[Storia delle Cese n.128]
da Osvaldo e Roberto Cipollone
L’importanza del servizio di assistenza sanitaria ha sempre richiesto un approccio “di prossimità” che prescinde dalla maggiore o minore dimensione demografica, e questo fortunatamente vale ed è valso anche per il nostro paese, nel quale, almeno in passato, le figure sanitarie erano diverse.
Il medico condotto, o “medico di condotta”, aveva le funzioni dell’attuale medico di famiglia (formalmente “medico di medicina generale”, ex “medico della mutua”). Il chirurgo, spesso chiamato anche “cerusico” (a memoria del termine medievale), aveva invece il compito di effettuare piccole operazioni e di fare le vaccinazioni, che in passato erano molto più complesse delle semplici iniezioni. Questo, sempre sulla carta, perché spesso poteva succedere che i medici condotti inglobassero o sostituissero i chirurghi (mentre non era possibile il contrario). Questi ultimi erano tra l’altro stipendiati con una paga inferiore, pari a circa la metà di quella dei medici condotti, i quali erano tenuti anche a compilare delle relazioni periodiche, in cui spesso sottolineavano le precarie condizioni di vita dei lavoratori delle campagne. C’è da dire, a tale riguardo, che la popolazione contadina risultava in generale più esposta alle malattie epidemiche, anche perché si investiva molto poco nella tutela della salute pubblica e perché le condizioni igieniche erano spesso problematiche.
Nei documenti d’archivio locali si trovano molti riferimenti a nomine, paghe e istanze relative sia ai medici condotti che ai chirurghi designati per Cese. In uno dei documenti più antichi, inserito all’interno del Catasto del 1754, è presente un riferimento specifico all’utilizzo delle tasse “de’ cittadini” di quella che era allora l’Università delle Cese a favore del “medico di condotta” (ducati 20 annui) e del “chirurgo” (ducati 10 annui). La figura del chirurgo/cerusico è stata poi progressivamente inglobata e centralizzata a livello di capoluogo comunale, come dimostra la risoluzione del Decurionato[1] del 1825 in risposta alla richiesta di Antonio Rosati, “che domanda di esser ammesso al servizio di … chirurgo in Cese con soldo comunale, ed ha invitato i Signori Decurioni a deliberare analogamente”. A tale istanza, il Decurionato rispose: “Considerando che il chirurgo condottato in questo Comune è tenuto a servire anche il riunito di Cese, atteso che ne percepisce la mercede corrispondente. Considerando che quantunque volesse annuirsi alla richiesta del Rosati, le finanze più che cagionevoli del Comune non lo permettono. Vista la legge del 12 dicembre 1816[2], ha rigettata la pretenzione del Signor Rosati”. Stando alle rimostranze dei delegati locali, il servizio sanitario nella frazione non veniva al tempo svolto in maniera soddisfacente, se è vero che “il 28.10.1835 l’eletto di Cese A. Marchionni ed il parroco don S. Cosimati ricorrevano contro l’atteggiamento arrogante del medico De Clemente; contro quest’ultimo il marchese di S. Stefano diresse una pepata relazione evidenziando che lo stesso mostrava un orgoglio smodato, si rifiutava di visitare i poveri, gli abitanti di Cese ed i gendarmi delle prigioni, come certificato dal tenente A. Cafiero, il quale concludeva che il De Clemente non contava nulla in fatto di medicina”[3]. In una delibera del Consiglio municipale del 1855 si tratta invece la “Nomina dei Medici, e Chirurgi per Avezzano, e pel riunito di Cese”, su invito del Sindaco a nominare due professori per il capoluogo ed uno per la frazione di Cese, visto “che in questo Comune Capoluogo e nel riunito di Cese manca la condotta medica e cerusica”. Dopo aver proclamato come medici del Capoluogo Ferdinando Ruggiero e Antonio Cerri, il Sindaco dava mandato al “Consigliere di quella Borgata sig. De Amicis di fare la proposta, intesi i cittadini della stessa, per un sanitario in quel Comune e ne riferirà ad altra tornata, onde procedersi alla nomina”. Non si sono ad oggi trovate deliberazioni successive, in tal senso, ma la questione del medico condotto non deve essere stata di facile soluzione, in quegli anni, se si considera che nel 1868 i cittadini di Cese dovettero fare richiesta di un “medico a scavalco” che garantisse la presenza in paese almeno una volta a settimana. A tale scopo fu allora nominato il dottor Ambrogio Brogi, mentre qualche anno prima, nel 1864, si era attestata l’attività di Antonio Marchionni come “basso chirurgo”, opera per la quale era stato retribuito con 22,50 lire per il secondo semestre di quell’anno.
