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Maria ‘ella fonte, Peter e David

[Storia delle Cese n.131]
da Osvaldo e Roberto Cipollone

Dopo l’annuncio dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre 1943, molti prigionieri alleati fuggirono cercando rifugio ovunque se ne presentasse l’opportunità. Un giorno, in particolare, un nutrito gruppo proveniente dal campo di prigionia di Chieti viaggiava sul treno in direzione di Roma; lungo il tragitto, alcuni prigionieri riuscirono a praticare un’apertura all’interno del vagone di legno, così, quando il convoglio era in prossimità di una stazione, loro fuggivano a coppie, protetti dagli altri che provvedevano poi a nascondere l’apertura con una coperta. Arrivati in prossimità di Cappelle, anche gli ultimi fuggitivi abbandonarono il treno e due di loro raggiunsero a piedi la cima di Monte San Felice, dove s’imbatterono in alcuni pastori di Cese (all’epoca ve n’erano tanti). Vennero quindi accompagnati in paese e affidati a Maria Venditti, originaria di Capistrello ma sposata a Cese con Felice Torge. La popolana, nota come “Maria della Fonte”, decise di dare ospitalità ai due ufficiali e trovò un’altra sistemazione agli altri. La donna aveva al tempo 45 anni e gestiva un forno con annessa bottega di generi alimentari a cui si rivolgevano anche alcuni ufficiali tedeschi, ed in particolare un interprete che, dopo gli studi in Germania, aveva frequentato anche l’università di Bologna. Conoscendo l’italiano, dunque, questi riusciva a muoversi con una certa disinvoltura negli scambi con la popolazione locale. Con l’aiuto del parroco Don Vittorio Braccioni, Maria trasformò i due soldati in contadini locali; il prete impartì loro sommarie lezioni d’italiano e i due vennero avviati ai lavori nei campi, anche se non ne avevano esperienza. L’escamotage consentiva loro di rimanere nell’anonimato e confondersi con i contadini del posto. Assunsero anche proprie generalità: uno diventò Pietro Cipollone, l’altro Luigi Bruno e nelle loro tasche trovarono posto oggetti di uso locale, documenti falsi e “santini” di persone morte poco tempo prima. Tutto questo per rendere credibile la loro identità e fugare eventuali sospetti. Chi muoveva i fili dell’intricata matassa era la Venditti, donna coraggiosa e dotata di un alto senso di umanità ed altruismo.

Tra i tanti aneddoti che videro protagonista la donna, uno assolutamente emblematico la eleva a vero personaggio dell’epoca. Un giorno, mentre era a tavola con i familiari, i due ex-prigionieri ed il parroco, in occasione della comunione di una nipote, fecero infatti irruzione in casa due tedeschi richiamati dal frastuono della circostanza. Con i propri modi ostili, i militari ordinarono di fornire immediatamente le generalità dei presenti. Maria allora si fece loro incontro indicando il marito ed i figli e spiegando: «Oggi è la festa di questa mia nipotina ed è per questo che ho invitato il parroco e due miei cugini». Detto ciò, li invitò a rimanere, prese vassoi e bicchieri e offrì loro biscotti e vino. I tedeschi bevvero sollevando i bicchieri per il brindisi ed augurando salute ai presenti. La donna servì tutti con affabilità, senza manifestare imbarazzo né dare segni di nervosismo. In quell’occasione, dunque, riuscì a far mangiare alla stessa tavola sia gli ufficiali alleati che quelli tedeschi. Incredibile, ma vero: “Maria della Fonte” riuscì a prendersi gioco di questi ultimi e a far brindare fra loro due schieramenti nemici.

In un’altra occasione, mentre dialogava in casa con un prigioniero americano, sentì dei colpi alla porta. Dall’esterno ordinarono: «Aprire!». Lei allora sospinse l’interlocutore dentro la cappa del camino spento, ponendo una fascina di spini a copertura dei piedi. I militari, constatato che non c’era nessun intruso, dopo una breve chiacchierata con la padrona lasciarono la casa. Nel maggio del ’44, quando gli Alleati stavano per oltrepassare il fronte di Cassino, la donna aveva già messo al sicuro diversi ufficiali dell’esercito britannico facendoli rifugiare sui Monti della Renga e inviando loro viveri e indumenti tramite un suo nipote, Fernando Venditti. Questi, fra l’altro, ha collaborato alla stesura di un capitolo sull’argomento all’interno di “Otto mesi di ferro e fuoco” di Antonio Rosini. In quelle pagine l’autore riporta il fatto che la coraggiosa donna ha ispirato anche un breve documentario televisivo sulla Resistenza, trasmesso dalla Rai[1], nel quale si mettono in risalto le doti «dell’impavida popolana la quale, di fronte al pericolo che stavano correndo i suoi Peter e David, con audacia riuscì ad evitare il peggio…».

