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“Adivi pregà de revenì”… I Caduti della 2a guerra mondiale

[Storia delle Cese n.109]
da Roberto Cipollone

Le storie legate alla Seconda guerra mondiale sono moltissime. Si pensi a quelle dei tanti reduci, dei prigionieri, delle persone comuni che hanno dovuto convivere con l’occupazione, o a quanti hanno visto la propria vita stravolta, nel fisico, nella mente e negli affetti, da un conflitto che nessuno di loro aveva cercato, voluto, né compreso. Ce ne sono ancora molte, di storie da raccontare, ma è giusto soffermarsi in primis su quei figli diventati Caduti, vittime. È la dimensione umana a rendere queste storie straordinarie e intime al tempo stesso. Una dimensione che si affianca e si fonde con quella popolare, con quella sorta di fatalismo che ne accompagna ancora il racconto. È morto in guerra, punto. Perché la guerra, come le calamità, arrivava quando voleva, e non c’era modo di governarla. La preghiera, quella solo rimaneva.

Non esiste un conteggio univoco dei Caduti di Cese nella Seconda Guerra Mondiale. Nel vecchio monumento, rimosso attorno all’anno 2000, erano riportati soltanto 9 nominativi, a cui, tuttavia, sono certamente da aggiungere altri 4 Caduti originari di Cese; in un altro caso non è stata mai avviata la procedura di riconoscimento ufficiale, mentre un ulteriore caso distinto riguarda un lavoratore dell’industria bellica fatto prigioniero in Germania e deceduto successivamente al conflitto mondiale. Un capitolo a parte sarà dedicato alle vittime di guerra di Cese. Qui di seguito viene invece riportato l’elenco dei Caduti adottato nella ricostruzione del libro “Trentanove figli”.


Alfonsi Giuseppe (21 dicembre 1912 – 11 luglio 1943)

Artiglieria. Morto a Cese per malattia[1].
Figlio di Cesidio e di Laura Venditti, nasce il 21 dicembre 1912 a Capistrello, paese di origine di entrambi i genitori. Si trasferisce a Cese (dove già svolgeva diversi lavori per gli zii Anita e “Checchino”) in seguito al matrimonio con Nannina Stati, anche lei originaria di Capistrello.

LA TESTIMONIANZA

«Al tempo della guerra papà era di stanza in Sardegna», racconta uno dei figli, Francesco, «ma era sempre costretto a marcare visita perché aveva un dolore continuo alla pancia. I medici militari, appurato che non si trattava di un pretesto, lo visitarono con attenzione e fu congedato per ragioni di salute, anche se nel foglio di congedo illimitato scrissero “per avere altri due fratelli alle armi”». «Quando tornò qui a Cese, si fece visitare alla clinica Di Lorenzo, perché il dolore non accennava a diminuire. Lì i medici gli diagnosticarono una forma grave di appendicite, e decisero di operarlo subito. Una volta sotto i ferri, però, scoprirono che nella pancia aveva una specie di sacca acida, che durante l’intervento si aprì rilasciando il liquido negli intestini. In pratica non lo operarono più, ma il danno fu più grave del male stesso». «Quando fu di nuovo a Cese, chiamarono uno specialista di Roma per farlo visitare. Non appena entrò nella stanza da letto e vide il volto di papà, quello scosse la testa, poi cercò di rassicurarlo, ma la gravità della situazione oramai era chiara. A mamma disse che non lo avrebbero dovuto operare, ma si sarebbe dovuto siringare il liquido dalla sacca facendo attenzione a non romperla. Il danno, però, ormai era fatto…». «Consigliò allora di riportarlo all’aria natia, e anche se Capistrello è vicinissimo a Cese, mamma e nonno furono d’accordo e lo portarono nella sua casa paterna. Lì lo andammo a trovare anche noi, grazie a Raimondo “jo circhiaro” (con papà si volevano bene, anche perché erano vicini di casa), che ci portò a Capistrello con la biga. Era estate, e nonno gli aveva attrezzato una capannetta in cortile per farlo stare al fresco; aveva anche il letto lì. Raimondo gli disse: “Ecco te sémo portato pure i figli”, e lui rispose: “E ì propria issi voleva vedè”. Ormai sentiva la fine vicina, ed infatti sarebbe morto di lì a pochi mesi. Qualche tempo prima, quando oramai era chiaro che non c’era più niente da fare, nonno e mamma lo vollero riportare qui a Cese, a casa sua, dove poi è morto». «Mamma diceva che papà stava bene prima di partire per la guerra», conclude Francesco. «Evidentemente, quando hanno capito che si era ammalato gravemente, lo hanno congedato. Dopo la sua morte, però, nessuno ha pensato a fare la domanda di pensione di guerra. Allora chi lo sapeva? Quando mamma cercò di inoltrare la richiesta, gli risposero che era già troppo tardi e non si poteva fare più niente, e che se l’avesse fatta nei tempi giusti, certamente gliela avrebbero riconosciuta…è andata così».

Riferimenti familiari – Moglie: Nannina Stati. Figli: Pietro, Francesco, Rosa (“Rosina”) e Vincenzo.


Bianchi Domenico Antonio (17 gennaio 1913 – 7 luglio 1948)

Fanteria. Morto a Cese per malattia[2]
Figlio di Luigi e di Rosa Tomei, è nipote del caduto Felice Antonio Bianchi (che era fratello di Luigi) e cognato di un altro caduto, Mario Torge.

Il 4 aprile 1941 s’imbarca a Bari per raggiungere l’Albania, a Durazzo, in “territorio di guerra”. In data 11 novembre 1941 viene ricoverato presso la 49a sezione di Sanità di Autivari, da cui è dimesso circa due settimane dopo. Rimane in territorio albanese fino al 10 settembre del 1942. Il 12 settembre 1942, appena sbarcato a Bari, viene trasportato tramite un treno sanitario all’ospedale militare di Arezzo, dove rimane fino all’8 ottobre 1942.  Il 7 aprile del 1943 si ricovera nuovamente all’ospedale militare di Roma, e collocato in congedo assoluto in data 31 agosto 1943. Muore a Cese l’8 luglio 1948. Nel foglio matricolare viene specificato: «Contrasse otite media purulenta destra in zona di guerra nel settembre 1942, riconosciuta sì dipendente da causa di servizio dall’Ospedale Militare Territoriale “Collegio Santa Caterina” di Arezzo». È sepolto nel cimitero di Cese.

LA TESTIMONIANZA

«Quando papà è morto io avevo solo 5 anni, ma alcune immagini le ricordo bene», mi confida Vincenzo, il primo figlio di Domenicantonio. «Ricordo ad esempio che, una volta tornato dalla guerra, aveva acquistato un autocarro a tre ruote, col quale portava le lattaròle a vendere il latte ad Avezzano. Ho ancora in mente l’immagine delle donne che venivano a portare i bidoni di latte nella nostra vecchia casa (a piazza Umberto Maddalena)». «Di tutto il resto e della sua malattia però non potevo sapere niente. Mamma in seguito mi ha raccontato dei tanti viaggi fatti a Roma, all’ospedale, per cercare di curare l’otite. Evidentemente però non sono bastati; d’altra parte, a quei tempi non c’erano le cure e le accortezze di adesso. So solo che in quegli anni lui ha cercato sempre di darsi da fare, di non perdersi d’animo, e ci aveva visto bene con quell’attività. L’infezione che aveva preso in guerra, però, non gli ha dato scampo».
«Io avevo due anni quando lui è morto», aggiunge il secondo figlio, Emilio. «Mamma raccontava che al tempo la penicillina non si trovava, qui da noi, e dovevano farsela portare da un cugino che la prendeva a Roma, forse direttamente in Vaticano. Purtroppo, però, neanche quegli sforzi sono bastati».

Riferimenti familiari – Moglie: Rosa Innocenza Cipollone (“Rosina de ‘Rientale”). Figli: Vincenzo ed Emilio.


