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I tedeschi, il maiale e i padroni di niente

[Storia delle Cese n.117]
da Ovaldo e Roberto Cipollone

Come ben noto, nei paesi a spiccata connotazione rurale la sussistenza era legata in maniera strettissima all’andamento della campagna ed al buon esito dell’allevamento. Il maiale, in particolare, era una fonte imprescindibile di nutrimento per tutto l’anno. Così, si comprende facilmente quale potesse essere la preoccupazione (e la rabbia) delle famiglie alle quali i soldati tedeschi “requisivano” viveri ed animali durante il periodo di occupazione. Anche in tale contesto, il maiale manteneva un ruolo “privilegiato” sia per la diffusione che per la predilezione da parte degli occupanti[1]; per il sostentamento delle truppe locali ed il rifornimento di quelle al fronte, tuttavia, era necessario acquisire ogni tipo di alimento, dalle patate a qualsiasi genere di carne.

Così i nazisti crearono in ogni paese un mattatoio ed una cucina attrezzata, naturalmente requisendo appositi locali agli abitanti. A Cese, nello specifico, adattarono diversi punti alla macellazione, conservazione e preparazione degli alimenti. Graziosa Di Giamberardino (figlia di Bernardo), ad esempio, possedeva un magazzino ed una tettoia nei pressi della propria abitazione. I tedeschi le requisirono entrambe le proprietà per utilizzarle come mattatoio e cucina da campo. Sul lato sinistro di via Isonzo c’erano inoltre due stalle dei fratelli Cosimati (una di “don Francischino” e l’altra di “don Augusto”), entrambe requisite dai tedeschi. Nella prima i soldati macellavano i bovini e frazionavano la carne prima di cucinarla; in quella accanto invece ammassavano viveri e vettovaglie di ogni genere. Per sezionare i bovini, i militari tedeschi utilizzavano anche una proprietà di Domenico Cipollone, “ajjo burghitto”, riparandosi sotto un grosso salice. Su richiesta, le massaie del quartiere potevano ricevere frattaglie e teste macellate; data la miseria del momento, in molte accettavano, ma alcune, volendo solo le parti più “sicure”, rifiutavano le “regalie” dei nazisti.

I racconti legati alle razzie ed alle pretese degli occupanti sono moltissimi. In uno dei primi, in particolare, ricorre la storia di Padre Antonio Tchang, il religioso cinese scampato alla fucilazione ed ospitato a Cese dopo varie vicissitudini.

In quei giorni il frate si sistemò nella stanza di Mario e Peppino, i figli della coppia (Angela e Luciano) che erano in forza all’Esercito Italiano. Era lì che leggeva, mangiava e pregava. Qualche isolato più in là, nella casa dello “Spazzacamino”, risiedeva un ufficiale tedesco; una persona considerata molto a modo. Fu questi a confidare l’imminente perquisizione della casa dove risiedeva il cinese. Messo in guardia, Luciano consigliò al ricercato di traslocare in un altro luogo. […] Il giorno dopo, di primo mattino, i tedeschi bussarono alla porta della sua abitazione e, una volta dentro, perquisirono tutti gli spazi. Rovesciarono i letti, aprirono cassapanche ed armadi e, non trovando ospiti, vollero sapere a chi appartenessero pantaloni, giacche e indumenti maschili stipati nella stanza. I coniugi spiegarono di avere altri due figli che prestavano servizio nell’esercito, uno a Udine e l’altro in Albania. Quindi mostrarono le loro foto, e solo allora i militari si convinsero. Prima di togliere il disturbo, però, tentarono di requisire le salsicce appese per l’essiccazione. Angela spiegò che gli insaccati non erano pronti per essere consumati crudi e lo dimostrò mettendone a cuocere un paio. A quel punto quelli si sedettero, mangiarono, bevvero e solo dopo essersi saziati lasciarono l’abitazione.

In un altro racconto, invece, si trova traccia di due temi che ricorrono molto spesso nelle testimonianze verbali e che sono strettamente legati al fenomeno diffuso delle requisizioni, ossia la creazione di rifugi-nascondiglio attorno al paese ed il trasferimento degli animali sull’altopiano della Renga. Non sempre, tuttavia, questi accorgimenti erano sufficienti ad evitare le ruberie degli occupanti.

Vincenzo Cipollone (detto “Pilato”) aveva moglie e sei figli; ad un certo punto decise di portare tutti in zona “Fiume”, dove aveva realizzato un rifugio sotterraneo, per tenerli lontani dal pericolo dei bombardamenti e dai soprusi dei tedeschi che si erano insediati sotto la sua abitazione. In quel luogo di fortuna trasportò poi una botticella di vino, un prosciutto, degli insaccati ed altri beni di consumo, oltre all’occorrente per cucinare e vivere praticamente da sfollati. Dopo qualche giorno, una pattuglia di tedeschi che transitava sulla strada bianca, notando alcuni movimenti sospetti, si fermò proprio in quei paraggi. Una volta giunti vicino al rifugio, i soldati avvertirono l’odore dei prodotti genuini e requisirono subito gran parte di essi. Lo stesso fecero anche con altre famiglie che si erano sistemate in quella zona e che avevano al seguito carretti e capi di bestiame.

