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Da Cese alla corte dei Piccolomini e dei Gonzaga

[Storia delle Cese n.119]
di Roberto Cipollone

Il percorso di Pietro Marso all’interno delle élite culturali del suo tempo prende origine dalla sua appartenenza all’Accademia di Pomponio Leto, stimatissimo umanista e fondatore di questa “Accademia romana” incentrata sul culto del classicismo latino e dell’antichità. Dopo l’incarcerazione subita nel 1468 per volontà del Papa Paolo II (il quale vede nell’accademia romana indizi di una congiura repubblicana nei suoi confronti), Pietro Marso e gli altri eruditi riescono a riabilitarsi sotto il pontificato di Sisto IV (eletto Papa nel 1471) e riprendono così il proprio percorso professionale di docenza e di formazione.

I PICCOLOMINI

Nell’estate del 1472 Pietro diventa precettore di Cristoforo Ammannati (Piccolomini), nipote del cardinale Giacomo Ammannati Piccolomini[1], l’umanista detto “Il Papiense” a cui lo stesso pontefice ha affidato l’incarico educativo del nobile ventenne. Tale incarico, probabilmente svolto a Viterbo, è in parte orientato dallo stesso cardinale Ammannati, che elabora un vero e proprio programma educativo incentrato sulla formazione liturgica e sulla letteratura latina. In una lettera del 6 settembre 1472, in particolare, l’Ammannati esprime la propria soddisfazione per i progressi del nipote Cristoforo ed informa Pietro delle lodi al suo insegnamento fatte da Guidantonio Piccolomini, padre del giovane[2].

I GONZAGA

L’esperienza da precettore e le riconosciute capacità umanistiche aprono al Marso le porte dell’Università di Roma già nel 1476, quando ha solo 35 anni. Due anni più tardi, nel 1478, lo si ritrova docente sia a Roma che presso lo Studio di Bologna, chiamato da un nobile rappresentante di casa Gonzaga, quel Francesco[3] che nel frattempo è diventato amministratore episcopale della città felsinea. Il porporato stesso, infatti, richiede la presenza professionale del Cesense nell’Università bolognese per la cattedra di retorica e poesia. Quando, alla fine del 1479, i Gonzaga tornano a Mantova, il cardinale Francesco chiede al Marso di seguirli nella città virgiliana per proseguire l’incarico di precettore del giovane Ludovico, suo fratello minore[4]. La corte mantovana (della quale il Mantegna ha reso una magistrale raffigurazione nella famosa “Camera degli sposi”[5]) ospita al tempo insigni precettori e uomini di lettere[6], e la predilezione per il filologo abruzzese fa accettare ai Gonzaga anche la condizione di pagamento di una multa per le mancate lezioni presso lo Studio bolognese[7].

LA SAPIENZA

Da Mantova il Marso fa ritorno a Roma nel corso del 1480 per riprendere l’insegnamento presso La Sapienza. Qui, come accennato, era già stato professore di Retorica nel 1476, stando al mandato di pagamento a favore di un “m(agistr)o Piero da Ciesi” datato 9 agosto 1476 e relativo all’ultimo trimestre di quell’anno. Dagli stessi documenti di pagamento si evince che l’incarico di docenza era stato svolto dal Marso anche nel primo trimestre del 1478, sebbene – come riportato – dallo stesso anno accademico sia documentata la sua attività di docenza presso l’Università di Bologna. Nell’anno accademico 1480/1481, dunque, lo si trova nuovamente eletto professore presso “La Sapienza”, dove cura l’insegnamento di retorica, poesia e greco per tutti i trimestri universitari. Per tale incarico viene retribuito con 50 fiorini romani a trimestre, sia nel 1480/1481 che nell’anno accademico seguente, mentre nel 1483/1484 il suo compenso arriva a 66 fiorini a trimestre. Tra il 1494 e il 1496 lo stesso compenso cresce ulteriormente, fino a 200 e poi 250 fiorini romani all’anno, retribuzioni tra le più alte registrate nell’Università romana, che testimoniano l’affermazione del Marso nella cerchia delle eccellenze dello Studium[8]. Ad ulteriore conferma della levatura professorale raggiunta, basti citare il fatto che in questi anni i corsi degli umanisti (in particolare Volsco, Verolano e lo stesso Marso) siano frequentati da numerosi studiosi di ampia provenienza italiana ed europea. Alla Sapienza il Marso insegnerà ancora nel 1500 e poi fino alla morte, tanto è vero che la sua sostituzione alla Cattedra di retorica avverrà soltanto un mese dopo il decesso, così come documentato dal suo successore Giovan Battista Pio[9] nella propria Praelectio Romana.