Cipollone Goffredo (11 aprile 1924 – 4 aprile 1946)

Milizia Portuaria. Morto a Cese per malattia[3].
Figlio di Cesare “de Giusilitto” e di Rosalia Rantucci, è fratello di Eliseo, morto in vicende legate alla guerra.  

Classe 1924, ad appena 18 anni (il 1° maggio 1942) si arruola come “allievo milite” presso la Scuola della Milizia Nazionale Portuaria per la ferma speciale di tre anni. Dal 15 aprile 1943 si trova in “territorio dichiarato in stato di guerra e zona d’operazione”. Il 30 maggio dello stesso anno è trasferito a Palermo, presso il 24° Reparto Milizia Portuaria, dove rimane fino al giorno dell’armistizio (8 settembre 1943). Nel foglio matricolare si legge: “Sbandatosi in seguito agli eventi bellici sopravvenuti all’armistizio”. La realtà dei fatti, come vedremo, è più complessa. Il decesso avviene il 4 aprile 1946 “nel Comune di Avezzano”.

LA TESTIMONIANZA

«Donnino Petracca mi diceva sempre che con Goffredo erano stati colleghi d’armi», racconta “Antonietta”, sorella di Goffredo e di Eliseo. «Io sono nata nel ’42 e so che quei tempi sono stati duri per tutti. Mio padre era prigioniero degli Americani, a Brindisi credo, e tornò a casa quando avevo forse due anni. Ricordo che era notte, la vicina di casa mi venne a prendere a letto e mi portò davanti a lui. Io non volevo andargli in braccio, ma poi papà tirò fuori una caramella dalla borsa e mi conquistò». «Goffredo era di stanza a Palermo quando fu diffusa la notizia dell’armistizio. Da quel momento l’esercito fu allo sbaraglio. Lui, come molti, dalla Sicilia tornò a nuoto, attraversando lo stretto. Non so neanche come abbia fatto ad arrivare a Cese». «Ad ogni modo, quelle vicende, le condizioni del periodo e la situazione di stress estremo portarono all’insorgenza della TBC, e allora non c’erano antibiotici né cure certe. Mamma lo fece ricoverare a Pescina, che tra l’altro non era più collegata tramite ferrovia a causa dei bombardamenti e dei danni di guerra, tant’è vero che dovevano raggiungere l’ospedale con la biga. Le cure però non furono sufficienti, e Goffredo morì qualche tempo dopo».

Riferimenti familiari – Genitori: Cesare Cipollone e Rosalia Rantucci (“Rosaliva”). Fratelli: Alessandro (“Sandrino), Eliseo Giovanni (1931-1934) e Antonia (“Antonietta”).


Cosimati Giuseppe Mario (5 agosto 1918 – 1943)

Fanteria. Morto in prigionia in Russia[4].
Figlio di Luciano e di Concetta Iannola. Il 28 marzo 1939 viene ammesso al ritardo del servizio militare per ragioni di studio “quale novizio nell’Istituto della Divina Provvidenza in Tortona” (Alessandria), seminario presso cui conosce anche Don Luigi Orione. Il 6 gennaio 1941 viene chiamato alle armi, risultando “effettivo” nel Distretto Militare di Agrigento il 10 gennaio. Il 30 aprile dello stesso anno viene quindi trasferito effettivo al 76° Fanteria. L’anno successivo, esattamente il 5 ottobre 1942, è trasferito volontario presso il 104° Battaglione complementare per l’8a Armata, Parte infine per la campagna di Russia, dove viene “catturato prigioniero dai Russi”, nella zona del Don, il 12 dicembre 1942. Muore in prigionia in Russia nel 1943, a circa 25 anni, in una data difficilmente individuabile con esattezza: il bollettino ufficiale dei caduti fa riferimento al mese di ottobre, mentre secondo la testimonianza di un reduce marsicano sarebbe morto ad inizio anno. Dall’atto di morte, stilato nel 1949, risulta soltanto che morì in prigionia, in località ignota, in seguito ad operazione chirurgica. La comunicazione di morte era stata già inviata alla famiglia nel 1947, tramite un espresso raccomandato del Ministero della Difesa, in cui si legge tra l’altro: “Si prega di darne comunicazione alla famiglia residente ad Avezzano – frazione Cese – esprimendo le più sentite condoglianze da parte del signor Ministro”.
Nel corso dell’indagine necessaria alla definizione dell’atto di morte, sempre nel 1949, si acquisì anche la testimonianza di Pasquale Baldassarre, residente a Civita D’Antino (Pero de Santi), che aveva conosciuto Mario in un ospedale in prigionia. Il reduce dichiarò allora: “Ero soldato del Battaglione Mitraglieri del Corpo d’Armata e dislocato nel settore del Don. Durante una battaglia combattuta nell’inverno del 1942 fui preso prigioniero. Mentre stavo detenuto nel campo n° 162 mi ammalai e pertanto fui ricoverato in un ospedale chiamato ‘centro ospedaliero’. Io ero affetto da pleurite e nei giorni che mi sentivo meglio giravo per le camere dell’ospedale. In una camera conobbi il Cosimati Giuseppe Mario il quale teneva amputata una gamba in seguito a congelamento. Fu lui stesso a dirmi che era nativo di Cese di Avezzano e che avendo avuto per tre volte amputazioni alla gamba disperava di poter far ritorno in Italia. Mi pregò anzi di far sapere ai suoi, quando sarei tornato in Patria, che egli a causa del male che teneva non sarebbe ritornato. Un mattino infatti lo vidi mentre lo portavano via in barella ché era deceduto. Fu seppellito unitamente a molti altri prigionieri deceduti in mezzo ad un bosco situato nei pressi dell’ospedale. Non ricordo le date né le località”. Un verbale di testimonianza firmato con la croce che rappresenta l’unica fonte diretta sulle circostanze di morte di Giuseppe Mario Cosimati.

LA TESTIMONIANZA

Due delle sorelle di Mario Cosimati, Maddalena e Cleofe, ricordano il fratello come “un ragazzo generoso, di cuore, che aveva il desiderio di diventare uomo di chiesa”. «Quando morì Don Orione», racconta Cleofe, «molti dei novizi che si trovavano nel convento di Tortona dovettero far ritorno a casa. Con Mario c’erano anche tre ragazzi di Corcumello e altri della Valle Roveto. Nel breve periodo in cui lui stava qui a Cese, prima che lo chiamassero alle armi, s’intratteneva con loro e con i frati del paese. A Tortona non era riuscito a cantare messa, ma aveva ancora la speranza di poter proseguire gli studi religiosi. Poi invece è dovuto partire per la guerra e quel desiderio è rimasto incompiuto». Aggiunge Maddalena: «Le uniche notizie che siamo riusciti ad avere sono quelle del soldato di Pero de Santi che aveva conosciuto Mario in ospedale, in Russia. Lui era più grande di mio fratello, e diceva che Mario era riuscito a dare forza a tutti loro, nonostante fosse già convinto di non poter far ritorno a casa». «Diceva che lì in ospedale i Russi li trattavano malissimo», specifica Cleofe «e non gli permettevano neanche di parlare fra di loro. Cercavano di farsi forza a vicenda dicendo il rosario tutti insieme, ma appena entrava qualcuno dovevano smettere. Ci ha detto anche che Mario, per il suo buon carattere, era benvoluto da tutti; pensa che, quando riuscivano a mettere da parte un pezzetto di cibo in più, lo davano a lui, per aiutarlo a riprendersi. Mario però sentiva che non sarebbe tornato vivo da lì, lo pregò di raccontare la sua sorte alla famiglia e gli spiegò dove abitavamo con esattezza, perché potesse venire a dirci tutto». «Ricordo che quando si è diffusa la notizia della morte, tanti suoi ex compagni di convento sono venuti qui a confortarci… la scalinata di casa era piena di questi suoi amici. Anche loro ci sono stati vicini in quel momento triste».

Riferimenti familiari – Sorelle: Carolina, Maddalena, Maria Giuseppa (1924-1924) e Maria Cleofe.  Fratelli acquisiti: Sabatino e Vincenzo.


