[Storia delle Cese n.150]
di Roberto Cipollone
Sui cognomi e sulla genealogia di Cese esistono gli studi fondamentali portati avanti anche di recente da Italo Cipollone (“Genealogia di Cese dal 1700 al 1900”) e da Ercole Di Matteo (www.antenatidellecese.it). Tuttavia, la disponibilità di due fonti inedite, ossia il “Catasto del gentilesco” di Avezzano del 1616 e del 1681, ed il collegamento con una terza fonte, il “Catasto onciario dell’Università delle Cese” del 1754, aggiungono importanti elementi di novità con riferimento alla presenza a Cese di determinati cognomi e, soprattutto, con riferimento alla loro origine etimologica. Nella maggior parte dei casi, infatti, si può dimostrare che i cognomi più diffusi in paese derivino in principio da nomi propri di persona, come largamente riscontrabile in linea generale nei cognomi italiani e internazionali che segnalano al proprio interno una certa provenienza o appartenenza familiare.
La preposizione “di” e l’equivalente “de”, forma dell’italiano antico e di molti dialetti, risulta d’altra parte presente in moltissimi cognomi contemporanei, chiamati per tale ragione “cognomi preposizionali”. Quando i cognomi non erano ancora fissi, infatti, il nome di battesimo di una persona era accompagnato dal nome del padre in modo che fosse chiaramente identificato. Il semplice “Petrus” o “Pietro”, ad esempio, poteva essere registrato negli atti come “Petrus de Iulio” o “Pietro di Giulio”, appunto ad indicare che era Pietro il figlio di Giulio. Questa pratica non solo aiutava a chiarire le relazioni familiari all’interno di una comunità, ma serviva anche come una sorta di “indirizzo sociale”, permettendo di cogliere rapidamente la posizione e le connessioni di una persona. La formula comprensiva della parte preposizionale, poi, è diventata un cognome a sé stante e molti di questi cognomi sono giunti ai nostri giorni nella propria forma originale. A Cese, nello specifico, la casistica si ritrova agilmente nel cognome DI MATTEO, presente nel catasto gentilesco del 1616 con “Nicola di Matteo” (a cui è aggiunto “pro uxore” ad indicare che la proprietà era in effetti attribuita alla moglie) e in quello del 1754 con “Francesco” e “Luca di Matteo”. Discorso analogo per il cognome DI PIETRO, presente nel catasto del 1681 con “Leonardo di Pietro” e in quello settecentesco con “Lorenzo di Pietro”. Un caso simile ma meno immediato è quello del cognome DI GIAMBERARDINO, che sembra derivare dalla crasi di “di Giovan Berardino”, sempre con riferimento al nome del padre. Nel catasto del 1616 si ritrova infatti “Domenico di Gio:Berardino” e più avanti “Dom. co di Gio:Battista Ber.no” e “Domenico di Gio. Ber.no”, che riportano plausibilmente alla stessa persona. Nei catasti successivi, ossia quello del 1681 e quelli settecenteschi, tale forma non si trova più; di conseguenza, non si può dedurre che il ceppo attuale dei Di Giamberardino sia effettivamente autoctono di Cese poiché potrebbe provenire anche dal circondario, dove il cognome risulta largamente presente. Anche DI MASCIO potrebbe essere un cognome patronimico derivato da “Masso” come riduzione del nome Tomasso. Nel catasto di Cese del 1616, nello specifico, è presente un certo “Santo di Masso (?)”, con probabile riferimento al nome del padre. Potrebbe tuttavia trattarsi anche di un riferimento toponomastico e quindi indicare il luogo di origine; “Masso”, d’altra parte, è il nome di molte frazioni e località, anche nella forma “Massa” (di radice latina con significato di podere, tenimento etc), come la marsicana Massa d’Albe.