Si può dire che in generale l’incarico di medico condotto a Cese non dovesse essere facile né rigorosamente regolamentato, almeno stando a quanto raccolto dal viaggiatore Nicola Marcone a fine ‘800. Lo stesso, infatti, nel suo passaggio a Cese incontrò un non meglio identificato “medico” del paese che descrisse la propria attività in maniera sicuramente sincera, risultando agli occhi del viaggiatore nientemeno che un “povero diavolo”.
“Avete il medico, a Cese?”, domandai ad un tale che incontrai per via. “Sono io per servirvi”, mi rispose immediatamente. “Grazie tante!”, soggiunsi io dando un passo indietro, “e il Cielo mi preservi dalla necessità di valermi dell’opera vostra … per quanto possa stimarla”. “Ecco qua, Signore”, egli ripigliò, “io, a rigore, non sono né medico, né chirurgo, non feci studi, né ho le lauree rispettive: nondimeno è tale la pratica acquistata oramai, che tutti qui in paese mi accettano nell’una e nell’altra, sono contenti di me, e a preferenza …”. “Coloro che riducete al silenzio eterno! Non è così?”, dissi, ammicando il “dottore”. “Non me ne offendo, Signore; sono abituato a queste facezie di linguaggio che anche altri si permettono con me. Però, sappiate che io presto soltanto le prime cure agli infermi; quando la malattia si aggrava li consiglio a chiamare il dottore della vicina Avezzano”. “Bravissimo!”, esclamai ridendo, “così non vi spingete tant’oltre, voi, e riservate su altri la responsabilità in qualunque caso di morte”. “Ma sapete, Signore”, e il povero figlio … spurio d’Esculapio assunse in quel momento un’aria così grave e seria da non poter aspirare alla legittimità della nascita. “Sapete voi, che per questo servizio, stando sempre pronto a qualunque richiesta, io non ho altra retribuzione che trecento lire all’anno, ossia ottanta centesimi al giorno? Sapete che se non mi aiutassi in altre maniere morirei di fame? …”. E veramente, a ben guardarlo, tutto l’insieme di quel povero diavolo confermava la verità di quanto asseriva. Un embrione di vecchio e spelato soprabito, che probabilmente si andava raccorciando ogn’anno per le necessarie riparazioni, gli covriva appena il dorso: un cappello a forma cilindrica (tanto per non smentire il carattere dottorale) alto e stretto come un tubo di caminetto, che non gli calzava a dovere ed era in pieno disaccordo col cocuzzolo, gli dava un aspetto mal dissimulato di mendicante sicché quello di un ufficiale di salute. “E come fate”, riappiccando dopo breve pausa il discorso, soggiunsi, “ad aiutarvi in altre maniere?”. “Ecco: prima di tutto, ciascun ammalato che servo, se non è proprio un indigente, non mi manda giammai indietro senza qualche segno della sua gratitudine. Poco, sì, ma niente, mai: e una volta è un uovo fresco, un’altra è un cantuccio di schiacciata, e talora, ma raramente, una mezza bottiglia di vino. Questi però, come capirete benissimo, sono incerti – troppo incerti, tanto più che degli agiati ammalano meno dei poveri e le malattie non si verificano tutti i giorni con quella insaziabile periodicità con cui ritorna la fame … Perciò mi adatto a scrivere lettere alle mamme pei loro figli che servono nell’armata e …”. “E alle figlie pei loro fidanzati lontani, non è così?”. “Anche, anche! Tutto, insomma, che è onesto e compatibile colla dignità della mia professione, io lo faccio, fino a suonar l’organo in Chiesa per quindici lire all’anno”. “Quindici lire! Ma quanto prende, allora, l’individuo che tira i mantici? …”. “Quello è un ufficio cumulato nella persona del sagrestano, che nel tempo stesso è pure becchino … In complesso, lui è pagato molto, oh molto meglio di me!”, concluse con un sospiro a stento represso. Dico la verità: a queste ultime parole cessai di ridere, e mi sovvenni di una sentenza di Boileau: “Sott’ogni scena della gran commedia sociale si nasconde sempre la nota drammatica … – basta un po’ di cuore a trovarla!”.
