[Storia delle Cese n.147]
da Fulvio D’Amore e Gio. Battista Brogi
La vicenda del sacerdote di Cese che sparò ai briganti è stata raccontata in numerose cronache ed è divenuta anche oggetto di interpretazioni fantasiose che hanno solo tratto ispirazione dai fatti reali, inducendo a volte in errore anche i documentaristi più attenti. La data dell’evento criminoso è quella del 15 marzo 1862, quando un gruppo di ventiquattro briganti assalì la casa della famiglia Tomei di Cese alla ricerca dell’allora capitano della locale Guardia Nazionale, Francesco, e fu costretta alla fuga dal fratello di questi, il sacerdote Carlo Tomei, che per difendere i familiari sparò sui briganti ferendone uno, tale Belisario Secchia di Celano, che sarebbe poi stato giustiziato il giorno seguente ad Avezzano. Questa la cronaca tratta dal resoconto del sergente furiere con il visto del capitano Francesco Tomei1.
Il 15 dello stesso mese [marzo 1862], nel circondario di Avezzano, e precisamente nel piccolo paesino di Cese, un gruppo di briganti, senza alcun «capo» importante, assaltò la Guardia Nazionale, cercando di invadere la casa della famiglia Tomei. Riportiamo interamente il rapporto compilato dal furiere che in quella notte «incontrò» i banditi, scritto con molti errori, e come poteva esprimersi un povero contadino marsicano:
«Cese, 15 Marzo 1862 Servizio Leva Guardia Nazionale 3^ Compagnia
Al Sig. Capitano della 3^Compagnia della Guardia Nazionale di Cese
Feliceantonio Cosimati (Caporale) Domenico Cosimati (Milite) Nicodemo Cipollone (Milite).Signore, mi fò dovere ragguagliarla che nella scorsa notte alle ore due italiane 24 briganti armati di fucile hanno con violenza aggredito il posto della Guardia Nazionale di questo Comune, e l’hanno disarmato, riducendo a pezzi la figura e lo stemma del Re Vittorio Emanuele e legarono gli individui della G. N. con me al margine segnati, e sette altre persone che stavano festeggiando con noi per la ricorrenza del giorno Natalizio di Vittorio Emanuele, dopo legati fecero la perquisizione a tutti, dicevano voler le munizioni per i fucili, ci si presero anche un cappello nuovo. Ad un tal Francesco gli si presero grana venticinque, a me si presero varie carte che avevo in tasca, ed il libretto del decreto della G.N. con le istruzioni, li buttarono nel fuoco, mi diedero molti pugni in faccia, fra tutti i briganti non conobbi che uno solo che non rammento il nome, ma è figlio di un tal Ridolfo (che si ubriaca in maniera volgare) di Morino, mi cavò la barba, dicendomi che i soldati di Vittorio Emanuele II dovevano essere «capi-pelate». Quindi costrinsero con minaccie il Caporale, e con violenza a condurli all’abitazione del Sig. Capitano Tomei. A noi tutti ci chiusero dentro. Ritornato il caporale ci disse che i briganti si erano fatti insegnare il portone del capitano Sig. Tomei, lui chiamò il padrone di casa, non ebbero risposta, un brigante prese una pietra e la scagliò ad una finestrella, a quel rumore si affacciò di lesto il fratello del capitano Tomei, e accorgendosi chi erano, disse che il capitano non c’era, allora i briganti ci dissero che avrebbero fato fuoco all’intera famiglia, presero una scure, e cominciarono a menare alla porta per aprire, Carlo (sacerdote fratello del Tomei) spaventato dalle vie di fatto, gli richiese dolcemente chi erano, e per ordine di chi venivano, quelli dissero di essere soldati di Francesco II, al sentire ciò richiuse la finestrella, ed i briganti seguitavano con la scure a menare alle porte, mentre seguitavano a sfondare la porta, due briganti ricondussero il caporale al corpo di guardia con noi e lo rinchiusero. Appena però chiuso intesi un colpo di fucile, dopo quel colpo si udirono le grida del Cap. Carlo che diceva «avanti briganti che vi alloggio tutti!». Quindi pochi minuti dopo si intese la voce di una tale Maria Rosa Micocci che aveva la finestra vicina al corpo di guardia, e urlava che aveva visto ed udito tutto. Gridò verso i figli che i briganti sono fuggiti prendendo la strada verso Capistrello, corremmo e trovammo uno di quei briganti davanti la casa di Giacomo Cipollone steso a terra, che si lamentava e diceva «sono stato ferito, finitemi di ammazzare». Fu preso e condotto al corpo di guardia, allora, ci disse Carlo, che rendendosi conto che correva il rischio di perdere la vita con tutta la sua famiglia vibrò un colpo di fucile, ferendo