Altri cognomi hanno perso nel tempo la parte preposizionale per assumere natura propria, pur mantenendo a volte entrambe le forme anche all’interno dello stesso documento (come i catasti qui esaminati). È il caso, ad esempio, del cognome ORLANDI, con chiaro riferimento al patronimico “Orlando” (variante del nome Rolando e molto comune nell’Europa medievale, in particolare tra i popoli di discendenza germanica); nel catasto seicentesco di Cese è infatti presente sia “Domenico Orlando” che “Gio.Battista”, “Aurelio” e “Natale d’Orlando”. Quest’ultimo nome, appartenente ad un possidente di Celano, nel catasto successivo diventa semplicemente “Natale Orlando”, a testimoniare il passaggio su menzionato. Anche il cognome TOMEI rientra nella stessa casistica, derivando dall’ipocoristico di nomi come Bartolomeo o Tommaso. Si tratta dunque di una modificazione fonetica, nello specifico un raccorciamento, di un nome proprio di persona, nel caso particolare “Thomeo” o “Tomeo” come riduzione di Bartolomeo o Tommaso. È presente infatti nel catasto gentilesco del 1616 con “Gio:Paolo Thomeo” e più avanti con l’aggiunta del “di”, a marcare il riferimento paterno: “Notar Gio: Paolo di Tomeo”, “Patritio di Tomeo” e “Martio di Tomeo”. La forma comprensiva del “di” scompare già nel catasto del 1681, dove è presente solo “Cesidio Antonio Tomei”, mentre il “notar Giovanni Paolo Tomei” figura già nel 1616. Nei catasti successivi, invece, si trovano sia “Giuseppe Thomeo” e “Carlo Thomeo” che “Carlo Thomei”, mentre nel registro del 1754 si ritrova soltanto la forma moderna, in corrispondenza di “Don Carlo”, “Fabiano”, “Giovambattista” e “Don Gaetano Tomei”. Anche il cognome MARCHIONNI fa plausibilmente riferimento ad un nome proprio di persona, in questo caso “Marchionno”. Nel catasto gentilesco del 1616 figura in particolare “Stefano di Marchionno di Serio”, scritto esattamente in questa forma, ossia con il depennamento di “Stefano di”, ad indicare chiaramente che Marchionno era il nome del padre (a sua volta figlio di tale Serio). Il cognome deriva dunque dal nome medioevale Marchionus o Marchione, che è una forma evoluta dal nome composto Marcus Johannes, ossia Marco Giovanni, trasformato poi in Marchionne e Marchionno. Nel catasto gentilesco di inizi‘700 il “di” è già scomparso e la stessa persona o un suo discendente viene riportato come “Stefano Marchionno”; un altro, invece, è presente come “Gio. Marchionno”. Nel catasto del 1754 compare soltanto la forma moderna “Marchionni” affianco ai nomi di “Pietro Paolo” (riportato anche come “Marchionne”, all’interno), “Don Francesco” e “Benedetto” (deputato). Un’evoluzione analoga sembra aver seguito anche il cognome PATRIZI. A livello locale, infatti, l’antesignano si riscontra nel nome di un “Marco Patritio” presente all’interno del catasto del 1681. Nello stesso registro si trovano anche “Angelo” e “Gio. Santo Patritio”, ma entrambi i nomi appaiono anche nel Catasto del 1754, seppure nella forma “di Patrizio”, ad indicare proprio la discendenza paterna. Il legame del nome “Patritio” con i patrizi romani, ossia i membri della nobiltà capitolina, è immediato e ben conosciuto; resta interessante, tuttavia, rimarcare la derivazione da patricius e da pater, ossia “padre”. Meno immediata è l’etimologia del cognome TORGE, che sembra in ogni caso far riferimento ad un nome paterno. Nel catasto gentilesco del 1616 sono infatti presenti le due forme “Torgio” e “di Torgio”; nello specifico, i nomi riportati sono quelli di “Marc’Antonio di Torgio”, “Berardino di Torgio”, “Cesare di Torgio”, ma anche “Domenico Torgio” e “Gio:Antonio Torgio”. In un caso particolare si leggono le due forme addirittura all’interno della stessa proprietà, indicata come appartenente agli “eredi di Gio:Francesco di Torgio, fu’ dell’erede di Marcantonio Torgio”. Nei documenti medioevali italiani si ritrova spesso il cognome “Del Torgio”, che ha plausibilmente la stessa radice e rimanda ad un possibile legame con il termine “torchio” ed alle professioni o alle casate collegate. Nel registro successivo si trova invece la forma Torgi nel nome “Marcantonio Torgi”, mentre nel catasto del 1754 compare già la forma moderna “Torge” (Marcantonio e Sabatino).