De Santis Germano (13 maggio 1907 – 8 gennaio 1943)

Milizia confinaria. Morto nei pressi di Lubiana (attuale Slovenia) in combattimento[5]
Nasce il 13 maggio 1907 a Cansano, vicino Sulmona. È il primo marito di Maria Torge (1914, figlia di Giovanni e di Maria Carmina Marchionni), la quale, rimasta vedova, ha poi sposato Nicola Del Ponte. Il 31 ottobre del 1941 è “camicia nera” nella Milizia Volontaria Nazionale, 132a legione “Monte Velino”. Un mese dopo, il 1° dicembre 1941, viene trasferito alla 4a legione confinaria Trieste “perché assunto in servizio ausiliario di Polizia Confinaria quale milite confinario”. Viene contestualmente assegnato alla Coorte di Lubiana, “mobilitato su domanda”. Giunge quindi in zona di operazione per servizio di polizia confinaria presso i reparti della 4a legione Milizia Confinaria. In data 8 gennaio 1943, infine, a 36 anni, cade in combattimento per ferite d’arma da fuoco riportate in località Colek, presso Comelj (Lubiana). È sepolto nel Sacrario militare Caduti d’oltremare di Bari, nel cui registro risulta morto a Adlešiči, nella provincia di Črnomelj (zona orientale della Slovenia).
Un documento, ritrovato all’interno dei carteggi del Comune di Avezzano e datato 1° Giugno 1943, contiene la risposta del Podestà Aurelio Irti ad una richiesta inoltrata dal “Comando IV Legione Confinaria Mobilitata” circa il trattamento economico “Presenti alle Bandiere” in favore di Maria Torge, vedova del Caduto. Vi si legge: “In riscontro alla nota di cui sopra, si comunica che la Signora Torge Maria vedova del milite confinario De Santis Germano, ha presentata in data 31 scorso mese, domanda di pensione privilegiata”. Il “Presenti alle bandiere”, nello specifico, era una disposizione legislativa (introdotta nel marzo 1943) che assicurava per 12 mesi un importo di sostegno ai familiari dei militari che erano morti per fatto di guerra oppure erano stati dichiarati irreperibili. La domanda di pensione privilegiata era propedeutica alla liquidazione del trattamento economico previsto.

LA TESTIMONIANZA

«Anche se qui è stato poco tempo, Germano me lo ricordo bene», racconta Oreste Torge, fratello di Maria, moglie del Caduto. «Faceva il calzolaio, ed era arrivato a Cese proprio con questa professione. Qui ha conosciuto Marietta e si sono sposati. Poi però lui è partito per la guerra e non è tornato più; dopo sette-otto mesi dall’ultima lettera, è arrivata la comunicazione che era morto in combattimento. Allora era così, una volta partiti sapevamo che il rischio c’era, ma che facevi? “Adivi pregà de revenì”, e basta».

Riferimenti familiari – Moglie: Maria Torge.


Guidoni Michele (9 ottobre 1908 – 6 giugno 1946)

Morto a Cese per malattia[6].
Figlio di Stefano e di Filomena Carpineta, nasce il 9 ottobre 1908 a Capistrello, paese dei genitori.

LA TESTIMONIANZA

Dalle testimonianze acquisite sin ad oggi, si suppone con un buon grado di confidenza che Michele Guidoni non fosse un militare, quando subì le vicende che lo portarono alla malattia ed alla conseguente morte. La natura del suo lavoro, però, induce ad inquadrarlo come un civile dal ruolo strategico per l’apparato militare.
«Papà era già stato a lavorare in Germania», racconta la figlia Elena, «e prima ancora in Francia, in Cirenaica e in Albania. Quando è ripartito la seconda volta, penso nel 1942, io ero piccolina; ed era sempre Loreta a scrivergli le lettere per conto di mamma». «Lì in Germania lavorava in una fabbrica che produceva siluri e carri-armati, e si capisce bene che allora si trattava di un settore molto importante per i Tedeschi. Per la sua posizione ed il suo lavoro, ricevette addirittura una medaglia, che ancora conservo».
Si tratta, in particolare, di una medaglia al Merito di Bronzo dell’Ordine dell’aquila tedesca, un riconoscimento che il regime nazista tedesco attribuiva allora agli stranieri di primo piano (in particolare ai diplomatici).
«Allora lui lavorava tranquillamente in Germania, con cui l’Italia era alleata, ma probabilmente la situazione è cambiata nettamente dopo la firma dell’armistizio. Mamma era preoccupatissima per come stavano andando le cose, e gli scrisse di tornare subito qui, per evitare problemi. Lui stava ripartendo, quando lo fermarono con le valigie in mano, alla stazione, e lo portarono in prigionia. Da allora non abbiamo avuto sue notizie per un lungo periodo». «In seguito ci ha raccontato che una volta lo volevano fucilare insieme ad altri prigionieri. Per qualche motivo sconosciuto, però, non lo hanno portato con gli altri nella cava dove è avvenuta la strage, e si è salvato così. Anche un altro prigioniero, che invece era stato portato a forza nella cava, si salvò fingendosi morto. Sapendo che era della zona, quando riuscì a rivedere papà gli diede i documenti di un ragazzo di Scurcola fucilato in quella circostanza. Poi lui consegnò i documenti alla famiglia, e per il padre fu un gesto molto commovente». «Durante la prigionia credo che li facessero lavorare in condizioni estreme, tant’è vero che già allora si era ammalato, da come ci ha raccontato in seguito. Finita la guerra, è riuscito a tornare qui a Cese nell’ottobre del ’45. Lo ricordo perché mamma alla festa di Settembre volle ad ogni costo portare la Madonna, proprio perché tanti erano tornati dalla prigionia e lui no. Un mese dopo, invece, sarebbe tornato anche lui». «Ricominciò a lavorare subito alla campagna ed alle altre necessità di casa, ma fu subito chiaro che non stava affatto bene. Io ricordo che stavo con le vacche, e lo andai a trovare mentre stava tagliando qualche albero in zona; lo trovai seduto su un ceppo, perché non riusciva a portare avanti il lavoro». «Lo ricoverarono ad Avezzano, gli aspirarono una grande quantità di liquido dalla pancia, ma la situazione era irrecuperabile. Fecero allora un ultimo tentativo a Roma, al Policlinico, e lì presero tutte le cartelle cliniche e ricostruirono la storia della sua prigionia in Germania, concludendo che la causa del suo male era da ricercare lì, nelle condizioni in cui l’avevano tenuto e fatto lavorare». «Pochi giorni prima di morire, papà Nunzio lo riportò in treno da Roma. Non c’era più niente da fare, e sarebbe morto dopo poco tempo. Erano trascorsi praticamente solo sette mesi da quando era tornato dalla prigionia; non c’è stato concesso di tenerlo per un po’ con noi».

Riferimenti familiari – Moglie: Pierina Micocci. Figli: Loreta, Elena, Pasqua (“Lina”), Annunziata (“Nunziatina”), Emma (1942-1942) e Michele (1946-1951).

Dalle relazioni coniugali della famiglia di Michele Guidoni e della moglie Pierina Micocci emerge una particolarità non del tutto infrequente nel nostro paese. Il padre di Michele Guidoni, Stefano, morì nel terremoto del 13 gennaio 1915, e così anche la madre di Pierina Micocci, Loreta Ricci [Stefana Guidoni, tra l’altro, portava il nome al femminile del padre, che non poté conoscere mai, essendo nata il 31 maggio del 1915]. I due consuoceri sopravvissuti, Filomena Carpineta (madre di Michele) e Nunzio Micocci (padre di Pierina), rimasti soli, decisero di sposarsi. Dal loro legame sarebbero nati Angelo Gabriele Micocci (sposato con Cleofe Cosimati) e Loreto Micocci (sposato con Aminta Cipollone), fratelli acquisiti di Michele Guidoni e contemporaneamente anche di sua moglie Pierina.