Questo il testo della voce narrante:

«A Cese, qualche giorno prima della liberazione, un gruppo di contadini è riunito per festeggiare la prima comunione della nipote di Maria Torge, che i compaesani chiamano Maria La Fonte. Per l’occasione si è riusciti a mettere sulla tavola qualche cibo buono, del vino e perfino un dolce. La festa, così insolita in quei giorni, ha messo sulle facce degli invitati un’aria quasi di spensieratezza intorno alla bambina, felice col suo abito bianco. Ci sono i fratelli, i cugini, gli zii. C’è anche il parroco; lo hanno pregato di fare lui il brindisi e dare così maggiore solennità alla lieta riunione. Ci sono poi due ospiti, due giovani agricoltori. Ma all’improvviso, richiamati forse dai canti e dalle voci, bussano alla porta alcuni nazisti. Subito, inaspettatamente, i due giovani cercano di scappare, ma il parroco riesce a riportare un po’ di calma. Apre la porta, e fra l’emozione generale, il sergente di quel manipolo di nazisti accetta di buon grado un bicchiere di vino paesano offertogli dal parroco. Si brinda, si canta, il parroco si dimostra a loro pacioso e soddisfatto, anche della loro ingombrante presenza. La nonna riesce a rimanere disinvolta, la festeggiata è ansiosa, non capisce cosa gli sta capitando tutto attorno. Cosa nasconde questo improvviso clima disteso, quasi allegro? Dei due agricoltori che prima avevano cercato di fuggire, il contadino Bruno Luigi appare anche lui in questo momento divertito. Nella sua carta d’identità è nominato come il fascista Bruno Luigi, figlio di Giuseppe e Antonina Bianchi, nato a Cese il 24 settembre 1916[2], di professione contadino. Ha con sé la tessera del partito fascista numero 1795063, Fascio di combattimento di Cese, L’Aquila. Ma chi è in realtà questo contadino? È il capitano inglese Peter William Allsebrook, un membro del servizio segreto britannico[3], uno dei prigionieri ospitati in inverno dalla famiglia Torge. Se i Tedeschi lo avessero riconosciuto, la famiglia Torge avrebbe pagato molto cara l’ospitalità offerta, e quel bianco vestito avrebbe registrato sicuramente un pesante lutto, più che una sostenuta gioia».

Quando poi l’11 giugno arrivarono a Cese le truppe neozelandesi, Peter e David, prima di lasciare il paese, salutarono la popolazione e ringraziarono pubblicamente la donna. Due giorni dopo, il 13 giugno del 1944, alle 6:30 del mattino, Luisa, una nipote di Maria, dette alla luce un figlio maschio e decise, dietro consiglio della zia, che il piccolo dovesse portare il nome di quei due ufficiali: Peter e David. Al bambino venne aggiunto anche un terzo nome, Denver, a ricordo del colonnello neozelandese che comandava il reparto arrivato per primo a Cese. Il bambino, dunque, venne chiamato Pietro Davide Denver, da tutti conosciuto a Cese come Pier Davide. Dopo la liberazione, Maria continuò ad aiutare coloro che dovevano rispondere di collaborazionismo con i tedeschi, ma che non si erano macchiati di crimini. Per la dedizione mostrata, in seguito sia il governo britannico che quello tedesco le inviarono attestati di riconoscenza.

Documento rilasciato dal Comando tedesco a Maria Venditti (nel testo riportata come “Torgi”).

Certificato
La Sig.ra Torgi, Le Cese, è proprietaria dell’unico negozio, con vicino il forno. Le sue bestie da tiro, così come la mucca, non sono da sequestrare, in quanto servono a fornire beni per l’economia. Inoltre la proprietaria è stata d’aiuto in ogni modo alle autorità tedesche.
27/10/1943                                                       Il Comandante in capo

Documento rilasciato dal Capitano David Mitchell a favore di Genesio Torge.

Dichiaro che il Signor Torge Genesio, figlio di Torge Felice e di Venditti Maria, abitante a Cese di Avezzano Provincia di Aquila, mi è stato di valido aiuto durante la mia permanenza in Italia, riuscendo a farmi occultare dai Tedeschi fino all’arrivo degli Alleati in Cese di Avezzano.
Dichiaro inoltre di essere stato ospitato dalla famiglia del Signor Torge Genesio dal 1° ottobre 1943 fino al 14 giugno 1944, periodo in cui io vissi in libertà riuscendo a scappare dal Campo di Concentramento P.G. No. 21 (Chieti) dove ero stato internato quale Prigioniero di Guerra.
10/01/1946               The Green Howards – Capitano D.D. Mitchell


Il 26 marzo del 2014, a circa 70 anni da quegli eventi, Simon Allsebrook, figlio di Peter, ha voluto conoscere Cese ed i familiari della donna che aveva ospitato suo padre, rendendo omaggio a Maria che riposa nel cimitero di Avezzano. In quella stessa occasione Simon ha voluto conoscere Pier Davide Micocci, che porta anche il nome del padre, manifestandogli la propria sincera amicizia. Anche noi, presenti al loro abbraccio, abbiamo provato emozione durante quella chiacchierata tradotta in simultanea. In quel momento abbiamo respirato la commozione dell’incontro con la sensazione che i due, perfetti sconosciuti, in realtà si conoscessero da sempre.