Altri cognomi locali non hanno mai avuto al proprio interno la parte preposizionale “di”, almeno stando ai registri ad oggi disponibili, ma sono sempre comparsi con un solo termine distintivo, molto spesso nella forma derivata dal nominativo latino singolare (ossia con la “o” o – più raramente – con la “e” finale). La gran parte dei cognomi italiani, d’altro canto, ha nel tempo subito la nota trasformazione che ha portato a quella “i” finale riscontrabile in quasi la metà degli attuali cognomi. Tale trasformazione, a sua volta, nasce dall’uso del genitivo (“Bartholomeus”–>”Bartholomei”, ossia “Di Bartolomeo”) ad indicare proprio la discendenza/appartenenza, o del nominativo plurale, usato magari per indicare sinteticamente le proprietà appartenenti a fratelli o a persone dello stesso ceppo (“I Bartholomei”). Diversi sono i cognomi di Cese riconducibili a questa casistica, a partire da alcuni dei più diffusi, come Cosimati, Corradini, Micocci e Ferrantini. La forma attuale COSIMATI, in particolare, deriva dalla trasformazione del cognome “Cosimato”, ascritto in particolare in corrispondenza di un “Felice Antonio Cosimato” presente già nel catasto del 1681. Lo stesso nome sarà invece registrato come “Cosimati” in quello del 1754, in cui, oltre a Felice Antonio (plausibilmente nipote dell’omonimo registrato nel 1681), compaiono anche Francesco, Giuseppe e Filippo (il quale, invece, in alcuni punti appare ancora come “Cosimato”). Il nome “Cosimato”, poi, viene fatto derivare dalla contrazione di Cosma e Damiano, i due fratelli medici che furono decapitati sotto Diocleziano e vennero proclamati santi. Anche il cognome CORRADINI compare al singolare nel primo registro conosciuto, nello specifico con “Iacomo Corradino”. Il nome “Corradino”, di suo, nel nostro territorio richiama in maniera immediata la vicenda di Corradino di Svevia e la battaglia dei piani palentini del 1268; non si può escludere, d’altronde, che questo nome di origine germanica si fosse diffuso al tempo con una sorta di romantico richiamo al triste destino del giovane duca sconfitto da Carlo d’Angiò. La forma attuale compare solo nel catasto del 1754, in cui si trovano diversi “Corradini”: Francesco e Giacomo (aggiunto), figli di Sabatino, Michele (Micchele) e Romolo. Alcuni di loro, tuttavia, all’interno dello stesso registro sono annotati anche come “Corradino”; un altro, invece, è riportato solo in quest’ultima forma, ossia “Angelo Corradino”, a dimostrare che a metà ‘700 la dualità non era stata ancora del tutto risolta. Un’evoluzione analoga è ipotizzabile per il cognome MICOCCI, che compare in questa forma soltanto nel catasto del 1754, ma solo in alcune parti del registro. In tutto il resto e nell’elenco dei nominativi, infatti, le proprietà sono registrate sotto il cognome “Micoccio” (in particolare affianco a Giovanni, Giovanni Paolo, Giuseppe e Carlo). Nel catasto gentilesco del 1681, invece, compare soltanto con la “o” finale, nello specifico in corrispondenza di “Gioseppe Micoccio”. L’eventualità che anche “Micoccio” derivi da un nome proprio di persona è suffragata dalla presenza in tale forma in diversi registri del tempo, come ad esempio il catasto di Pereto, dove si trovano “Micoccio Faccione” e “Micoccio di Bernabeo”. La presenza, negli stessi registri, di nomi simili come “Micuccio Ciovetta” e “Micuccio di Fran.co” lascia inoltre ipotizzare che il nome “Micoccio” derivi da una variante di “Micuccio”, a sua volta derivato da “Minicuccio” e da “Domenico”. Il cognome FERRANTINI, invece, in termini generici sembra derivare dal nome francese “Ferrant” o dallo spagnolo “Ferrante”, entrambi usati in epoca medioevale, ma non è esclusa una possibile discendenza dal soprannome dato alla famiglia di origine in riferimento al colore dei capelli (grigio o rugginoso come il ferro). A Cese il cognome Ferrantini deriva da Ferrantino, presente nel catasto gentilesco del 1616 come “Gio:Santo Ferrantino” e “Martio Ferrantino”, con un possibile legame al nome proprio “Ferrante”, portato anche da molti illustri membri del casato Gonzaga durante il periodo di dominazione spagnola in Italia (ad esempio il re Ferdinando I di Napoli era anche noto come “Ferrante I” o “Don Ferrante”). Nel catasto del 1681 il cognome è presente nella variante Ferrandini sotto il nome di “Pietro Ferrandini” (o “Ferrandino”), mentre in quello del 1754 compare nella forma attuale, ossia “Ferrantini” (Antonio e, più avanti, Domenico, Tomasso e Arcangelo). Un caso a parte è probabilmente rappresentato dal cognome BIANCHI, che ha una molteplicità di possibili origini ed etimologie. Nel catasto gentilesco del 1616, in particolare, all’interno delle proprietà di Cese compare un “Giovanni Bianco della Scurcola”, che coincide plausibilmente con un altro nome riportato più avanti, ossia “Gio: di Dom.co Bianco della Scurgula”. Nel catasto del 1754, invece, è riportato il nominativo di un certo “Primato Bianchi”, che non viene annoverato tra i “forastieri bonatenenti” e che dunque doveva essere residente a Cese. Se il ceppo familiare di questo “Bianchi” sia lo stesso del precedente “Giovanni Bianco”, però, attualmente non è dato sapere.
