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Dalle Cese “alle Brasile”: i Torge, don Giovanni Cosimati…

[Storia delle Cese n.111]
da Osvaldo Cipollone e Rosa G. Cipollone

A cavallo tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, la grande emigrazione abruzzese ha riguardato principalmente gli Stati Uniti, l’Argentina e il Brasile. Era in particolare verso i territori dell’America latina che volgeva il sogno degli emigranti abruzzesi, ed italiani in generale, di avere a disposizione un appezzamento di terreno da poter considerare come proprio. In Brasile, nello specifico, erano state promulgate alcune leggi in base alle quali si davano in proprietà agli immigrati grandi appezzamenti nelle province più remote, dove poi si sarebbero costituite comunità di agricoltori e sarebbero sorti interi villaggi[1].

Fra i tanti d’origine cesense che, un tempo, lasciavano tutto per ricominciare solo con una bisaccia o una valigia di cartone, c’erano anche alcune famiglie dirette appunto in Brasile[2] (o “alle Brasile”, come dicono alcuni anziani). In questo Paese, in particolare, è ancora oggi presente un ramo della famiglia Torge i cui componenti sono recentemente riusciti a ricostruire la propria origine commissionando una ricerca ad esperti nel settore, per scoprire che le proprie radici riconducevano proprio a Cese. Dopo questa prima ricerca, gli interessati si sono rivolti al Comune di Avezzano, e tramite le indicazioni di questo, si sono indirizzati verso i Torge residenti a Borgo Via Nuova. Dall’incontro è infine emerso che le due famiglie avevano un comune progenitore, ossia Pietro (de Paradiso), padre dell’emigrato Giovanni, partito per il Brasile a 26 anni. Ripercorrendo più di un secolo di storia si è potuti risalire all’intera vicenda e, conseguentemente, alla parentela. Il gruppo familiare partito dall’Italia nel 1895 risultava composto dai genitori Pietro Torge e Filomena Di Pietro (di Michelangelo e Maria Cipollone) e dai loro figli: Marta (Bartolomea, classe 1880), Giovanni (1882) e Romeo (1891). Grazie alle risorse rese disponibili dal “Museu da imigração do Estado de São Paulo”, riferite ai registri de “l’Hospedaria de Imigrantes”[3], è stato possibile risalire alla lista originale dei passeggeri della loro nave; lista in cui compaiono i nomi indicati, accanto a quello del figlio più piccolo, Federico, che aveva solo un anno all’epoca del viaggio. Stando a quanto riportato in antenatidellecese, da Pietro Torge e Filomena Di Pietro sarebbero poi nate altre due figlie, Pasqua e Lucia, rispettivamente nel 1898 e nel 1900. Di questo gruppo familiare solo Romeo Torge ha in seguito fatto ritorno a Cese e stabilito qui la propria discendenza (con la moglie Pasqua Petracca ed i figli Giovanni, Luigi e Sebastiano). Non si hanno notizie specifiche sugli altri emigrati, ma si sa che Marta (Bartolomea) è rimasta in Brasile così come Giovanni, il quale ‐ dopo aver sposato una donna del posto ‐ ha avuto un unico erede. Dal matrimonio di quest’ultimo sono nati sei figli, fra cui Osvaldo e sua sorella Ruth. Tutti i membri della famiglia, ad ogni modo, hanno raggiunto una solida e fiorente posizione socioeconomica; in particolare, i figli di Ruth gestiscono due ristoranti della catena McDonald’s, mentre l’ingegner Osvaldo, che prima della quiescenza era titolare di una famosa casa editrice, ora cura una sua fazenda estesa per 600 ettari di superficie. Sembra che alcuni discendenti di Giovanni (cugino del nonno di Felice di Genesio), desiderino visitare quanto prima il nostro paese per conoscere gli altri parenti ed i luoghi che hanno visto nascere i loro progenitori. Sapere ‐ comunque ‐ che all’estero ci sono altre persone legate alla nostra terra, è motivo di fierezza e di orgoglio, specialmente quando questi, come tutti gli altri, raggiungono livelli di prestigio in ogni campo. Lo stesso dicasi per coloro che hanno fatto onestamente fortuna dopo esser partiti con una valigia piena di miseria e di sogni, dimostrando che anche le favole, a volte, si trasformano in belle realtà[4].