Marchionni Adolfo (11 novembre 1920 – 5 novembre 1942)

Aviazione. Disperso in missione aerea su Malta[7]
Figlio di Vincenzo e di Annunziata Contaldi, è fratello di un Caduto, Tito Marchionni, come lui nato a Lagonegro, in provincia di Potenza, dove il padre Vincenzo lavorava come ufficiale penitenziario (prima del ritorno ad Avezzano).
Soldato di leva classe 1920, nel 1940 è aviere volontario nell’Arma dell’Aeronautica presso il centro di Benevento, in qualità di allievo specialista nella categoria “marconisti”. Nel gennaio del 1940 entra nella Regia scuola tecnica industriale “Bernini” di Napoli (“ammesso al 1° corso normale”); poi, ad agosto dello stesso anno, viene trasferito alla Scuola specialisti Avieri di Capodichino. Nel marzo del 1941 è trasferito al 7° Stormo (B.T. 1^ Z.A.T.) e viene nominato “marconista”. Sempre nel marzo del 1941 diventa aviere scelto. Dal 1° settembre 1942 è promosso Primo aviere Marconista. L’11 novembre 1942 viene dichiarato “disperso in seguito ad azione bellica sull’isola di Malta” in data 5 novembre 1942. In quel periodo, l’isola del Mediterraneo (di dominio inglese) era ancora teatro di pesanti scontri e continue incursioni aeree; basti pensare che in tutto il 1942 furono 897 gli aerei tedeschi, e ben 570 quelli italiani, andati persi negli attacchi a Malta. Nel maggio del 1943 il Ministero dell’Aeronautica rilascia il verbale di irreperibilità, documento con cui Adolfo Marchionni viene ufficialmente riconosciuto come disperso in guerra a circa sei mesi di distanza dall’ultima missione.

LA TESTIMONIANZA

«Adolfo diceva sempre che loro marconisti erano le “signorine” dell’aeronautica», racconta Ada Marchionni, sorella dei due Caduti, «perché arrivavano sull’aereo quando era già tutto pronto, senza sporcarsi le mani; dovevano solo prendere posto nel settore radio e fare il proprio mestiere». «Era entrato tramite concorso, papà non era molto contento della decisione, ma forse era più per preoccupazione… Adolfo era talmente entusiasta della propria posizione che ha trasmesso la stessa passione anche a Tito. Purtroppo nessuno dei due è tornato a casa a guerra finita, e di Adolfo non abbiamo potuto avere nessun ricordo, niente su cui poter piangere».

Riferimenti familiari – Genitori: Vincenzo Marchionni e Annunziata Contaldi. Fratelli: Roberto, Tito (caduto di guerra), Ada e Ugo.

Telegramma originale inviato alla famiglia di Adolfo Marchionni con il quale si comunicava che questi era stato dichiarato disperso in data 5 novembre 1942. Si legge: “Pregasi partecipare urgenza et dovute cautele… che aviere scelto marconista Marchionni Adolfo di Vincenzo costì residente Via Napoli 83 est stato dichiarato disperso in data 5 novembre 1942 seguito azione bellica su Malta. At comunicazione effettuata pregasi informare anche autorità politiche locali”. A margine del telegramma è anche annotato: “Comunicato allo zio dell’aviere scelto Marchionni in data 14/11/942”. In un altro documento a firma del podestà di Avezzano Aurelio Irti, si dà conferma dell’avvenuta comunicazione alla famiglia (“si assicura di aver partecipato con le dovute cautele alla famiglia dell’aviere in oggetto che il loro congiunto è stato dichiarato disperso in data 5 novembre 1942 a seguito di azione bellica su Malta”).


Marchionni Italo (28 agosto 1922 – 1944)

Guardia di Finanza. Disperso in prigionia nel Peloponneso/Balcani[8]
Figlio di Tancredi e di Maria Fusarelli, è cugino di un altro caduto, Ugo Marchionni.
A maggio del 1941 risulta “allievo finanziere di terra volontario” nella Legione Allievi di Predazzo, con la ferma di tre anni. A novembre dello stesso anno diventa “finanziere di terra” presso la Legione Territoriale di Trieste. A partire dal primo novembre 1941 risulta dunque “in territorio dichiarato in istato di guerra”, servendo nella Brigata di Pola, mobilitata per la difesa delle coste. Ad aprile del 1943 viene trasferito nel 13° Battaglione mobilitato, impegnato in Grecia nelle operazioni di guerra del Peloponneso, territorio in cui si perdono le sue tracce. In seguito alla firma dell’armistizio (8 settembre 1943), viene ufficialmente dichiarato disperso, con successivo verbale di irreperibilità formalizzato nel settembre del 1947.

LA TESTIMONIANZA

«Italo finì gli studi nel periodo in cui l’Italia stava per entrare in guerra», racconta Francesco, fratello del Caduto, «ed un amico di famiglia consigliò a papà di farlo arruolare come volontario nella Guardia di Finanza, poiché in quel modo poteva sperare almeno di rimanere in Italia, anziché essere mandato al fronte. Lo fece subito; purtroppo, però, le cose non andarono come aveva previsto lui, e Italo fu comunque inviato in Istria e poi in Grecia, e non è tornato più». «Ricordo ancora quando ci incontrammo per l’ultima volta: io studiavo in un collegio a Roma, vicino alla Basilica di San Paolo, e lui mi venne a trovare lì, vestito da militare. Ancora oggi, per me è un dolore immenso pensare alla sua sorte».
«Dopo la notizia dell’armistizio è scoppiato il caos», prosegue Francesco «e abbiamo subito temuto per la sorte di Italo. In ogni caso, speravamo che in qualche modo fosse già riuscito a tornare in Italia, o almeno che fosse in un campo di prigionia, per quanto l’ipotesi fosse dolorosa». «Mio padre ha cercato di mettersi in contatto con lui in ogni modo, ma non c’è stato verso. Gli altri reduci tornavano a casa, a Cese come ad Avezzano, e di lui non c’era traccia. Allora io scrissi ad un commilitone di Italo di cui fortunatamente avevamo l’indirizzo. Questi e altri due compagni poi ci hanno risposto, ma la piccola speranza di quelle lettere si è persa nella dura realtà».