Sull’origine del cognome attualmente più diffuso a Cese, CIPOLLONE, non si hanno dati certi, almeno allo stato attuale; si sa, però, che la presenza di questo cognome nel paese risale quantomeno agli inizi del ‘600. L’elemento inedito che emerge dal catasto gentilesco del 1616 è dato dalla singolare forma in cui lo stesso cognome appare in questo primo registro, ossia “Cepollone”, nello specifico in corrispondenza del nome “Gio. Battista Cepollone” (pro uxore, dunque per la moglie), a quanto pare titolare di numerosi possedimenti. Nel catasto successivo, quello del 1681, si trova invece la forma attuale del cognome sotto il nome di “Don Geronimo Cipollone” e degli “eredi di Giovambattista Cipollone”, il cui nome risulta dunque qui variato. Nel catasto del 1754 i Cipollone sono già più numerosi e sembrano aver raggiunto un ceto sociale più elevato, soprattutto per merito di Angelo Cipollone, che compare con la carica di “massaro”. Gli altri nomi presenti nel catasto settecentesco sono quelli di Domenico, Francesco, Geronimo (a volte riportato come Girolamo), Giovanni (Cecilia, vedova di), Don Angelo, Don Filippo, Silvestro, Giuseppe e Nunzio. Sull’etimologia del cognome, in linea generale si ipotizza che “Cipollone” derivi direttamente (in questo caso tramite un accrescitivo), da soprannomi che riportano al consumo di cipolle o al mestiere di contadino coltivatore di cipolle. Allo stesso modo, l’origine soprannominale potrebbe derivare da caratteristiche fisiche o caratteriali del capostipite. In merito all’arrivo ed alla diffusione del cognome a Cese si possono azzardare solo alcune ipotesi, che restano grosso modo invariate anche alla luce di questa inedita forma trovata nel catasto del 1616. “Cepollone” rimanda infatti alla stessa famiglia cognominale di “Cipollone” e in epoca medioevale risulta presente sia in Abruzzo (a Pescocostanzo, ad esempio) che in Molise, nel basso Lazio e in Campania.
Notizie ancor meno circostanziate sono disponibili ad oggi su altre due cognomi largamente diffusi a Cese, ossia Ciciarelli e Petracca. Il cognome CICIARELLI è piuttosto raro a livello nazionale e si concentra soprattutto nel nostro paese e nell’area romana; è plausibile che si tratti di un cognome autoctono, sebbene nell’indice dei testamenti conservati presso l’archivio di Stato di Roma compaia il testamento di una certa “Teresa Ciciarelli” risalente al 1813. Nei catasti sei/settecenteschi di Cese il cognome Ciciarelli non compare, ma tale evidenza non esclude che lo stesso fosse già presente in paese. Sull’etimologia non si hanno ovviamente certezze; potrebbe derivare da errate trascrizioni di “Ciccarelli” (a sua volta collegabile all’ipocoristico del nome Francesco, ossia “Cecco”), ma anche da una variante di “Cicerello/i”, con un possibile legame con il nome del pesce. Il cognome PETRACCA è invece più diffuso in Italia e la sua presenza a Cese sembra risalire addirittura al 1600, secondo la ricostruzione di Italo Cipollone che ne individua la provenienza dal ceppo di Aielli. L’etimologia è incerta, potendo derivare sia da una variante di Petrarca che dal greco “Petrakis”, con riferimento al nome Pietro o a professioni legate alla pietra. Anche in questo caso, l’assenza del cognome Petracca dagli antichi registri cesensi oggi disponibili non esclude la presenza a Cese in tempi antecedenti a quelli di “Raffaele Petracca”, primo capostipite attualmente accertato in paese a fine ‘700. Come Ciciarelli e Petracca, altri cognomi oggi diffusi a Cese non hanno traccia nei registri sei/settesecenteschi, ma si tratta in questo caso di un’origine esterna al paese, così come teorizzato da Italo Cipollone nella sua ricerca. Secondo tale ricostruzione, infatti, il cognome Bruno è giunto a Cese da Ovindoli (1800), Chiostri da Corcumello (1780), Contaldi da Napoli o da Lecce (1800), Di Fabio da Cappadocia (1800), D’Innocenzo da Civita d’Antino (1800), Faonio da Luco dei Marsi (‘900), Galdi da Salerno (1700), Guidoni da Capistrello (1870), Rantucci da Ovindoli (1800), Scafati da Scurcola Marsicana (1830) e Tucceri da Cerchio (1770).
