[Storia delle Cese n.103]
da Osvaldo Cipollone
Negli anni Cinquanta del secolo scorso vigeva a Cese una consuetudine che, a suo modo, ha precorso i tempi. All’epoca, infatti, si poteva stipulare una convenzione sanitaria tra il medico condotto e gli abitanti. Si trattava in pratica di una sorta di assicurazione privata. Questo tipo di convenzione garantiva l’assistenza domiciliare a chi necessitava di cure e non poteva disporre di adeguata assistenza. Il “contratto”, chiamato in gergo “l’alberale”, garantiva ai pazienti prestazioni mediche per un intero anno (rinnovabile di volta in volta). Su un apposito registro veniva iscritti tutti coloro che ne facevano richiesta; questo era dunque considerato un atto ufficiale. Naturalmente le eccezioni riguardavano i nuovi nati e i deceduti che venivano rispettivamente integrati o depennati nel corso dell’anno.
Ogni convenzionato aveva l’obbligo di versare al professionista una quota di grano che solitamente corrispondeva ad una “coppétta” (circa 11 Kg.). Tale contributo veniva riscosso da un incaricato che a bordo di un carretto passava di casa in casa per poi consegnare il ricavato al dottore. Il medico, da parte sua, doveva rendersi disponibile ad ogni chiamata e prestare la propria opera disinteressatamente. I pazienti dovevano invece procurarsi le medicine prescritte senza dovere nulla al sanitario, che visitava a domicilio o presso un ambulatorio ricavato nella propria abitazione. In caso di nascita, una remunerazione in solido o in natura veniva corrisposta anche all’ostetrica, che solitamente assisteva le partorienti nelle loro dimore per un’intera settimana. Oltre al dovuto e ad eventuali regalie accessorie, le neomamme erano chiamate, fra l’altro, ad assicurare alla “’levatrice” la colazione giornaliera.
Questo sistema faceva riferimento ad una sorta di consuetudine, già consolidata nel tempo, che originava da un tipo di organizzazione nato spontaneamente tra concittadini. Il “mutuo soccorso”, in pratica, aveva anticipato a Cese la vera e propria mutua assistenziale. Quella pubblica in realtà si manifestò solo alla fine degli anni Cinquanta, quando divenne obbligatoria (almeno per i lavoratori dipendenti)[1].
Tra gli istituti cooperativi locali va inclusa anche la “società per il bestiame”, nata anch’essa per iniziativa popolare. In quest’ultimo caso, dietro l’iscrizione di determinati capi di bovini, i singoli allevatori dovevano corrispondere delle quote fissate in base al numero degli animali assicurati e regolarmente registrati. La “Società”, che garantiva la dovuta assistenza in caso di incidente o morte naturale, provvedeva poi a macellare il bestiame e a distribuire la giusta razione di carne agli allevatori che avevano assicurati i propri animali.
[1] La tutela della salute diviene diritto costituzionale nel 1948. Negli anni ’50 l’assistenza sanitaria è fondamentalmente affidata, oltre che all’attività caritatevole dei Comuni (con le cosiddette “liste dei poveri”), agli Enti mutualistici, che si occupano della tutela assicurativa dei lavoratori. La copertura garantisce solo un numero massimo di giornate annue per assistito, variabile fra gli enti, e l’assistenza è assicurata da convenzioni con enti ospedalieri pubblici e case di cura private. Fino al 1952 sono esclusi da ogni forma di assistenza i lavoratori autonomi; in seguito, tra il 1953 e il 1956, si costituiscono delle mutue autogestite (https://www.chiarini.com/la-sanita-italiana-dal-1861-al-1978/).
<Rielaborato da un articolo di O.Cipollone pubblicato su “La Voce delle Cese” numero 78 (2012)>

Una replica a ““L’alberale” e altre forme di mutualità “cesaròla””
[…] da dire che in passato, e per tutta la prima metà del ‘900, gli abitanti di Cese hanno mantenuto uno speciale contratto che a fronte del servizio prevedeva l’obbligo di versare al professionista una quota di grano che […]