[Storia delle Cese n.136]
di Roberto e Osvaldo Cipollone
Alcune espressioni e particolarità linguistiche portano con loro delle motivazioni storiche o radici legate alla geografia ed alla morfologia del territorio, oppure a determinate interpretazioni dialettali. Questi fattori rendono le stesse espressioni e parole assolutamente unici o molto rari, sia nel panorama locale che in quello nazionale. Nella realtà cesense, ciò avviene in corrispondenza di alcune particolarità espressive di cui il nostro paese porta ancora traccia, e che in alcuni casi appartengono solo a questo luogo o assumono qui un significato tutto loro.
S’È FATTO NOTTE ALLE CESE
In alcuni paesi dei Piani Palentini, per sottolineare la particolare illuminazione di cui gode Cese anche dopo che altrove è tramontato il sole, si è soliti citare una frase la cui origine è piuttosto incerta, ma la cui efficacia è di indubbio effetto. Si dice infatti in questi casi che “S’è fatto notte alle Cese”. Quando a Cese è ormai buio, si presume che la notte sia scesa definitivamente anche negli altri paesi del circondario, caratterizzati da un’esposizione simile ma non identica. Questo vuole indicare, metaforicamente, una situazione ormai conclusa, senza altra soluzione possibile.
VINTUN’ORA
“Vintun’ora” è un termine molto conosciuto nel linguaggio popolare perché richiama lo scoccare dell’ora pomeridiana che rappresentava un riferimento insostituibile nello scorrere delle giornate del passato. In teoria, ma non a Cese, a “vintun’ora” finiva la giornata lavorativa in campagna e, dopo una breve preghiera o un segno di croce, si tornava a casa per attendere alle altre faccende. Tra i proverbi abruzzesi raccolti da Antonio De Nino nel 1877 compare anche «Ventun’ora la giornata è uscita fuora», a significare proprio la fine della giornata in campagna. Nella realtà, però, e questo a Cese è confermato dall’esperienza di tutti quelli che hanno lavorato in campagna, la preghiera o il segno di croce fatti “a vintun’ora” (ossia quando si sentiva l’inconfondibile suono delle campane della chiesa) rappresentavano solo l’occasione di una breve pausa, che poteva prevedere anche una modesta merenda con ciò che le donne portavano appositamente nei campi a quell’ora. Terminata la pausa, si riprendeva il lavoro nei campi e si continuava fino al calare del sole, per poi tornare a casa e attendere sia alle faccende domestiche che a quelle legate al governo degli animali o alle ulteriori esigenze della famiglia. Si sapeva che quando suonava “vintun’ora” mancavano circa tre ore al tramonto, poiché questo precedeva di poco l’Ave Maria recitata alla sera. Nell’antico uso italiano, infatti, le ventiquattro ore si contavano proprio a partire dalla “Ave Maria” della sera, che rappresentava l’ora zero. Tale uso, detto anche “italico”, era utile perché dava immediata informazione su quante ore mancassero al tramonto ed è stato l’unico in vigore in Italia dal Medioevo al Settecento, scomparendo definitivamente solo nella prima metà dell’Ottocento. Le ore così computate erano dette ore italiane o planetarie, ed erano divise in ore grandi (da 13 a 24), ed ore piccole (da 1 a 12, da cui l’espressione “fare le ore piccole”, ossia attardarsi a notte). La “vintun’ora”, dunque, coincideva all’incirca con le tre del pomeriggio, ora tradizionalmente legata alla morte del Cristo; da qui, il quotidiano suono di campane e la consuetudine del segno di croce o di preghiera in memoria della morte del Salvatore. Nella realtà, nei mesi in cui è in vigore l’ora legale le campane di “vintun’ora” suonano alle 16, indicativamente tre ore prima dell’ora media del tramonto, che nei mesi centrali, tuttavia, è spostato più in avanti.
PE’ LL’AMORE TE’
Nel dialetto locale, l’espressione “Pe’ ll’amore té’” non è traducibile con “per il tuo amore”, ma significa piuttosto “per colpa o a causa tua”. Non si usa, dunque, come dichiarazione d’amore o come segno di amorevolezza nei confronti di un’altra persona, quanto per sottolineare il compimento o il mancato compimento di un’azione o l’accadere di qualcosa “a causa” della persona a cui ci si rivolge. Ad esempio: “Pe’ ll’amore té’, ci sémo dovuti fa’ no chilometro a ppèto” [“A causa tua, abbiamo dovuto fare un chilometro a piedi”], oppure “Mo, pe’ ll’amore té’, non vè’ manco isso” [“Adesso, per te (siccome manchi tu o per rispetto a te), non viene neanche lui”]. Sottintende comunque un sentimento di affetto, un legame tra i due interlocutori, ma tende ad evidenziare allo stesso tempo un sacrificio, uno sforzo, una situazione da risolvere, “facendo pesare”, in maniera più o meno bonaria, quello stesso legame con la persona richiamata.
