana ha creato una “Schola cantorum” che porta il suo nome e continua ad animare la liturgia nei giorni festivi.L’ACCOGLIENZA
P. Enrico è stato l’uomo dell’accoglienza, il vero francescano, ricco di carità e sempre disponibile verso gli altri. Nel lungo periodo vissuto a Silvi, sia in qualità di parroco che da superiore, ha mostrato il suo tenero affetto soprattutto verso i confratelli e poi verso tutti i cristiani. Quando qualche frate si è trovato in crisi o è incappato in qualche guaio fisico o morale, ha trovato in Enrico un fratello, un amico, un compagno, un consigliere. Agli inizi degli anni ’70, fra Luigi Mariotti, intrigante, indisponente e critico verso tutti, dopo un’ennesima contestazione avuta con il Provinciale, fu da questi destinato nel convento di Sant’Agostino in Penne. Nel momento in cui ebbe l’obbedienza di dover lasciare il convento di Sant’Antonio di Pescara, il fratello brontolone e ficcanaso, si rese conto che il superiore non scherzava, ed allora, l’anziano religioso, ricco di acciacchi veri e presunti, scoppiò in lagrime. Quel mattino P. Enrico si trovava a Pescara e fu spettatore della scena. Non resse. Si recò dal Provinciale e gli prospettò la possibilità di mutare la destinazione del fratello da Penne a Silvi. Il Provinciale accolse la richiesta e il maldestro religioso andò a Silvi dove non perse né pelo né vizio ma fu accolto dal P. Enrico e dall’intera comunità con grande amore e c’è restato fino alla sua morte avvenuta nel 1981. P. Eugenio Danesi, malandato fisicamente, fu amato come un padre e lo assistette con amorevole delicatezza fino alla morte. Fra Gabriele Della Pelle, dovendo lasciare Civitella del Tronto, trovò in P. Enrico un fratello ed un amico che seppe addolcirgli la “pillola” del distacco, anche con quelle battute un po’ strafottenti che servivano a dare importanza a chi le riceveva e a sdrammatizzare ogni situazione. P. Giovanni Lerario, nobile figura di francescano e di artista, ammalatosi gravemente mentre stava con i parenti a Putignano, in provincia di Bari, vi si recò immediatamente e lo fece ricoverare nell’ospedale del capoluogo pugliese, e durante l’estate del 1973, passò settimane intere accanto al capezzale dell’illustre infermo. Alla fine del mese di ottobre, resosi conto che la medicina non produceva più alcun effetto contro il male troppo violento, noleggiò un’ambulanza e ricondusse il religioso nell’ospedale di Pescara dove, serenamente, aprì le braccia a sorella morte il mattino del 12 novembre 1973. L’elenco potrebbe continuare ma non serve. Lo spirito religioso che animava questo frate era commovente: si comportava con tutti allo stesso modo, e in ciascuno vedeva Gesù. Arrivando una persona in convento, smetteva qualsiasi attività e si poneva a completa disposizione dell’ospite, facendolo stare subito a suo agio. Se contemporaneamente arrivavano altre persone, ripeteva la stessa “liturgia” e voleva che tutti si fossero sentiti amici tra loro anche se non si erano mai incontrati prima. Aveva uno stile di accoglienza meraviglioso: sapeva mettere insieme buoni e cattivi, amici e nemici, giovani e anziani. Aveva il carisma della dolcezza e dell’amicizia; era fantastico! Le persone lo ricordano sorridente, premuroso nei riguardi degli altri, con quella sua voce un po’ velata dalla raucedine, che ripeteva a tutti il saluto francescano di “Pace e Bene”.CIVITELLA DEL TRONTO