La stessa bella realtà che è riuscito a costruire in terra brasiliana un sacerdote cesense, don Giovanni Cosimati, che opera nel Paese sudamericano dal 1977. Ordinato il 24 giugno 1962 dal vescovo Domenico Valeri, per quattordici anni don Giovanni ha svolto la propria missione in diversi paesi marsicani (Pereto, Sorbo, Villa San Sebastiano e Capistrello). Nel 1976 è arrivato alla determinazione della scelta di diventare missionario “Fidei Donum” e si è preparato a tal fine seguendo corsi preparatori nel seminario per l’America Latina di Verona. L’anno successivo è partito per il Brasile, ricalcando idealmente – seppure in maniera molto diversa – il viaggio compiuto dal padre Augusto più di sessanta anni prima. Nel 1914, infatti, Augusto Cosimati era partito per l’America alla ricerca di un cognato emigrato di cui si erano perse le tracce. “Una storia da libro Cuore. Forse anche i racconti del padre hanno fatto sentire più vicine quelle terre nelle quali un giorno Giovanni sarebbe approdato da missionario”[5]. Sul perché della propria scelta, don Giovanni ha sempre risposto: «Perché quando il Signore ti chiama non puoi far finta di essere sordo, altrimenti che cristiano saresti? Un sacerdote, fra l’altro, pretende che i suoi fedeli lo ascoltino; ma se è lui per primo a non sentire la voce di Nostro Signore, allora l’incoerenza è davanti agli occhi di tutti». A tale riguardo, don Ennio Tarola ricorda: «L’ho conosciuto in un periodo in cui partire per “la fine del mondo” significava non avere più contatti immediati con i propri cari e con i confratelli: una scelta molto coraggiosa. Don Giovanni è partito senza sapere cosa lo aspettasse, carico solo della fede»[6].

In Brasile Padre Giovanni ha trovato la sua dimensione più vera. Il suo modo di portare il messaggio cristiano, con amore, allegria e simpatia, raccogliendo, richiamando e coinvolgendo fedeli di tutte le generazioni, ha attratto in particolare, in numero sempre maggiore, giovani collaboratori laici e discepoli. Il fermento delle comunità da poco urbanizzate promuoveva nuove esigenze e portava quindi alla creazione e organizzazione di un fiorire di attività pastorali seguite da Padre Giovanni, prima utilizzando spazi improvvisati come garage, “casa particulares” (case con spazi più ampi messe a disposizione da privati) o sale scolastiche. Queste comunità, composte da gruppi di diversa provenienza, avevano subìto con l’immigrazione interna una perdita totale della propria storia e cultura; per questo, si sono identificate ed hanno eletto a simbolo della propria prima aggregazione la realizzazione delle proprie chiese o cappelle, poiché quegli spazi religiosi e sociali erano di tutti, aperti a tutte le diversità[5].

In merito all’origine del proprio impegno nella costruzione di chiese e strutture aggregative, don Giovanni spiegava qualche anno fa: «La prima idea si concretizzò grazie ad una serie di casualità. Tornato a Cese, ebbi 500.000 lire di offerte. Ne parlai con un conoscente architetto, Mario Marini (fratello di Franco, il marito della signora Maria), e lui mi propose il progetto di realizzare una chiesuola. In seguito, coinvolsi una ditta che mi fece la struttura e da lì è nato l’impegno per altri progetti. In seguito, con l’aiuto dei fedeli, di qualche associazione, e soprattutto con l’aiuto di Dio, sono riuscito a realizzarne tante altre». A tutti è nota la sua attività sociale e l’impegno in vari comprensori; così, alla domanda amichevolmente provocatoria “Secondo te, in Brasile c’è più bisogno di costruire chiese o di realizzare ospedali, strutture aggregative, ambulatori, scuole o quant’altro…?”, don Giovanni rispondeva: «C’è bisogno di tutto. Ma se non si capisce che la solidarietà, il volontariato e la catechesi nascono all’ombra delle chiese, tutti i discorsi che facciamo diventano inutili»[7].