Da sinistra a destra: Mario Veronetto (paracadutista italiano rifugiato in paese), David Mitchell, Maria Venditti, Peter Winder Allsebrook e tre soldati neozelandesi. (Immagine di proprietà di Simon Allsebrook. Tutti i diritti riservati)

Memoria del Colonnello Peter Winder Allsebrook (PWA)
(per gentile concessione del figlio Simon Allsebrook[4])

Peter Winder Allsebrook (PWA) era un capitano dell’esercito britannico. Fu catturato e rinchiuso per 18 mesi in un campo di prigionia italiano a Chieti. Mentre stavano per essere trasferiti in Germania, lui e un altro ufficiale fuggirono saltando giù da un treno vicino al villaggio di Cese, e dopo settimane di vita sulla montagna trovarono rifugio in paese presso gente del posto. Hanno vissuto sotto copertura in questo villaggio occupato dai Tedeschi per 9 mesi. Dopo aver lasciato il paese hanno incontrato un battaglione neozelandese e sono tornati con loro per liberare Cese.
PWA e altri prigionieri di guerra fuggirono da un treno vicino a Cese. Lui e un collega ufficiale, David Mitchell (DM), sopravvissero su una collina per due settimane, poi fecero amicizia con Maria Torge, una donna di Cese che arrivò da loro con del cibo e li invitò a scendere in paese. Durante i nove mesi trascorsi in paese vissero e lavorarono come italiani, muovendosi tra le case e lavorando nei campi come contadini. A sostegno della sua copertura, PWA aveva dei veri e propri documenti, con tanto di carta d’identità su cui appariva il nome di Pietro Cipollone.
Ad un certo punto dovettero lasciare rapidamente il paese, quando un battaglione composto da metà tedeschi e metà italiani vi si stabilì. Si imbatterono in un reggimento neozelandese e rimasero con loro girando per i villaggi liberati. L’epilogo finale si realizzò quando con il battaglione neozelandese liberarono Cese, il paese in cui PWA e DM erano stati per 9 mesi. I gioiosi, fantastici festeggiamenti degli abitanti del paese furono travolgenti; chiesero persino a PWA di diventare sindaco! La mattina dopo la liberazione, mentre stavano partendo per Napoli (per essere rimpatriati), in paese nacque un bambino. Fu battezzato Pietro Davide Denver (dal nome di PWA, DM e Denver Fountaine, colonnello del battaglione di liberazione neozelandese) e vive ancora oggi lì.

Da sinistra a destra: David Mitchell, Nunziatina, Iris e Felice Torge, Peter Winder Allsebrook e Anna (Ninetta) Cipollone. Nunziatina Torge, figlia di Francesco e di Maria (Marietta) Stati, aveva al tempo 18 anni; sua cugina Iris, figlia di Felice e di Maria Venditti, ne aveva 19; l’altra cugina “Ninetta”, figlia di Angela Torge e di Luciano Cipollone, ne aveva invece 21. (Immagine di proprietà di Simon Allsebrook. Tutti i diritti riservati)

Testimonianza video di Simon Allsebrook, figlio di Peter Winder Allsebrook



[1] Il documento integrale s’intitola “La battaglia di Valle Roveto” ed è stato realizzato per la Rai nel 1965 da Lorenzo Di Schiena (http://youtu.be/nSf8-JSOLz0).
[2]Il vero Luigi Bruno, figlio di Giuseppe e di Antonina Bianchi, in quel periodo era prigioniero di guerra degli Inglesi. La data di nascita tuttavia non è esatta, poiché il vero Luigi Bruno era nato il 22 agosto 1915 e non il 24 settembre 1916. Inoltre, l’identità di Luigi Bruno non era stata “assegnata” ad Allsebrook, ma all’altro ufficiale britannico, ossia David Mitchell.
[3]Sul capitano Allsebrook ci sono diverse inesattezze; il suo vero nome era Peter Winder (non Peter William), non era un membro del servizio segreto e la sua identità di copertura era quella di “Pietro Cipollone”.
[4] Memoria di proprietà di Simon Allsebrook. Traduzione di Roberto Cipollone. Tutti i diritti riservati.


<Rielaborato da O. e R. Cipollone, “Padroni di niente” (2019)>

Una replica a “Maria ‘ella fonte, Peter e David”

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