Nel luglio del 1984, i parrocchiani e i religiosi di Silvi organizzarono solenni festeggiamenti per il suo 25° anno di sacerdozio e per i 15 anni di parrocato in quella comunità di fedeli. Intervenne anche Sua Ecc. Mons. Abele Coniglio, vescovo di Teramo. Furono giornate di spiritualità e di meditazione per il popolo, per i religiosi e per il pastore. Terminate le liturgie per le solenni ricorrenze, ci si preparò alla seconda fase del Capitolo Provinciale, momento in cui bisognava ristrutturare le comunità conventuali. Dopo 21 anni di vita parrocchiale, P. Enrico chiese a P. Giorgio Di Lembo, Ministro Provinciale, di fargli vivere un periodo di vita religiosa in un convento dove non vi fosse parrocchia. Il Padre Provinciale lo accontentò, inviandolo in qualità di superiore nel santuario di S. Maria dei Lumi, in Civitella del Tronto. In questa casa bella, spiritualmente ricca, con dei fratelli generosi e cordiali, ha vissuto tre anni sereni durante i quali ha incrementato lo spirito di fraternità e di accoglienza ed ha fatto sì che il convento diventasse vero luogo dove si conviene da più parti per una medesima finalità: amarsi, rispettarsi, crescere in Dio. Alla domanda: “Come passi la giornata in un convento dove c’è tanto poco lavoro da fare?” Rispondeva: “Ho tempo di pregare senza fretta; quando vengono i fratelli posso stare con loro, con più tranquillità; ho tempo per fare comunione con tutti; preparo bene le omelie domenicali e ogni predica che sono invitato a fare nelle chiese della Valle Vibrata; vivo il mio francescanesimo in una forma piena ed autentica”. Non era un tempo di riposo ma un momento di approfondimento del suo essere francescano e presa di coscienza del ministero sacerdotale. Nel triennio trascorso a Civitella ha pubblicato “Tre quaderni” su “Santa Maria dei Lumi”, dove riporta “notizie, fatti e cronache” degli ultimi cinque secoli. Con il solito stile semplice, in apparenza sembra che narri tante favolette, invece è una storia seria ed interessante che conquista l’attenzione del lettore.“…MI DIMETTO DA SUDDITO…”
Dopo il triennio trascorso a Civitella, P. Enrico chiese di fare l’esperienza di “frate semplice”, senza responsabilità. A Civitella aveva avuto qualche problema cardiaco; non tutto funzionava bene; non poteva permettersi di fare lunghe scalate in montagna ma era costretto a semplici passeggiate in pianura. Il P. Provinciale gli prospettò il convento di Tagliacozzo e lui, non avendo problemi né di luoghi né di persone, accettò. L’inizio del suo soggiorno nella cittadina marsicana non fu proprio tranquillo e sereno. In questa casa religiosa, per oltre 10 anni c’era stata una comunità religiosa “speciale”, che aveva orari particolari e ritmi di preghiera molto densi e prolungati. Nel primo Capitolo Conventuale, il nuovo arrivato chiese agli altri religiosi il rispetto dei ritmi consoni a tutte le comunità della famiglia francescana d’Abruzzo. Dopo qualche piccolo intoppo, con un po’ di difficoltà, si trovò un discreto equilibrio; questo sforzo non fu indolore né per P. Enrico né per gli altri membri della comunità preesistente. P. Enrico, essendo di carattere forte, deciso nel sostenere le proprie idee, discutendo si mostrava tutt’altro che accomodante alle posizioni altrui, quindi qualche volta soffriva e faceva soffrire. In quella occasione, la reciproca pazienza e perseveranza fu buona medicina che ammorbidì le posizioni e si raggiunse lo spirito di carità. Negli anni in cui è stato di famiglia a Tagliacozzo, ha aperto le porte del convento ai giovani e ai meno giovani, ha creato una scuola di latino per gli studenti che avevano lacune in questo campo, ha organizzato una “schola cantorum”, è riuscito a vivere la fraternità con tutte le persone che lo hanno avvicinato. Sin dagli anni giovanili, P. Enrico era un amante della montagna dove ci si recava ogni settimana, quasi come un rito; negli ultimi anni, a causa dei disturbi cardiaci, preferiva passeggiare invece di fare delle vere e proprie scalate, ma non ci rinunziava mai. Nel