Il sacerdote di Cese ha festeggiato il proprio Giubileo d’oro nel 2012 ed in quella circostanza ha ripercorso le tappe della propria missione, ricordando anche l’ambiente nel quale era sorta la propria vocazione. «Nel corso di questi cinquanta anni ho sentito e mi sono reso conto di quanto il Signore è stato buono con me, come mi ha accompagnato in tutte le parrocchie dove ho esercitato il mio ministero, a cominciare dalle quattro parrocchie italiane, Pereto, Sorbo, Villa San Sebastiano, Capistrello, fino alla prima parrocchia in Brasile nel 1977, Nossa Senhora Aparecida nel quartiere Jardin Vila Galvao nella città di Guarulhos, e, infine, nella parrocchia di Nossa Senhora d’Ajuda ad Itaquaquecetuba. […] Per questa chiamata di Dio, molto hanno contribuito i miei genitori Augusto e Maria Rosa, che mi hanno dato un esemplare educazione cristiana. Inoltre, tutti i miei familiari che hanno collaborato e sostenuto per la realizzazione della mia vocazione; ugualmente mi aiutarono i miei antichi parroci, don Vittorio Braccioni e don Angelo Leonetti, con l’esempio che mi hanno dato, e senza dubbio tutto il clima religioso che si respirava nel paese in cui sono cresciuto, il piccolo villaggio rurale di Cese, che mi ha aiutato a prendere la decisione».

Come anche da lui specificato, in Brasile don Giovanni ha operato dapprima nella città di Guarulhos e poi ad Itaquaquecetuba (dove, tra l’altro, nel 1997 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria). «Ho sempre definito questo luogo una città ricca di miseria, difficile, a ridosso della metropoli di San Paolo (13 milioni di abitanti), la cui Regione ingloba 24 milioni di abitanti, mentre l’intero Stato ne conta 60 milioni. In questa periferia del mondo, dove si riversa la maggioranza della popolazione brasiliana in cerca di lavoro, la povertà è visibile»[8]. Secondo Laura Ciamei, responsabile dell’associazione Infanzia missionaria in Brasile, «Don Giovanni ha seminato tanto bene e ha annunciato il Vangelo laddove la vita umana ha scarso valore, anzi vale meno di un orologio rubato o di qualcosa da mangiare. Don Cosimati è stata una luce che ha squarciato le zone d’ombra che sono tutte le periferie, non solo geografiche, ma soprattutto esistenziali»6. Anche Pietro Santoro, Vescovo dei Marsi al tempo del Giubileo d’oro di don Giovanni, aveva al tempo posto l’accento sul valore della missione del nostro sacerdote in terra brasiliana: «La biografia di don Giovani Cosimati si snoda nella continuità dell’ansia degli Apostoli: annunciare e testimoniare il Vangelo ad ogni uomo e a tutto l’uomo. Il Brasile diventa, per il suo ministero, la terra dove il Volto del Signore viene incontrato e servito nel volto dei poveri. Le “opere” sono l’evidenza di un percorso missionario che ha integrato la Parola della speranza con i segni obbliganti di risposte tangibili alle attese di Dio che chiede una dimora nei bisogni umani del pane e della trascendenza. Itaquaquecetuba è un lembo del Brasile, ma per don Giovanni è stata l’incarnazione di una storia di amore che ha costruito la storia della salvezza di un popolo intero. A ciascuno di noi il compito di entrare entro i trentacinque anni di fatiche e di slanci, nel cuore nascosto di don Giovanni, sacerdote della nostra Marsica, e leggere l’essenziale: una vita donata a Cristo e alla Chiesa»[9].