La prima missiva scritta dal commilitone Bruno Ciccotti, conservata ancora oggi da Francesco Marchionni, è del 23 agosto 1945. Vi si legge: Carissimo Francesco, sono spiaciutissimo apprendere che di Italo non avete ancora notizie, credevo proprio che fosse tornato. Vidi Italo l’ultima volta in primavera del ’44, mi sembra in maggio. Si trovava in un paesetto chiamato Cefalà, nei dintorni di Sparta, era lui e altri due colleghi. Vivevano in una casetta, alimentati dalla popolazione del paese, stavano magnificamente bene. Io ero con i partigiani greci. Nel mese di giugno, in seguito ad un rastrellamento da parte dei Tedeschi, venni a conoscenza che erano stati presi molti italiani e fra i quali Italo e gli altri due. Malgrado il mio interessamento, perché eravamo amicissimi, non mi fu più possibile avere loro notizie. Ogni tanto ritorna qualche collega del nostro reparto che i Tedeschi avevano deportato in Germania. Non ho mai mancato di chiedere notizie di lui. Ho anche scritto ad un altro collega che si trovava insieme con lui, non ho ancora avuta risposta, se volete scrivergli anche voi vi fornisco il suo indirizzo (…). Anche questo fu preso insieme con Italo. Ormai sono trascorsi 20 giorni dal giorno che mi avete scritto, e spero che quando vi giunge la presente Italo sia con voi, diversamente non vi affliggete troppo: vedrete che fra breve tornerà, ora ne stanno tornando molti. Volevate sapere la mia storia; per iscritto ci vorrebbe troppo. Vi cito qualche particolare mio e di Italo. L’8 settembre, per sfuggire ai Tedeschi, unitamente al nostro reparto raggiungemmo l’isola di Cerico, ove rimanemmo fino alla data del 25 stesso mese. Presi accordi con i partigiani, ci diamo alla montagna; disarmati dagli stessi, ci smistarono pochi per paese. Io, dopo esser stato 5 mesi presso una famiglia, mi arruolai con i partigiani, ove rimasi fino al 25 novembre ’44. Detto giorno mi imbarcai per l’Italia. Con la speranza che quanto prima possiate fornirmi notizie, vi porgo i miei più distinti saluti.
Il 17 ottobre 1945 Michele Petruzziello, il collega di Italo indicato dal primo commilitone, risponde alla richiesta d’informazioni della mamma del Caduto, Maria Assunta, che a sua volta aveva dato seguito ad una prima lettera scritta da Francesco. Egregia Signora, mi sollecito a rispondervi poiché credo che ancora non sia giunta quella che giorni addietro inviai a vostro figlio Francesco. Così non mi trovo a fare altro che ripetervi ciò che dissi a lui, cioè che il 10 luglio del 1944 fummo catturati io con vostro figlio Italo nei pressi di Sparta (Grecia) e condotti ad Atene. Il mese di settembre dello stesso anno iniziammo il viaggio a piedi per la Germania, ove giungemmo a Kraljevo (Serbia) nei principi di novembre dell’anno su detto. Senonché in quella città fui colpito da malattia di tifo e quindi inviato in Germania. Quindi vostro figlio Italo rimase nella suddetta città, Kraljevo. Da allora non ho più saputo nulla nei riguardi di vostro figlio. Rettifico però che insieme ad Italo c’era anche un certo Polimeni Rosario di Reggio Calabria, quindi provate a scrivere alla famiglia di costui affinché possano darvi informazioni più precise. Questo è l’indirizzo (…). Spiaciutissimo di non potervi dare precise notizie, vi saluto distintamente con la speranza che presto vi sia vicino.
Francesco scrisse quindi al terzo commilitone di Italo, Rosario Polimeni, che rispose da Bagnara Calabra il 20 ottobre 1945. Carissimo amico, rispondo subito alla vostra lettera ove chiedete notizie di vostro fratello Italo. Le ultime notizie che vi posso dare io son queste. La mattina del 13-10-944 io e vostro fratello Italo eravamo assieme prigionieri. Alle ore 10 dello stesso giorno io sono fuggito dalla prigionia tedesca rifugiandomi in una famiglia, tutto questo a Belgrado città, lasciando Italo ancora prigioniero. Da quella mattina non ho saputo più niente di lui, ma credo che sarà stato deportato in Germania, perché dopo l’occupazione di Belgrado a lui non l’ho potuto incontrare più. Ancora vi dico che fino al 13-10-944 eravamo assieme in terra jugoslava e lui godeva ottima salute, poi ci siamo divisi e non l’ho visto più. Con l’augurio che presto farà ritorno anche lui in famiglia, vi saluto. Vostro amico.
Contrariamente a quanto riportato dai documenti ufficiali, dunque, si può ipotizzare che la morte di Italo Marchionni sia avvenuta dopo il mese di novembre del 1944. Altri dettagli sulla sua permanenza sotto le armi e sulle sue condizioni personali sono ricavabili da alcune lettere dal tono intimo e tenerissimo scritte alla famiglia dal fronte. Fogli, conservati con amore dal fratello Francesco, che portano ancora il segno evidente delle lacrime dei genitori e dei fratelli. Scrive Italo in una lettera dell’agosto 1943: Carissimi genitori, è più di una settimana che non ricevo vostre lettere, ma credo di riceverne quando giungerà la posta la prossima volta, poiché un mio compagno mi ha fatto sapere per telefono che avevo in sede della compagnia due lettere da casa. Domani spero di riceverle. Come vi dissi già nella precedente lettera, Pietro mi ha telefonato dicendomi che in quello stesso giorno sarebbe partito per la licenza. Ieri sera io credevo che già fosse partito, invece mi chiamò di nuovo al telefono dicendomi che nella mattinata sarebbe partito. Lui vi potrà dire come me la passo io qua giù, quindi state tranquilli sul mio conto. Avete ricevuto il vaglia del mese di giugno? Io il pacco non l’ho ancora ricevuto ma spero che fra qualche giorno mi giunga. Scrivetemi spesso anche perché la posta impiega molti giorni per arrivare fin qua. Io sto benissimo di salute e mi auguro altrettanto di voi. I Cecchi cosa fanno? Credo che nell’approssimarsi della riapertura delle scuole si siano decisi ad aprire qualche libro o no? Baci affettuosi, Vostro figlio Italo.
In un’altra missiva dello stesso periodo, scrive: Carissimi genitori, ieri ho ricevuto la vostra lettera scritta in data 16-7, alla quale rispondo immediatamente. In seguito agli ultimi avvenimenti stiamo attraversando un brutto periodo ma non vi sgomentate: seguitate a vivere onestamente che nessuno vi molesterà. A mezzo della radio sappiamo che in tutta l’Italia regna la calma, io mi auguro che sia così, ma chi sa. A Cese son sicuro che tutto prosegue come prima, perciò siete fortunati di trovarvi in un paesetto simile. Maria dice che se avesse saputo che il pacco fosse arrivato così presto, mi avrebbe mandato anche un pezzo di dolce. Si vede che avete interpretato male la mia lettera. Io vi dissi che avevo ricevuto il pacchetto con le buste e non il pacco con le camicie. Le buste mi sono arrivate prima perché spedite come pacco postale. Io sto bene e attendo sempre vostre notizie, non vi preoccupate per me che sono al sicuro forse più di voi. I Cecchi cosa fanno? Hanno finito di zappare la vigna? Sembrerà loro un po’ strano ma qua è dai primi di luglio che si mangia uva. Cosa ne pensa Cecco? Mi dite che il vaglia non è ancora arrivato ma non fa niente, tanto non vanno smarriti. Son molto contento che tu Mamma ti stia facendo accomodare i denti. Era quasi ora di prendere una tale risoluzione perché in quello stato non potevi andare avanti. Ricevete i più cari saluti e baci affettuosi dal vostro figlio Italo.
Di lì a pochi giorni, le sorti dei militari italiani sarebbero cambiate tragicamente, e Italo Marchionni non sarebbe più riuscito a tornare a casa.

Riferimenti familiari – Genitori: Tancredi Marchionni e Maria Assunta Fusarelli. Fratelli: Maria Amata, Francesco Mario e Sergio.


Marchionni Tito (11 maggio 1922 – 14 novembre 1942)

Aviazione. Morto a Napoli in combattimento aereo[9].
Figlio di Vincenzo e di Annunziata Contaldi, è fratello di un Caduto, Adolfo Marchionni, come lui nato a Lagonegro, in provincia di Potenza, dove il padre Vincenzo lavorava come ufficiale penitenziario prima del ritorno ad Avezzano.
Soldato di leva classe 1922, non si hanno ad oggi dettagli sulla sua vita militare desumibili dal foglio matricolare dell’esercito, che risulta irreperibile presso l’Archivio di Stato di Chieti sebbene il nome di Tito Marchionni appaia negli elenchi delle rubriche del 1922.
In un memoriale dell’epoca, la sua vicenda viene ricordata con queste parole: “L’albo delle glorie accoglie nelle sue pagine immortali il nome di Tito Marchionni, primo aviere marconista, caduto nell’adempimento del dovere. Giovanissimo – era nato nel 1922 – entusiasta delle gesta dei soldati della Patria, già in armi, non aveva saputo aspettare la regolare chiamata di leva ed era partito volontario, scegliendo l’arma che, con le sue vittorie folgoranti, più colpiva la sua fantasia: l’aviazione”.
Nel telegramma inviato al Comune di Avezzano dal Comando dell’Aeronautica (Colonnello Zubelli) in occasione del decesso, si legge: “Pregasi partecipare con dovute cautele famigliari costì residenti Via Napoli 81 decesso aviere scelto marconista Marchionni Tito avvenuto su questo corpo per incidente volo. Comunicare data avvenuta partecipazione et ore arrivo at Napoli famigliari defunto”. In un altro telegramma, inviato dall’aeroporto di Gioia del Colle, viene specificato che la morte dell’aviere è avvenuta per “incidente di volo sul campo del Regio aeroporto di Capodichino, Napoli”. Per beffa del destino, l’incidente in cui perse la vita Tito Marchionni avvenne 9 giorni dopo la scomparsa di suo fratello Adolfo durante un attacco aereo su Malta.