quell’assassino e dicendogli che quel regalo glielo mandava Francesco II. Poi sparò altri due colpi, che fallirono non prendendo fuoco, ed i briganti si diedero alla fuga, senza perdita di tempo, lasciando il ferito, mentre una moltitudine di compagni li aspettava fuori dal paese. Il capitano fece ordinare di suonare le campane, anche se in principio senza l’ordine dell’abate non si poteva suonarle. Dopo qualche tempo venne l’abate, che udito al portone un colpo di fucile di notte tempo, aveva fatto suonare le campane, dando l’allarme. Alle ore sei italiane mi sono recato ad Avezzano a darne parte all’autorità competente, ed immediatamente venne cercato il tenente Sig. Cerri con una moltitudine di truppa, e fatto giorno mi ha ordinato una vettura dicendomi di condurre ad Avezzano il brigante ferito, dando a loro quel mio disimpegno». Il rapporto è firmato dal sergente Furiere e vistato dal capitano Francesco Tomei2.
Il fatto ebbe molta risonanza nel circondario marsicano. Il brigante ferito in quella incursione era Belisario Secchia alias Cacchetta di Celano, che fu fucilato ad Avezzano3, mentre il coraggioso prete ebbe una onorificenza.
Come anticipato, la stessa vicenda è stata anche oggetto di fantasiose ricostruzioni che hanno fatto leva sugli strascichi psicologici subiti dal sacerdote ed hanno azzardato non solo una sorta di opposizione di una piccola parte del paese nei confronti di questi, ma anche il coinvolgimento di una sorella dei due Tomei che, in seguito al triste episodio, avrebbe deciso di prendere i voti. Superfluo rimarcare la mancanza di fondamento di tale tesi, anche alla luce di quanto specificato dallo stesso autore della medesima, tale Giovan Battista Brogi, il quale scrive apertamente nella premessa del testo: “Le memorie di vicende vissute del paese natio, anche se queste sieno largamente interpretate sotto forma di novelle, anche se sieno infiorate con aggiunta di episodi immaginari e romantici, non saranno prive di importanza ed avranno senza dubbio il loro grande valore psicologico”. E più avanti: “Ripeto infine a scanzo di possibili equivoci che questi racconti sono lontani dal descrivere esattamente fatti reali di antica cronaca marsicana”. Si tratta dunque di una storia romanzata, che trae solo ispirazione dai fatti reali per entrare nel mondo della fantasia, come tra l’altro evocato dal ricorso a nomi diversi da quelli reali, come quello dello stesso prete, qui chiamato “Don Cesidio” anziché Don Carlo. Resta qualche traccia di verità storica, come l’appartenenza ad una famiglia facoltosa testimoniata dalla notazione presente nell’atto di nascita del vero sacerdote, Carlo Gaetano Tomei, il cui padre viene categorizzato come “possidente” e riportato come “don Filippo Tomei” (in questo caso il “don” va ovviamente interpretato come titolo signorile e non religioso). Un’altra traccia di veridicità è rappresentata dalla citazione dell’onorificenza ricevuta dal sacerdote in seguito all’evento, su richiesta dell’allora sindaco di Avezzano Mattei diretta al prefetto della Provincia. Tutto il resto, però, come detto, è solo storia romanzata.
L’EROISMO DI UN CURATO4
Occorre ricordare che alla caduta del dominio borbonico, tutta la Marsica fu dilaniata dalla lotta fra i liberali fautori dell’Unità d’Italia ed i reazionari nostalgici del passato […]. In particolar modo vogliamo trarre dalle ombre dell’oblio la nobile figura di un sacerdote che oltre ad essere un degno apostolo di carità cristiana, diede prova di un coraggio eroico, lasciando una traccia indelebile nel ricordo dei vecchi marsicani. Don Cesidio parroco del villaggio di Cese, frazione di Avezzano, fu ordinato prete quando già aveva compiuto i 40 anni. Si disse che la sua giovinezza fosse stata piuttosto burrascosa e che la sua vocazione al sacerdozio avesse avuto origine da una delusione amorosa. Comunque egli diede sempre prova di rettitudine e di cristiani sentimenti. La sua vita in Cese era molto tranquilla in compagnia della vecchia madre e della sorella Veronica, una giovane graziosa e gentile, che aveva ricevuta una affettuosa educazione dalle Suore del Convento di S. Caterina in Avezzano. Don Cesidio era molto amato dai suoi parrocchiani e se fra questi si contava qualche cafone ignorante e prepotente, questi era messo in soggezione dal suo prestigio, dalla sua energia, ma ancor più dal suo aspetto di vigoroso atleta.