Un esempio di impegno che arricchisce le tante belle storie costruite dai Cesensi lontano dalla propria patria.


[1] La comunità di immigrati abruzzesi (e molisani) in Brasile risulta essere numericamente la quinta in Italia, tra la fine dell’800 ed i primi decenni del ‘900. Gli immigrati provenienti da Abruzzo-Molise si attestavano al tempo a 93.020 unità, subito dopo quelli provenienti dal Veneto (365.710 persone), dalla Campania (166.080), dalla Calabria (113.155) e dalla Lombardia (105.973) (Fonte: Instituto Brasileiro de Geografia e Estatìstica – IBGE).
[2] I registri d’archivio brasiliani risultano generalmente organizzati per singolo Stato e non consentono di impostare la ricerca per località di origine degli immigrati. Per tale motivo, non risulta attualmente possibile restringere la ricerca alle sole persone provenienti da Cese (o da Avezzano), ma è necessario procedere per singolo cognome. Anche incrociando i risultati della ricerca per i cognomi più frequenti a Cese con i dati presenti in antenatidellecese.it, non emergono altri gruppi migratori rilevanti riconducibili al nostro paese.
[3] Le Hospedarias erano alberghi ricovero per immigrati. Al tempo della grande ondata migratoria, le principali erano la Ilha das Flores di Rio de Janeiro e l’Hospedaria de Imigrantes do Brás di San Paolo. Quest’ultima è stata inaugurata, anche se ultimata solo per il 30% degli edifici, nel 1888 e fino ai primi decenni del ventesimo secolo è rimasta la base del movimento immigratorio. Progettata per ospitare 3000 immigrati, arrivò tuttavia, in occasioni speciali, ad ospitare fino a 8000 persone. Era composta di ampi dormitori collettivi, offriva tre pasti principali e assistenza medica e dentistica. Per questi servizi l’Hospedaria si avvaleva della Agência Oficiale de Colonização e Trabalho, Casa de Câmbio e dell’Agência do Correio e Telégrafos. Ogni immigrante portava con sé il passaporto e con questo documento o la lista di bordo delle navi che li avevano portati, un funzionario registrava i nomi degli immigrati che arrivavano […], insieme allo stato civile, ai parenti o accompagnatori, la nazionalità, la professione, la provenienza, il nome della nave, la data dell’arrivo e la destinazione. Oggi l’Hospedaria di San Paolo è diventata Memorial. (Fonte: Elena Bignami, “Emigrazione femminile in Brasile. Tra lavoro e anarchia”. Storicamente 5 (2009), nr. articolo 3 http://dx.doi.org/10.1473/stor21 ).
[4] Osvaldo Cipollone, “Cesaroli dal Brasile” (La Voce delle Cese numero 13, 2007).
[5] Rosa G. Cipollone, “Padre Giovanni Cosimati Missionario Fidei Donum in Brasile”.
[6] Sabina Leonetti – Sito ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana: https://www.unitineldono.it/le-storie/una-vita-in-brasile-tutta-da-raccontare/
[7] Osvaldo Cipollone, “Cesaroli dal Brasile” (La Voce delle Cese numero 13, 2007)
[8] Sabina Leonetti – Sito ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana: https://www.unitineldono.it/le-storie/una-vita-in-brasile-tutta-da-raccontare/
[9] Rosa G. Cipollone, “Padre Giovanni Cosimati Missionario Fidei Donum in Brasile”


<Rielaborato da O.Cipollone, “La Voce delle Cese” (2006-2007), Rosa G. Cipollone, “Padre Giovanni Cosimati Missionario Fidei Donum in Brasile”, ricerche personali e fonti citate>

Una replica a “Dalle Cese “alle Brasile”: i Torge, don Giovanni Cosimati…”

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