mese di febbraio del 1990 trascorse la “settimana bianca” a Rigopiano e fu il colpo di grazia per la sua salute! Fu aggredito da una broncopolmonite virale, con febbre altissima che lo ridusse in fin di vita. Per alcuni mesi sopportò questo stato di grande malessere, abbozzò, ma sempre fedele al suo carattere, non volle chiamare i medici né richiese qualche visita specialistica, in quanto non aveva fiducia in essi, e si preparò alla partenza! Per puro caso e quasi con inganno, un medico suo amico riuscì a fargli fare un’accurata visita da più medici che diagnosticarono scompenso cardiaco, broncopolmonite e vari malanni, con urgente bisogno di ricovero in ospedale; ma lui coerente con se stesso, non dette loro ascolto e continuò a “curarsi con le erbe”. Era sempre allegro e brillante e, di tanto in tanto, ripeteva: “Mi dimetto da suddito!”. Si è sempre ascoltato che coloro che hanno incarichi e li vogliono lasciare, per ritrovare la loro libertà, si dimettono, ma chi non ha nessun impegno che cosa può rifiutare? Da che cosa può dimettersi? Ecco, Enrico rifiutava il ruolo di suddito e, ragionando, trovava la spiegazione per tutto: “Visto che il superiore non vuole esercitare il suo ruolo, io mi dimetto da suddito e così tutti siamo uguali…”.“…VERRO’ COME UN LADRO NEL MEZZO DELLA NOTTE…”
Dal 10 al 13 settembre 1990, P. Enrico visse giornate molto impegnative che lo stancarono fino alla morte. Non stava bene; qualche anno fa aveva avuto un inizio d’infarto; avrebbe dovuto stare sotto osservazione medica, invece lui, sempre fedele alle sue idee, continuò ad andare avanti come se nulla fosse mai accaduto, incurante degli inviti dei medici, utilizzando qualche infuso di erbe medicamentose ed aumentando gli inutili sforzi. Lunedi, 10 settembre volle accompagnare con la macchina il fratello Amedeo nel Molise; fu una sfacchinata enorme: tornò a notte fonda in convento e durante le restanti ore non riuscì a chiudere occhio. Il mattino seguente comunicò ai religiosi di sentirsi molto agitato e di provare grande stanchezza. Quando un confratello gli consigliò di consultare un medico, cambiò subito discorso e, con la sua giovialità, si mise a narrare ciò che era accaduto a lui e al fratello il giorno precedente. Mercoledì, 12 settembre, fece visita alla sorella Maria, residente a Cese, portandole i saluti onomastici, poi, risalendo per la via che da Castellafiume va verso Petrella Liri, si fermò con gli altri religiosi che lo accompagnavano nella fonte di San Pietro. Dinanzi alle acque fresche di questa fonte, scesi dalla macchina, tutti i religiosi fecero una tranquilla passeggiata lungo la strada e il caro Padre, tra una battuta e l’altra, riconfermava l’idea di “dimettersi da suddito”. Alla domanda: “Ma che significa: – Dimettermi da suddito? -“, tutto soddisfatto rispondeva: “Visto che il guardiano non vuole assumere il ruolo di guida della comunità, io mi dimetto e siamo tutti uguali”. Forse sentiva che qualche cosa non andava bene dentro di sé, forse percepiva che si stava spezzando qualche filo che reggeva l’impalcatura del suo essere, avvertendo la fine imminente! Poiché si sentiva stanco, il superiore gli suggerì di non uscire dal convento il giorno 13, giovedì, ma di riposarsi e di farsi fare una visita medica, da qualche bravo dottore. Di rimando: “Non mi far mangiare, non mi far bere, ma non dirmi di non uscire il giovedì; ormai è un rito: mi incontro con gli altri frati, stiamo insieme, passeggiamo quando non possiamo fare delle scalate, respiriamo aria pura, siamo persone nuove nel corpo e nello spirito”. …Partì con P. Angelo Aceto ed andò in Atri, a Silvi, a Prati di Tivo, a Roseto e poi, verso le ore 22, ritornò a Tagliacozzo. Felice, tutto