LA TESTIMONIANZA

«In realtà non si è trattato di un semplice incidente», sostiene Ada Marchionni, sorella di Tito e di Adolfo. «L’aereo su cui si trovava Tito era stato colpito durante una missione, e stava tentando di rientrare alla base, in Sicilia. Data la distanza, avevano deciso di ripiegare su un aeroporto più vicino, quello di Napoli, ma non ci fu niente da fare: l’aereo si schiantò a terra, prese fuoco e nessuno si salvò. Quando siamo andati a Napoli ci hanno fatto vedere solo la bara… i corpi erano irriconoscibili. Poi l’abbiamo riportato qui ad Avezzano, dove si sono tenuti i funerali e dove l’abbiamo sepolto».

In una nota del Comune di Avezzano firmata dal podestà Irti, si legge: “I funerali avranno luogo il giorno 18 corrente alle ore 10 partendo dalla stazione ferroviaria”. Nel gennaio del 1943, lo stesso podestà avrebbe convocato innanzi a sé il padre di Tito, Vincenzo Marchionni, assieme a quattro testimoni esterni (Pontesilli Gennaro, Iacoboni Liberato, Giffi Antonio e Cipriani Guido) per verificare la composizione del nucleo familiare del Caduto. Nel documento viene specificato che i testimoni, “opportunamente interrogati, dichiarano essere pubblico e notorio che i famigliari a carico del militare sono: Marchionni Vincenzo (57 anni, padre), Contaldi Annunziata (46 anni, madre), Marchionni Ada (16 anni, sorella), Marchionni Ugo (14 anni, fratello). Che il militare era celibe”. Anche in virtù di tale certificazione, in tempi successivi il Comune invia alla Direzione Commissariato IV Squadra aerea – Ufficio Caduti e Dispersi – tre ricevute (importo complessivo di lire 179,30) “relative agli assegni spettanti agli eredi dell’aviere scelto Marchionni Tito”. Non si comprende tuttavia, soprattutto in considerazione di questa ufficialità “previdenziale”, perché il nome di Tito Marchionni non sia stato mai incluso nel novero dei Caduti del Comune di Avezzano.

Riferimenti familiari – Genitori: Tancredi Marchionni e Maria Assunta Fusarelli. Fratelli: Maria Amata, Francesco Mario e Sergio.


Marchionni Ugo (8 agosto 1922 – 12 maggio 1944)

Fanteria (Sergente). Morto ad Avezzano per malattia[10]
Figlio di Palmerino e di Maria Ciciarelli, è cugino di un altro caduto, Italo Marchionni.
Soldato di leva classe 1922, viene lasciato in congedo illimitato il 20 maggio 1941 per poi essere ammesso alla ferma di due anni nel 27° Reggimento Fanteria a gennaio del 1942. Il 17 gennaio del 1942 giunge in “territorio dichiarato in istato di guerra” (il 27° Rgt “Pavia” era impegnato in Africa Settentrionale). A marzo diventa fante scelto, per poi essere nominato caporale nel mese di aprile. A giugno dello stesso anno è già caporale maggiore. Agli inizi dell’anno successivo ascende al grado di sergente. Nel maggio del 1943 viene ricoverato presso l’ospedale militare “Felice Trizio” di Lecce. A metà giugno viene dimesso e inviato in licenza di convalescenza di quaranta giorni. Dopo un mese, viene nuovamente ricoverato per visita di controllo all’ospedale militare di Perugia, da cui è dimesso con una lunga licenza di convalescenza (sei mesi). Nella seconda metà dell’anno, tuttavia, le sue condizioni di salute non migliorano affatto, tanto da non consentirgli il rientro presso il Corpo di appartenenza “perché ammalato gravemente a domicilio”. Proprio a causa della malattia muore ad Avezzano il 12 maggio del 1944, a meno di 22 anni.

LA TESTIMONIANZA

«Ughetto era coetaneo di mio fratello Italo», racconta Francesco Marchionni, suo cugino diretto «e si era ammalato sotto le armi. Diceva che era stato colpito dal calcio di un cavallo, che gli aveva procurato una ferita importante. Purtroppo, non lo avevano curato adeguatamente e quindi la ferita era peggiorata nel tempo, fino a divenire incurabile. Allora l’hanno rimandato a Cese, e io passavo a trovarlo tutti i giorni. Era arrabbiato: non riusciva a capacitarsi di quello che gli era successo, e lo amareggiava ancora di più il fatto che il fratello Mario, dottore, non riuscisse a seguirlo come avrebbe voluto. Solo negli ultimi tempi, prima di morire, da Cese si trasferì ad Avezzano con il padre».
«Con Ugo eravamo vicini di casa», racconta “Ninetta” Cipollone, «e ricordo bene quando l’hanno riportato qui a Cese. Era malato ormai da tempo, ed avevano cercato di salvarlo in tutti i modi. Suo fratello Mario era primario a Spoleto o lì vicino, ma nonostante i suoi tentativi non ci fu niente da fare. A quel tempo mancavano le medicine adatte e anche l’alimentazione non era adeguata». «Noi abbiamo cercato di aiutarlo in qualche modo… ricordo che gli portai della frutta, e rimasi impressionata dalle sue mani lunghe e fini; era chiaro che stava morendo». «Una frase mi è rimasta impressa: diceva sempre che l’unica cosa che gli dispiaceva era di non poter vedere l’arrivo degli americani e la liberazione dell’Italia».

Gli Alleati sarebbero arrivati di lì a poco, il 4 giugno 1944 a Roma, l’11 giugno a Cese, e il 25 aprile dell’anno dopo si sarebbe celebrata la liberazione nazionale. Ugo Marchionni però si era già spento, il 12 maggio del 1944, a neanche 22 anni.

Riferimenti familiari – Genitori: Palmerio Marchionni (“Palmerino”) e Maria Dalia Ciciarelli. Fratelli: Mario Antonio, Elisa, Ines, Giulio e Ugo (1919-1920).


Torge Federico (16 novembre 1905 – 1945)

Morto a Cese per malattia[11].
Primo figlio di Giovanni e di Maria Marchionni, è cugino di un Caduto, Mario Torge, e cognato di un altro, Germano De Santis, il quale aveva sposato una sorella di Federico, Maria.
Soldato di leva classe 1905.  L’ultima informazione presente sul suo foglio matricolare è la seguente: “Presentatosi alla chiamata di controllo indetta con la Circolare del Ministero della Guerra nel comune di Avezzano in data 30 aprile 1933”. Oltre a quest’ultimo dettaglio, sul suo documento militare compare soltanto un’annotazione finale: “deceduto”. Questo dettaglio, solo a prima vista marginale, aiuta in effetti a delineare la sua vicenda in maniera più netta. Se infatti l’annotazione di decesso è riportata sul foglio matricolare, ciò implica che Federico Torge è morto quando era ancora in convalescenza, o comunque a disposizione dell’esercito. Le testimonianze acquisite chiariscono che la circostanza si è verificata in seguito ad una grave malattia ed ai danni fisici causati da un errato trattamento della stessa.

LA TESTIMONIANZA

«Non ricordo se Federico abbia fatto o no la guerra», mi dice il fratello, Oreste. «Aveva preso la pleurite quando era sotto le armi, e sembra che, quando gli hanno siringato il liquido, gli sia rimasto l’ago dentro la schiena. Poi si sa com’è, non se ne sono accorti e quello gli ha causato tanti danni fisici, fino a portarlo alla morte».
«Federico era un ragazzo buono e molto forte», aggiunge “Rosinella”, la sorella minore. «Quando bisognava portare i sacchi di grano e granturco alla “mòla”, lui li prendeva con una mano sola e se li caricava fin lì. Poi, sotto le armi gli prese un principio di pleurite, gli fecero un’iniezione alla schiena e gli si ruppe l’ago dentro. Quello fu la sua rovina, e in poco tempo morì».

