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I patronéjji, i pecorari e quella transumanza palentina

[Storia delle Cese n.146]
da Osvaldo Cipollone

In passato a Cese la pastorizia era molto diffusa e tutti gli animali venivano condotti quotidianamente al pascolo nel periodo compreso tra la primavera e il primo di novembre. Con l’arrivo della stagione fredda, invece, il bestiame cessava di uscire all’aperto, eccetto per l’abbeveramento, e veniva alimentato con il fieno ammassato nei pagliai.

I pastori di professione, intesi come “pecorari”, erano due o tre a famiglia e le “morre” di pecore (le greggi) una ventina. Quando si incontravano a pascolare alle falde del Monte Salviano, o sulle stoppie mietute dopo la trebbiatura del grano, usavano pianificare le zone da sfruttare nei giorni successivi; questo per evitare l’affollamento in una determinata zona e la conseguente interferenza tra gruppi. Ogni gregge contava non meno di 60 capi, per cui si può stimare che le pecore allevate in paese raggiungessero all’incirca le 1.500 unità. I proprietari di greggi numerose si contavano sulle dita delle mani; erano i cosiddetti “patruni”. Costoro affidavano i propri capi di bestiame ai giovani disposti a pascolarli dietro un modesto compenso. C’è da considerare, inoltre, che altre famiglie tenevano nell’ovile un’esigua quantità di pecore e agnelli, pressappoco da 5 a 10 capi. Costoro, chiamati “padroncéjji” o “patronéjji”, affidavano i capi da condurre al pascolo ai singoli pastori di professione. Ogni giorno questi passavano in rassegna una o due stalle per prelevare “la ponta” (l’esiguo numero) di ovini e la sera riconducevano la stessa agli effettivi proprietari che, in tal modo, potevano mungere le pecore i cui agnelli erano oramai svezzati. Questo per tutto il periodo del pascolo che andava da primavera fino al 2 di novembre. In questo giorno poteva cessare il rapporto di servizio prestato, che veniva onorato con il pagamento concordato in natura e/o in solido (verosimilmente nell’ultima decade di ottobre). Poteva però accadere che qualche piccolo proprietario non fosse così solerte nell’adempiere a tale formalità; proprio per tale motivo, i “pecorari” avevano escogitato un particolare escamotage. In siffatte situazioni, infatti, posizionavano una piccola pietra – a mo’ di collare – al collo di uno dei capi, utilizzando uno spago. Quel tipo di “messaggio” veniva ben presto recepito dal distratto “padroncéjjo” che si attivava per porre riparo. A quel punto la pecora veniva liberata dal segno e tutto tornava alla normalità.

Giulio Cipollone “de Bbicillétta” era uno dei tanti pastori del passato e qualche anno fa raccontava: «Io, oltre alle mie trenta pecore, ne pascolavo altrettante dei “patronéjji”. In pratica guidavo una “mórra” di una sessantina di capi. Le raccoglievo iniziando da Santa Lucia dove prelevavo quelle “dejjo Cìrchiaro; poi alle Mandre quello di Umberto “Jo Campèstro”; alla via dell’Ara quelle di Contaldi e nella piazzetta sulle Mura quelle di ‘Ndrea Marchionni, di Ggiuacchino e le mie che stavano nella stalla a fianco».
– E le portavate esclusivamente in montagna? «Sia pe’ llo piano che alla montagna. Tu te llo recordi ‘na ‘òta comme se useva? Ci steva la véce dello rano e quela dello cordisco. Praticamènte ‘na parte dello piano (presémpio quela vérzo Capistréjjo) era somentata a rano e l’atra (vérzo la Scurgola) a mazzòcche, patane, cici, fascióji, erbaprata, cicerchie ecc. In pratica, pe’ pasce non ci stevano probblemi pecché le restóppie stevano o da ‘na parte o dall’atra e lo spazio basteva pe’ tutti».
– Anche la montagna era aperta a tutti? «Jo monto che apparteneva ajjo paeso se poteva pasce comenzènne dajji “Trè Valluni” (sopri le Ravi de Capistréjjo), fino a Santa Bbarbara (ajji confini de Cappelle) ».
– E le pecore non si confondevano fra loro? «Nu’ le vardèmmo da lontano. Pecché tenèmmo puri i cani, ma penzèmmo a ggioca’ a morra, a tira’ sassate co’ lla fionna, a chiacchiara’ co’ cacche quatranna… Allora ci nne stevano tante che venevano a pasce e cacche ‘òta – pe’ la ggelosia – ci semo allottati tra vajjóji, speciarmènte co’ quiji de Cappelle… Tu lo vide comm’è la natura? Puri i mentuni se sfraggellevano la capòccia facènne a ttucca pe’ cacche pecora…».
– Prima di ricondurre le pecore nei rispettivi ovili dovevate abbeverarle… con tanta confusione e difficoltà vicino a quell’unico fontanile “delle pecore”. «Tante morre bbevevano pe lla via; ajji fóssi, alle sorgenti e all’acqua che scorreva ajji péti della montagna. Quele che s’abbeverevano ajjo fontanilo le tenèmmo a bbada nu’ pecorari; uno alla ‘òta le facèmmo bbeve».
– E in che modo vi retribuivano i “patronéjji”? «Le pecore ci lle consegnevano doppo la metetura. Praticamènte dajjo meso de luglio a ottobbre le portèmmo a pasce nu’ e le facemmo ammandra’ alle restóppie pe’ stabbia’ le térri. ‘N quijo periodo nu’ èmmo autorizzati a mogne tutte le pecore che pascèmmo. Ajji ddu’ de novembre, doppo jo jorno de “Onniasanta”, le reconsegnèmmo ajji “patronéjji” e issi penzevano a tenesselle dentro le stalli. Ugni cosa che se faceva da vajjóji, era pe’ malo campa . Però, quanto semo reventati ggiovenótti, ci nne semo dovuti i’ a laora’ fore».