Vincenzo, dopo quella visita non gradita, pensò bene di trasferire le sue due mucche sull’altopiano della Renga in modo da sottrarle alla razzia dei militari. Le due mucche avevano partorito da poco ed i vitellini non erano ancora in grado di superare da soli il valico sopra Corcumello. Il contadino decise di risolvere il problema servendosi di un mulo, sulla cui groppa furono assicurate due grosse ceste di vimini (tipo le gerle usate per il trasporto del letame) che ospitavano i vitellini. Intraprese quindi il viaggio con alcuni compaesani, ma la sfortuna volle che, giunti in prossimità di Corcumello, il gruppo venisse fermato da una pattuglia di tedeschi che requisirono i giovani capi lasciando libero il proprietario con il mulo e le ceste ormai vuote.

Quando qualcuno cercava di opporsi ai soprusi ed alle requisizioni si esponeva a pericoli non indifferenti. In particolare, in un episodio in cui l’oggetto della “requisizione” erano quattro mucche portate al pascolo, uno dei giovanissimi protagonisti rischiò addirittura la vita.

Rosina e Fernando Cipollone, fratello e sorella, si trovavano in contrada “jo fiumo”, nelle cui vicinanze c’erano diversi rifugi in cui venivano nascosti piccoli gruppi di prigionieri. In un’occasione, in particolare, due soldati tedeschi requisirono le loro quattro vacche trascinandole con la cavezza nonostante le proteste dei due fratelli. Nello specifico Fernando, che all’epoca aveva solo sette anni, cercò di opporsi a suo modo a quel sopruso. Scostato ed allontanato, non si dette per vinto e, presa una scorciatoia, precedette i tedeschi e cercò di ostacolarne di nuovo il percorso con i capi al seguito. Rosina lo ammoniva a desistere dalle proteste, ma lui non volle sentir ragioni. Quando però si mise a gridare, uno dei due militari fece partire una sventagliata di colpi, mirando alto nella sua direzione. Solo allora il tenace ed incosciente ragazzino si convinse e tornò sui propri passi. Le mucche, si seppe poi, furono ammassate assieme alle altre e macellate nel “mattatoio” in zona Mandre.

D’altra parte, l’unica alternativa certa al rischio di razzia era quella del consumo, come testimonia il racconto delle figlie di Pierina Micocci: «La settimana dopo mamma intuì che ai tedeschi occorrevano altri animali da macellare, così prese una decisione drastica. Con l’aiuto di due suoi cugini, fece ammazzare la giovenca per evitare che se ne appropriassero prima i tedeschi. Dalla macellazione ottenne carne per la famiglia, ma volle distribuirne una parte anche ai parenti».

C’è da dire, ad ogni modo, che in qualche caso i soldati mostrarono comprensione per la situazione degli abitanti e non arrivarono a pretendere ciò che non era loro; in rare occasioni si dimostrarono addirittura riconoscenti di fronte agli altrui gesti di generosità.

Da Simone “de ‘Ngela”, dopo aver requisito un magazzino confinante con la casa in via Isonzo, pretesero balle di paglia per dormire. Qualche giorno dopo, bussarono alla sua porta suscitando preoccupazione. Il terrore della famiglia nasceva anche dal fatto di avere in casa quattro giovani figliole, la più piccola delle quali aveva 15 anni. Aperta la porta, la moglie Paolina si trovò di fronte tre tedeschi, uno dei quali aveva in mano una confezione di caffè. Questi chiese alla donna se poteva preparare loro la bevanda, evidentemente gradita. In casa i proprietari avevano una serie di salsicce appese ad essiccare; i tedeschi, nell’attesa, le guardavano con interesse, ma non le pretesero. I soldati, per inciso, amavano molto insaccati e carne di maiale, al punto che ogni tanto requisivano qualche suino e lo macellavano per cucinarlo. Fatto il caffè, Paolina restituì la busta con la miscela rimasta, ma i tre soldati gliela lasciarono per gratitudine.

Come riportato nella premessa, in quei mesi di occupazione il fenomeno di razzia di viveri ed animali fu uniformemente diffuso in tutti i centri marsicani. Dai resoconti documentali e dai racconti dei testimoni emergono infatti dinamiche del tutto simili in diversi paesi della zona. Ad Antrosano, ad esempio, a dicembre del ’43 venne ordinata la requisizione di ben ventidue maiali «del peso minimo di cento chilogrammi ognuno». L’azione venne fortunatamente sventata dall’intervento di un benevolo sergente austriaco, per interessamento del segretario comunale e del commissario prefettizio di Massa d’Albe, sotto la cui amministrazione ricadeva al tempo la frazione di Antrosano. A tal riguardo, riportava il segretario comunale Camillo Tollis in “Origini e vicende di Massa d’Albe (L’Aquila)”: «Anche costui (un caporale tedesco proveniente da Tagliacozzo, n.d.r.) fu mandato via senza aver ottenuto quello che desiderava, con l’ordine perentorio che a Massa d’Albe non si dovessero effettuare prelevamenti di alcun genere. L’ordine però non valse per le frazioni, tanto che ai primi del mese di dicembre venne nel mio ufficio, in preda a forte agitazione, la signora Agata Di Rocco di Antrosano. […] Con il Commissario Prefettizio ed il sergente austriaco ci recammo ad Antrosano e riuscimmo a salvarne 21; purtroppo un maiale era stato già prelevato ed ucciso».

