,

Falegnami, ciabattini, fabbri ferrai e maniscalchi

[Storia delle Cese n.143]
di Osvaldo Cipollone

I Falegnami

Molte erano le attività artigiane che un tempo animavano il paese. Una delle più importanti era quella dei falegnami. Vicino alla piazza centrale, in particolare, c’erano l’abitazione e la bottega di Tancredi Marchionni, che realizzava ogni sorta di mobilio, soprattutto su richiesta di coloro che erano in procinto di sposarsi. Proprio in piazza, nello spazio prospicente la chiesa, un altro Marchionni, David (zi’ Ddavìdde), realizzava oggettistica varia. Oltre agli utensili da cucina e da lavoro, fabbricava anche girelli per neonati, culle, appendi-pentole e qualche giocattolo per bambini e ragazzi. In prossimità della Settimana Santa, ad esempio, con qualche spicciolo o prodotti in natura ci si poteva far costruire raganelle, nacchere e altri strumenti usati per fare frastuono o produrre rumori striduli. La consuetudine del tempo, infatti, prevedeva che, specialmente la sera del Venerdì Santo, grandi e piccoli si producessero in rumori assordanti come quelli associati al terremoto (il frastuono tendeva infatti ad emulare lo sconvolgimento della terra in conseguenza della morte di Nostro Signore). Altri provetti falegnami del tempo erano Pietro Ciciarelli, Luigi Mellano e Venanzio Marchionni. Pietro, denominato “jo santaro”, era in grado di riparare le parti rotte o tarlate delle statue dei santi, che al tempo erano quasi tutte in legno. Tra l’altro, lui era fratello di “Mastro Ggennaro” (1867), un provetto muratore, ma non era sposato e si dedicava, fra l’altro, a scrivere e preparare le “sàtare”, le rappresentazioni satiriche messe in scena nelle pubbliche piazzette. Istruiva inoltre i cantori che facevano parte del coro parrocchiale, cantando tassativamente in latino. Luigi Mellano era un falegname di alto livello e operava un isolato più avanti, sempre sulla stessa strada. Non era nativo di Cese, ma qui viveva e aveva famiglia, avendo sposato Rosina Marchionni (una delle numerose lattaie locali). Oltre ad essere un abile artigiano, Luigi era una persona scanzonata e cantava bene accompagnandosi con la chitarra (conosceva tutto il repertorio classico ed i brani napoletani). Ha trasmesso l’attività e i segreti del mestiere al figlio Angelo, che tuttora esegue lavori di un certo rilievo. Venanzio Marchionni, “Menanzino”, del quale si è parlato ampiamente con riferimento alla sua attività di mugnaio, si cimentava per lo più nella riparazione di parti dei carri agricoli, sia quelle in legno che quelle in ferro.

Fabbri, ferrai e maniscalchi

In passato a Cese c’erano anche due provetti fabbri e maniscalchi. Uno lavorava a ridosso di Piazza “‘N Sulle Mura” ed era conosciuto con un nomignolo particolare: “Ciabbafóno”. Era originario di Rosciolo e la sua bottega era frequentata per lo più da chi richiedeva lavorazioni in ferro battuto, come ringhiere e ferrate di sicurezza. L’altro era per lo più maniscalco e proveniva da Andria, di cognome faceva “Cicciopastore” e si chiamava Francesco. Agli inizi, siccome non aveva una dimora stabile, fu protagonista di un’occupazione abusiva presso i locali delle scuole elementari, dove esisteva una modesta residenza per gli insegnanti forestieri. L’episodio si risolse con la mobilitazione del paese e l’arrivo dei carabinieri chiamati per l’occasione. In seguito si stabilì in un piccolo fabbricato a pianterreno con annesso spazio per la bottega. Forgiava attrezzi da lavoro, zappe, vanghe, roncole, ma ripristinava anche i ferri degli zoccoli per gli animali da lavoro. A tale scopo, aveva installato una postazione fissa in legno, chiamata forse impropriamente “jo travaglio”, per immobilizzare gli animali e poterli “ferrare”; tale postazione si trovava a pochi passi dalla sua abitazione e bottega, situate nell’attuale Piazza Monte San Felice. Solo in tempi successivi è sorta l’attività artigiana di lavorazioni in ferro di Francesco Cipollone, noto in paese come Francisco “jo ferraro”, che ha realizzato molte opere di rilievo in paese e fuori. In questo ambito è opportuno annoverare anche l’attività industriale ed artigiana di Michele Di Matteo e di suo fratello Bruno, che può considerarsi a giusto merito la prosecuzione moderna di quel filone di fabbri ferrai del passato.

I ciabattini

In paese c’era anche più di un artigiano che con modeste richieste riparava le scarpe o le realizzava da zero dopo aver preso la misura. Oltre a ripristinare le parti corrose o rotte, a questi veniva spesso richiesto di potenziare le suole con adeguati supporti in ferro, i chiodi sagomati e le “ciappette” (lunette metalliche). Questi accorgimenti consentivano una maggiore durata delle parti più esposte, soprattutto per percorrere i tratti e i sentieri di montagna. Nel quartiere di Santa Lucia prestava la sua opera di ciabattino Palmerino Marchionni. In piazza, accanto alla sua abitazione, svolgeva la stessa professione Noè Marchionni e nel quartiere de “jo Burghitto” risuolava scarpe, sostituiva tacchi e confezionava tomaie Vito Faonio. Quest’ultimo ha svolto la propria attività a lungo, per poi passare il testimone al figlio Emilio, meglio conosciuto come “’Milio jo scarparo” (per distinguerlo dai numerosi Emilio suoi compaesani). A dire il vero, nella seconda metà del secolo scorso veniva a Cese quasi quotidianamente anche un calzolaio di Avezzano. Era una persona simpatica ed affabile e si chiamava Fortunato. “Non sacce comm’ha fatte mamma a damme ste nome”, diceva scherzando. Ripeteva, infatti, continuamente di essere un povero Cristo senza un soldo in tasca. Lavorava solo per mangiare e per sostenersi, altro non pretendeva se non un piatto di minestra, un quartino di vino e qualche spicciolo per gli acquisti del mestiere. Non aveva famiglia e gli piacevano di fatto tutte le più belle ragazze del paese, ma diceva sempre che nessuna donna lo avrebbe mai sposato con quella dote. Era comunque di bell’aspetto e molto abile nel suo lavoro. Portava con sé un grosso zaino con dentro i ferri del mestiere, qualche suola e qualche vecchia tomaia e veniva qui a piedi, superando il Salviano e tornando poi di notte ad Avezzano con la propria torcia. Spesso lo si incontrava tornando da scuola, anche di notte; in quel caso, per rassicurare i ragazzi faceva segnali con la stessa torcia a pila. A Cese era conosciuto da tutti, grandi e piccoli, poiché per lungo tempo ha frequentato il paese. Alcuni l’hanno poi rincontrato in vecchiaia all’interno di un istituto per anziani, dove è morto come tanti altri, lui così lontano dal suo nome ma soltanto, ci si augura, nella sua vicenda terrena.


<Articolo originale basato su testimonianze raccolte e ricerche personali. Foto di Ercole Di Matteo>


3 risposte a “Falegnami, ciabattini, fabbri ferrai e maniscalchi”

  1. Hermoso relato… no puedo dejar de emocionarme. Menciona a mi tía abuela Rosina Marchionni ( hermana de mi abuelo). Deseo de todo corazón poder algún día conocer el pueblo. Gracias por escribir estas historias tan lindas

Scrivi una risposta a Ercole Cancella risposta