IL TRIBUTO DEGLI ALLIEVI ILLUSTRI

La lunga attività di docenza del Marso all’interno dell’Università romana ha offerto diversi spunti celebrativi agli allievi illustri (oltre che ad alcuni colleghi di magistero). Uno degli elogi più noti è quello che a lui tributa Paolo Cortesi, l’insigne allievo che aveva seguito i corsi di Pietro intorno al 1485[10]. Nel De Cardinalatu, sua opera maggiore, in relazione alle dimensioni del sapere umanistico Cortesi esplicita infatti un duplice genere di lezione, citando Pomponio Leto, Sulpizio Verolano e lo stesso Pietro come stimati esempi del filone “essoterico” (ossia quella parte dell’insegnamento – contrapposta a quella “esoterica” – che nelle antiche scuole di filosofia era aperta ad un pubblico più ampio) [11].
All’interno degli elogi tributati al Marso dai suoi allievi illustri, merita una menzione particolare il lungo encomio composto da Giulio Simone Siculo nel suo “canto funebre”[12]. Nell’orazione dedicata al defunto Marso, si legge che questi avrebbe accolto il giovane Simone sotto la propria tutela, come un padre adottivo, e che in tal modo l’adolescente Siculo era stato accolto sotto il magistero di uno dei più prestigiosi docenti dello Studium Urbis. Nell’Epicedion lo stesso Siculo richiama una sorta di eredità umanistica, volendosi in un certo modo affiliare alla discendenza accademica di Pomponio Leto e Pietro Marso. Sul finale, infatti, immagina di rivedere il “doctus pater”, come insistentemente lo chiama per l’intero carme, indicargli ciò che mostrava un tempo, “quando l’Accademia Romana venerava te solo come padre… e tu, Marso, a molti donasti oro, tu uno a migliaia”. “Padre” dunque per Siculo il Marso, che l’Accademia romana aveva onorato come “padre” sulla cattedra dello Studium, con un riconoscimento di stima trasversale che attesta il valore del Cesense nel panorama culturale del tempo.


[1] Giacomo Ammannati Piccolomini (1422-1479) https://www.treccani.it/enciclopedia/giacomo-ammannati-piccolomini_%28Enciclopedia-Italiana%29/
[2] V. Lettera 589 – 1472 Settembre 6, Siena, in “Iacopo Ammannati Piccolomini, Lettere (1444-1496)”, a cura di Paolo Cherubini – Pubblicazioni degli Archivi di Stato Fonti XXV.
[3] Francesco Gonzaga (1444-1483) https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Gonzaga_(1444-1483)
[4] Ludovico Gonzaga (1460-1511) https://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-gonzaga_res-2f3bb34d-87ee-11dc-8e9d-0016357eee51_(Dizionario-Biografico)/
[5] Andrea Mantegna, “Camera degli sposi” o “Camera picta” https://it.wikipedia.org/wiki/Camera_degli_Sposi
[6] M. Scherillo, Le origini e lo svolgimento della letteratura italiana (p.333): “L’ospite fiorentino, notissimo per fama, fece, conosciuto da vicino, maravigliare per la sua dottrina e genialità; e gli s’offersero ricche condizioni perché rimanesse a quella corte (mantovana) che già accoglieva, precettore del giovanetto Francesco, Mario Filelfo, e allettava a ritornarci, abbandonando la cattedra bolognese, Pietro Marso”.
[7] M. Gioseffi, All’ombra dei grandi libri: la selva Andes di Pietro Marso: “Una lettera conservata all’archivio di Bologna rivela che, subito dopo Natale [del 1479], il cardinale vi fece venire anche Pietro, accettando di pagare una multa per le mancate lezioni”.
[8] A. Leonetti, Papa Alessandro VI secondo documenti e carteggi del tempo: “Certo è che per numero e fama degl’insegnanti di Belle Lettere l’Università Romana non è seconda a nessuna. […] Compagno di Leto era il Cortesi, istitutore di altra Accademia, quando Pomponio fu costretto di esulare per alcun tempo in Venezia; e compagno altresì, e di poi successore del Leto nella stessa cattedra d’eloquenza, il tanto erudito Augusto Baldo, e con costoro Martino Filetico, Andrea Brenta, Serafino dell’Aquila, Giovanni Regio, Bartolomeo Partenico, Antonio Flaminio, Antonio Volsco, Pietro Sabino, fra Pietro Colonna, Pietro Cesense detto il Marso, Matteo Bonfini, Giuliano Princivalle, ed ancora altri inferiori; ma tutti meritevoli di storia e d’onoranza, o per opere originali, o per comenti, o per versioni. In somma, uno stuolo di spiriti egregi, che parrebbe davvero impossibil cosa essi seguitato, ovvero essere venuti ad insegnare in Roma al cadere di quel secolo, a tempo cioè di flagelli e turbazioni gravissimi, ove non fosse stata la somma celebrità, in che si teneva l’Archiginnasio, e più le retribuzioni larghissime e gli onori speciali, con che usava largheggiar con essi il munificentissimo Pontefice”.
[9] Giovan Battista Pio, https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-battista-pio_(Dizionario-Biografico)/
[10] P. Cortesi, De cardinalatu: “Legendi genus . . . quale nobis pueris Petri Marsi et Sulpitii Verunelani fuit: quorum mattutina aut postmeridiana lectione semper est «iuventus exculta litteratius»”.
[11] P. Cortesi, De Cardinalatu: “Il primo che è detto essoterico; il secondo, che è detto acroamatico. L’essoterico è quello che si pratica nelle scuole all’aperto, con il commentare e l’interpretare, quale è stato esaltato dall’elegantissimo letterato Giulio Pomponio e fu esercitato per noi fanciulli da Pietro Marso e Sulpizio da Veroli […]”.
[12] In Petrum Marsum poetam et oratorem clarissimum, prime in docendo celebritatis, de Romana Academia optime meritum epicedium.

.<Rielaborato da R.Cipollone, “Pietro Marso Cesensis” (2012) e arricchito da ricerche personali>

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