In merito all’usanza, più o meno formalizzata, di ricambiare l’opera del medico condotto con modeste donazioni, c’è da dire che in passato, e per tutta la prima metà del ‘900, gli abitanti di Cese hanno mantenuto uno speciale contratto che a fronte del servizio prevedeva l’obbligo di versare al professionista una quota di grano che solitamente corrispondeva ad una “coppétta” (circa 11 Kg.). Tale contributo veniva riscosso da un incaricato che a bordo di un carretto passava di casa in casa per poi consegnare il ricavato al dottore. Il medico, da parte sua, doveva rendersi disponibile ad ogni chiamata e prestare la propria opera disinteressatamente. I pazienti dovevano invece procurarsi le medicine prescritte senza dovere nulla al sanitario, che visitava a domicilio o presso un ambulatorio ricavato nella propria abitazione. Con riferimento all’assistenza agli indigenti, in un documento degli anni ’20 si legge: “A Cese non esiste una cassetta dei medicinali di pronto soccorso per i poveri. Ai poveri benché forniti di documenti è stato negato il ricovero urgente all’Ospedale Civile. Poiché i beni della Congregazione di Carità sono in massima parte nel territorio della frazione, i naturali chiedono una maggiore giustizia distributiva. (Nella ripartizione delle cariche della Congregazione sono stati trascurati completamente)”. Il riferimento è, nel caso specifico, a quell’istituzione – la congregazione di carità, appunto – voluta nel 1862 dalla “legge Rattazzi” per curare l’amministrazione dei beni destinati all’erogazione di sussidi e altri benefici per i poveri, ivi compresa l’assistenza sanitaria. Un’istituzione di spettanza comunale alla quale era stata trasferita anche la gestione dei numerosi beni delle confraternite e delle opere pie di Cese, ma che evidentemente non teneva in giusto conto le esigenze della frazione.
Agli inizi del ‘900 l’assistenza sanitaria a Cese era garantita da un medico originario di Magliano, il dottor Gentile. Questi, avendo un incarico “a scavalco”, assicurava lo stesso servizio anche a Corcumello e si recava in entrambi i paesi nella stessa giornata, compiendo il percorso in groppa al proprio cavallo. Dagli anni ’20 e fino al 1934 l’attività è stata svolta “dajjo méteco Cipollone” (Giocondo Cipollone), nativo e residente a Cese. La sua figura è la più ricordata e la più rappresentata nel novero dei tanti personaggi del passato, non solo per il servizio prestato, ma anche perché successivamente fu nominato segretario politico del Fascio. In un pro-memoria conservato nell’Archivio Storico del Comune di Avezzano a firma della locale sezione dell’associazione nazionale mutilati e invalidi, datato 31 ottobre 1924, si trova traccia dei primi incarichi del dottor Giocondo Cipollone in paese. Vi si legge: “Cese aveva prima del terremoto una regolare condotta medica, il cui titolare era il Dott. Gentile attualmente qui nel capoluogo. Essendosi laureato un giovane del paese Sig. Cipollone Giocondo, Vice Presidente della nostra Sezione, venne stabilito un sussidio di L. 3000 annue per il servizio che egli presta alla popolazione. Poiché è naturale ed è anche un ottimo professionista si chiede a nome della sezione che Domenica 26 corr. ha votato un ordine del giorno a proposito e a nome della frazione benemerita per aver votato compatta la lista del fascio (260 voti) che venga ripristinata la condotta medica, in modo da mettere il Dottor Cipollone in pianta stabile. Dal Comune parte una lotta sorda contro il Cipollone specialmente da parte dei Segretari appunto per l’atteggiamento suo e della popolazione nei riguardi delle elezioni”. Nel documento si lamentava dunque un ostruzionismo di stampo politico alla nomina del dottor Cipollone, il quale però fu poi designato ufficialmente come medico condotto della frazione. Quando si trasferì ad Avezzano, a Cese giunse un supplente che però non soddisfaceva a pieno le richieste della popolazione, tanto che fu firmata una sottoscrizione al Commissario Prefettizio affinché si ripristinasse un servizio adeguato. In realtà, sia durante l’assenza del “medico Cipollone” che in precedenza, per le prime cure molti compaesani si rivolgevano a Mariano Cipollone, che, pur non possedendo titoli, aveva acquisito esperienza paramedica nel corso della sua permanenza da emigrato negli Stati Uniti e successivamente durante il servizio militare. Gli anziani raccontano che già al tempo conoscesse diversi rimedi all’avanguardia e che li sperimentasse sulla propria persona. Dopo il “medico Cipollone”, per un certo periodo a Cese si sono avvicendati diversi sanitari, tra i quali il dottor Marini di Sulmona (che esercitava contemporaneamente anche a Cappadocia) ed una dottoressa che fu in verità accettata con qualche perplessità dai pazienti maschi. Dagli inizi degli anni ’40 il servizio è stato affidato al dottor Di Rocco, che l’ha esercitato per molti anni, dapprima facendo la spola tra Avezzano e Cese e poi risiedendo stabilmente in paese. Una volta in pensione, è stato sostituito dalla dottoressa Renata Parisse, che ha esercitato a Cese fino alla primavera del ’97, quando è stata sostituita dalla dottoressa Livia Cipollone, la quale, dopo 27 anni di servizio in loco, ha a sua volta passato le consegne alla dottoressa Nunzia Torge nella primavera del 2024.