Riferimenti familiari – Genitori: Giovanni Torge e Maria Carmina Marchionni. Fratelli: Elisa, Domenico Antonio (“Antonino”), Maria, Filomena, Oreste, Rosa (“Rosina”).


Torge Giovanni (6 giugno 1922 – 7 marzo 1941)

Marina militare. Morto a Roma per malattia[12].
Figlio di Romeo e di Pasqua Petracca. Su di lui non sono attualmente reperibili informazioni documentali né presso gli Archivi di Stato né all’interno dell’archivio della Marina militare, presso cui prestava servizio.

LA TESTIMONIANZA

Le uniche informazioni sulla vicenda militare ed umana di Giovanni Torge sono quelle riferite da Rosa Silvestri, moglie di uno dei due fratelli minori di Giovanni, Sebastiano Torge. «Si può dire che Sebastiano non abbia mai conosciuto il fratello, poiché lui è partito molto giovane per l’Accademia di La Spezia, e tra loro c’erano dieci anni di differenza. Giovannino era un ragazzo molto religioso, legato alla famiglia e dotato di un’intelligenza fuori dal comune. Dopo l’accademia era stato assegnato al reparto radio, e a quanto sappiamo era stato ferito al capo da una scheggia nemica durante la battaglia di Marsiglia. A causarne la morte, però, è stata una meningite fulminante, non si sa quanto legata al precedente ferimento. Fatto sta che allora venne trasferito con urgenza al policlinico Umberto I di Roma, ed i genitori cercarono in tutti i modi di salvarlo, ricorrendo ai migliori specialisti del settore. Fecero persino arrivare alcuni dottori dall’estero, ma non ci fu nulla da fare: in dieci giorni, Giovanni morì. Per far fronte alle spese, la famiglia dovette vendere tutto: casa, animali… tutto. Purtroppo, non servì». «Erano tempi difficili, e fu complesso anche seguire la questione della sepoltura. Fu deposto al cimitero del Verano, e nel frattempo si avviarono le pratiche per il trasferimento qui a Cese; con le vicende che seguirono ed i bombardamenti su Roma, però, la tomba fu dispersa, e la salma non tornò mai in paese. Io conservo ancora i bottoni della sua divisa, che mia suocera mi donò un tempo; ricordo che lei portava sempre con sé un medaglione al cui interno era conservata una piccola ciocca di capelli di Giovannino. Era l’ultimo ricordo del figlio».

Riferimenti familiari – Genitori: Romeo Torge e Pasqua Petracca. Fratelli: Giuseppe (1923-1923), Luigi e Sebastiano.


Torge Mario (29 novembre 1916– 13 gennaio 1944)

Fanteria. Disperso in prigionia a Rodi[13].
Figlio di Luigi e di Maria Bianchi, è cugino di un altro Caduto, Federico Torge, e cognato di Domenicantonio Bianchi, morto per cause di guerra.
Soldato di leva classe 1916. Nel maggio del 1942 viene trasferito al deposito del 225° Reggimento Fanteria presso Monopoli, dove rimane solo pochi giorni. Si imbarca infatti poco dopo per l’Egeo per raggiungere il 309° Reggimento Fanteria. Il 2 novembre 1942 viene rimpatriato per malattia e ricoverato nell’ospedale militare di Loano. Nel foglio matricolare è specificato che “la malattia malarica primitiva contratta in zona di guerra nel novembre ’42 è sì dipendente da causa di servizio”. Rientra al deposito di Monopoli nel gennaio del 1943, ma dopo due mesi viene ricoverato presso l’ospedale militare di Barletta. Nei documenti militari è specificato che “la malaria recitiva [sic] aggravata in zona di guerra il 4 marzo 1943 è sì dipendente da causa di servizio”. Nel settembre del 1943, dopo la firma dell’armistizio, viene catturato prigioniero dai Tedeschi. Dopo pochi mesi, il 13 gennaio 1944, è dichiarato disperso in prigionia in Rodi, Egeo (verbale di irreperibilità formalizzato il 1° marzo 1947).

LA TESTIMONIANZA

«In teoria zio Mario non sarebbe neanche dovuto partire per la guerra», racconta Pierluigi Torge, figlio di Giuseppe, «perché al fronte c’erano già mio padre e zio Guido, i fratelli maggiori». «Con papà si sono pure incrociati, nella zona dell’est Europa. Il battaglione di zio Mario andava in prima linea, mentre quello di papà rientrava nella retroguardia. Quando papà vide gli aerei che andavano a bombardare l’avanguardia, pensò subito alla sorte del fratello che si trovava lì davanti. Ma nessuna notizia ufficiale è stata poi comunicata alla famiglia».
«Con zia Antonina si erano sposati poco prima che lui ripartisse per la guerra», mi raccontano Lina Bianchi e Pasquale Cipollone, presso cui Antonina Bianchi ha vissuto negli ultimi anni della sua vita. «Quando zio Mario è ripartito agli inizi del ’43 aspettavano un figlio, che purtroppo, però, è morto piccolissimo, a tre mesi. Con il tempo lei è riuscita a superare anche questo dolore, dedicandosi alla cura degli orfani». «Nonostante gli anni, non ha mai smesso di sperare che il marito fosse vivo, in qualche modo. La notizia di morte presunta non aveva spento quella fragile speranza che ha sempre conservato con sé».

Riferimenti familiari – Fratelli: Guido, Giuseppe e Regina. Moglie: Antonina Bianchi. Figli: Egidio (1943-1943).


Tucceri Giuseppe (3 febbraio 1922 – 9 aprile 1943)

Fanteria. Morto a Roma per malattia[14].
Figlio di Franco e di Vittoria Cipollone.
Viene chiamato alle armi presso il 26° Reggimento Fanteria e giunge a Trieste, in “territorio dichiarato in istato di guerra”, nel febbraio del 1942. Dopo meno di due mesi, il 5 agosto, viene ricoverato presso l’ospedale militare di Trieste. Dalle testimonianze locali, risulta un ricovero anche a Fiume, località in cui giungono a visitarlo i genitori Vittoria e Franco. Alla fine del 1942, esattamente il 21 dicembre, viene trasferito nell’ospedale militare di riserva di Cervia, e poi a Roma, nell’ospedale dell’Istituto Nazionale fascista di Previdenza Sociale “Forlanini”, specializzato per la cura della tubercolosi (che al tempo si combatteva, oltre che con interventi chirurgici, anche con il riposo in ambienti igienici e ben ventilati). Dopo circa due mesi, però, il 9 aprile del 1943, Giuseppe Tucceri muore a causa della TBC, a soli 21 anni. Secondo quanto riportato nel foglio matricolare, il decesso sarebbe avvenuto presso l’ospedale Forlanini. Le testimonianze dei familiari, invece, lo dicono morto a Trieste o a Cervia. È sepolto nel cimitero di Cese, dove è ancora presente una piccola urna con la sua foto.

LA TESTIMONIANZA

«Zio Giuseppe si era già ammalato sotto le armi e spesso perdeva sangue dal naso», mi racconta Antonina Bruno, figlia di Francesca (sorella di Giuseppe). «Papà diceva che i superiori avevano sbagliato a metterlo di guardia, dato il suo stato di salute. Le difficili condizioni a cui era sottoposto hanno in breve peggiorato la situazione, fino alla TBC».
«Papà raccontava sempre che era un ragazzo buonissimo», mi confida Giuseppina Bruno, altra figlia di Francesca. «Si dispiaceva ancora per il fatto che, quando zio Giuseppe è morto, lui si trovava in zona di guerra e non era stato possibile avvertirlo. Era però riuscito a visitarlo quando era ricoverato a Roma. Lì l’ha visto per l’ultima volta».
«Quando è morto (o era solo ricoverato), entrambi i genitori sono andati a Trieste», confermano Giuseppina e Antonina. «Dicevano che, pur non sapendo leggere e scrivere, erano riusciti ad arrivare a Trieste per vedere il figlio».

Riferimenti familiari – Genitori: Franco Tucceri (“Francuccitto”) e Vittoria Cipollone. Fratelli: Nazareno, Elisabetta, Francesca, Elisa e Maddalena.