In una tetra notte invernale, accadde che un gruppo di circa dodici briganti formato da un distaccamento della famosa agguerrita banda di Chiavone di Sora era di passaggio nel piano palentino diretto alla Valle di Roveto. Giunti in vicinanza della borgata di Cese, decisero di passarvi la notte per riposarsi. In tale occasione i banditi non vollero rinunciare alla preda, al saccheggio, e ad ogni altra violenza. La prima azione di questi delinquenti fu quella di circondare la casa del parroco che aveva fama di uomo denaroso e con alte grida e minacce intimarono che fosse loro aperta la porta trovata solidamente sbarrata.
A questo punto è necessario premettere che l’autorità pontificia, nei primi tempi era solidale alla causa borbonica e favoriva la formazione delle masnade brigantesche considerate come manipoli di combattenti legittimisti. Don Cesidio pur essendo ubbidiente al volere dei superiori, non ne condivideva in cuor suo le direttive. Ora trovandosi di fronte al feroce attacco dei briganti, nella sua mente si prospettò in modo rapido la necessità di difendersi ad ogni costo da questa tragica situazione. Anzitutto non poteva certo fidarsi in alcun modo di quella accozzaglia di straccioni, né poteva sperare in un loro rispettoso contegno nei rapporti della sua avvenente sorella. Incoraggiato anche dal numero piuttosto esiguo dei banditi, e dalla sua qualità di buon cacciatore e quindi di buon tiratore, da una piccola finestra della curia, cominciò una sparatoria che tenne per qualche ora a buona distanza gli assalitori che tentavano ad ogni costo avvicinarsi alla porta per sfondarla. Al rumore degli spari molti paesani armati di arnesi agricoli e di fucili accorsero finalmente in aiuto del loro amato parroco. I briganti vista la mala parata finirono per dileguarsi, lasciando sul terreno un loro compagno ferito e non trasportabile.
Alle prime luci dell’alba Don Cesidio uscendo dalla casa parrocchiale, sulla piazza del paese si trovò al cospetto di una singolare scena. Un folto gruppo di villici attorniava un brigante disteso per terra ferito e sanguinante. Si trattava di un ragazzo dall’aspetto mite e delicato e che piangeva disperatamente. Il parroco impietosito pensò: Come mai questo adolescente si è imbrancato con quei delinquenti? Si seppe poi che il ragazzo era figlio di un ricco possidente marsicano, molto noto per gli accesi sentimenti a favore dei borboni. Dopo una breve discussione, un gruppo di popolani decise di fucilare il brigante, sottoponendo però questa loro sentenza al giudizio definitivo del curato.
Da notare che la legge Pica era severissima verso i banditi, che trovati armati potevano senz’altro essere passati per le armi da qualsiasi cittadino. Ma Don Cesidio era un uomo animato da vera carità cristiana e poi quando vide il bel volto di quell’eccezionale brigante, fu preso da tenera compassione e non solo non approvò la disumana decisione ma fece trasportare il ferito nella sua casa per poterlo assistere e curare. Tutto il popolo di Cese e specialmente le donne finirono per comprendere questo atto di clemenza e di generosità: mentre prima vi fu un momento terribile in cui qualche scalmanato aveva proposto di uccidere non solo il brigante ma anche il parroco che lo difendeva. La degenza del ferito in casa di Don Cesidio durò qualche mese: nonostante le più amorevoli cure il ferito per l’insorgere di gravi complicazioni finì e concluse la drammatica esperienza della sua vita. Che fra i banditi vi fosse stato un ragazzo imberbe, ed innocente sotto un certo punto di vista, era un caso tutt’altro che nuovo.