Numerosi sono, nel nostro paese, i laureati in medicina. Molti di loro esercitano la professione in altre parti d’Italia, ma conservano un’ampia disponibilità rispetto alle richieste dei compaesani, anche in quelli che per loro sarebbero momenti liberi. Tra i medici condotti di una volta, una delle figure maggiormente note è quella del dottor Antonino Marchionni, che ha esercitato ad Avezzano per molti anni annoverando tra i suoi più affezionati assistiti diversi compaesani, con i quali ha mantenuto sempre un rapporto familiare.
Altre figure legate all’ambito dell’assistenza sanitaria “in loco” sono quelle delle “levatrici”, antesignane delle moderne ostetriche, e dei “salassatori”, che compaiono anche in diversi documenti d’archivio. Questi, basandosi sulle proprie conoscenze in materia di vasi sanguigni, cercavano di sanare alcuni malanni trattando le infezioni che si manifestavano sistematicamente con la febbre alta. Nello specifico, incidevano con un bisturi (o un rasoio disinfettato) la pelle fino ad arrivare alla vena e facevano poi defluire una certa quantità di sangue all’esterno, tamponando in seguito l’incisione. Quando il sangue coagulava, assistevano il malato per verificarne la guarigione e, solo dopo aver riscosso il dovuto compenso, lasciavano l’abitazione. Ovviamente non avevano le conoscenze dei sanitari “ufficiali”, però in qualche maniera riuscivano a lenire dolori e risolvere alcune problematiche. In alternativa al salasso, un tempo si applicavano sul corpo del paziente delle sanguisughe, che si attaccavano con le loro particolari ventose e suggevano una certa quantità di sangue ripulendo e purificando le infezioni in atto.
Un’altra figura sanitaria, operante in un ambito totalmente diverso, era quella dei veterinari. A tale riguardo, si sa che fino al primo dopoguerra il servizio veterinario in paese è stato svolto quasi esclusivamente dai proprietari di bestiame o da persone esperte che venivano chiamate per l’occorrenza. Solo verso gli anni ’50 si sono avvicendati alcuni dottori in veterinaria che, però, a causa delle distanze da percorrere, non sempre hanno potuto svolgere al meglio la propria attività. A memoria d’uomo, i laureati in tale disciplina a Cese sono soltanto due: il dottor Lino Cipollone, che ha sempre esercitato fuori, e il dottor Vincenzo Patrizi, che ha svolto per molti anni la propria attività come dipendente dell’azienda sanitaria locale.
[1] Il decurionato era un collegio assimilabile all’attuale consiglio comunale, sebbene non tutti potessero essere eleggibili. I decurioni, infatti, erano sì eletti per sorteggio, ma solo coloro che erano iscritti nella lista degli “eligibili”, approvata dagli intendenti, potevano entrare a farne parte; l’eleggibilità, tra l’altro, era legata anche alla rendita posseduta.
[2] Con la legge 12 dicembre 1816 n. 570 il re Ferdinando I Borbone intese dare una sistemazione razionale alle amministrazioni locali, riprendendo a grandi linee le disposizioni già emanate nel 1806 da Giuseppe Bonaparte. La legge suddivise il Regno delle due Sicilie in province, distretti e comuni, affidandone la responsabilità governativa rispettivamente all’intendente, al sottintendente e al sindaco. Nella stessa legge veniva in particolare specificato: “In un comune non piò stabilirsi più di un solo onorario di medico e di cerusico, salvo qualche eccezione comandata da circostanze locali …”.
[3] Atti del Comune di Avezzano.
<Rielaborato da O.Cipollone, “Angeli co’ jji quajji” (1997) e arricchito dai documenti dell’Archivio di Stato e da ricerche personali>







Una replica a ““Jo méteco” e l’assistenza sanitaria in paese”
[…] poi nominato, a metà degli anni ’30, segretario politico della sezione di Avezzano. Il dottore, “jo méteco Cipollone”, era allora un’autorità in paese, per via delle riconosciute capacità professionali e per le […]