Verna Angelo (19 marzo 1915 – 6 novembre 1942)

Disperso in Russia[15].
Angelo Giuseppe Verna, nato a Roma il 19 marzo 1915, era figlio di Carmine Ferdinando Verna, originario di San Donato (dove era nato il padre, Gian Croce), e di Assunta D’Alessio, nativa di Pescocanale. All’atto dell’invio in congedo, risultava ancora residente a Roma.
Soldato di leva classe 1915, il 14 giugno 1940 viene richiamato alle armi ed “avviato all’8a Compagnia Sussistenza in Roma”, prima di essere assegnato al 72° Reggimento Fanteria, poi alla 1a Compagnia Battaglione P.M. 74 (20 luglio 1941) ed infine trasferito all’82° Reggimento Fanteria P.M. 152. L’ultima notizia che si ha su di lui è che risulta disperso in Russia in data 6 novembre 1942.
Nel verbale d’irreperibilità, stilato nel 1947, non si riescono a desumere particolari rilevanti sulle ultime vicende note del Caduto. Vi si legge: “Il nominato Angelo Verna Giuseppe, in occasione dei fatti d’arme avvenuti dal 6/11/1942 in Russia, scomparve, e dopo tale fatto non venne riconosciuto tra i militari dei quali fu legalmente accertata la morte o la prigionia. Essendo ora trascorsi tre mesi dalla data della segnalazione della sua scomparsa, e risultando che le ulteriori ricerche e indagini esperite in ogni campo e sotto ogni forma sono riuscite infruttuose nei di lui riguardi e che pertanto non è stato possibile nel frattempo conoscere se egli sia tuttora in vita o sia in effetti deceduto, viene redatto il presente processo verbale di irreperibilità”.
Fondamentale, nella definizione della vicenda, risulta la dichiarazione firmata da quattro testimoni di Cese sulle generalità di Angelo Verna. Il 1° luglio 1947, infatti, la madre di questi, Assunta D’Alessio, compare davanti al Sindaco di Avezzano Antonio Iatosti per formalizzare un “atto di notorietà” tramite il quale vengono acquisite informazioni rilevanti sul Caduto. Nel testo si legge: Noi sindaco abbiamo deferito loro il giuramento leggendo la formula “Consapevole della responsabilità che col giuramento assumete davanti a Dio ed agli uomini, giurate di dire tutta la verità, null’altro che la verità?”. Ciascuno dei testimoni ha prestato giuramento pronunziando le parole “Lo giuro”. Richiesti delle loro generalità, le declinano come segue: Marchionni Alfonso fu Enrico, di anni 65Galdi Nicola fu Vincenzo, di anni 68Cosimati Luciano fu Sabatino, di anni 74Iannola Concetta fu Antonio, di anni 56.
Dopo di che, opportunamente interrogati, essi singolarmente e in modo concorde dichiarano essere pubblico e notorio che Verna Angelo Giuseppe fu Carmine Ferdinando, volgarmente chiamato Ferdinando, e di D’Alessio Assunta, nato a Roma il 19 marzo 1915, iscritto al distretto Militare di Roma, venne richiamato alle armi da soldato per la seconda guerra mondiale e fece parte dell’82° Reggimento Fanteria – 3° Battaglione – Compagnia C.C. fronte di combattimento Russia, P.M. 152. L’ultima lettera indirizzata ai genitori dal fronte russo porta la data del 6 novembre 1942 ed il timbro postale di Cese (Avezzano) del 22 novembre 1942, recapitata alla famiglia Verna Ferdinando, che dopo la data indicata non ha avuto più notizie. Non solo, ma non essendo fino ad oggi ritornato in patria deve considerarsi irreperibile. Il genitore del militare Verna Angelo Giuseppe veniva chiamato volgarmente col secondo nome “Ferdinando”, anziché col primo nome “Carmine”, e ciò spiega come dall’atto di […] del militare Verna Angelo Giuseppe risulti il medesimo colla paternità di “Ferdinando” e con tale paternità egli è stato iscritto nei registri del Distretto Militare di Roma. Niun dubbio vi è sulla identità del militare in questione, inquantoché egli è bene identificato col nome e cognome della madre “D’Alessio Assunta”.
In fede di che il presente atto è stato dai controindicati e da me firmato. Si rilascia a richiesta di D’Alessio Assunta fu Luigi, vedova di Verna Carmine Ferdinando in carta libera per gli effetti della vigente legge sul bollo.

Riferimenti familiari – Genitori: Carmine Ferdinando Verna e Assunta D’Alessio. Sorelle: Giovanna (“Annunziata”) e Rosa.


[1] Nominativo non presente sul vecchio monumento ai Caduti, né nella banca-dati del Ministero della Difesa e non riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona).
[2]Nominativo presente sul vecchio monumento ai Caduti (riga 23) ma non nella banca-dati del Ministero della Difesa, né riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona).
[3] Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona). Nominativo presente sul vecchio monumento ai Caduti (riga 24) ma non nella banca-dati del Ministero della Difesa, né riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale.
[4] Nominativo presente sia sul vecchio monumento ai Caduti (riga 25) che nella banca-dati del Ministero della Difesa e nel monumento ai Caduti di Avezzano, e riportato come caduto in guerra anche nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona) e il Ministero della Difesa (Direzione generale della previdenza militare e della leva).
[5] Nominativo presente sia sul vecchio monumento ai Caduti (riga 26) che nella banca-dati del Ministero della Difesa e nel Monumento ai Caduti di Sante Marie. Il nome non è presente nel Volume riepilogativo parrocchiale. Il suo nome appare anche nel monumento ai Caduti di Sante Marie. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[6] Nominativo non presente sul vecchio monumento ai Caduti né nella banca-dati del Ministero della Difesa, e non riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[7] Nominativo non presente sul vecchio monumento ai Caduti né nella banca-dati del Ministero della Difesa. Il nome non è presente nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona) e l’Archivio del Comune di Avezzano (Corrispondenza Famiglie Soldati)
[8] Nominativo presente sia sul vecchio monumento ai Caduti (riga 19) che nella banca-dati del Ministero della Difesa e nel Monumento ai Caduti di Avezzano, e riportato come caduto in guerra anche nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[9] Nominativo non presente sul vecchio monumento ai Caduti né riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale, ma presente nella banca-dati del Ministero della Difesa. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio del Comune di Avezzano (Corrispondenza Famiglie Soldati)
[10] Nominativo presente sia sul vecchio monumento ai Caduti (riga 18) che nella banca-dati del Ministero della Difesa, e riportato come caduto in guerra anche nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[11] Nominativo non presente sul vecchio monumento ai Caduti né nella banca-dati del Ministero della Difesa, ma riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato dell’Aquila (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[12] Nominativo non presente sul vecchio monumento ai Caduti né nella banca-dati del Ministero della Difesa, ma riportato come caduto in guerra nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le uniche informazioni ufficiali sul Caduto sono quelle riportate nell’Archivio Diocesano (Volume riepilogativo delle anime – Cese)
[13] Nominativo presente sia sul vecchio monumento ai Caduti (riga 20) che nella banca-dati del Ministero della Difesa e nel Monumento ai Caduti di Avezzano, e riportato come caduto in guerra anche nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[14] Nominativo presente sul vecchio monumento ai Caduti (riga 21) e riportato come caduto in guerra anche nel Volume riepilogativo parrocchiale, ma non presente nella banca-dati del Ministero della Difesa. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso l’Archivio di Stato di Chieti (Fogli Matricolari del Distretto Militare di Sulmona)
[15] Nominativo presente sia sul vecchio monumento ai Caduti (riga 22) che nella banca-dati del Ministero della Difesa, e riportato come caduto in guerra anche nel Volume riepilogativo parrocchiale. Le informazioni ufficiali sul Caduto sono state reperite presso il Centro Documentale (ex Distretto Militare) di Roma

<Rielaborato da Roberto Cipollone, “Trentanove figli” (2014)>


3 risposte a ““Adivi pregà de revenì”… I Caduti della 2a guerra mondiale”

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