soddisfatto, non appena rientrò si bevve un bicchiere di vino e narrò tutte le peripezie della giornata e, con il suo solito entusiasmo, dette la buona notte ai fratelli. Fu una notte lunga per il caro fratello: meditò sulla Santa Croce; rivisse le Sacre Stimmate di San Francesco; incontrò il Padre e restò con Lui per l’eternità. Quella notte fu il nuovo meriggio per P. Enrico. Al mattino, giorno della Esaltazione della Croce, come al solito, la comunità si recò in chiesa per celebrare l’ufficio divino e meditare i misteri del Dio incarnato, crocifisso e risorto. Ma P. Enrico non c’era; si trovava già in quella visione beatifica a contemplare le meraviglie del Padre Celeste. Tutti pensarono che fosse stanco ed avesse bisogno di maggiore riposo, invece lui già si trovava nel riposo eterno dove l’unica “Lucerna è l’Agnello!”. Verso le ore 10, il padre superiore, visto che non ancora si destava, andò nella camera del confratello per vedere come stava e rendersi conto di che cosa avesse bisogno: lo chiamò, gli andò vicino, gli mise la mano sulla fronte e, allora si rese conto che non stava più con noi! Sembrava che dormisse con quel sorriso alquanto ironico, in una posizione comoda e pacifica. Sorella morte giunse nel mezzo della notte, indolore, senza che lui se ne accorgesse! Una dipartita così improvvisa ha creato sconcerto e dolore nei confratelli e nel popolo, ma tutti, dietro l’insegnamento del fratello, hanno ripetuto: “Sia fatta la tua volontà”, Nel santino “ricordo” si è voluto riassumere tutto l’insegnamento che viene dalla vita del P. Enrico: “Uomo aperto all’amicizia, disponibile, cordialissimo con tutti. Religioso semplice, schivo, umile, vero figlio di S. Francesco. Sacerdote laborioso, dedito al prossimo, soprattutto agli umili e ai bambini”.
<Rielaborato da O.Cipollone, “Un’eco di note e di passi” (2010) e da P. N. Petrone, “Tre vite – Un grande ideale L’amore” (1992) >




Una replica a “Padre Enrico Cipollone, un pastorello sulla via di San Francesco”
[…] Come noto, la famiglia di Padre Rodolfo ha espresso nel tempo ben tre vocazioni religiose; prima di lui, infatti, avevano vestito l’abito talare i fratelli Enrico (1933-1990) e Rocco (1934-2021). Padre Enrico Cipollone non ha avuto esperienze di apostolato fuori dall’Italia, ma aveva espresso il desiderio di partire missionario già nel 1967. Nominato parroco della chiesa di S. Antonio a Pescara (una delle parrocchie più importanti della città adriatica, oltre che santuario frequentatissimo), infatti, dal 1963 si era potuto dedicare in maniera più intensa alla preghiera e alla contemplazione ed aveva maturato l’idea di seguire l’esempio del “suo maestro” missionario Padre Antonio Tchang. Dopo quattro anni di sacerdozio, aveva scritto al Padre Provinciale per realizzare il proprio progetto: “Dopo maturata riflessione, eccomi a farLe presente il mio desiderio di andare in terra di missione. Fin da bambino nutrii nel mio cuore questo ideale apostolico e parte importante ne fu certamente la singolare relazione che ebbi con P. Tchank. Ora penso sia giunto il tempo per realizzarlo con la Sua benedizione … Tanti potranno fare il parroco a Sant’Antonio, ma penso che il posto che io avrei dovuto avere in terra di missione forse nessuno voglia sdebitarmelo…”. Per ironia della sorte, però, il Provinciale inviava missionario in Corea il fratello Padre Rocco, il quale non ne aveva fatto richiesta e si trovava allora a Civitella del Tronto ad esercitare l’insegnamento ai novizi. Era forse il destino a muovere i programmi di quell’Ordine o il Signore aveva altri disegni? Fu probabilmente vera la seconda ipotesi, ed a Padre Enrico venne affidato il “suo” Abruzzo, centro della sua missione religiosa. […]