Con riferimento ai pascoli praticati lungo i piani palentini, c’è da dire che i pastori, spesso dopo aver passato in rassegna tutti i poderi, facevano stazionare le pecore su determinati campi, soprattutto per farli concimare prima dell’aratura. Sugli stessi poderi, opportunamente recintati con reti fatte di corde, i pastori costruivano i loro “capanni” con canne ed arbusti adeguatamente assemblati, per ripararsi in caso di necessità e poter pernottare. Tali manufatti venivano rimossi di volta in volta e riposizionati nei successivi “stazzi”. La singolare consuetudine dava così vita ad una sorta di transumanza locale e quel particolare peregrinare faceva muovere non solo pastori e ovini, ma anche pali, magli, recinzioni, cani, secchi per la mungitura, lumi a petrolio, giacigli, coperture e quant’altro. A questa e ad altre operazioni partecipavano anche altri componenti della famiglia, spesso servendosi di carretti. Accadeva in particolare per il trasporto del latte da cagliare e per la fornitura di vettovaglie ed indumenti di ricambio in caso di improvvisi temporali. Poteva anche succedere che le greggi venissero attaccate dai lupi, che si avvicinavano molto spesso agli ovili e agli “stazzi” dove le pecore erano “ammandrate”. Così, quando un cacciatore riusciva ad abbattere un lupo lo portava in mostra sul dorso della cavalcatura, ricevendo in cambio omaggi e regali in natura.

Dall’allevamento delle pecore si ottenevano agnelli, formaggio e soprattutto lana. In un certo periodo dell’anno, ossia con l’arrivo del caldo a primavera inoltrata, le pecore venivano tosate una ad una con apposite forbici. Dopo essere state impastoiate, venivano immerse dentro grossi tini, ricavati da botti dismesse, oppure dentro grosse bagnarole metalliche. I recipienti venivano riempiti di acqua e di creolina, una sostanza detergente dall’odore acre ed inconfondibile. Dopo qualche minuto di ammollo (ovviamente con la testa fuori per far sì che respirassero), gli ovini venivano tirati fuori e fatti asciugare. Il bagno preservava lana e animali da eventuali parassiti e rimuoveva parte dello sporco e delle impurità. Mentre il vello veniva lavato, l’aria attorno si impregnava di un puzzo piuttosto fastidioso e persistente. Il procedimento otteneva comunque il ricercato effetto benefico; le pecore potevano essere tosate e la lana veniva posta in vendita a beneficio degli acquirenti forestieri che passavano a ritirarla. Una minima parte rimaneva a disposizione dei proprietari e dei richiedenti locali. Tra questi c’erano soprattutto quelli che dovevano preparare il corredo per le proprie figlie in prossimità del matrimonio. Il prodotto, opportunamente risciacquato e sottoposto ad ulteriori procedimenti, a quel punto poteva essere cardato manualmente. Questo processo avveniva prima dell’utilizzo finale, quello cioè della preparazione di materassi, cuscini e imbottite. L’operazione dava vita a un vero e proprio rito e cadeva sistematicamente qualche tempo prima del matrimonio e delle altre consuetudini in capo alla famiglia della sposa.


<Rielaborato da tre articoli pubblicati su “La Voce delle Cese” e da ulteriori ricerche personali>

3 risposte a “I patronéjji, i pecorari e quella transumanza palentina”

  1. Ciao Roberto.

    La foto dei bambini vestiti da pastorelli l’ho scattata io. Ti scrivo solo per sapere nomi e cognoni dei bambini se possibile. Anche di quello dietro vestito di nero.

    Grazie. Ciao da Ercole.

    • Ciao Ercole, il bambino in primo piano è Andrea Cipollone (1984, figlio di Mario e Iolanda), poi c’è Angelo Torge (1983, di Federico e Maria) e sullo sfondo Gianluca Cipollone (1986, di Filippo e Daniela). Un saluto.

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