[Storia delle Cese n.149]
da Mario Di Domenico, Osvaldo Cipollone, Giovan Battista Brogi
Nelle memorie di paese il confine tra leggenda, “raccontarèlla” e interpretazione fantasiosa è molto labile. Alcune storie, però, sommano al proprio interno diverse dimensioni che nel tempo acquisiscono natura propria, con una rilevanza che le rende credibili o verosimili anche in assenza di evidenze e prove concrete. Queste “leggende” sono spesso legate a fatti inspiegabili o a vicende romanzate, rese magari volutamente più affascinanti della verità storica a cui si rifanno. In questo, la matrice religiosa ha ovviamente un’importanza primaria legata alla capacità o all’ambizione di spiegare l’inspiegabile.
IL BRIGANTE E LA RAGAZZA
In tempi ormai lontani, quando la vita dei nostri compaesani era fatta per lo più di sacrifici, miseria e fame, molti davano credito alle dicerie sull’esistenza di casse piene di monete d’oro sotterrate in vari punti della campagna. A più riprese furono fatti degli scavi specialmente intorno alla chiesa della Madonna delle Grazie e vicino al casale di don Luigi, i cui ruderi sono visibili ancora oggi nei pressi della Pro Loco. Si racconta che alcuni contadini abbiano veramente trovato in più occasioni le tracce di questi tesori nascosti, specialmente durante i lavori di aratura, quando il vomere s’imbatteva in ganci, catene, manici di casse e recipienti sotterrati dai briganti che infestavano la zona. Siccome le ricerche successive avevano esito negativo, la credenza popolare attribuiva l’insuccesso al fatto che, mentre durante gli scavi non si doveva proferir parola, c’era sempre chi manifestava le proprie sensazioni ad alta voce, rovinando ogni cosa. Secondo quanto riportato da G. B. Brogi, una volta un gruppo di briganti capeggiati da un certo don Antonio si riversò nella valle palentina. Durante questa scorribanda, Ferruccio, un componente la banda, si avventò su una ragazza che svenne dalla paura, ma fu salvata dal capo stesso che in quel momento sentì rinascere in sé sentimenti di nobiltà propri della sua progenie. Passò qualche anno e nel giorno della festa del Santo Patrono del villaggio di Cese fu celebrato il matrimonio della ragazza con i brigante gentiluomo, don Antonio, tra il clamoroso entusiasmo dei presenti1.
LA MADONNA E IL MULO
Le leggende legate alla tavola della Madonna delle Cese sono numerose. Tra queste, vale la pena ricordare quella riportata dal Corsignani nella “Reggia Marsicana”, ove si legge: «… Nel terremoto del 1703 e in quello dei 1706, quando restarono disfatte le città di Norcia, dell’Aquila e di Sulmona in Abruzzi si vide la faccia della lodata Vergine mutar colore, il che fu parimenti osservato in altre occasioni”. Secondo un’altra leggenda, la stessa tavola sarebbe stata dipinta nientemeno che da San Luca. Tale leggenda faceva perno sulla generale credenza cristiana che celebrava, e celebra tuttora, l’Evangelista Luca come il pittore ed il primo divulgatore dell’immagine della Madonna. Da canto suo, la popolazione di Cese attribuiva il dipinto a San Luca sostenendo che la tavola provenisse da Costantinopoli, dove era stata prelevata al tempo della eresia di Leone Isaurico. Si narrava che un fedele cristiano, dopo aver prelevato il quadro della Madonna dalla lontana Costantinopoli, lo avesse portato in Italia sul dorso di un mulo per preservarlo dalla distruzione. Senonché, stremato dalla fatica del lungo viaggio e dal notevole peso della tavola, il mulo si accasciò esausto, nei pressi di Cese, incurante della frusta impugnata dal suo padrone2. In quel frangente, sarebbe sopraggiunta all’uomo la voce, lontana ma chiara, della Madonna che gli avrebbe ordinato di lasciare la sacra immagine in Cese, perché qui fosse venerata dagli abitanti. Il punto di coesione tra la leggenda e la realtà è il seguente: la tavola cesense è opera di Andrea De Litio, che altrove, e precisamente nella cappella del coro della cattedrale di Atri, sotto le sembianze di San Luca, sottopone agli ultimi ritocchi la medesima immagine. Tra le varianti della leggenda v’è quella secondo cui il quadro fosse stato segato in due per il suo notevole peso. E mentre la parte superiore fu lasciata a Cese, la parte inferiore – le gambe- fu trasportata in un paese del Lazio meridionale o nell’avellinese. Riportava in particolare Vincenzo Cipollone “de Papparéjjo”: “Raccontavano i vecchi che c’era in atto una persecuzione delle immagini della Madonna, allora un frate, per non far distruggere la tavola, la portò via, ma ad un certo punto, essendo troppo ingombrante da trasportare, decise di segarla in due e lasciare lì la parte di sotto, portando con sé solo la testa che poi è arrivata qui a Cese”.
LA DONNA SEPOLTA VIVA, IL DELIRIO DI DOLORE, I TRAFUGATORI
Un’altra leggenda richiama alla mente i tempi in cui i defunti venivano seppelliti senza cassa mortuaria e, ancora più anticamente, in chiesa. Raccontava infatti in un’intervista del 1992 lo stesso Vincenzo Cipollone: “Mi diceva mia mamma che siccome prima i morti venivano seppelliti senza cassa, una volta, quando sono andati a mettere un secondo morto, hanno trovato una donna che si era fatta la spara (il cercine) con il grembiule e se l’era messa in testa per alzare la pietra della tomba, ma evidentemente non ce l’aveva fatta. Allora hanno detto che era viva, quando è stata seppellita, e quando si è svegliata ha cercato di alzare la copertura ma non ce l’ha fatta”.
Si racconta inoltre che, quando fu liberata la chiesa dopo il terremoto del 1915 (un po’ di tempo dopo la tragedia), un’altra donna rimase per giorni interi attorno alle macerie a recuperare tutte le ossa che spuntavano da queste, chiedendo agli altri presenti – soprattutto bambini e ragazzi – di portare a lei tutte quelle che trovavano. Secondo lo stesso racconto, infatti, la poverina aveva perso una figlia nel crollo della chiesa e soleva mettere in una cassetta di legno tutti i resti che venivano alla luce e che potevano ricondurla a lei.
Si racconta anche che nello stesso periodo fossero avvenuti alcuni atti di sciacallaggio e che in un caso particolare fosse stato trafugato un grande baule. Lo stesso, però, fu al tempo ritrovato abbandonato, integro, lungo la strada in uscita dal paese; nell’aprirlo per verificarne il contenuto, infatti, i trafugatori avevano trovato una persona morta tra le macerie del terremoto e avevano dunque abbandonato la propria miserevole impresa
Verità? Leggenda? O pura fantasia? Per ora, l’interrogativo è il solo punto che ci si può permettere a riguardo.
<Articolo ricostruito sulla base dei testi citati nelle note e dell’intervista di O. Cipollone>



- Osvaldo Cipollone, “Le Cese. Immagini di ieri”, Elettrongraf Roma 1990 ↩︎
- Il racconto del trasporto del quadro dalla lontana Costantinopoli, sul dorso del mulo od asino, rappresenta un motivo scenografico leggendario costante cui il popolo marso ha fatto spesso ricorso (cfr. Madonna dei Bisognosi in Pereto e Madonna dell’Oriente a Tagliacozzo). Mario Di Domenico, “S.Maria di Cese. Andrea De Litio, il pittore della Madonna di Cese”, G. De Cristofaro Editore, Roma ↩︎