Lo scrittore avezzanese Angelo Cerri nella sua pregevole «Storia del brigantaggio dell’Italia meridionale» ricca di aneddoti e minuziose notizie, ci pone sotto gli occhi la figura di quel brigante spagnolo che, come è noto, fu l’unico a salvarsi di tutta la banda del generale Borjes, annientata a Tagliacozzo nel 1862. Questo bandito, che al primo apparire dei nostri soldati riuscì a fuggire, dopo lunghe peripezie, giunse finalmente a Roma, dove trovò una pietosa accoglienza. Si trattava di un giovane dall’aspetto gentile e quasi infantile, il quale si struggeva in lagrime al ricordo della fucilazione dei suoi compagni.
Don Cesidio fu insignito dal Governo italiano di una alta onorificenza; ma quasi tutto il clero marsicano nonché alcuni esaltati reazionari gli furono ostili riprovando la sua condotta. Anzi taluno ebbe la spudoratezza d’infirmare lo eroico comportamento del parroco, come se fosse tutta una storia inventata ed accomodata per secondi fini. Don Cesidio già tanto provato dalla sua tragica lotta con i briganti, non resse a questa dolorosa tempesta dello spirito e dopo alcuni mesi terminò nel crepacuore la sua terrena giornata. Scomparve poi anche la vecchia madre, e la sorella Veronica rimasta sola si trasferì in Avezzano ove fu accolta con tenero affetto dalle suore del convento di Santa Caterina. […] La nostra Veronica decise, seguendo gli impulsi della sua anima di vestire l’abito monacale e con vero entusiasmo si diede all’insegnamento delle scolare e delle educande. Ella era ammirata e stimata da tutti: la sua bellezza e le sue virtù diventarono proverbiali: e la sua alta missione non si compì pertanto senza gioia ed intima soddisfazione. A. volte alla sua mente affiorava il ricordo della straordinaria e tragica avventura di Cese ed in modo del tutto particolare si presentava la viva immagine del singolare brigante nella sua pietosa fine. E’ certo che questo commosso e costante pensiero, croce e delizia della sua esistenza, questo platonico affetto non l’abbandonò mai ed in gran parte fu causa della sua vocazione. Nel giorno della sua vestizione monacale un abate di Avezzano, Don Bernardino che oltre ad essere un degno sacerdote era anche un buon letterato compose un forbito carme di elevata lirica. Dopo aver fatto un cenno all’eroismo del parroco di Cese, il poeta metteva in risalto le due differenti vie in cui la sorella Veronica avrebbe potuto avviarsi: la prima per essere una buona moglie, una buona madre di famiglia colle sue temporali gioie ma anche colle sue immancabili contrarietà e dolori: la seconda via per dedicarsi alla vita spirituale per la conquista di un bene supremo. Il poeta citava i sublimi versetti del X capo del Vangelo di S. Luca, in cui il Redentore alle rimostranze di Marta per la scarsa cura che sua sorella Maria prendeva alle faccende domestiche, tutta compresa delle delizie dello Spirito, disse che Maria aveva scelta la parte migliore della vita. Due vie, due vite diverse ma altrettanto nobili per gli scopi della Divina Provvidenza.
<Articolo ricostruito sulla base dei due testi citati. Immagini riprese da O.Cipollone, “Orme di un borgo”, 2002>





- Documentazione riportata da Fulvio D’Amore nel libro sul banditismo “Gli Ultimi Disperati” (L’Aquila 1994) ↩︎
- La vicenda è tratta dal rapporto fatto dalla Guardia Nazionale di Cese, ad Avezzano, che trovasi tuttora nell’Archivio storico di Avezzano. Nicola Marcone, visitando la Marsica nel 1886, trovò il Tomei ridotto come un povero mentecatto. Scrisse in proposito: «Il paese fu salvo, ma il prete… divenne pazzo! Fu commozione del cervello violentemente percosso dal pericolo che affrontò? O perturbamento della sua mite anima di sacerdote, cui rimordeva d’aver versato, sia pure a legittima difesa, sangue umano?..».
↩︎ - Il nome del brigante celanese, viene riportato in un riassunto trimestrale di briganti e nanutengoli caduti nelle mani della forza dal 7 settembre 1860 nella provincia dell’Aquila. E’ lo stesso dove si trova la lista del gruppo di Borges. ↩︎
- Gio. Battista Brogi, 1961 ↩︎