In alcuni casi, la cosiddetta “razzia” servì a scongiurare sentenze ben più drammatiche, come quella di sterminio emessa nei confronti della popolazione di Villavallelonga ad ottobre del 1943. Il professor Leucio Palozzi, nel suo “Storia di Villavallelonga”, cita a tale riguardo l’intervento salvifico di Don Gaetano Tantalo e del botanico Loreto Grande, intervenuti a protezione dell’intera popolazione quando questa fu accusata di complicità verso i prigionieri ed i militari alleati. «La sentenza fu di sterminio e, dopo minuti di grande angoscia, il botanico intervenne nuovamente per porre in evidenza l’inutilità della decisione estrema e, facendo notare che la sua esecuzione non era utile a nessuno e men che mai ai tedeschi, i quali in seguito non potevano non attendersi la più dura ostilità, offrì in cambio della vita ogni sorta di provviste. Incredibilmente la proposta venne accolta e la prima sentenza fu trasformata in decisione di razzia, con il conseguente rifornimento di maiali, galline e viveri; ma la Villa e i suoi abitanti furono salvi».

Nei paesi più vicini al fronte della linea Gustav, le requisizioni non erano finalizzate solo al sostentamento delle truppe locali, ma anche al rifornimento di quelle impegnate in prima linea, sia in termini di viveri che di mezzi di trasporto. Un testimone di Balsorano, Donato Silvi, raccontava in particolare: «I tedeschi entravano dentro le case e ti cacciavano fuori. Che facevi? Noi dovevamo nascondere tutto quello che era alla vista: olio, vino, grano, animali, tutto. L’unica possibilità era quella di sfollare e rifugiarsi in campagna se possedevi una stalla o una baracca per gli animali. Però venivano anche lì per procurarsi da mangiare o per portare gli animali a Cassino. Pecore, capre, vacche, tutto… Li ammazzavano e li mangiavano. I somari li portavano via insieme ai muli e ai cavalli per caricarli di armi e munizioni. E mica li ritrovavi più! Se campavano, quando non gli servivano più li rivendevano negli altri paesi intorno o li regalavano in cambio di altri prodotti».

Sempre secondo i testimoni del tempo, all’opera di razzia parteciparono anche i fascisti locali, approfittando della copertura dei tedeschi per appropriarsi soprattutto di viveri. Ricordava al riguardo Ernesto Di Giamberardino, di Luco dei Marsi: «Il problema non erano solo i tedeschi ma anche i fascisti presenti a Luco. Quando uccidevi il maiale, per esempio, una parte dovevi darla al comune che aveva il compito di distribuire i beni ai tedeschi. Solo una piccola parte in realtà arrivava ai militari, il resto lo dividevano tra loro: dopo la liberazione, infatti, molti di questi fascisti sono stati arrestati e buona parte dei prodotti della povera gente sono stati ritrovati nella cisterna: prosciutti, lardo, guanciale, di tutto!»[2].

Furono quelli mesi difficili, nei quali alla preoccupazione per l’incolumità si sommò quella per la sussistenza, nell’amara consapevolezza di non essere più “padroni di niente”.


[1] Scrive a proposito Jan Mohnhaupt: “In quella Germania il suino è una delle chiavi dell’autarchia. Un simbolo di unità della Nazione. Sfama la popolazione e fornisce grasso per lo sforzo bellico. Particolare non indifferente, gli ebrei non mangiano la sua carne. Tutto bene, dunque. Ma un dettaglio alimentare interrompe l’idillio. I maiali mangiano patate. E quando le cose si mettono male anche il popolo va avanti a forza di tuberi. Come già accaduto durante la prima guerra mondiale, i porcellini vengono falcidiati. Al contrario che nel 1936, ai tempi della campagna per la “raccolta differenziata” degli scarti di milioni di tedeschi a beneficio dell’ingrasso dei patriottici suini” (“Bestiario nazista. Gli animali nel Terzo Reich” di Jan Mohnhaupt – Bollati Boringhieri).
[2] Idia Pelliccia, “Nonno Falchettone: la nostra Resistenza è stata fare del bene a chi fuggiva dalle persecuzioni” – http://www.avezzanoinforma.it 25.04.2017.

<Rielaborato da O. e R. Cipollone, “Padroni di niente” (2019)>


2 risposte a “I tedeschi, il maiale e i padroni di niente”

  1. Questi scritti bisognerebbe leggerli nelle scuole. Grazie agli autori che tramandano voci che altrimenti andrebbero perse per sempre

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