RECCÒLLE LA PATTA
L’espressione “reccòlle la patta” fa riferimento all’individuazione delle diverse fasi lunari attraverso un procedimento che prevede laboriosi calcoli numerici. Il termine “patta”, in particolare, deriva dalla storpiatura di “epatta”, definita come l’età della luna al 1° gennaio, ossia il numero di giorni trascorsi dall’ultima luna nuova. Questo numero può andare da 1 a 30 ed è utilizzato in particolare per fissare la Pasqua secondo una regola matematica prestabilita. La dizione dialettale “non te cci fa reccòlle la patta”, per estensione, vuole significare “non lasciar comprendere il senso del proprio discorso”, magari ingarbugliando le proprie tesi ed argomentazioni in maniera voluta o meno.
DIESILLA O DIASILLA
Il termine “diesilla” o “diasilla” nasce dalla trasformazione popolare e maccheronica del “Dies Irae”, un inno liturgico attribuito al nostro conterraneo Beato Tommaso da Celano e cantato anticamente nella messa dei defunti. Il vocabolo riprende l’incipit della sequenza liturgica (“Dies irae, dies illa, Solvet saeclum in favilla, Teste David cum Sibylla…”) e indicava originariamente una preghiera, che, se recitata tre volte, valeva una messa in suffragio dei morti. Addirittura c’erano delle persone, per lo più mendicanti, che la recitavano nelle case di campagna, in cambio di cibo e di qualche piccola offerta. Per estensione, “diesilla/diasilla” ha assunto il significato di discorso lungo, vuoto, solfa, ma anche predica, litania, giaculatoria o lunga sequela. Nel dialetto di Cese, tuttavia, il termine non viene utilizzato con questa accezione, ma è usato popolarmente come sinonimo di “niente”, “nessuno” o “non si sa cosa”. [Ad esempio: “Non nne sa manco de diasilla” (Non sa di niente, è insipido)]. La trasposizione del significato è probabilmente legata alla scarsa significanza delle litanie ripetute meccanicamente, senza un reale valore in termini di contenuto, ossia che non dicono nulla oppure che non si sa cosa dicano, magari perché non si conosce la lingua nella quale vengono recitate. Una trasposizione, questa, che è raramente rintracciabile in altri dialetti italiani, in particolare in casi isolati nei quali il termine è usato ad esempio nella forma “Non capire una diasilla”, ossia “Non capire nulla”.
RATTATTUJJIA, RESÌBBOLA…
Diversi altri termini dialettali hanno assunto un significato più ampio e a volte distante dalla parola a cui sono legate, sempre per un meccanismo di estensione del senso contenuto nel vocabolo da cui in qualche modo derivano. Un esempio evidente è “rattattujjia”, che deriva dal francese “ratatouille” = mix di verdure (a sua volta legato al verbo touiller che significa “rimestare”). Questa parola, infatti, oltre al significato più concreto, a Cese assume per estensione il senso di disordine, confusione, ma anche di parapiglia e ressa. Un altro esempio è costituito dalla parola “resìbbola”, derivante da “erisipela” (trasformata anche in “resipola” o “risipola”, in italiano), infezione cutanea che si manifesta con piccole chiazze sulla pelle. A Cese, oltre al significato specifico, assume anche quello di generica manifestazione cutanea con piccole macchie, ma anche, per estensione, di cosa indefinita o di poco conto, magari con riferimento alla “irrisoria” dimensione delle macchioline cutanee.
Per gli appassionati ed i curiosi, si riportano in allegato tutti i vocaboli elencati nel “Dizionario del dialetto cesense” di Osvaldo Cipollone (circa 6.600 termini) con versione in italiano e spiegazioni.
<Articolo originale basato su Osvaldo Cipollone, “Dizionario del dialetto cesense” (2006) e ricerche personali>






Una replica a ““S’è fatto notte alle Cese” e altre voci nostre”
Ciao Osvaldo e Roberto. Come al solito articolo molto iteressante. Grazie.