A quest’ultima casistica si contrappone quella dei cognomi presenti a Cese in passato ma attualmente scomparsi. Un caso particolare è quello del cognome PALONE, che in paese risultava presente già in tempi antichi ma che ad oggi è del tutto scomparso, se si eccettua la forma “de Palono” usata però solo informalmente, e non anagraficamente, per indicare il ceppo familiare. A lungo si è infatti ipotizzato che “Palono” e “Paluni” derivassero da soprannomi legati alla particolare altezza media (da “palo”) delle persone identificate con questo “subcognome”, o alla loro particolare abilità lavorativa (da “pala”). Solo recentemente si è appurato che l’origine di questo nome familiare è legata al cognome Palone, anche se si riteneva che quest’ultimo fosse esterno a Cese, dunque acquisito. Stando al registro gentilesco del 1616, invece, si può ipotizzare che la presenza del cognome “Palone” sia del tutto radicata nel nostro paese, e che anch’esso derivi dal riferimento ad un nome, ossia “Paolone”. Nel catasto si trova infatti “Clemente di Paolone” e soprattutto “Gio.Marino Palone”, che nelle righe successive viene riportato come “Gio:Marino Paolone” e poi come “Gio.Marino di Palone”, coincidenza che attesta con buona confidenza la derivazione di “Palone” da “Paolone”. Nel catasto del ‘700 si trova solo la forma Palone nel nome “Pasquale Palone” (così come Felice, Giovanni Marino e Giovanni Paolo). Origina plausibilmente da un nome proprio di persona anche un altro cognome oggi scomparso a Cese, BARTOLUCCI, che però nei registri antichi compare costantemente con la “i” finale. I Bartolucci, facilmente derivanti dal raccorciamento di Bartolomeo in Bartolo e dal successivo vezzeggiativo in Bartoluccio, risultano presenti a Cese già dal 1681 con Francesco Antonio e Luzio. Nel 1754, invece, si ritrovano accanto ai nomi di Francesco (figlio di Domenico) e Pietrantonio, ma sempre con la lettera “i”; attualmente, come scritto, a Cese non vi sono persone con questo cognome. Sorte simile ha subito il cognome PACE, che risulta pressoché scomparso a Cese ma che in passato è stato rappresentato anche da elementi di spicco all’interno della comunità; nello specifico, nel catasto del 1754 compariva già un “Pietrantonio Pace”. Anche in questo caso, il cognome sembra nascere in origine da un nome (sia maschile che femminile) dato in modo augurale.
Nel catasto gentilesco del 1616 e in quello del 1700 sono presenti anche altri cognomi pressoché scomparsi o mai insediatisi a Cese in termini di residenza, ma presenti nei registri con i propri possedimenti. Alcuni di questi cognomi hanno un immediato riferimento patronimico, come nei casi di d’Amico, d’Antonio, d’Anzelmo, di Benedetto, di Berardino, di Cenzo, di Cola, d’Ercole, di Francesco, di Giovanni Paolo, di Giulio, di Giuseppe, di Iulio, di Lorenzo, di Loreto, di Luca, di Lucido, di Meo, di Marino, di Micchele, di Novello, d’Orsino, d’Oliviero, di Pasquale, di Pasquazio, di Pompeo, di Santo, di Scipione, di Sebastiano, di Serio, di Simone, di Stasio, di Valerio e di Virgilio; rientra plausibilmente in questa casistica anche il cognome di Ruscio, che appare però anche nella forma simile Roscio. Altri cognomi sono ad oggi presenti in centri limitrofi della Marsica e, seppur molto limitatamente e in forme leggermente diverse, anche a Cese. Si tratta di Aloisio, Capoccetti, de Santis, Fantauzzo, Fellio, Giffo, Gratioso, Mancino, Mattei, Novello, Nucci, Orsino/Ursino/Orsini, Porcaro, Riccio/Ricci, Rosato/Rosati. Altri ancora non sono più presenti o sono scarsamente diffusi nel nostro territorio, come nel caso delle casate decadute (Argoli, Colonna, Vetoli) o di altri ex possidenti come Ferritto, Lopes, Luiso/Luisio/Loisio, Mantello, Marchetelli, Spera in Dio, Supplicante. Nomi rimasti sulle pagine ingiallite di antichi registri come tracce di quel mondo che non c’è eppure non è morto del tutto.
<Articolo originale basato sui documenti e sui libri citati>



































